Donald, Bibi and Soleimani 2). Secondo Haaretz.

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Trump voleva riprendere negoziati con Teheran. E Israele si sentiva tradita e minacciava di fare da sola. E’, in estrema sintesi, quanto emerge con chiarezza da svariati articoli pubblicati da Haaretz, quotidiano israeliano abbastanza liberal. Articoli di metà dicembre che ho ritrovato in una email di segnalazioni da parte del giornale che avevo trascurato. Le considerazioni di Underblog su Donald, Bibi e Soleimani nell’ultimo post non erano poi così ingenue. Anzi. E stupisce che i vari giornalisti e commentatori dei giorni scorsi abbiano ignorato il tema.

Gli articoli di Haaretz, news, analisi, opinioni, parlano da soli. Ci limitiamo a riproporne titoli (in maiuscolo), occhielli e prime righe (in corsivo), con traduzione sottostante e i dovuti link (nelle date). Purtroppo la lettura completa è riservata ai soliti abbonati, ma quanto emerge pare sufficiente e significativo.

15 dicembre, News :

ISRAEL WATCHES WARILY AS TRUMP AGAIN TALKS ABOUT IRAN NEGOTIATIONS – Iran threatens destruction, Israel invokes Vietnam – and one Mideast country fears getting caught in the middle .

U.S. President Donald Trump this week brought back into discussion an idea that had almost completely disappeared in recent months: negotiations with Iran…

Traduzione: ISRAELE OSSERVA CAUTAMENTE TRUMP CHE NUOVAMENTE PARLA DI NEGOZIATI CON L’IRAN – L’Iran minaccia distruzione, Israele invoca il Vietnam – e un paese del Medio Oriente teme di essere preso nel mezzo. [a quale paese allude? Forse l’Irak ]

Il presidente US Donald Trump questa settimana è tornato indietro nel discutere un’idea completamente scomparsa nei mesi recenti: negoziati con l’Iran…

16 dicembre, Analisi:

TRUMP IS ACTUALLY UNDERMINING AMERICA’S RELATIONSHIP WITH ISRAEL – Despite offering a veneer of commitment to Israel, the White House is shaping an environment that is less stable and less safe for the Jewish state .

The modern State of Israel was born in the aftermath of World War II, alongside what is now known as the rules-based international order, a liberal global system created in large part by the United States and…

Traduzione: TRUMP STA OGGI MINACCIANDO LE RELAZIONI DELL’AMERICA CON ISRAELE. – A dispetto dell’apparente impegno verso Israele, la Casa Bianca sta dando forma a un ambiente meno stabile e meno sicuro per lo stato Ebraico.

Il moderno stato di Israele nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale, seguendo quello che oggi è conosciuto come un ordine internazionale basato su regole, un sistema globale liberale creato in larga parte dagli Stati Uniti e …

16 dicembre, Opinione:

ISRAELIS LOVE TRUMP. THEY ARE NOT THE FIRST TO FALL FOR HIS FALSE PROMISES.

If he’s re-elected, Trump won’t need to appease eagerly pro-Israel evangelicals anymore. He’ll able to indulge his natural inclinations, which might not be quite as friendly toward the Jewish state

U.S. President Donald Trump enjoys support from more than two thirds of Israelis a level of approval he could only hope for among Americans…

Traduzione: GLI ISRAELIANI AMANO TRUMP. NON SONO I PRIMI A CASCARE PER LE SUE FALSE PROMESSE. [GLI ISRAELIANI DOVREBBERO ESSERE MOLTO PIU’ SCETTICI SU TRUMP, si legge nel link] – Se sarà rieletto, Trump non avrà più bisogno di ingraziarsi entusiasticamente gli Evangelici pro Israele. Sarà in grado di seguire le proprie inclinazioni, che potrebbero non essere così amichevoli

Il presidente US Donald Trump gode del sostegno di più di due terzi degli Israeliani, un livello di approvazione che  fra gli Americani può soltanto sperare…

17 dicembre , News:

HOW TRUMP AND NETANYAHU SPLIT WAYS ON IRAN PUSHING ISRAEL TO ACT ALONE.- Though many on the pro-settler right still think Trump is a divine miracle, senior Israeli officials have come to the disquieting realization that, in its hour of need, Israel can’t rely on the president

In very few countries have hopes regarding the Trump administration s foreign policy been as evident as in Israel. And now, the increasing disappointment with Donald Trump is hardly ever expressed publicly by…

Traduzione:

COME TRUMP E NETANYAHU DIVIDONO LE LORO STRADE SULL’IRAN, SPINGENDO ISRAELE AD AGIRE DA SOLA – Sebbene in molti, sul diritto a favore degli insediamenti, ancora pensino che Trump rappresenti un miracolo divino, alti funzionari Israeliani sono arrivati all’inquietante conclusione che, nell’ora del bisogno, Israele non può fare affidamento sul presidente.

In molti pochi paesi le speranze riguardo alla politica estera dell’amministrazione Trump sono state così evidenti come in Israele. E ora, la crescente delusione nei confronti di Donald Trump viene espressa pubblicamente a fatica da ….

18 dicembre, Analisi:

IF ISRAEL HAS TO MANAGE WITHOUT HIS STRATEGIC PARTNER IT WILL STILL SURVIVE – As the Israeli economy has grown, the need for American assistance has decreased and the actual costs for Israel of a dependency on American arms are becoming more evident

The grandiose opening ceremonies of the Olympic Games often serve as a useful venue for informal meetings between world leaders. The Beijing Olympics in August 2008 was no exception. Vladimir Putin (at the…

Traduzione:

SE ISRAELE DEVE GESTIRSI SENZA IL SUO PARTNER STRATEGICO, SOPRAVVIVERA’ LO STESSO – Dal momento che l’economia Israeliana è cresciuta, la necessità di un’assistenza Americana è diminuita e per Israele i costi attuali di una dipendenza dalle armi Americane stanno diventando più evidenti.

Le grandiose cerimonie di apertura dei Giochi Olimpici spesso servono da utili convegni per incontri informali fra i leader del mondo. Le Olimpiadi di Pechino nell’Agosto 2008 non hanno fatto eccezione. Vladimir Putin (al … [peccato qui non leggere il seguito].

Per completezza aggiungiamo un articolo (Opinione) che Haaretz aveva pubblicato l’8 dicembre, per quanto ci sembri allusivo ed enigmatico, specie alla luce dei successivi. La traduzione ne risente.

THE ONE MOVE TRUMP SHOULD MAKE TO ACTUALLY DEFEND ISRAEL – Israel’s defense establishment has always been cool to the idea of a defense treaty with America. But a formal pact is now urgent – and strategically vital

Between salvos of Hamas rockets, Netanyahu shenanigans and Trump s antics, you may have missed the really big news, an issue which will have lasting effects on the U.S.- Israel relationship: are the two states…

Traduzione:

L’UNICA MOSSA CHE TRUMP DOVREBBE FARE PER DIFENDERE DAVVERO ISRAELE – . L’establishment della Difesa di Israele è sempre stato freddo sull’idea di un trattato di difesa con l’America. Ma un patto formale è oggi urgente – e strategicamente vitale.

Tra i fuochi dei razzi di Hamas, i trucchi (o imbrogli, forse relativi alle accuse di corruzione) di Netanyahu e le buffonate di Trump, potreste aver perso la notizia davvero importante, un tema che avrà effetti duraturi sulle relazioni fra US e Israele: due stati sono…

Infine, alcuni articoli pubblicati DOPO il raid di cui Trump si assunto la sola paternità.

5 gennaio, News:

AS QASSEM SOLEIMANI’S MEGALOMANIA GREW; HE BECAME LESS GROUNDED IN REALITY – The late commander of the Iranian Revolutionary Guards’ Quds force believed he was capable of creating a Shi’ite empire in the Middle East .

Qassem Soleimani, the commander of the Iranian Revolutionary Guards’ Quds force, who was killed Friday in Baghdad in an American operation, earned respect for his courage and his close ties to Iran’s supreme leader, Ali Khamenei. He commanded some 15,000 men, a relatively small component of the Revolutionary Guards, and was actually subordinate to the Revolutionary Guards commander, Gen. Hossein Salami. But in practice, he was his country’s No. 1 general, because Khamenei treated him as his adopted son and appointed him his special adviser… [articolo disponibile a tutti]

Traduzione:

Col CRESCERE DELLA SUA MEGALOMANIA, QASSEM SOLEIMANI E’ DIVENTATO MENO ANCORATO ALLA REALTA’- Il comadante delle forze Quds delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane credeva di essere capace di creare un impero Sciita nel Medio Oriente.

Qassem Soleimani, il comandante delle forse Quds delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, ucciso Venerdì a Bagdad in un’operazione Americana, si era conquistato rispetto per il suo coraggio e il suo stretto legame con il supremo leader dell’Iran, Ali Khamenei. Comandava 15.000 uomini, una componente relativamente piccola delle Guardie Rivoluzionarie, ed era in realtà sottoposto al comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Gen. Hossein Salami. Ma in pratica era il N1 del  suo paese, perché come Khamenei lo trattava come un figlio adottivo e lo aveva nominato suo consigliere speciale.

5 gennaio, Analisi:

TRUMP EXPLOITED SOLEIMANI’S MISTAKE, AND NETANYAHU GAINS THE MOST – Like his predecessors over the last half-century, from Nixon to Obama, Trump discovered that the Middle East imposes itself on American foreign policy even when it is no longer dependent on oil from the region

U.S. President Donald Trump wanted to avoid getting entangled in another war in the Middle East after the American failure in Iraq and the 18-year war in Afghanistan. He knew that American public opinion…

Traduzione:

TRUMP HA SFRUTTATO L’ERRORE DI SOLEIMANI, E A GUADAGNARCI DI PIU’ E’ NETANYAHU – Come i suoi predecessori nell’ultima metà del secolo, da Nixon a Obama, Trump ha scoperto che il Medio Oriente si impone sulla politica estera americana anche quando non dipende più dal petrolio della regione.

Il presidente US Donald Trump voleva evitare di restare impigliato in un’altra guerra in Medio Oriente dopo il fallimento americano in Irak e i 18 anni di guerra in Afganistan. Sapeva che l’opinione pubblica americana….

5-6 gennaio, un’Opinione di segno opposto:

TRUMP’S IMPULSIVE SOLEIMANI STRIKE HARMS U.S INTERESTS, AND BENEFIT IRAN – The abruptness of Trump’s decision to target Qassem Soleimani – who deserved his fate – is a burden for Israel and another blow to U.S. strategy in Iraq and Syria, if not the wider Middle East

Traduzione:

L’IMPULSIVO ATTACCO DI TRUMP A SOLEIMANI DANNEGGIA GLI INTERESSI US E BENEFICIA L’IRAN – L’improvvisa decisione di Trump di prendere di mira Soleimani – che si è meritato tale sorte – è un peso per Israele e un altro colpo alla strategia US in Irak e in Siria, se non nell’intero Medio Oriente.

Non è dello stesso parere Daniel Pipes, esponente dei neocon americani ed ex consigliere di George Bush jr. Intervistato su La Stampa del 5 gennaio dichiarava: < L’uccisione di Qassem Soleimani rappresenterà un punto di svolta solo se sarà l’inizio di una nuova strategia più dura sul piano militare che indebolisca l’apparato delle forze di sicurezza iraniane aiutando i cittadini che vogliono provocare la caduta degli ayatollah dall’interno>.

Un punto di vista non proprio rassicurante.

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Considerazioni (ingenue?) su Donald, Bibi e Soleimani

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Nei molti commenti seguiti all’uccisione di Soleimani si cita poco o niente Israele, che pure è un player importante se non decisivo nella regione medio orientale.

Bibi (Nethanyhau) si è subito congratulato con Donald (Trump) per l’azione riuscita. A ragione, dal suo punto di vista. Del resto, come è noto, fra i due i legami sono saldissimi, sia diretti, sia via la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner e via i falchi neoconservatori, l’ala più guerrafondaia e filo Israele dei Repubblicani.

Pur non considerando l’antico progetto del Grande Israele, non sappiamo se messo o no definitivamente da parte, non è un mistero che Israele sia da sempre preoccupato – ossessionato forse – per la sua “Sicurezza” e ostile a chiunque non condivida tale incubo, o fissazione.

Sicurezza che include ovviamente il controllo assoluto ed esclusivo dei territori già assegnati ai Palestinesi –di quel che ne resta (sempre meno). Ma comprende anche una ferma volontà di impedire a qualunque paese di farsi egemone, e una sorta di “supervisione” dei paesi confinanti e vicini: dal Libano all’Irak, alla Siria, meglio se spezzati in staterelli minori, magari su base etnica.

Un’aspirazione non certo estranea agli interventi in quei paesi promossi dagli americani dopo l’11 settembre, spartiacque di una politica aggressiva sponsorizzata dai neocon, autori del PNAC, il Project for a New American Century. Oltre alle motivazioni strategiche legate agli interessi energetici nella regione (oleodotti e gasdotti) pur meno rilevanti oggi dopo l’autonomia energetica americana ottenuta dal fracking, e dai giacimenti in acque israeliane (e Palestinesi? Giammai).

L’Iran, o Persia, è un’altra cosa. Paese di antica cultura, 90 milioni di abitanti, non arabo, grandi giacimenti di petrolio e gas naturale, non si piega facilmente. E’ ostile all’America almeno dal tempo dell’”operazione Aiax”, il golpe con cui UK e USA nel 1953 buttarono giù il governo democratico di Mossadeq installandovi lo Scia’ Reza Palhavi, poi detronizzato dalla rivoluzione del 1979 che portò l’ayatollah Komeini al potere, e alla crisi diplomatica  con gli Usa, umiliati dalla presa in ostaggio di 54 americani nell’ambasciata presa d’assalto e dal fallimento Usa della missione per liberarli, un anno dopo. Un sgarbo mai digerito del tutto.

Da allora l’Iran ha sempre appoggiato i Palestinesi e contrastato i piani americani e israeliani nella regione, diventando per Israele il Nemico per eccellenza. Accumunati in questo sentiment dall’Arabia Saudita, da sempre vicina a UK, USA e sotto traccia a Israele, nonché rivale dell’Iran da cui la divide anche la religione: sunnita wahabita (estremista musulmana) in Arabia, sciita in Iran. Una differenza religiosa su cui i media hanno insistito anche troppo., tralasciando il resto.

Che l’Iran, anche per ragioni interne, aiuti le forze che nella regione si oppongono a Israele e USA  non è un mistero. In Palestina vicini ad Hamas, in Libano a Hezbollah, in Irak agli sciiti (il 60% della popolazione) e ostili alla presenza militare americana, rimasta nel paese. Per non dire della Siria, dove l’arrivo dei Russi, chiesto dallo stesso Soleimani – e avallato dagli USA – per contrastare l’ISIS, ha finito per mantenere saldamente in sella l’amico Assad che americani e israeliani contavano di spodestare.

Tutto ciò ha rafforzato Teheran, che ha stretto accordi di cooperazione militare con Turchia, Pakistan, Afghanistn, Turkmenistan, e si è avvicinato al Qatar, tanto che le basi USA di Al Udeid in Qatar e di Incirlink in Turchia non vengono più considerate sicure (vedi qui recente e Underblog 19/7/19).

Ma ha sempre più impensierito Bibi. Il quale aveva esplicitamente rimproverato Obama per l’accordo 5+1 sul nucleare iraniano del 2015, criticato invece da Donald già in campagna elettorale. Un accordo giudicato “troppo accomodante”. Bibi, che con Obama non aveva buoni rapporti, pretendeva “in cambio” la rinuncia di Teheran ad intervenire fuori dai suoi confini.

Cosa che l’Iran non ha mai fatto. Tanto più che a Obama è seguito Trump, che quell’accordo ha poi disdetto nel 2018, indurendo le sanzioni che già strangolavano l’Iran e di cui l’accordo sul nucleare prevedeva la fine. E minacciando i paesi che non sottostanno al diktat  (vedi Underblog 25/5/19).

Né la pavida Europa, che ancor oggi richiama a parole il rispetto di quell’accordo che Teheran ha dichiarato di non voler più onorare, ha avuto il coraggio di opporsi ai ricatti di Trump che avrebbero colpito le sue banche e le sue industrie. Eppure avrebbe potuto, ne aveva gli strumenti, spiegava in tv  Gianpiero Gramaglia, dell’Istituto Affari Internazionali.  Lo farà adesso, proponendo qualcosa di concreto al ministro degli Esteri iraniano Zarif che l’Alto rappresentante UE ha invitato a Bruxelles? Ne dubitiamo.

A Soleimani, politico accorto oltre che valido generale, tutto ciò – e molto altro -era certo ben presente. E probabilmente sapeva di essere nel mirino. Ma non era il tipo da tirarsi indietro. Anzi.

Con un Libano divenuto più instabile e un Irak dove l’ostilità agli Usa si intreccia con un crescente rigetto di interferenze esterne, forse anche iraniane, a quanto raccontano inviati solitamente corretti come Lorenzo Cremonesi del Corriere, in questi giorni a Bagdad, Soleimani avrebbe cercato di approfittarne? Donald, ma in primis Bibi, molto probabilmente lo temevano.

L’assalto di massa all’ambasciata Usa nella super protetta Zona verde è stato forse il pretesto per mettere in atto un’azione certo non improvvisata, ma da tempo preparata. Un momento e un movente di cui approfittare.

Un gesto a cui si può supporre che lo stesso Pentagono non fosse favorevole. Deciso “da Trump”, è stato infatti detto. Da solo o consultandosi con l’amico Bibi?

Un successo di entrambi, tutti e due sotto elezioni? E’ presto per dirlo. E il mondo segue preoccupato gli sviluppi.

L’assassinio di Soleimani sembra aver ricompattato l’Irak, il cui Parlamento ha appena votato l’espulsione di tutti i militari stranieri, americani e loro alleati, ma anche di altri paesi compreso  l’Iran.  E pure l’Iran , poco tempo fa attraversato da tensioni interne economiche e non solo, a quanto appare dalle immani folle che hanno accompagnato l’arrivo della bara del generale, e dall’orgoglio patriottico alle stelle.

Mentre il fronte occidentale è diviso, con gran parte dell’UE perlessa se non del tutto critica. Al punto che la NATO ha convocato una riunione urgentissima. Vedremo. Certo il venir meno di una mente politica accorta e a suo modo equilibrata come Soleimani lascia un vuoto a Teheran, al di là dello scambio di minacce di ritorsioni, a cui Trump ha risposto per le rime.

E’ un fatto invece l’annunciata ripresa a tutti gli effetti del programma nucleare iraniano di arricchimento dell’uranio in vista di una bomba atomica, che potrebbe indurre i falchi americani (e israeliani) a spingere verso altre avventure.

Non resta di sperare nelle capacità diplomatiche…di Putin e Xi Jin Ping.

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Dietro i progetti del Green New Deal. Follow the money

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“Il Clima. Chi l’avrebbe mai detto. Le mega multinazionali e i mega miliardari già dietro la globalizzazione dell’economia del mondo, la cui ricerca del massimo valore azionario e della riduzione dei costi hanno arrecato tanti danni al nostro ambiente sia nel mondo industrializzato sia alle economie sotto-sviluppate di Africa, Asia, America Latina, sono oggi i principali sostenitori del movimento “dal basso” per la decarbonizzazione, dalla Svezia alla Germania, agli USA, UE e oltre. Effetto di improvvisi sensi di colpa o potrebbe esserci un’agenda più profonda per la finanziarizzazione dell’aria che respiriamo, e più ancora? “.

Così esordisce ironicamente il pur controverso Willam Engdahl, “analista specialista in questioni energetiche e geopolitiche” che i suoi detrattori bollano come “scrittore americano cospirazionista”.

In un post peraltro ben documentato, sia pure controcorrente, getta luce – e ombre – sul cosiddetto Green New Deal: i piani per una ‘economia sostenibile’ di cui sempre più spesso si parla. Post rilanciato da Global Research, sito canadese alternativo ma serio e con moltissimi collaboratori, ma in origine pubblicato da NEO, sito di analisi e notizie che detrattori come EUvsDisinfo.eu (niente a che vedere con l’UE) sostengono sia gestito dall’Istituto di Scienze Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, e comunque ispirato dalla Russia: che da grande esportatrice di gas e petrolio, va aggiunto, non è affatto impegnata sul cambiamento climatico. Precisazioni necessarie.

Che il clima della terra stia mutando sia una realtà è innegabile, le conseguenze le stiamo già vivendo, le divergenze riguardano caso mai il peso del fattore umano e la velocità del cambiamento in atto. Che delle azioni vadano messe in campo è in ogni caso auspicabile. Ma quali azioni? Da parte di chi, con quali effetti e quali costi per i cittadini?

Engdhal non entra nel merito. Analizza invece la Finanza Green, i suoi protagonisti, i suoi recenti ‘testimonial’, la svedese Greta Thunberg e l’americana Alexandria Ocasio-Cortez, e la ‘vera agenda economica’ che a suo dire sta dietro a tutto questo affaccendarsi. Incrociando altri post simili. Dubbi da respingere nell’emergenza in cui siamo proiettati? Complottismi? Accettiamo il rischio.

Più che complottista l’autore ci appare assai scettico. <Qualunque cosa si pensi dei pericoli della CO2 e del rischio che il riscaldamento climatico provochi la catastrofe globale di un aumento della temperatura da 1.5° a 2°, vale la pena di mettere in luce chi sta promuovendo l’attuale flusso di propaganda e di attivismo climatico>, conclude nella premessa. Dubitando però dei reali interessi di tali ‘benefattori’. Magari sbaglia. E tuttavia vedremo come tanto attivismo per ora non sembri produrre grandi effetti nel mitigare il cambiamento climatico in atto che allarma tanti giovani nel mondo. E non solo loro.

LA FINANZA GREEN. <I giganti della finanza hanno cominciato a individuare schemi su come convogliare centinaia di miliardi di futuri fondi in investimenti “green”- in società spesso prive di un valore“climatico”, aggiunge Engdahl – già da qualche anno, ben prima che Al Gore e altri decidessero di usare una giovane studentessa Svedese come manifesto di un’urgenza climatica e dell’appello di Alexandria Ocasio-Cortez per riorganizzare l’economia intorno a un Green New Deal>.

2013. La Climate Bonds Initiative, CBI ,charity creata a Londra. <Dopo anni di attenta preparazione una società immobiliare Svedese, Vasakronan, in marzo emette il primo corporate Green Bond – obbligazione verde – seguita da altri come Apple, SNFC (società delle ferrovie francesi) e Credit Agricole. In novembre Tesla Energy emette il primo derivato solare>.

Il sito della CBI è ancora più preciso. Scrive. <Il mercato dei green bonds parte nel 2007 con una emissione da parte di istituzioni multilaterali come BEI – Banca Europea degli Investimenti e Banca Mondiale. Ma decolla solo nel marzo 2013 dopo che il primo miliardo di dollari viene venduto a un’ora dall’emissione da parte dell’IFC- International Financial Corporation>. La svolta avviene in novembre con l’emissione dei bonds Vasakronan (di cui sopra). Seguita da SNFC, Apple, Credit Agricole ma anche Berlin Hyp (grande banca immobiliare tedesca), Engie (energetica francese), ICBC – Industrial and Commercial Bank of China. Si sottolinea come nel mercato dei green bonds siano entrati Stati e province americani, Città come Johannesburg, una provincia Argentina, governi locali vari e sempre più numerosi.  Il primo derivato solare emesso da Tesla Energy è stato seguito da altri derivati verdi, ad averne emessi più di tutti è Fannie Mae, la società federale americana di mutui a suo tempo coinvolta della crisi del 2008. All’iniziativa aderisce anche Borsa Italiana.

<Secondo Climate Bonds Initiative i più di $ 500 miliardi di green bonds di oggi sono considerevoli>. I creatori dell’idea dichiarano che il loro scopo è conquistare una grande quota dei $45 trilioni (45.000 miliardi) di assets gestiti globalmente indirizzandoli verso entità che si sono nominalmente impegnate a investire in “progetti climate friendly” >, scrive Engdahl.

<Pubblicamente impegnati in investimenti climatici e responsabili>, precisa CBI, secondo la quale i Greens Bonds possono aiutarli a soddisfare tali impegni>. La CBI enfatizza l’enorme domanda per queste obbligazioni verdi- che a differenza delle obbligazioni normali promettono un uso specifico dei proventi – le cui sottoscrizioni sono superiori alle emissioni. Ma chi sono i maggiori investitori?

A guardare gli esempi citati dalla stessa CBI, viene in realtà qualche dubbio: si parte infatti da megainvestitori istituzionali come State Street e BlackRock – due dei decisivi azionisti delle prime megabanche del mondo e partecipi in molte altre banche e aziende, il secondo è uno dei maggiori gestori globali di assets, pari a $7 trilioni; AXA e Aviva, due delle più grandi compagnie di assicurazioni globali e di gestione di fondi, Amundi che gestisce anche fondi pensione, controllata da Credit Agricole. E poi Mirova e Actiam, sempre gestori di assets, e la banca d’affari francese Natixis. In un’altra categoria troviamo Apple e Barclays, megabanca britannica. Quindi governativi come la Banca Centrale del Perù e il Tesoro della California. Infine vengono citate sottoscrizioni da parte di investitori al dettaglio (di risparmiatori) come International Finance Corporation, Tesla Energy  attraverso Incapital, investitore in prodotti a rischio, e la stessa Banca Mondiale che si avvale di Merril Lynch e Morgan Stanley.

Tutti folgorati dalla CO2 e convertiti al bene climatico dell’umanità?

2015. Ma torniamo a Engdalh, che racconta come a promuovere “strumenti finanziari verdi”, primi fra i quali i Green Bonds, siano stati il principe Carlo d’Inghilterra, futuro monarca [e noto ambientalista], la Bank of England, banca centrale britannica, e la City of London, il cuore della finanza globale. Con lo scopo di re-indirizzare i piani pensionistici e i fondi comuni di investimento verso progetti Green. Un ruolo chiave nel collegare le istituzioni finanziarie lo ebbe Mark Carney, che nel 2015 presiedeva il Financial Stability Board della BRI (la Banca dei Regolamenti Internazionali, BIS in inglese (bis.org, nota come “la Banca delle Banche Centrali”, che riferisce anche al G20) quando a dicembre 2015 proprio  il Financial Stability Board dette vita alla Task Force on Climate related Financial Disclosure  o TCFD, (qui in it) tradotto: Task Force per la ‘divulgazione’ finanziaria relativa al clima, per consigliare investitori, prestatori e assicurazioni sui rischi connessi al clima. <Un tema assai bizzarro per delle banche centrali>, osserva Engdahl.

Nel 2016 la TCFD, insieme alla City of London Corporation e al governo britannico hanno iniziato la Green Finance Initiative, per incanalare trilioni di dollari in investimenti ‘green’. E i banchieri centrali del Financial Stability Board hanno nominato le 31 persone della Task Force. Questa, presieduta da Michael Bloomberg, il multimiliardario fondatore dell’agenzia di notizie finanziarie e già sindaco Rep di New York, che oggi aspira a candidarsi per i Dem  alla presidenza Usa, comprende persone provenienti da JP Morgan, BlackRock, Barclays Bank, HSBC- la banca di Londra e Hong Kong più volte multata per riciclaggio di fondi neri e della droga – Swiss Re,  assicurazioni seconde al mondo, Tata Steel (mega gruppo Indiano), Dow Chemical, ENI Oil (la nostra ENI), il gigante minerario BHP Billington e David Blood della Al Gore’s Generation Investment LLC.

Nel luglio 2019. Carney, oggi governatore della Bank of England, è stato anche un attore chiave nello spingere la City di Londra nel cuore della finanza green. Il Cancelliere dello Scacchiere uscente Philip Hammond ha pubblicato un Libro Bianco intitolato ‘Strategia della Finanza Verde: trasformare la Finanza per un Futuro Verde’ in cui sottolinea che “una delle più influenti iniziative emergenti è il settore privato (?) del Financial Stability Board, la Task Force per la divulgazione Finanziaria collegata al Clima [la TCFD di cui sopra] sostenuta da Mark Carney e presieduta da Michael Bloomberg. Questa – aggiunge – è appoggiata da istituzioni che rappresentano $118 trilioni di assets globalmente”.

<Sembra esserci un piano >, osserva a questo punto Engdahl. Secondo lui si tratterebbe di <un piano per la ‘finanziarizzazione’ dell’intera economia mondiale usando la paura e lo scenario di una fine del mondo per raggiungere scopi – a suo dire arbitrari – come “l’emissione zero dei gas serra”>. E’ davvero così? Ne discuteremo alla fine.

Certo, il sostegno alla Task Force -TCFD da parte di ben 898 organizzazioni, quasi raddoppiato nel 2019 dopo l’One Planet Summit di New York del settembre 2018, è significativo ma anche sintomatico. Scorrendo il lunghissimo elenco spiccano tutte le megabanche e i megainvestitori istituzionali (i BlackRock, State Street, più Vanguard e Fidelity ), ancora banche, banche d’affari e gestori di assets di molti paesi- compresa la China Assets Management – e assicurazioni, fondi pensione privati, servizi finanziari, più un gran numero di corporations, compagnie aeree, società petrolifere, di automotive, informatica, energia e gas, acciao (anche Arcelor Mittal); presente il settore pubblico, con autorità di controllo e governi. Molto USA, Europa e Giappone ma anche Cina. Per l’Italia: Intesa SanPaolo, Borsa italiana, Leonardo, Snam.

Engdahl a questo punto sottolinea il ruolo chiave di Goldman Sachs – Carney come del resto Draghi sono ex Goldman- la megabanca più politica e controversa – che ha appena pubblicato il primo Global Index delle principali azioni ambientali, elaborato con il CDP- già Carbon Disclosure Project, tra i cui finanziatori compaiono JPMorgan, HSBC, Merril Linch,Bank of America, Goldman Sachs, State Street – i soliti, insomma.

<Il nuovo indice chiamato CDP Environment EW e CDP Europa EW, ha lo scopo di attrarre fondi di investimento e sistemi pensionistici statali e indurli ad investire in società scelte accuratamente. Fra le compagnie incluse nell’Indice troviamo Alphabet che possiede Google, Microsoft, ING Group, Philips, Danone … e ovviamente Goldman Sachs>.

Precisamo che il Carbon Disclosure Project, Ong basata a Londra – tanto er cambiare – era nato nel 2010, aveva iniziato chiedendo alle maggiori aziende del mondo di condividere informazioni sulle loro emissioni di CO2 e delle azioni intraprese per gestirle, l’82% aveva risposto, ma il progetto che mirava a creare incentivi finanziari era stato molto criticato e non era poi decollato. Ha quindi cambiato strada.

GRETA e ALEXANDRIA. <A questo punto entrano in scena gli attivisti del clima, la 16enne svedese Greta Thunberg e la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez che lancia il Green New Deal. Per quanto possano entrambe essere sincere, dietro a loro c’è una ben oliata macchina finanziaria e mediatica che le promuove>, afferma Engdahl.

E’ il “fenomeno Greta”, andata a parlare al recente Summit sul Clima dell’ONU dopo che le mobilitazioni globali suscitate dal suo Friday for Future hanno riempito le piazze di milioni – letteralmente – di giovani e giovanissimi in ogni angolo del pianeta. Cronologia delle proteste, eventi, numeri, adesioni nel puntuale School Strike for the Climate di Wikipedia.

Engdahl però non ne accenna. Racconta invece come la giovane svedese faccia parte di un network ben strutturato collegato all’organizzazione di Al Gore – il candidato Dem alla presidenza Usa nel 2000, sconfitto da Bush – da anni attivo finanziariamente in campo ambientale, presidente del Generation Investment Group LLC. Il suo partner David Blood, ex Goldman anche lui, è un membro della Task Force TCFD di cui sopra creata dalla Banca Internazionale dei Regolamenti . <Greta e il suo amico del clima, il 17enne Jaime Margolin, sono entrambi “giovani consiglieri speciali e membri del consiglio di amministrazione “della Ong Svedese We don’t have time fondata dal suo direttore esecutivo Ingmar Rentzhog.  Il quale è membro del Climate Reality Organization Leaders di Al Gore e fa parte dell’European Climate Policy Task Force. Venne addestrato da Al Gore nel marzo 2017 e a Berlino nel giugno 2018. We don’t have time è partner del Climate Reality Project di Al Gore> (con tutte queste organizzazioni c’è da perdersi).

Il nostro autore ricorda questi legami di Greta, rimandando ai post della canadese Cory Morningstar, citati a lungo dal blog italiano Valigia Blu ma per criticarli purendendosela col Messaggero, raro foglio italiano non di destra  (come la Verità, ripreso da Dagospia, molto più fazioso, e Libero, anche recentemente) ad aver dato spazio ai dubbi sulla ‘spontaneità’ del fenomeno Greta davanti al clamore mediatico suscitato. “Quelle connessionipur reali, ammetteValigia Blu – sarebbero la prova che dietro il fenomeno Greta ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie a una narrazione catastrofista secondo la quale ‘non abbiamo tempo’, la catastrofe umanitaria è imminente. Ma è vermente così?” Si chiede. E risponde di no, bollando i critici di complottismo.

Aggiungiamo che altri post come quello di Tony Cartalucci, sul controverso NEO (vedi sopra) ma solitamente attendibile, punta il dito sui sostenitori e finanziatori di Fridays for Future : oltre ad Amnesty, Greenpeace,WWF – ovvii – vi sarebbe 350.org, a sua volta supportata da 200 diverse fondazioni fra le quali spicca la Oak Foundation dietro la quale si muoverebbero l’immancabile George Soros con la sua Open Society Foundation e soprattutto la NED, la National Endowment for Democracy, organismo americano di soft power nato nel 1983 per promuovere la democrazia all’estero, in effetti implicata nelle varie ‘rivoluzioni colorate’ made by US.

Il post racconta anche come il Climate Resistance Handbook , manuale volto a consigliare agli attivisti climatici come organizzarsi, prefazione di Greta, pubblicato da 350.org citi esplicitamente come esempio a cui rifarsi la Serbia, dove protagonista delle rivolte fu il movimento Otpor, ampiamente finanziato dagli USA), come ha riconosciuto lo stesso New York Times (linkato).

Complottismi? Engdahl passa ora alla Ocasio-Cortez che, <appena entrata al Congresso – è la più giovane parlamentare – ha subito fatto scalpore rivelando il progetto di un Green New Deal per riorganizzare completamente l’economia degli US al costo forse di $100 trilioni. Lei stessa ha ammesso in un’intervista che deve tutto a due organizzazioni Dem, Justice Democrats e Brand New Congress che le hanno chiesto di candidarsi. Ora tra i suoi consiglieri c’è il co-fondatore di Justice Democrats, Zack Exley, già membro della Open Society Fondation (Soros) che insieme alla Ford Fundation ha assicurato i fondi per l’organismo volto a reclutare nuovi parlamentari.

LA VERA AGENDA E’ECONOMICA, secondo Engdahl, che aggiunge altri retroscena. <Nel Febbraio 2019, dopo il discorso di Greta alla Commissione Europea a Bruxelles, l’allora presidente Jean Claude Junker dopo aver galantemente baciato la mano alla giovane attivista, ha detto in conferenza stampa che l’UE dovrebbe spendere centinaia di miliardi di euro per combattere il cambiamento climatico nei prossimi dieci anni. Tra il 2021 e il 2027, ha proposto, “ogni 4 euro spesi nel budget UE devono mitigare il climate change. Quel che Junker non ha detto è che la decisione non ha niente a che vedere con la causa di Greta.. E’ stata presa insieme alla Banca Mondiale un anno prima, nel settembre 2018, al One Planet Summit, insieme a World Economic Forum, Bloomberg Foundations, e altri. Junker ha solo sfruttato l’attenzione mediatica verso la giovane Svedese per promuovere l’agenda climatica>.

<Il 17 Ottobre 2018, pochi giorni dopo l’adesione UE al One Planet Summit, Junker ha firmato un Memorandum of Understanding con Breakthrough Energy-Europe i cui membri avranno accesso preferenziale a ogni finanziamento. Tali membri comprendono Richard Branson di Virgin, Jack Ma di Alibaba, Marck Zuckerberg di Facebook, il Principe Al-Waleed bin Talal, imprenditore multimiliardario della famiglia reale saudita, il fondatore del Carlyle Group David Rubenstein, Bill Gates, George Soros, qui in veste di finanziere, presidente del Soros Fund Management LLC, Masayoshi Son, fondatore della Softbank giapponese>.

Gates il 17 ottobre scorso ha incontrato l’alta rappresentante europea Federica Mogherini per discutere piani comuni di sviluppo umano – e digitale – in Africa. L’UE e Gates hanno anche firmato un impegno congiunto per investire $100 milioni in società europee che si dedicano a contrastare il cambiamento climatico, vedi qui.

UE. Aggiungiamo recenti notizie dall’UE.

BEI. “La Banca Europea degli Investimenti diventa la prima Banca Climatica”, raccontava il Financial Times il 15 novembre scorso. Dopo 11 ore di discussione, ha deciso di cancellare ogni investimento in combustibili fossili, compreso il gas, entro il 2021 (Germania a favore, Ungheria e Polonia contrari). La BEI diventa così il primo prestatore multilaterale al mondo a limitare investimenti in base a preoccupazioni climatiche.

Budget. Sul tavolo la proposta di €168.3 miliardi per il 2020, +1.3%. Alcuni Stati membri vogliono tagliare €1.5 miliardi, tagliando anche i salari. Europarlamentari chiedono invece di aumentare il budget di €2.7 miliardi da spendere per il clima e la ricerca.

BCE. La nuova presidente Christine Lagarde rispondendo all’Europarlamento ha fatto capire il suo orientamento (qui l’articolo di Business Insider e qui il Rapporto collegato) sulla “transizione ecologica”. Ne emerge un gran cautela ma una volontà precisa.

“La discussione sul se come le banche centrali e i supervisori possano contribuire a mitigare il cambiamento climatico è ai primi passi, ma deve essere considerata una priorità”, afferma Lagarde. La BCE – aggiunge – “si è concentrata sul sostegno dei partecipanti al mercato, dei legislatori e di coloro che definiscono gli standard per identificare i rischi del climate change e fornire uno schema per riorientare i flussi finanziari”.

Finora nel suo programma di acquisti di asset la Banca si è rifatta al principio di neutralità del mercato, senza penalizzare o favorire assets specifici. Tuttavia la Commissione si sta muovendo per arrivare a una definizione e cassificazione di Assets Green, la cosiddetta Tassonomia. La BCE sostiene queste iniziative (…). Appena tale tassonomia verrà concordata dovrà decidere se e come applicarla al suo programma di acquisti di assets.

Per quanto riguarda i green bonds, la cautela aumenta. <Questo segmento costituisce per ora una piccola porzione dell’universo degli assets finanziari>. Inoltre – come si è detto- <la classificazione degli assets green è a uno stadio preliminare>. I bonds verdi detenuti dalla Bce <sono oggi una piccola quantità>.

La BCE partecipa al Network di Banche Centrali e Supervisori (NGFS) volto a rendere più verde il sistema finanziario – l’unico forum del genere al mondo mirante a <capire e governare rischi finanziari e opportunità del climate change, e mobilitare la finanza mainstream per sostenere la transizione verso un’economia sostenibile>. Interessante la provenienza dei presidenti dei tre gruppi che lavorano su tre aspetti: Supervisione, presieduto da Bank of China; Macrofinanza, presieduto da Bank of England; Finanza Green Mainstream, presieduto dalla tedesca Bundesbank.

COSA DEDURRE? Engdahl non ha dubbi. <I legami fra i maggiori gruppi finanziari del mondo, le banche centrali e le corporations globali e l’attuale spinta verso una radicale strategia climatica volta ad abbandonare i combustibili fossili in favore di una vaga e non spiegata Economia Verde, a quanto sembra, ha poco a che vedere con una preoccupazione genuina di rendere il pianeta pulito e l’ambiente salutare e vivibile. Appare piuttosto un’agenda intimamente collegata all’Agenda ONU 2030 per un’economia ‘sostenibile’, e per sviluppare letteralmente trilioni di dollari in nuova ricchezza per le banche globali e i giganti finanziari che costituiscono i reali poteri di oggi>.

<Non sbagliate – insiste più avanti – Quando le più influenti corporations multinazionali, i maggiori investitori istituzionali come BlackRock e Goldman Sachs, l’ONU, la Banca Mondiale, la Bank of England e altre banche centrali della Banca dei Regolamenti Internazionali si allineano dietro il finanziamento di una tale Agenda Verde, la chiamino Green New Deal o in altro modo, è tempo di guardare dietro la superficie delle campagne di attivisti e osservare la ‘vera agenda’. Il quadro che emerge è il tentativo di riorganizzazione finanziaria dell’economia mondiale, usando il clima – una cosa con cui il sole e la sua energia hanno ordini di grandezza più attinenti con l’umanità da sempre – per convincere noi, popolo qualunque a fare sacrifici non specificati per ‘salvare il nostro pianeta’>.

GLI OPPOSITORI. E’proprio così? Hanno ragione allora i grandi oppositori , i think tank libertari anti-stato, i mega industriali dell’energia fossile come Charles Koch e l ‘American Fuel e Petrochemical Manufactures, sostenitori di Trump, che fanno lobby per indebolire gli standard dei carburanti delle auto, una delle politiche climatiche di Obama, e per contrastare gli scienzati del clima, come raccontava il New York Times?

Ben altro e ben di più sostengono in realtà i pensatori della destra trumpiana. Come la Heritage Foundation, che arriva a parlare di Climate Change Industrial Complex – in analogia con il Military Industrial Complex – per irridere il catastrofismo del cambiamento climatico (che non si spinge al punto di negare) alimentato da scienziati (migliaia nel mondo, in realtà) che sarebbero pagati per alimentare un’imminene Apocalisse – andrebbero licenziati – e per denunciare la quantità di denaro pubblico speso in ricerca e in interventi pubblici che starebbero già costando ogni anno ai contribuenti americani il doppio del progetto Apollo, il tutto all’unico scopo di eliminare i combustibili fossili – mentre il clima peggiora. Da notare che la Heritage si guarda bene dal citare banche e finanza. Colpevole è lo Stato.

Posizioni riscontrabili fra i nostri “negazionisti“, commentatori italiani della destra leghista e non solo, che prendono in giro Greta e i giovani nelle piazze, mettendo talvolta in dubbio persino il cambiamento climatico.

Engdahl non sta certo da quella parte, per quanto lo si accusi di cospirazionismo. Sembra voler solo aprirci gli occhi.

Ma azzardiamo un’altra ipotesi, un po’ diversa: che cavalcando l’onda di reali preoccupazioni dei cittadini per il clima che muta, l’obiettivo di finanza e corporations sia rilanciare il sistema economico globale, che tanti economisti vedono languire e sull’orlo di nuove crisi (la stessa OCSE prevede una non-crescita globale nel 2020, con un arretramento di Cina e anche di USA e UE, poco meglio nel 2021). Rilanciarlo, ma perpetuando e anzi rafforzando e dilatando il proprio dominio sul mondo, anziché riformare il sistema rendendolo sia ecologicamente che socialmente sostenibile, diminuendo le disuguaglianze: obiettivo raggiungibile soltanto sottoponendo a nuove regole la finanza, come suggeriscono economisti liberal, poco ascoltati, come James K. Galbraith in The Unsustainability of Inequality, l’Ineguaglianza insostenibile (vedi anche Underblog).

Una proposta molto simile la avanza in Europa la Commissione Indipendente per l’Uguaglianza Sostenibile di cui sono copresidenti il danese P.Rasmussen e la greca L.Katseli, in un documento presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018, redatto da una trentina di esperti europei di cui fanno parte Fabrizio Barca e Enrico Giovannini. Un’iniziativa promossa dall’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo.

IL TRATTATO SUL CLIMA NON FUNZIONA. Lo denunciano intanto vari osservatori e ricercatori, in un articolo riportato dal sito inglese Truepublica.org.uk : <Tre nazioni su quattro che hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015 per contenere il riscaldamento globale “ben sotto i 2° entro la fine del secolo hanno fallito nel promuovere impegni che dovrebbero ridurre le emissioni [di CO2] almeno del 40% entro il 2030>.

A Parigi nel 2015 un totale di 195 paesi hanno convenuto che quell’azione era vitale (link). Da allora solo 36 paesi hanno fatto qualche passo per raggiungere gli obiettivi sui quali concordavano, secondo un nuovo studio dell’Universal Ecological Fund (link). E una nazione ha annunciato che si ritirerà del tutto da quell’accordo (gli USA). “Finora gli impegni si sono rivelati troppo piccoli e troppo tardivi” sostiene uno degli esperti citati.

Il report Proceedings of the National Academy of Sciences (link) esamina l’impatto futuro nell’ipotesi che tutte le nazioni onorino gli impegni. Le conclusioni non sono confortanti. I ricercatori concordano che <le emissioni globali di gas serra da Parigi al 2030 sarebbero sufficienti per vedere innalzato il livello del mare di 20 cm>. Ma aggiungono un allarme peggiore a lungo termine.  Scrivono: <20 cm sono tanti, corrispondono all’aumento del livello del mare osservato nell’intero XX secolo. Provocarlo in soli 15 anni è sbalorditivo>. Non solo. Quello che si verifica oggi ha conseguenze che si prolungano nel tempo. <Secondo un nuovo studio americano-tedesco, se pure le nazioni onorassero i loro impegni entro il 2030, i livelli del mare del globo continuerebbero a salire e a restare più alti per migliaia di anni>. Consolante.

<Che l’Accordo di Parigi fosse sostenuto da impegni insufficienti a contenere un aumento della temperatura globale di 1.5° del resto era chiaro fin dall’inizio, gli scienziati avevano avvisato che se non fossero aumentati il riscaldamento sarebbe salito a lungo termine di 3°sopra la media>.

NUOVI ALLARMI. E la situazione peggiora. Con nuovi allarmi che derivano dallo scioglimento del Permafrost (lo strato di ghiaccio che ricopre le terre artiche, e non solo) finora sottostimato. L’articolo ne spiega le conseguenze. Poi prosegue:

<Cina e India si erano impegnate a ridurre le loro emissioni relativamente al loro PIL, ma poiché le loro economie continuano a crescere, anche le emissioni crescono>.

<La Cina è responsabile di oltre il 26% delle emissioni globali di gas serra, l’India del 7%, gli USA, che contribuiscono per il 13%, si ritireranno dall’Accordo di Parigi nel 2020 e hanno già annullato molte leggi sul clima. La Russia, responsabile per il 4.6% di tutto il CO2 non ha sottoscritto impegni. Le 28 nazioni UE e altre 7 – le più virtuose – hanno promesso riduzioni del 40% entro il 2040.

<Dei restanti 152 paesi, responsabili di oltre il 36%, 127 hanno sottoscritto piani ma hanno bisogno di assistenza tecnica e finanziamenti dalle nazioni ricche per metterli in pratica. Ma USA e Australia hanno stoppato ogni fondo>.

Circa il 70% delle emissioni derivano dai combustibili fossili, in particolare il carbone – che produce il doppio di CO2 del gas: un’azione di successo richiederebbe la chiusura di 2400 centrali elettriche che utilizzano il carbone. Nella realtà 250 nuove centrali a carbone sono oggi in costruzione, molte delle quali in Cina, dove il carbone è la prima fonte energetica – come in India e in misura minore in Polonia, Rep Ceca e persino in Germania. Quelle centrali andrebbero riconvertite, ma i costi sono alti. Solo gli USA lo hanno fatto, ma per puntare sullo shale gas e lo shale oil, altrettanto nocivi all’ambiente per il metano emesso e per altri motivi.

<Il messaggio è che i governi stanno facendo troppo poco, e troppo lentamente, innescando orribili future conseguenze>, conclude l’articolo.

E tuttavia, se l’attivismo interessato di banche, corporations e stati, al di là dei loro poco altruistici fini, portasse comunque a migliorare la situazione innescando una svolta, non sarebbe in ogni caso un passo avanti? Il condizionale è d’obbligo.

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Pompeo ad Atene: la Grecia sarà una Piccola Potenza Nato in funzione anti-Russia?

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L’Italia è stata solo un antipasto, per Mike Pompeo. Il piatto forte del suo viaggio oltre Atlantico è la Grecia, buona ultima dopo le tappe balcaniche in Montenegro e Nord Macedonia dove il tema era la Nato: il primo vi è appena entrato, la seconda vi si accinge . Ma è ad Atene che lo attendeva la trattativa più delicata e cruciale, peraltro già avviata.

Secondo un report esclusivo pubblicato sul sito Rizospastis.gr la settimana scorsa, nell’ambito di un Accordo di Mutua Cooperazione di Difesa Grecia USA- Greece-USA Mutual Defense Cooperation Agreement – i due paesi hanno concordato di espandere ed aumentare le installazioni militari americane nel Mediterraneo. Un progetto che segue il recente annuncio da parte dell’ambasciatore americano in Grecia Geoffrey Pyatt dell’intenzione degli US di “privatizzare” Alessandropoli, piccolo porto collocato in una posizione strategica, nella Macedonia greca al confine con la Turchia e in prossimità dello stretto di Dardanelli. Facendone in pratica una base Usa, primo passo verso una escalation geopolitica volta a creare un corridoio Nato greco-centrico.

Tutto questo viene raccontato da Paul Antonopoulos, direttore del Multipolarity Research Center, in due interessanti post di settembre sul non meno interessante infobrics.org, sito di analisi e notizie sui cinque paesi BRICS.

Gli Usa mirano insomma a tirare la Grecia, tradizionale rivale della Turchia, più decisamente dalla loro parte in una fase in cui Ankara continua a sfidare la Nato rafforzando i suoi rapporti con la Russia – vedi il recente acquisto degli S-400 – e ponendosi nel novero dei molti paesi della regione non ostili per non dire vicini all’Iran, a partire da Qatar e Pakistan, con cui la Turchia ha un accordo di cooperazione militare.

“Una nuova alleanza fra Qatar,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita” scriveva il sito russo RT, ma sulla scorta di post di Middle East Eye e di AsiaTimes. Sulla stessa lunghezza d’onda l’americanissimo Antlantic Council : vedi Underblog del 19 luglio scorso.

Le relazioni fra Turchia e Stati Uniti per molti anni ottime negli ultimi anni si sono infatti sempre più deteriorate a causa della questione curda, come ammette un recente articolo di Foreign Affairs citato da Underblog. Ovvero a causa del supporto americano dato all’YPG, estensione siriana del PKK del Curdistan che Ankara, e ipocritamente gli Stessi US, considerano un’organizzazione terroristica. Ciò ha spinto la Turchia verso la Russia, il maggior avversario della Nato di cui pure Ankara continua a far parte. Per ora.

Al contrario la Grecia nei confronti della Nato è stata spesso poco obbediente, in particolare durante la guerra nella ex Jugoslavia . Antonopoulos entra nel merito e cita tutti i casi, che qui tralasciamo.

Non solo. La Grecia è l’unico paese europeo dove la Russia è ben vista dalla grande maggioranza della popolazione: il 63% secondo un sondaggio Pew. Al contrario della Turchia. Mosca negli anni scorsi non ha approfittato di tale favore da parte dei cittadini e degli apparati politici, militari e di intelligence, mediando per esempio nei crescenti contrasti fra Atene e Ankara. Come Antonopoulos nel primo post supponeva potesse fare di fronte alle profferte americane verso la Grecia. Un’occasione perduta.

La Turchia d’altra parte viola quotidianamente lo spazio aereo e marittimo greco; minaccia continuamente di invadere la metà di Cipro; Erdogan si è scagliato recentemente contro isole greche; ha rimosso dalla mappa online della regione l’isoletta di Kastellorizo per reclamare la sovranità della Turchia sulle riserve di petrolio e gas dell’area; e minaccia spesso di inondare la Grecia di profughi e migranti illegali.

Nei confronti della Turchia la Grecia può insomma dire di avere un problema di sicurezza, ignorato sia da Washington sia da Mosca. Ed è a questo problema che farà appello il governo di Kyriakos Mitsotakis, esponente della destra uscita vincitrice nelle ultime elezioni, disponibile ad aprire alle proposte di Washington alle quali il precedente governo Syriza aveva resistito.

Il Segretario alla Difesa americano Mark Esper ha da poco presentato al Congresso una lista di 127 progetti per espandere, rinnovare e costruire nuove infrastrutture militarie basi Usa all’estero, molte delle quali in Grecia.

Questo suggerisce che gli Stati Uniti stanno rafforzando la Grecia come mezzo per bloccare la Russia nel Mar Nero, dove Mosca possiede il suo unico porto libero da ghiacci – Sebastopoli, in Crimea – che non ha nessunissima intenzione di lasciare . Con il peggioramento dei rapporti fra US e Turchia, che controlla lo stretto che collega il Mar Nero al Mar Egeo/Mediterraneo, gli US ora puntano a coinvolgere la Grecia nel Piano B di contenimento della Russia nel Mar Nero, ce ne fosse mai bisogno.

La Grecia, oltre a una storica esperienza nella navigazione fra le miriadi di isole e isolette è seconda tra i paesi Nato nella spesa militare in rapporto al Pil, il che la rende già una Piccola Potenza nel Mediterraneo dell’Est e nella regione Balcanica. Ha infatti una forza aerea e navale formidabile, superiore a quella della Turchia e forse sufficiente a bloccare la Russia con l’assistenza Usa in una ipotetica situazione di necessità.

Malgrado la sua opinione pubblica favorevole nei confronti della Russia il governo greco non solo tollera i piani americani ma li incoraggia – scrive Antonopoulos. E nel suo storico sforzo di assicurarsi una sicurezza nei confronti delle minacce turche sta diventando anche una Piccola Potenza che può essere armata contro la Russia.

Tuttavia al momento non ci sono prove che il nuovo governo Greco sia anti-Russo, o che sarebbe disposto ad appoggiare una aggressione americana nei confronti di Mosca malgrado una maggiore presenza militare Usa in Grecia, che Atene vede in primo luogo in funzione anti Turchia. Mentre Washington guarda ovviamente anche alla Russia.

Di tutto ciò è presumibile che Pompeo abbia anche discusso, magari cautamente per ora, ad Atene.

http://infobrics.org/post/29373/ Will the US use Greece to block Russia in the Black Sea? 18/9

http://infobrics.org/post/29394/ Is Greece Becoming A Weaponized Anti-Russian Small Power? 27/9

https://www.state.gov/u-s-relations-with-greece/ Dipartimento di Stato sulle relazioni US-Grecia

https://www.reuters.com/article/us-usa-greece-pompeo-mitsotakis/greek-pm-asks-pompeo-for-us-help-to-calm-turkish-offshore-tensions-idUSKCN1WK04I

https://www.facebook.com/notes/underblog/perch%C3%A9-contro-liran-una-guerra-convenzionale-trump-non-la-pu%C3%B2-lanciare/2286277178108324/ Underblog citato, 19/7

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Il vero Goldfinger, che liberò i ricchi. Da Bretton Woods a Moneyland, il via alle disuguaglianze che per J.Galbraith solo il…

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Non c’è partito ormai che non punti il dito sulle disuguaglianze crescenti, particolarmente vistose in Italia. In realtà un fenomeno globale, e in crescita: basti dire che nel 2016 i 62 individui più ricchi del mondo possedevano la stessa quantità di ricchezze della metà meno abbiente della popolazione del mondo e che nel 2018 il numero di quei super ricchi è sceso a 42: le loro fortune sono aumentate del 12%, di $2.5 miliardi al giorno, mentre la metà più povera dell’umanità ha visto la sua quota diminuire dell’1%. L’1% più abbiente continua a possedere quanto il 99% della popolazione mondiale ( Vedi qui e qui).

Sono dati che non suscitano quasi più stupore. Che i ricchi del mondo continuino ad arricchirsi e le masse più povere a impoverirsi sembra ormai un fenomeno irreversibile e inarrestabile.

La rabbia è un’altra cosa, quella anzi cresce, generando sensi di impotenza e frustrazione, e svolte a destra. I politici anche ormai a livello europeo, se ne preoccupano e oggi propongono misure a riduzione dei gap, redditi di cittadinanza, salari minimi, assistenza, mentre il welfare si restringe: a impoverirsi sono infatti anche gli Stati.

Poco si parla delle conseguenze, ma soprattutto delle cause all’origine di quei fenomeni.

Lo ha fatto Oliver Bullogh, collaboratore del Guardian e autore di libri non proprio benevoli nei confronti della piega presa dal capitalismo, in un articolo di qualche mese fa che parte proprio dalle disuguaglianze crescenti per risalire alle origini di tutta la faccenda, che individua nel collasso di Bretton Woods, o meglio nel passaggio dal sistema regolato di Bretton Woods fondato sul gold exchange standard a Moneyland, il mercato libero del denaro e l’offshore banking, ovvero quella globalizzazione della finanza e della circolazione transfrontaliera dei capitali esentasse o quasi che sta inglobando tutto. Salvo produrre crisi e vacillare, malgrado gli aiuti pubblici.

Un racconto sommario ma incisivo che coincide tuttavia con l’analisi – recentissima e ovviamente ben più circostanziata – dell’economista liberal James Galbraith, la cui conclusione è che l’ineguaglianza fra gli Stati e all’interno di essi può essere rovesciata solo attraverso un controllo della finanza globale, un compito arduo che spetta alla politica.

Partiamo dalla prima. Bullogh non ne parla in termini puramente economici. <La ricchezza sempre più concentrata in poche mani conferisce un sempre maggiore controllo della politica e dei media. Paesi che erano democrazie diventano plutocrazie, oligarchie, cleptocrazie>. <Non è sempre stato così>, scrive. <Negli anni dopo la seconda guerra mondiale la tendenza era opposta: i poveri diventavano più ricchi, eravamo tutti più uguali [l’uguaglianza era del resto un valore, quanto meno a sinistra e dintorni, aggiungiamo].

Per capire come e perché tutto questo è cambiato è necessario guardare indietro verso la fine della seconda Guerra Mondiale quando, in un resort del New Hampshire, un gruppo di economisti era riunito per mettere in sicurezza il futuro delle società [occidentali]>.Bullogh spiega come il loro sogno fallì e come la brillante idea di un banchiere di Londra spezzò il sistema. Liberando i ricchi e impoverendo gli altri, compresi gli Stati. La narrazione sintetizza, semplifica rifacendosi addirittura a romanzi, ma risulta efficace. Rivelando aspetti non scontati e stabilendo collegamenti inediti o per lo meno poco esplorati.

NEL RESORT DEL NEW HAMPSHIRE. <Negli anni dopo la Prima Guerra mondiale il denaro circolava fra i paesi a volontà, destabilizzando valute ed economie alla ricerca del profitto. Molti ricchi si arricchirono ancora di più, anche quando economie fallirono [Crisi del ‘29 e Grande Depressione dei ’30 sono implicite]. Il caos portò all’elezione di governi estremisti in Germania e altrove, a svalutazioni competitive, guerre tariffarie, e alla fine agli orrori del Secondo Conflitto>.

<Gli alleati volevano impedire che tutto ciò si ripetesse. Così nel resort di Bretton Woods,New Hampshire, nel 1944 economisti di diversi paesi [tra i quali John Maynard Keynes] negoziarono i dettagli di un’architettura economica che fermasse – per sempre – i flussi di denaro incontrollati. Questo, speravano, avrebbe trattenuto i governi dall’usare i commerci come arma per sopraffare i vicini e avrebbe creato un sistema stabile, capace di assicurare pace e prosperità>.

Nel nuovo sistema tutte le valute sarebbero state agganciate con cambi fissi al dollaro, che a sua volta sarebbe stato ancorato all’oro, un’oncia del quale valeva $35 (circa $500 attuali). In altre parole il Tesoro Usa garantiva che se un governo straniero fosse arrivato con $35 avrebbe potuto comprare un’oncia di oro. Gli USA promisero di far sì che ciascun paese avesse abbastanza dollari per finanziare il commercio internazionale, e di mantenere sufficienti riserve d’oro per preservare il valore di quei dollari.

Per fare in modo che gli speculatori non cercassero di attaccare le valute dai cambi fissi, furono severamente limitati i flussi transfrontalieri di denaro. Il denaro avrebbe potuto muovere solo in forma di investimenti di lungo termine, non per speculazioni a breve contro valute o bond. A corollario del sistema, furono creati Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.

AGENTE 007 CONTRO GOLDFINGER. <Stranamente una delle migliori evocazioni di questo sistema del tempo andato è il romanzo di Jan Fleming da cui venne tratto il famoso film>, osserva Bullogh con una certa dose di ironia. E cita il dialogo tra James Bond e il funzionario della Bank of England che lo istruisce sulla sua missione come la miglior spiegazione di come funzionava quel sistema, che il “cattivo” della storia stava minacciando.

< L’oro e le valute che si appoggiano all’oro sono i fondamenti del nostro sistema creditizio internazionale – spiega il funzionario. Il problema è che la Banca è preparata a pagare 1000 sterline per un lingotto, il che equivale ai $35 l’oncia, il prezzo che si paga in America. Mentre in India, dove è alta la domanda di gioielli, quell’oro vale il 70% in più. Non sorprende che contrabbandare oro dal paese e rivenderlo altrove sia altamente redditizio>.

Ed è quel che fa quel furfante di Auric Goldfinger, rastrella gioielli e chincaglierie in Gran Bretagna, li fonde in piatti da attaccare alla sua Rolls Royce che porta in Svizzera, e da lì l’oro reintegrato vola in India. Il criminale non solo minaccia la valuta e l’economia britannica ma i suoi profitti possono essere utilizzati per finanziare comunisti o altri miscredenti.

Goldfinger è segretamente diventato l’uomo più ricco della Gran Bretagna, possiede 5 milioni di sterline in lingotti custoditi nei forzieri di una banca nelle Bahamas. Va fermato.Commenta l’autore: <Per i nostri standard Goldfinger non faceva niente di male, tranne forse evadere un po’ di tasse. Comprava oro a un prezzo che la gente si aspettava di pagare, lo rivendeva in un altro mercato dove altra gente era preparata a pagarlo di più. Era il suo denaro. E il suo oro. Dov’è il problema? Lubrificava gli ingranaggi del commercio, collocando capitale dove rendeva di più.

L’ORDINE DI BRETTON WOODS <Non era questo il modo in cui il sistema Bretton Woods funzionava>. E questo è il vero punto della faccenda. <Il funzionario della Banca d’Inghilterra non considerava il proprietario del denaro l’unica persona con qualcosa da dire su cosa sarebbe capitato a quei soldi. Secondo quelle regole, elaborate attentamente, le nazioni che creavano e garantivano il valore del denaro avevano anche loro dei diritti su quel denaro. I diritti dei proprietari erano limitati nell’interesse di tutti gli altri.

A Bretton Woods gli alleati, preoccupati dal ripetersi degli orrori della depressione e del secondo conflitto, avevano deciso che, nei commerci internazionali, i diritti della società battevano quelli dei proprietari del denaro>.Condizioni difficili da immaginare per chiunque abbia fatto esperienza del mondo dagli anni ’80 in poi, tanto diverso è oggi il sistema. Col denaro che fluisce senza soste tra paesi, cercando opportunità in Cina, Brasile, Russia, ovunque. Se una valuta è sopravalutata, gli investitori ne avvertono la debolezza e vi si avventano come squali intorno a una balena malata.

Queste ondate di capitali liquidi hanno una tale potenza che possono spazzare via i governi più forti. Gli attacchi speculativi contro euro, rublo, sterlina [e lira, aggiungiamo] nei decenni passati sarebbero stati impossibili col sistema Bretton Woods, disegnato proprio per impedirlo.Il sistema fu un successo: la crescita economica nelle società occidentali fu praticamente ininterrotta negli anni ’50 e 60 del secolo scorso, le società divennero più uguali, i governi fecero enormi progressi nella sanità pubblica e nelle infrastrutture. Tutto ciò non era gratis. C’erano da pagare tasse salate e i ricchi fremevano per muovere i loro averi altrove.

LA CITY DI LONDRA SI RIBELLA. Finché a protestare contro le tasse e il sistema sono i Beatles e i Rolling Stones – che nel 1972 si sposteranno in Francia per registrare un loro album, pazienza. Ben più pesanti, ovviamente sono le opinioni dei banchieri. Come Rowland Baring, della dinastia dei banchieri Barings, conte di Cromer e governatore di Bank of England dal 1961 al 1966. “Il controllo sui cambi contravviene ai diritti dei cittadini”, scrive al governo nel 1963. “Per questo lo considero eticamente sbagliato”>.

Un punto di vista decisamente liberista.Il vero motivo era che le restrizioni dell’odiato sistema stavano uccidendo la City di Londra. “Era come guidare un’auto potente alla velocità di 20 miglia all’ora, lamentava un banchiere.“Le banche erano come anestetizzate “. Seguono battute sui banchieri che quasi si giravano i pollici. Oggi è difficile immaginare che la City una volta stesse quasi per morire come centro finanziario. Ma negli anni ’50 e persino nei 60’ della swinging London non era certo al top delle conversazioni.

I BUCHI DEL SISTEMA .Quando Jan Fleming pubblica Goldfinger nel 1959, nel sistema si era già manifestato qualche buco. Non tutti i governi avevano piena fiducia nella capacità degli USA di onorare i loro impegno a usare il dollaro come moneta internazionale sopra le parti. Non avevano tutti i torti.Washington negli anni dopo la guerra aveva sequestrato le riserve d’oro della Jugoslavia. E i paesi dell’Est, turbati e preoccupati, avevano preso l’abitudine di tenere i loro dollari nelle banche europee invece che a New York.Non diversamente, quando nel ’56 Gran Bretagna e Francia tentarono di riguadagnare il controllo del canale di Suez, Washington che disapprovava congelò il loro accesso ai dollari e segnò la fine dell’iniziativa. <Non proprio i comportamenti di un arbitro imparziale>, osserva Bullogh.

E LE FURBIZIE DELLA CITY : GLI EURODOLLARI. La Gran Bretagna a quel tempo passava da una crisi all’altra. Nel 1957 alzò i tassi di interesse e impedì alle banche di usare la sterlina per finanziare il commercio per tenere alto il valore della moneta nazionale.Le banche della City che non potevano più utilizzare la sterlina cominciarono a usare i dollari, ottenendoli dall’Unione Sovietica, che li teneva a Londra e Parigi per non diventare vulnerabile alle pressioni americane.

Era anche conveniente: I limiti che esistevano negli Usa sui tassi di interesse per i prestiti in dollari, a Londra non c’erano.I banchieri chiamarono questi dollari ‘eurodollari’. Un mercato che dette un po’ di fiato alla City nei tardi anni ’50. Ma il grosso dei bond continuava a essere trattato a New York. Un fatto che infastidiva la City. Dopo tutto le compagnie che prendevano a prestito erano europee, ma le commissioni venivano incassate da banche Americane.

IL VERO GOLDFINGER. <Un banchiere in particolare non era disposto a tollerare questa situazione, scrive Bullogh e ne fa il nome: Sigmund Warburg, dipingendolo come un tedesco estraneo al mondo della City. E un nuovo arrivato nella comunità bancaria londinese effettivamente Sigmund Warburg lo era. “Un dannato straniero, un ebreo tedesco”, dirà di sé stesso, come scrive il Telegraph in occasione dei 20 anni della sua morte. Ironizzando sul <rifugiato diventato banchiere globale > anzi, “il nuovo genere di banchiere globale adatto ai tempi moderni” secondo il capo della Banca Mondiale, e accreditandolo come inventore degli Eurobond.

Estraneo per modo di dire. Sigmund Warburg è infatti un rampollo della celebre, antica famiglia tedesco-americana di banchieri, ebrei di origine germanica ma addirittura di discendenza Veneziana – i Del Banco, emigrati da Venezia nel 16° secolo – fondatori nel 1798 di una delle più antiche banche di investimento, due di loro negli Usa nei primi del ‘900, attraverso matrimoni e intrecci familiari avevano stretti legami con altre prominenti famiglie ebraiche attive nella finanza (i Shiff, i Khun, i Loeb) fra Usa e Germania, e nella politica (Otto, botanico, presiede la Zionist Organization nel 1911, Paul nel 1913 è l’ispiratore e uno dei fondatori della Federal Reserve di cui diventa vice governatore, Max nel 1919 partecipa alla Conferenza di Versailles e poi siede nel board della German Reichbank, la banca centrale tedesca e in quello del colosso chimico IG Farben).

Sigmund Warburg prima della Seconda Guerra Mondiale avrebbe lavorato alla Z Organization, il ramo segreto dell’MI6, in contatto dalla Svizzera con H. Jalmar Schacht, a quel tempo presidente della banca centrale tedesca, ma nel 1934 è costretto a fuggire a Londra dove nel 1946 fonda la S.G.Warburg che negli anni diventerà una delle prime banche di investimento della City, con varie vicende e alleanze prima di confluire nel 1995 nella Svizzera UBS, ma è anche partner della merchant bank americana Kuhn-Loeb&Co.

Fermamente convinto che l’integrazione finanziaria dell’Europa fosse un passo ineludibile per lo sviluppo dell’economia europea, è coinvolto in vari movimenti e organismi europeisti, compreso il Bilderberg dove troneggiano i Rockfeller . Tutt’altro che un povero rifugiato ebreo tedesco, insomma.Strano che Bullogh non ne accenni. Ma torniamo a noi.

L’IDEA GENIALE. Nel 1962 Sigmund Warburg apprende da un amico alla Banca Mondiale che qualcosa come $3 miliardi (di allora!!) circolano fuori dagli USA – disponibili qua e là, pronti per essere utilizzati. Negli anni ’20 in Germania è stato banchiere e ricorda bene come combinare accordi per bond in valuta straniera. Perché i suoi uomini non dovrebbero saper fare di nuovo qualcosa di simile? Fino a quel momento se una società voleva prendere a prestito dollari doveva farlo a New York. Warburg però sapeva bene dove poter trovare parti significative di quei $3 miliardi: in Svizzera.

Almeno dagli anni ’20 gli Svizzeri erano attivi nell’accumulare contanti e asset per conto di stranieri che volevano evitare controlli, e tasse. Nei primi anni 60’ forse il 5% di tutto il denaro in Europa giaceva sotto i materassi di acciaio Svizzeri.Per la City l’idea era una grande tentazione. C’era tutto quel denaro in giro, inerte, era quello di cui avevano bisogno per ricominciare a vendere bond.

Come immaginava Warburg, se fosse stato in grado di arrivare a quel denaro, impacchettarlo e prestarlo sarebbe stato nel business. Sicuramente avrebbe poi persuaso le persone che pagavano i banchieri svizzeri soltanto per tenere lì i loro soldi, che comprando i suoi bond avrebbero avuto anche un reddito. E sicuramente avrebbe convinto le società europee che prendendo a prestito da lui avrebbero evitato le alte tariffe chieste a New York.Era una grande idea. Ma c’era un problema. Secondo le regole vigenti era impossibile per Warburg muovere quel denaro dalla Svizzera via Londra ai clienti che volevano prenderlo a prestito. Eppure, mobilitando i suoi uomini migliori, anche a quell’impasse venne trovata una soluzione.

IL PRIMO EUROBOND E’ DELL’ITALIANA AUTOSTRADE. <Cominciarono a lavorarci nel 1962, anno cruciale per molti aspetti: la Beatlesmania, la crisi di Cuba , le parole di Kennedy a Berlino divisa dal muro. L’ emissione di questi nuovi bond -che vennero chiamati Eurobonds sulla scia degli Eurodollari – fu condotta da Ian Fraser, un eroe di guerra scozzese poi giornalista poi finito in banca. Insieme a un collega trovarono il sistema per aggirare tassi e controlli. A fare da cavia , guarda a caso, fu l’Italia, attraverso l’IRI (presieduto da Giuseppe Petrilli, democristiano fanfaniano]:il primo Eurobond fu infatti emesso da Autostrade, che con quel prestito di $15milioni costruì l’Autostrada del Sole. Era il luglio 1963.

I bond sarebbero stati formalmente emessi all’aeroporto di Schiphol, in Olanda, evitando così la tassa del 4% prevista per i bond emessi in Gran Bretagna. Dopo di che, per evitare una seconda tassa sull’interesse, Fraser fece in modo che questo fosse pagato in Lussemburgo. Persuase poi la Borsa di Londra a mettere in lista i bond malgrado non fossero stati emessi né riscattati in GB e rassicurò le banche centrali di Francia, Olanda, Svezia, Danimarca e Regno Unito, preoccupate dell’impatto degli eurobond sui controlli delle valute. L’ultimo artificio fu fingere che la società che prendeva a prestito fosse Autostrade mentre in realtà era l’IRI, evidentemente compiacente.

INVESTITORI DUBBI.Gli eurobond inventati da Fraser erano in sostanza bond con un buon interesse, praticamente esentasse, riscattabili in cash dovunque. Magici. Chi forniva i soldi da prestare all’IRI, via Autostrade? “I maggiori compratori di questi bond erano individui, di solito dell’Est Europa ma anche dell’America Latina interessati ad tenere parte dei loro averi in un formato mobile, così da poterli portare con sé in una valigetta in caso di ‘fughe’ improvvise”, racconterà Fraser.

“E c’era ancora un’emigrazione di ebrei centro-europei sopravvissuti verso Israele e l’occidente, e la normale migrazione di dittatori sudamericani”. Tutti soldi nascosti in Svizzera. Una bella clientela, non c’è che dire. Più tardi si disse che i quattro quinti in realtà erano semplicemente degli evasori fiscali, professionisti o altro che portavano una parte dei loro guadagni in Lussemburgo o a Ginevra e accolsero con favore questo nuovo investimento.

MONEYLAND . Nel cinquantenario del primo Eurobond di Autostrade, Vito Lops sul Sole24Ore ricorda l’avvenimento come “un esempio di evoluzione finanziaria “,“l’inizio della globalizzazione della finanza e della circolazione transfrontaliera dei capitali”.

Bullogh la vede un po’ diversamente, o meglio, guarda l’altra faccia della medaglia:<Gli eurobond liberarono la ricchezza e furono il primo passo verso la creazione di quel paese virtuale dei ricchi che chiamo Moneyland>, scrive.

Moneyland comprende la finanza offshore ma è uno spazio molto più vasto in quanto protegge ogni aspetto della vita di una persona ricca, non solo il suo denaro, da ogni genere di accertamento. La stessa dinamica che ha consentito a Fraser di evadere i controlli per i suoi clienti induce le sue controparti moderne a trovare strade per evitare ai più ricchi del mondo controlli dei visti, resoconti giornalistici, responsabilità legali e molto altro.

Moneyland è un luogo virtuale in cui se sei abbastanza ricco, chiunque tu sia e da qualsiasi parte arrivi il tuo denaro, la legge a te non si applica >. <E’ questo lo sporco segreto al cuore della rinascita della City, l’inizio del processo che ha condotto alla stratosferica ineguaglianza di oggi. E’ stato reso possibile anche dalle moderne comunicazioni – telegramma, telefono, telex, fax, email e ha consentito ai più ricchi del mondo di sottrarsi alla responsabilità della cittadinanza>.

IL CROLLO DI BRETTON WOODS. Il primo Eurobond del luglio ’63 valeva $15 milioni, nella seconda metà di quell’anno se ne vendettero per $35milioni. L’anno dopo il mercato si allargò a $510 milioni, nel 1967 superò il $1 miliardo, eccetera eccetera.Il risultato fu il crollo del sistema creato a Bretton Woods. Sempre più dollari fuggivano offshore, dove evitavano regole e tasse imposte dal governo Usa. Ma erano sempre dollari, e 35 dollari corrispondevano ancora a un’oncia di oro.

Qui Bullough accenna al meccanismo per cui i dollari – il denaro in generale invero – si vanno moltiplicando: se depositi un dollaro in banca, la banca lo usa come garanzia per il denaro che presta a qualcun altro, quindi ci sono già altri dollari in circolazione, i tuoi e quelli che qualcun altro ha preso a prestito. E se quell’altro lo mette in un’altra banca e quella banca lo presta, ci sono in giro ancora più dollari, e così via, man mano che i movimenti aumentano.<E poiché ciascuno di quei dollari nominalmente valeva una certa quantità d’oro, gli Usa avrebbero dovuto continuare a comprare sempre più oro per soddisfare la domanda potenziale. Usando altri dollari, quindi aumentando l’esistenza di dollari in circolazione, in una catena senza fine, finché il sistema sarebbe collassato sotto il peso del fatto che non aveva senso: non poteva coesistere con l’offshore>.

Il governo americano cercò di difendere il prezzo del dollaro/oro ma ogni restrizione che metteva ai movimenti di dollari rendeva più conveniente tenere i propri dollari a Londra, con la conseguenza di farne filtrare di più offshore, e di aumentare la pressione sul prezzo del dollaro/oro.E dove andavano i dollari, seguivano i banchieri.

Nella City di Londra dove le regole erano più lasche e i politici più accomodanti c’erano 11 filiali di banche Usa nel ’64, divennero 58 nel 1975. Né c’era modo per i controllori americani di far valere le loro regole per banche americane che operavano in Gran Bretagna.Washington finì per rassegnarsi all’inevitabile e rinunciò alla promessa di riscattare dollari contro oro a $35 l’oncia. [La fine della convertibilità in oro del dollaro viene annunciata da Nixon il 15 agosto 1971] . Fu il primo passo di un progressivo smantellamento di tutte le garanzie create a Bretton Woods.

DI CHI E’ LA MONETA?<La questione filosofica su chi realmente possiede la moneta, la persona che ha guadagnato il denaro o il paese che l’ha creato – aveva avuto una risposta [nei fatti]>, conclude Bullough.Se avevi denaro, grazie ai banchieri accomodanti di Londra, e della Svizzera, adesso potevi farne ciò che volevi, i governi non avrebbero potuto fermarti. Finché un paese tollerava l’offshore, come faceva la Gran Bretagna, i cui legami coi veri e propri paradisi fiscali come le isole del Canale eccetera sono sempre stati opachi, gli sforzi degli altri non arrivavano a niente. Se le regole si fermano ai confini di un paese ma il denaro può fluire dove desidera, i suoi proprietari possono superare in furbizia qualsiasi regolatore.

SVILUPPI. Gli sviluppi del sistema innescato da Warburg non si fermarono certo agli Eurobonds . Lo schema di base lo si poteva replicare senza fine. Identificare una linea di business che può produrre denaro per te e per i tuoi clienti; cercare nel mondo una giurisdizione con le regole giuste per quel business – Lichtenstein, Lussemburgo, Isole Cook, Jersey, Cayman ecc – e usarla come base nominale. Se non riesci a trovare la giurisdizione con le regole adatte, con minacce o lusinghe puoi indurne una a cambiare le sue norme per venirti incontro. Warburg stesso cominciò a farlo, spiegando alla Banca d’Inghilterra che se regole e tasse non fossero cambiate avrebbe portato la sua banca altrove, magari in Lussemburgo .Presto le regole cambiarono e le tasse, quelle sui bonds al portatore, furono abolite. La risposta del mondo era stata interamente prevedibile. Pian piano i paesi cominciarono ad inseguire i business persi offshore (come fecero gli USA abolendo le normative che le banche evadevano spostandosi a Londra ) rendendo il mondo on shore più simile al piratesco mondo off shore che i banchieri di Warburg avevano creato.

LA GLOBALIZZAZIONE LIBERISTA. E’ il trionfo del liberismo, del “lasciar fare al mercato”, di una libera circolazione di denaro, valute, merci, uomini senza più regole ( o con meno regole possibili) che a partire dai paesi industriali contagia tutti gli altri, esportata anche via FMI, BMI, e WTO. E’ la trasformazione del sistema economico in un grande casinò dove si scommette e si specula su tutto – tassi di cambio, tassi di interesse, petrolio e materie prime, fra frodi e scandali vari; dove proliferano i fondi-avvoltoio e poche mega banche si espandono a dismisura assorbendone altre, sempre più ricche e potenti grazie alla creazione di strumenti finanziari sofisticati e alle connivenze con la politica che acconsente a deregolamentazioni selvagge : a completare l’opera iniziata da Reagan è Bill Clinton negli anni ’90 (vedi Underblog su Clinton).

Moneyland appare così come la metafora di una globalizzazione finanziaria liberista forse inevitabile, una tendenza inarrestabile, malgrado le crisi cicliche che attraversavano il mondo. E malgrado le disuguaglianze crescenti raggiungano il picco proprio nel 2000. Ma chi se ne cura?Fino alla crisi del 2007-2008 che fa barcollare l’intero sistema.

Eppure nemmeno allora si mette mano a riforme in grado di correggere le distorsioni che di quel collasso erano responsabili. Si mettono toppe e le fondamenta restano fragili. Nemmeno la rete delle Banche Centrali occidentali che ha tamponato le falle dando vita a una sorta di “nuova Bretton Woods, ma segreta e privata” come la chiama lo storico dell’economia Adam Tooze nel suo articolo sulla storia segreta della crisi bancaria, sembra più in grado di garantire stabilità.I profeti di una prossima crisi ancor più grave si moltiplicano mentre gli squilibri economici e geopolitici si accentuano. L’oro torna ad essere accumulato dalle banche centrali, anche in funzione anti dollaro come moneta internazionale. Il governatore della Bank of England Mark Carney arriva a proporre di rimpiazzare il dollaro, “troppo dominante”, con criptomonete digitali – alle quali peraltro ben 70 banche centrali stanno già lavorando, scrive il Sole24Ore.

DISUGUAGLIANZE E FINANZA GLOBALE. Del sistema che scricchiola e rischia una catastrofe più grave del 2008 l’ineguaglianza è parte integrante. Non mera conseguenza socio politica da valutare in termini etici e politici, ma elemento centrale del sistema economico finanziario globale. E un buon indicatore, nel tempo, dell’instabilità finanziaria.

Lo sostiene l’economista liberal James Galbraith, figlio del John Kenneth Galbraith consigliere economico di Roosevelt e Kennedy in un articolo significativamente intitolato “The unsustainability of Inequality”.<Quando gli economisti parlano di politiche che impattano sulle diseguaglianze lo fanno all’interno della struttura del mercato del lavoro, locale, regionale o nazionale.… mentre è evidente che la prima causa dei cambiamenti delle varie forme di disuguaglianze risiede negli sviluppi transnazionali, non nelle condizioni locali>.

L’evidenza nasce dalla disamina lungo assi spaziali e temporali di dati che vanno oltre la semplice ricchezza delle famiglie. Un’analisi storica che mostra le fasi alterne delle disuguaglianze nel mondo e nei singoli paesi, dal crollo di Bretton Woods in poi, in coincidenza con crisi, bolle che scoppiano, prezzi delle materie prime e del petrolio, tassi interesse ecc.

<L’ineguaglianza nel tempo è stata ‘regolata’ dal comportamento della finanza globale… e’ quindi irriducibile, globale e macro-economica, al contrario di quel che amano pensare molti economisti. Considerazioni legate al mercato del lavoro sono secondarie e vengono via via cancellate dai movimenti di cui sopra>. E <L’unico modo per affrontare l’ineguaglianza con efficacia è mettere sotto controllo le forze dell’instabilità finanziaria, della servitù del debito e dell’austerità predatoria. Queste forze possono essere temperate da una regolamentazione finanziaria, funzione dei governi dei paesi ricchi e delle banche centrali.

Galbraith non si illude. Sa bene che <i regolatori sono soggetti ad essere catturati dalla grande finanza e i mandati delle banche centrali sono stati concepiti in un’era di politiche economiche nazionali>. Eppure insiste.<A livello degli Stati-nazione si possono certo attuare misure utili: alzare il salario minimo, rafforzare i sindacati, stabilire schemi di assicurazione sociale, costruire infrastrutture, provvedere beni pubblici [misure care alle forze “di sinistra” nostrane e non solo, oggi raccomandate persino a livello UE].

Ma <Il problema è che queste forme di progresso possono poi essere – e di solito sono – erose dalle crisi finanziarie e dalla seguente imposizione di una severa austerità>.La capacità di ridurre l’insostenibilità delle ineguaglianze dipende dall’isolamento delle pressioni finanziarie esterne. Per quanto possa essere difficile, il resto del mondo deve proteggersi dalle forze destabilizzanti della finanza globale.

Secondo Galbraith ciò è importante anche in vista di un altro obiettivo: la sostenibilità della vita umana sul pianeta. Una relativa stabilità finanziaria è infatti necessaria per avanzare verso un’economia verde che usa un’energia pulita .I partiti progressisti, dai Democrati americani ai vari socialdemocratici europei hanno di cui riflettere. Compreso il PD.

https://www.oxfam.org/en/pressroom/pressreleases/2019-01-18/billionaire-fortunes-grew-25-billion-day-last-year-poorest-sawhttps://

www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/22/disuguaglianze-oxfam-in-italia-l1-piu-ricco-ha-240-volte-il-20-piu-povero-e-il-divario-si-allarga/4107198/

https://www.theguardian.com/news/2018/sep/07/the-real-goldfinger-the-london-banker-who-broke-the-world

https://www.nepal24hours.com/the-unsustainability-of-inequality/

L’analisi di J. Galbraith. Originale qui: https://www.project-syndicate.org/onpoint/the-unsustainability-of-inequality-by-james-k–galbraith-2019-08?barrier=accesspayloghttps://

www.telegraph.co.uk/finance/2774234/Refugee-who-became-a-global-banker.html

https://st.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-07-01/anni-primo-eurobond-costrui-123720.shtml?uuid=AbRIdAAI Vito Lops.

Sulla storia dell’offshore banking e il ruolo di Londra snodo della finanza globale, vedi http://www.worldoffshorebanks.com/history-of-offshore-banking-does-it-really-have-a-future.php

https://www.lastampa.it/blogs/2016/05/22/news/la-saga-dei-clintons-ii-bill-i-new-dem-wall-street-e-le-premesse-della-crisi-br-1.37251670 UNDERBLOG

https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/the-secret-history-of-the-banking-crisis. Adam Tooze.

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Perché contro l’Iran una guerra convenzionale Trump non la può lanciare (ma continua a pattugliare il Golfo)

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22 giugno2019. Il presidente Trump in uno dei suoi tweet si vanta di aver sventato all’ultimo momento un attacco contro tre obiettivi iraniani, come rappresaglia al drone abbattuto da Theeran, e i misteriosi attacchi a due petroliere straniere nel Golfo Persico, che gli US avevano imputato all’Iran. Il mondo tira un sospiro di sollievo, un conflitto sembrava imminente. Molte compagnie aeree avevano già dato ordine di non volare sui cieli del Golfo. Su Twitter i bene informati sostengono che sia stato lo stesso Pentagono a bloccare iniziative belliciste inopportune. Sostenute dai falchi dell’amministrazione? Non è dato sapere. La verità è che una guerra convenzionale nei confronti dell’Iran gli Usa non se la potrebbero permettere. Questa almeno è la tesi di una lunga dettagliata analisi del prof Michel Chossudovsky su Global Research, il centro canadese di ricerche da lui fondato molti anni fa. Il professore è assai ostile agli US, ma sempre documentato.

“Nelle condizioni attuali un intervento come quello in Iraq che comporti forze di terra, d’aria e navali sarebbe impossibile in Iran – è la sintesi . Per diverse ragioni. L’egemonia degli Stati Uniti nel Medio Oriente si è estremamente indebolita, in conseguenza dell’evolversi della struttura delle alleanze militari. Gli US non sarebbero in grado di portare avanti un tale progetto”.

I temi di fondo sono due, ma è il secondo ad essere approfondito.

Le forze militari dell’Iran, ovvero la sua capacità (forze di terra, navali, aeree, di difesa) di resistere e rispondere. Le sue forze di terra, navali, aeree sono consistenti, ha un’industria bellica e sta per ricevere il potente sistema missilistico russo di difesa S-400. Con 534.000 persone attive tra esercito, marina e aeronautica e il corpo speciale delle Guardie Islamiche Rivoluzionarie (IRGC) è considerato la ‘maggior potenza militare’ del Medio Oriente. In caso di attacco potrebbe colpire i siti militari US nel Golfo Persico.

L’evolversi della struttura delle alleanze militari (2003-2019, largamente a detrimento degli Stati Uniti. E’ il punto decisivo, su quale di solito poco si riflette. Diversi alleati tra i più fedeli ‘dormono con il nemico’.Paesi che confinano con l’Iran come il Pakistan e la Turchia hanno accordi di cooperazione militare con l’Iran. Ciò in sé esclude la possibilità di una guerra di terra, ma influenza la capacità di US e alleati di pianificare operazioni navali e aeree. Eppure fino a tempi recenti entrambe – la Turchia è un membro NATO di peso – erano tra i più fedeli alleati dell’America, di cui ospitano basi militari importanti.

Da un più vasto punto di vista militare, la Turchia coopera attivamente sia con l’Iran che con la Russia. Di più. Ankara ha appena acquisito il sistema di difesa missilistico S-400, stato dell’arte della Russia, ponendosi di fatto fuori dal sistema di difesa aereo integrato US-Nato-Israele. Tra luglio e agosto operatori del sistema verranno addestrati in Russia. Inoltre, in Siria US e Turchia combattono su fronti opposti. Secondo un recente articolo di Foreign Affairs – aggiungiamo – la questione curda è stata la prima causa della rottura fra i due paesi e dell’avvicinamento di Ankara alla Russia.

Non c’è bisogno di sottolineare che il Trattato di Organizzazione Nord Atlantica è in crisi. Lo stesso Chossudowsky approfondisce la questione in un successivo post del 13/ 7, arrivando a chiedersi se l’uscita della Turchia dalla Nato non sia imminente.Anche l’Iraq ha indicato che non collaborerà con gli US in caso di guerra contro l’Iran. Ancor più significativo il fatto che nessuno degli stati vicini all’Iran, dai suddetti Turchia e Pakistan ad Afghanistan, Iraq, Turkmenistan, Azerbaijan e Armenia consentirebbe a forze di terra americane e alleate di transitare sul loro territorio. Né coopererebbero con gli US in una guerra aerea.

L’Azerbajan, che durante la guerra fredda era un alleato degli US nonché membro della ‘partnership for peace’ della Nato, ha cambiato fronte. E lo scorso dicembre ha firmato un accordo di collaborazione militare e di intelligence con l’Iran, che a sua volta collabora anche con il Turkmenistan. L’alleanza post sovietica GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbajan, Moldavia) è virtualmente defunta.Quanto all’Afghanistan, con i Taliban che controllano la maggior parte del territorio, la situazione non favorisce certo un dispiegamento di forze di terra americane/alleate al confine con l’Iran.

In conclusione, la politica di aggiramento strategico nei confronti dell’Iran formulata alla vigila della guerra con l’Iraq (2003) non funziona più. L’Iran ha relazioni amichevoli con i paesi vicini un tempo sotto l’influenza americana.

In queste condizioni lanciare una guerra convenzionale di teatro con truppe di terra sarebbe un suicidio, conclude il nostro. Aggiungendo tuttavia che ciò non significa che una qualche forma di intervento diretto contro l’Iran non sia possibile. E non sia nei piani del Pentagono. Chossudovsky ne fa un elenco:

*varie forme di ‘guerra limitata’, es attacchi missilistici;*sostegno a gruppi terroristi paramilitari da parte di US/alleati;*cosiddette ‘bloody nose operations’, vale a dire forme di intervento preventivo, già prese seriamente in considerazione verso la Corea del Nord nel 2018;*destabilizzazione politica, ‘rivoluzioni colorate’;*attacchi false flag e minacce unilaterali;*guerra alettromagnetica e/o climatica (ENMOD);*cyberwarfare;*attacchi chimici o biologici;*sabotaggi, confische di asset finanziari, sanzioni economiche massicce.

[Queste ultime sono quelle che Trump ha già attuato e ha ulteriormente minacciato di estendere recentemente, dopo l’annuncio di Teheran di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio motivato dal blocco economico che ha colpito l’Iran dopo l’abbandono da parte degli US di Trump dell’accordo del 2015].

I quartier generali dell’US Central Command situati in territori diventati nemici. E’ la considerazione forse più grave nell’evoluzione della struttura militare americana. L’USCENTCOM è il Comando combattente a livello di teatro per tutte le operazioni nella più vasta regione del Medio Oriente, dall’Afghanistan al Nord Africa. E’il più importante Combat Command della struttura Unified Command. Ha condotto e coordinato i maggiori teatri di guerra in Medio Oriente dall’Afghanistan (2001) all’Iraq (2003) ed è anche convolto in Siria.In caso di guerra all’Iran le operazioni in M. O. sarebbero coordinate dal US Central Command nel quartier generale di Tampa, Florida in collegamento permanente con il quartier generale dell’CENTCOM, che si trova in Qatar.

Il punto chiave è questo.Dopo l’abbattimento del drone da parte di Teheran, a fine giugno scorso, quando Trump annunciò di aver bloccato l’imminente attacco all’Iran il CENTCOM confermò il dispiegamento degli F-22 stealth nella base di Al-Udeid, in Qatar ”in difesa delle forze e degli interessi americani” Ne ha parlato Michel Welch, sullo stesso Global Research il 30/6/2019).“La base è tecnicamente proprietà del Qatar e ospita i quartier generali dell’US Central Command. Con 11.000 militari americani, viene descritta come ‘una delle basi più durature e strategicamente posizionata del pianeta’ (Washington Times). Ospita l’US Air Force’s 379th Air Expeditionary Wing, considerata ‘il più vitale commando aereo dell’America all’estero’ “.

Quello che i media e gli analisti militari dimenticano di far sapere – sottolinea Chossudovsky – è che il quartier generale avanzato per il Medio Oriente dell’US CENTCOM presso la base militare di al-Udeid vicino a Doha di fatto “si trova in territorio nemico”. Come si è arrivati a tanto?

Il progetto di Trump era dar vita a una Middle East Strategic Alliance (MESA), una sorta di ‘NATO Araba’ sotto la supervisione saudita, che avrebbe compreso Egitto e Giordania insieme ai membri del Gulf Cooperation Counci [l’alleanza fra i paesi del Golfo – Arabia Saudita, UAE, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman – che data dal 1981 ma fra vari disaccordi non è riuscita a crescere a più livelli come si proponeva].La dichiarazione di Riyad, il 21 maggio 2017, alla fine dello storico summit con Trump nella capitale saudita, annunciava la costituzione della MESA – senza il Qatar, ma mantenendo intatto il GCC – per contrastare l’egemonia dell’Iran.

Due giorni dopo, scatta un embargo verso il Qatar.L’Arabia Saudita blocca il suo confine terrestre col Qatar, accusato di sostenere il terrorismo e di collaborare con Theheran. E insieme a Emirati (UAE) e Bahrein dà vita a un embargo aereo e navale verso Doha.

E però il Qatar, apparentemente isolato, trova subito nuovi amici nella Turchia e nell’Oman, il sultanato che insieme all’Iran controlla lo stretto di Hormutz. Turchia, Iran e Pakistan [che è alleato della Cina] accrescono i commerci col paese, grazie ad accordi bilaterali. Ankara stabilisce anche una presenza militare in Qatar, ricevendo in cambio investimenti per $20 miliardi [il Qatar non lesina denari agli amici]. “Oggi il paese brulica di uomini d’affari iraniani, personale ed esperti dell’industria petrolifera, per non menzionare la presenza di russi e cinesi, scrive Chossudovski.

Da quel maggio 2107 il Qatar diventa un convinto alleato sia dell’Iran che della Turchia – che è anche alleata dell’Iran ed è sempre più vicina alla Russia – pur non avendo nessun accordo militare ‘ufficiale’ con Teheran. Notare che Qatar e Iran condividono la proprietà del giacimento marittimo di gas naturale più grande al mondo.E Russia, Iran e Qatar messi insieme possiedono oltre la metà delle riserve di gas conosciute.

[Lo ricordava fra l’altro una approfondita analisi sul sito russo RT.com del marzo scorso che, sulla scorta di interessanti recenti post di Asia Times e Middle East Eye esordiva: “Una nuova alleanza fra Qatar ,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita . La conseguenza di otto anni di guerra in Siria hanno modificato le dinamiche regionali in un modo certamente mai immaginato dagli Stati Uniti e dai loro alleati”].

Interpretazione Russa? Affatto. Che il Qatar sia ormai un solido alleato di Iran e Turchia, lo conferma l’Atlantic Council, think tank vicino a Pentagono e Nato. Chossudovsky ne cita anche alcune frasi:“ Il 15 giugno il presidente Rouhani ha sottolineato che rafforzare i rapporti con il Qatar è un’alta priorità per i politici iraniani. All’Emiro qatariota ha detto che ‘stabilità e sicurezza nei paesi della regione sono interconnesse’. In cambio il capo di stato del Qatar ha affermato che Doha mira a una stretta alleanza con la Repubblica Islamica’” . L’evoluzione politica e militare della Turchia preoccupa molto l’occidente, come abbiamo visto sopra citando Foreign Affaris, la rivista del Council of Foreign Relations che lega l’allontanamento dagli US al problema dei Curdi.

Ma è tutta la strategia americana in Medio Oriente ad essere in crisi, come emerge dal nuovo viaggio di Trump a Riyad lo scorso aprile 2019. Ai Sauditi, pur indeboliti dall’affair Kashoggi, viene affidato il rilancio della MESA formulata nel 2017, a dispetto del fatto che tre membri del GCC – Qatar ma anche Kuwait e Oman sono ormai impegnati nel normalizzare i rapporti con l’Iran. In più l’Egitto del presidente al-Sisi decide di sfilarsi dalla proposta di una Nato Araba obiettando che “creerebbe tensioni con l’Iran”.

Insomma, se l’obiettivo US era creare un ‘blocco Arabo’ in funzione anti-Iran, il risultato è una tacita spaccatura dello stesso GCC e la creazione dell’asse Iran Turchia Qatar di cui sopra, con Ankara alleata dell’Iran e sempre più vicina alla Russia e il Pakistan, alleato della Cina, diventato il maggior partner del Qatar. L’Oman neutrale come pure il Kuwait, che non è più allineato all’Arabia Saudita, pur mantenendo buoni rapporti con Washington, di cui ospita facilities militari. Trump ha finito per ritrovarsi con una ‘mezza MESA’ con Arabia Saudita, Bahrein e Giordania. Senza nemmeno l’Egitto, con Kuwait e Oman neutrali, e il Qatar in braccio al nemico.Secondo Chossudowsky il progetto della Nato Araba con supervisione Saudita contro l’Iran appare insomma definitivamente saltato, e la prospettiva di un intervento militare in Iran, impossibile.

Il tutto sembra avvenire molto sotto traccia. Il Pentagono ha in apparenza deciso di mantenere ufficialmente il quartier generale dell’US Central Command in Qatar, ma avrebbe intenzione ricollocare parte degli aerei, personale, e funzione di comando altrove. In Arabia Saudita? Probabilmente. Non è chiaro chi abbia ordinato l’embargo al Qatar, conclude Chossudowsky: a suo parere i Sauditi non l’avrebbero fatto senza l’avvallo di Washington.

Gli US poliziotti del Golfo, ma sempre più soli. E’ un altro capitolo, che aggiungiamo. L’egemonia US nella regione come si è visto risulta assai indebolita.In questa situazione anche il transito delle navi da guerra verso il quartier generale della V Flotta in Bahrein è potenzialmente minacciato. Per non dire delle operazioni navali nel Golfo. Lo stretto di Hormutz, ingresso nel Golfo Persico, è sotto il controllo del nemico Iran e del neutrale Sultanato di Oman.Trump appare isolato anche nella funzione di ‘vigilanza’ del traffico del petrolio dal Golfo Persico .

L’11 luglio scorso gli “US hanno annunciato che continueranno a vigilare, malgrado le proteste di Trump”. Così titolava il Financial Times. Proteste? Dopo i misteriosi attacchi alle due navi cisterna, una giapponese e una norvegese, attribuiti dagli US all’Iran (che ha recisamente negato), il presidente aveva chiesto agli alleati e ai paesi importatori di petrolio asiatici di contribuire alla sicurezza di una rotta cruciale per il greggio globale: un quinto del petrolio del mondo passa infatti dallo stretto di Hormutz.In un tweet Trump ha criticato Cina e Giappone e “molti altri paesi” per non contribuire abbastanza alla sicurezza delle forniture di petrolio.

Un appello che riecheggia quello da parte di presidente degli Stati maggiori US Joseph Dunford rivolto esplicitamente agli alleati Nato. Ma i paesi asiatici appaiono riluttanti a prendere una posizione ostile all’Iran, scriveva il FT, citando un professore di Harvard di turno, per il quale India, Corea del Sud e Giappone hanno meno probabilità di unirsi agli US di Sauditi, Emirati ed europei. Ma anche questi nicchiano. Gli europei avranno riserve ad aderire ufficialmente a una coalizione marittima US dopo che Trump si è ritirato dall’accordo nucleare con Theheran .

L’unico alleato collaborativo – aggiungiamo – è l’UK, che l’anno scorso ha aperto una base in Bahrein e ha navi che pattugliano lo stretto. E’ stato l’unico paese a spalleggiare gli US nelle accuse all’Iran alle petroliere e sostiene addirittura di aver respinto un tentativo iraniano di impedire il passaggio di una petroliera BP (per rappresaglia dopo il blocco inglese di una nave iraniana a Gibilterra, racconta un post di gulfnews.comdedicato al nuovo mistero di una petroliera scomparsa, aggiungendo che dopo le minacce iraniane a petroliere britanniche gli US prevede scorte navali.

D’altra parte gli US non possono rinunciare a fare i poliziotti del Golfo dove passa un quinto del traffico mondiale di petrolio. Il perché lo spiega un’analisi molto interessante su TomDispatch.com di Michael T. Klare, collaboratore abituale del sito, professore emerito dell’università dell’Hampshire, autore di vari testi. Al cuore dei conflitti in medio Oriente, inclusa la crisi con l’Iran– è la sua tesi – ci sono tre semplici lettere: oil, ovvero c’è da sempre il petrolio.

Il punto è politico. Per quanto gli US non dipendano più se non in minima parte dalle importazioni di petrolio, da quando il fracking assicura loro il 75% del fabbisogno (nel 2008 era il 35%), alleati chiave della Nato e rivali come la Cina tuttora continuano a dipendere dall’oil del Medio Oriente. E l’economia, mondiale, di cui l’America è la prima beneficiaria, è legata al flusso petrolifero ininterrotto dal Golfo persico, per tenere basso il prezzo.

Nonostante le accuse ai combustibili fossili di contribuire al cambiamento climatico, secondo l’ultimo report di BP il petrolio nel 2018 ha rappresentato ancora il 33,6% del consumo globale di energia, seguito dal 27.2% dal carbone, 23,9% del gas naturale, 6,8 energia idroelettrica, 4,4% nucleare e un misero 4% di rinnovabili.E il consumo di petrolio è previsto in salita. Due terzi del petrolio vengono ancora oggi consumati dai paesi industrializzati, ma nel 2040 secondo l’IEA le proporzioni sono destinate a ribaltarsi a vantaggio dei paesi emergenti non OCSE. La quota della regione Asia-Pacifico al 28% nel 2000, si prevede salirà al 44% grazie alla crescita di Cina, India e altri paesi asiatici.Da dove prenderanno il petrolio necessario? Gli esperti non hanno dubbi: si rivolgeranno all’unico luogo capace di soddisfare la loro richiesta. :il Golfo Persico.

Ci fermiamo qui. Ma è evidente che il controllo di questo traffico è strategicamente cruciale. Rinunciarvi per gli US significherebbe abdicare al loro ruolo egemonico, sia pure declinante.

Aggiunta interessante.La reazione all’indebolimento degli US in Medio Oriente, cominciata in Siria dove il regime change è clamorosamente fallito, passa per un piano di contenimento della Turchia da parte di Arabia, Emirati più Israele e Egitto che paradossalmente prevede fra l’altro una riabilitazione di al Assad in Siria (dove gli Emirati hanno appena riaperto l’ambasciata) , che verrebbe fatto entrare nella Lega Araba . Ma in cambio l’Egitto pretende che la Siria consideri nemici Turchia, Qatar e Fratellanza Musulmana. Guarda a caso sono gli stessi due fronti che in Libia sostengono da una parte il generale Haftar, dall’altra al Serraj. Per dire quanto sono intrecciati i fronti.A rivelare il piano è stato un report esclusivo di Middle East Eye che racconta un summit al quale ha partecipato il Mossad. Ci torneremo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2019/06/21/iran-da-trump-ok-attacchi-poi-lo-stop_ca67290f-4f36-4ada-a7f4-8a434b1acb5b.html

https://www.globalresearch.ca/a-major-conventional-war-against-iran-is-an-impossibility-crisis-within-the-us-command-structure/5682514 Prof Michel Chossudovsky , 8/7/ 2019

https://www.globalresearch.ca/shifting-alliances-is-turkey-now-officially-an-ally-of-russia-acquires-russias-s-400-exit-from-nato-imminent/5683458 stesso autore, 13/7

https://www.ft.com/content/22481dd8-a302-11e9-974c-ad1c6ab5efd1 11/7US will keep policing the Gulf despite Trump protests |President’s call for help in Hormuz Strait likely to be ignored by Asian countries.

https://af.reuters.com/article/worldNews/idAFKCN1U5118 10/7 Trump threatens to ‘substantially’ increase sanctions on Iran – Reuters

https://www.foreignaffairs.com/articles/turkey/2019-07-09/why-turkey-turned-its-back-united-states-and-embraced-russia Why Turkey turned its back on the Us and embraced Russia

http://www.tomdispatch.com/post/176584/tomgram%3A_michael_klare%2C_it%27s_always_the_oil/#moreThe Missing Three-Letter Word in the Iran Crisis. Oil’s Enduring Sway in U.S. Policy in the Middle East . By Michael T. Klare

https://www.rt.com/op-ed/454512-alliance-iran-qatar-turkey-saudi/ New Turkey-Iran-Qatar axis is rising in Middle East, and it has Saudi Arabia furious 22/3/19

https://cms.ati.ms/2018/01/americas-syrian-humiliation-worse-looks/ 26/1/2018

https://www.middleeasteye.net/news/revealed-how-gulf-states-hatched-plan-israel-rehabilitate-assad gennaio 2019

https://www.lettera43.it/petroliera-emirati-arabi-iran/ 17 lugliohttps://gulfnews.com/opinion/editorials/the-mystery-of-the-missing-tanker-1.65275294

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“Documenti contraffatti, rapidi e sicuri”. Li offre un sito, incredibilmente.

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“Vuoi un passaporto legalmente registrato, una patente, una carta d’identità, un visto, un documento di qualsiasi genere? Abbiamo tecnici con esperienza decennale, e vantiamo più di 20.000 nostri documenti in circolazione. Lavoriamo con funzionari governativi di molti paesi….”. Così esordisce uno dei commenti ricevuti da Underblog.it, peraltro ancora in costruzione, rinviando al sito harveyexpressdocuments.com. Come se fornire documenti falsi, sia pure “legali”grazie alla complicità di apparati istituzionali, fosse una cosa normalissima. Clienti privilegiati, a loro dire, coloro che “hanno urgente bisogno di documenti di viaggio o nuove identità”, migranti par di capire ma pure criminali e persino evasori o truffatori che possono ottenere false fatture.

Chi siamo? “Siamo una società di consulenza globale, un gruppo di persone esperte in tecnologie dell’informazione. Forniamo ai nostri clienti documenti di ogni genere. Possiamo garantire loro nuove identità così da renderli in grado di di cominciare una nuova vita in un paese migliore“. Le nostre macchine e stampanti della più alta qualità sono in grado di stampare ogni documento nei dettagli con facilità e di renderlo esattamente uguale a uno originale, legale. Fosse pure una securuty card o una credit card.

Precisazioni anche sui documenti forniti: passaport, registrati o men, per i nostri clienti in Europa e America; Visa , Green Card (ambita negli Usa, consente anche di lavorare); certificati IELTS (che attestano la padronanza dell’inglese) “senza aver dato l’esame e senza un alto livello di istruzione”, viene precisato; documenti di cittadinanza; e fatture: “l’alta qualità dei nostri servizi comprende fatture per conti in euro, dollari e sterline”. Il tutto illustrato dalll’immagine di un giovane in camicia bianca e cravatta che sfodera un rassicurante sorriso.

Il sito offre altri dettagli. “Lavoriamo in stretta collaborazione con alti funzionari della maggio parte dei paesi e questo ci dà credibiltà, potendo registrare tutti i tuoi documenti nel database del tuo paese”, viene spiegato, sempre in un inglese talvolta approssimativo. “Procuriamo documenti realmente registrati o non registrati. Lo facciamo per coloro che hanno urgente bisogno di documenti di viaggio o nuove identità. Seguono un indirizzo email a cui rivolgersi e due numeri di telefono whatsapp i cui prefissi, abbiamo verificato, fanno capo all’Azerbajan e al Camerun.

Quanto ai pagamenti “si paga da tutto il mondo con bonifici banca su banca, Western Union, Moneygram World Remit (i trasferimenti di fondi più usati dagli immigrati) e in Ria Money Transfer – una consociata di Euronet world wide inc (società basata in California che negli ultimi anni ha aperto una rete capillare di ATM anche in Italia) specializzata in rimesse di denaro che ha una rete di agenti e negozi di proprietà in Nord Africa, America Latina, Europa, Asia Pacifico, Africa e online. I documenti arrivano al richiedente via EMS, DHL, FEDEX (servizi postali privati che giungono perfino in Cina, in particolare EMS). Una vera e propria industria del falso.

Ce n’è a sufficienza per chiedersi: se non è una facciata che millanta servizi a scopo di intascare i pagamenti, organizzazioni del genere gettano una luce inquietante sullo stesso concetto di “legalità”, cardine delle nazioni “liberali”, nel suo significato più vasto. Come possono operare alla luce del sole (del web) senza che forze dell’ordine e magistratura se ne occupino?

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Le guerre economiche di Trump colpiscono l’UE insieme a Cuba, Iran Venezuela… Gli Europei meditano reazioni

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Il caso dell’Iran è solo l’ultimo salito alla ribalta della cronaca, con le nuove ulteriori sanzioni su ferro acciaio alluminio e rame varate dal presidente Trump. Poche ore prima il presidente della Repubblica Islamica Hassan Rouhani aveva annunciato che l’Iran ricomincerà ad arricchire l’uranio per fini militari se entro 60 giorni le diplomazie internazionali non interverranno per salvare l’accordo sul nucleare, o JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action, del 2015, dal quale gli Usa di Trump si sono ritirati giusto un anno fa. Un accordo raggiunto con i paesi del gruppo “5+1”, i cinque che hanno potere di veto nel Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Russia Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania. E l’Unione Europea. Formalmente riconosciuto anche dall’ONU.
Commenti preoccupati, immediati sul Financial Times, poi a ruota su vari media e siti, l’escalation americana potrebbe portare a un incidente in grado di scatenare una guerra regionale, che nessuno in realtà vorrebbe a parte i falchi Usa come Mike Pompeo e soprattutto John Bolton, il consigliere per la Sicurezza.
Il problema va oltre l’Iran e riguarda le guerre economiche di Trump che – insieme ai dazi e alle tariffe con cui colpisce a destra e a manca in un crescendo tale da farlo definire “dangerously addicted”(1), pericolosamente dipendente, da un commentatore non nemico come Ambrose Evans Pritchard – utilizza l’arma delle sanzioni in un gran numero di paesi compresi Cuba, Venezuela e Siria, Sudan, Nord Corea, più naturalmente Russia, eccetera. Sanzioni la cui legittimità è discussa, sicuramente illegali quando hanno una portata extraterritoriale, quando cioè l’effetto di leggi americane viene esteso a paesi terzi. Primi gli alleati europei.
Del resto “La logica dell’amministrazione americana è proprio quella di utilizzare il diritto per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti ed eliminare i concorrenti”, si osserva in vari post dell’IRIS, think tank francese molto impegnato su questo fronte (2). Utilizzare il diritto, forzarlo o scavalcarlo? Dipende.
L’Unione Europea scalpita e minaccia rappresaglie. Ma cosa può fare in concreto? Poco, come vedremo, stretta com’è tra la Nato, i Trattati e la supremazia del dollaro. Poco, soprattutto, se divisa al suo interno, con ogni paese preoccupato a difendere il suo orticello, e i paesi al confine est satelliti degli US. Il tema dei rapporti interni all’impero americano è attualissimo, Limes vi ha dedicato l’ultimo numero, vol4/2019 : Antieuropa, l’impero europeo dell’America(3)
Intanto diamo uno sguardo ai luoghi più caldi di questa guerra economica combattuta da Trump in nome dell’America First, dove “il Tesoro è ormai uno strumento di politica estera più potente del Pentagono, con tutte le sue portaerei e droni” (Patrick Cockburn, Counterpunch). Tesoro, il cui ‘comandante in capo’ en passant è Steven Mnuchin, ex Goldman Sachs.
CUBA. Dal 2 maggio scorso l’amministrazione americana può citare in giudizio le società straniere presenti a Cuba, applicando il titolo III di una legge del 1996 i cui effetti erano stati fino a oggi sospesi. La legge bipartisan Helms-Burton, di portata extraterritoriale promulgata sotto Bill Clinton consente infatti di perseguire imprese o persone che hanno investimenti, interessi legali o affari in corso di vario genere che si sospetta abbiano a che fare con beni nazionalizzati da Fidel Castro nel lontano 1959 (4)
In pratica le molte società canadesi ed europee –in primo luogo francesi e spagnole – impegnate a Cuba, saranno costrette ad andarsene per non essere sanzionate negli Usa. In ballo asset per un paio di miliardi di dollari, capitali di cui Cuba ha grande bisogno per ricostruirsi e rilanciarsi.
Francesi furibondi, Spagnoli a seguire. Trump “ha lanciato la più grande guerra economica contro l’Europa utilizzando Cuba come pretesto”, ha dichiarato un parlamentare transalpino.
La Francia ha già avuto occasione di assaggiare il carissimo prezzo delle ritorsioni americane nel 2014, quando BNP Paribas, una delle due maggiori banche francesi, fu multata per ben $9 miliardi per aver operato transazioni per conto di entità Cubane, Iraniane e Sudanesi nella lista nera degli US. La banca perse anche il diritto a cambiare valuta straniera in dollari per un intero anno. Lo racconta un post didascalico curato dal Council of Foreign Relationsvolto a dare qualche informazione nell’intricata materia sanzionatoria (5).
Come vedremo la dimensione extraterritoriale delle sanzioni americane va oltre il caso Cuba, che però resta un simbolo, nella strategia d Trump mirante ad annientare i residui paesi “socialisti” per riconquistare il predominio assoluto nell’America latina.
Nello stesso giorno in cui il Segretario di Stato Mike Pompeo annunciava la riattivazione del Titolo III venivano varate nuove misure restrittive nei confronti di Nicaragua e Venezuela, gli altri due componenti della “troika della tirannia. Prese di mira le banche centrali dei due paesi, oltre a interdizioni a varie personalità, e altro.
VENEZUELA. Forse memore del caso di BNP Paribas, Macron ha fatto recentemente marcia indietro sulle sanzioni al Venezuela. Nell’agosto 2018, aveva infatti annunciato che il successivo novembre non avrebbe aderito al prolungamento di un altro anno delle misure restrittive prese dall’UE nel 2017 su richiesta Usa. Un gesto di insubordinazione significativo, quello francese, molto apprezzato in quella parte del sud America che ancora resiste (6).
Se ne compiaceva un sito sudamericano citando BBC World: “I paesi hanno deciso le sanzioni al Venezuela per compiacere gli Usa”. La Francia in un primo tempo avrebbe tentato di proporsi come ‘facilitatore’ per stabilire un dialogo. Secondo ADN Radio dal Cile anche la Spagna si sarebbe detta contraria.
Era stato del resto lo stesso presidente Trump a chiedere all’UE di sanzionare il governo Maduro nel settembre 2017. In quanto parte di un piano su larga scala, ha spiegato il Segretario di Stato Mike Pompeo, ex direttore CIA, a una conferenza dell’American Enterprise Institute .
Le sanzioni comprendono un ampio ventaglio di divieti, il congelamento di beni di funzionari, a partire dal presidente, nonché la proibizione di fornire sostegno tecnico o finanziario al Venezuela. Secondo Maduro le misure adottate da US e UE impedirebbero al paese persino di approvvigionarsi di cibo e di medicine.
I boicottaggi sono arrivati al punto che Bank of England ha rifiutato di rimpatriare 14 tonnellate, valutate $570 milioni, delle riserve venezuelane che la banca centrale britannica detiene per un valore pari a $1.2 miliardi, su richiesta del presidente. Per evitare il riciclaggio, hanno spiegato dalla banca centrale inglese. Ma secondo il Timesil motivo vero era il timore di Maduro di nuove ulteriori misure. Solo negli ultimi giorni la tranche richiesta è stata sbloccata.
Fatto sta che Macron ha fatto marcia indietro. In cambio di qualcosa da parte di Trump probabilmente, magari in Libia. Ma a scapito della sua immagine di paese relativamente “indipendente”, secondo il sito latinoamericano.
IRAN. E’ ancora il Trump – chi altri sennò? – l’autore di nuove mosse aggressive che colpiscono anchel’Europa. Non solo ha aggiunto nuove sanzioni su ferro, acciaio, alluminio, rame ma ha anche cancellato le deroghe concesse ad otto paesi importatori di petrolio iraniano – tra i quali l’Italia e Grecia – che li esentavano temporaneamente dalle durissime sanzioni decise lo scorso novembre che avevano colpito società di navigazione ma soprattutto banche e petrolio. Deroghe dettate dal timore di destabilizzare il prezzo dell’oil, venuto meno dopo i recenti accordi con i Sauditi.
E’ l’ultimo atto – peraltro ormai ininfluente, di una aggressione che mira ad annientare ogni ripresa del paese ilquale, sotto sanzioni Usa dal 1979 , contava di risorgere dopo l’accordo del 2015. Quello dal quale Trump ha fatto carta straccia nel 2018, con grande soddisfazione di Israele, sodale dell’America di Trump, e dell’alleata Arabia Saudita. The Donald lo aveva promesso in campagna elettorale, attaccando a testa bassa Obama.
Da allora è stato un crescendo di ostilità: la Guardia Repubblicana di Teheran, un corpo di Stato, è stata dichiarata organizzazione terroristica e lo scorso 19 agosto, in occasione dell’anniversario del rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq da parte della CIA, il segretario di Stato Pompeo, che della CIA è stato capo tra il 2017 e il 2018, ha dato vita all’ Action Group for Regime Change in Iran (7)
Nel frattempo imprese europee e multinazionali (Daimler, Total, British Airways, Air France, banche varie ecc) sospendevano le loro relazioni commerciali col paese sottostando silenziosamente alle sanzioni nel timore di ritorsioni sul mercato americano, e non si capiva più che fine avrebbe fatto l’accordo.
Fino all’annuncio di Rouhani che ha di colpo alzato il livello dello scontro. E ha passato la palla passa agli altri firmatari. Compresa la UE.
Da Bruxelles nell’anno trascorso dal ritiro di Trump i segnali sono stati misti (8). Dure le parole. La Commissione è arrivata a invocare lo” statuto di blocco” una misura europea del 1996, mai utilizzata, che proteggerebbe le società dell’Unione dalle sanzioni extraterritoriali americane (lo vedremo).
Nessuna azione concreta però è stata intrapresa, tra rimandi ed equivoci. L’alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si è limitata a fare pressioni su Trump per assicurare esenzioni che consentissero ai paesi UE relazioni con l’Iran. Richieste ignorate da Washington. Né hanno ottenuto risultati gli umilianti viaggi alla Casa Bianca di Merkel e Macron, rimasti infatti su posizioni ambigue dopo il recente annuncio di Rouhani.
“Insieme confermiamo il nostro impegno all’JCPOA, un accordo importante per la nostra comune sicurezza” hanno dichiarato con la May qualche giorno fa. Chiedendo a tutte le parti in gioco di continuare a rispettare gli impegni sottoscritti. Ma guardandosi dal deprecare le mosse di Trump al di là di un vago ‘rincrescimento e preoccupazione’; e senza accennare alla ripresa di una normale attività diplomatica, economica, finanziaria e commerciale in Iran. Come se questa parte non fosse compresa negli accordi sottoscritti: come possono continuare ad essere validi se a rispettarli sono solo alcuni dei contraenti?
SANZIONI UE e USA. L’ESCALATON DI TRUMP. Le sanzioni non sono una novità. Ma fino al 1980 erano state adottate solo verso la Rodesia (1965), il Sud Africa dell’apartheid (1977), poi all’Iran (1979). In passato però si trattava per lo più di sanzioni dell’ONU, legittime, legali e globali in sé.
UE. Dagli anni 1990, con la fine della guerra fredda, le sanzioni sono diventate uno strumento di politica estera sempre più utilizzato (9). Da 6 sanzioni nel 1991 la UE è arrivata ad applicarne oggi circa 30, con varie motivazioni, persino a “sostegno della democrazia”.
Del resto la maggior parte sono adottate in tandem con gli USA, sebbene quelle europee siano solitamente più blande (verso la Siria e l’Ucraina per es colpiscono un numero minore di beni/organizzazioni, verso la Russia consentono di continuare i vecchi progetti, come in Nord Stream). Segno della scarsissima indipendenza dell’Unione in materia di politica estera, come vedremo .
USA. A d utilizzare l’arma delle sanzioni in modo sempre più massiccio dal crollo dell’URSS in poi sono gli Stati Uniti, che hanno via via trasformato questo strumento politico poco costoso e poco rischioso rispetto, a metà strada fra la diplomazia e la guerra economica. Non solo il numero delle sanzioni è infatti molto cresciuto ma è profondamente cambiata la loro ‘qualità’. Due le novità: le sanzioni finanziarie e quelle extraterritoriali. Spiega il post del Council of Foreign Relations citato sopra:
Immediatamente dopo l’11/9 – “di concerto con gli alleati – gli USA “hanno dato vita a una campagna concentrata sull’accesso al sistema finanziario globale – le banche internazionali. Il 23 settembre G.W. Bush con un ordine esecutivo assegna al Tesoro l’autorità di congelare beni e transazioni finanziarie di individui e altre entità sospettate di sostenere il terrorismo. Poco più tardi in base al Patriot Act lo stesso Bush Jr amplia i poteri del Tesoro che può indicare anche istituzioni o paesi come dediti al riciclaggio in base a semplici sospetti – non servono prove.
Nasce così l’OFAC- Office of Foreign Assets Control, dipartimento speciale del Tesoro che oggi amministra la maggior parte dei 26 programmi americani di sanzioni. Il Segretario di Stato può indicare un gruppo come ‘organizzazione terroristica’ o etichettare un paese come ‘sponsor del terrorismo’, e le misure scattano. L’OFAC di routine aggiorna la sua lista nera che conta oltre 6000 individui, società e gruppi i cui asset vengono bloccati e con le quali a persone e imprese americane, comprese le filiali straniere, è vietato fare transazioni.
Nel 2017 gli USA hanno deciso regimi di sanzioni onnicomprensive (verso paesi in quanto tali, anche questa è una relativa novità) nei confronti di Cuba, Iran, Sudan, Siria. Mentre il Congresso ha deciso e il presidente ha firmato – pur riluttante –precisa stranamente il CFR – sanzioni a Russia e Nord Corea e di nuovo all’Iran.
Una vera e propria escalation dell’amministrazione Trump, che sfrutta alla grande l’impostazione economica dell’arma sanzionatoria.
Una svolta che si era rivelata profonda. “Con questo approccio, che al contrario delle classiche misure del passato prende di mira il comportamento di istituzioni finanziarie, le decisioni politiche del governo non sono così persuasive quanto il calcolo basato sul rischio delle banche”, spiega nel suo libro l’alto funzionario dell’amministrazione Bush architetto di quel sistema (Juan Zarate, Treasury’s War, 2013).
“Gli esperti sostengono che queste misure hanno ridisegnato completamente l’ambiente normativo finanziario, alzando grandemente i rischi per le banche e altre istituzioni impegnate in attività sospette, anche senza volerlo. La centralità di New York e del dollaro per il sistema finanziario globale comporta che queste politiche Usa abbiano ripercussioni globali”. A sottolinearlo è lo stesso CFR.
Le penalità per violazioni possono essere gravi in termini di multe, perdita di affari, danni alla reputazione, aggiunge, ammettendo che “negli ultimi anni le autorità federali sono state particolarmente rigorose”. E a riprova inserisce nel post una tabella con tutte le banche penalizzate (francesi, tedesche, britanniche, svizzere, olandesi, lussemburghesi, giapponesi) e i milioni pagati dal 2010 al 2015. In testa BNP Paribas di cui sopra, la maggior multa -miliardaria – mai elargita.
Il caso di BNP e gli altri simili mettono in luce la seconda fondamentale novità: le sanzioni extraterritoriali, o secondarie, che non si limitano a vietare a cittadini e imprese del proprio paese che di fare affari con entità presenti in una lista nera, come nelle sanzioni tradizionali. Ma sono disegnate per limitare l’attività economica di governi, affaristi e cittadini di paesi terzi. “Così che molti governi le considerano una violazione della loro sovranità e del diritto internazionale”, osserva il CFR.
Vedi le sanzioni all’Iran e a Cuba, volte a isolare quei paesi e insieme a colpire gli Stati che commerciano con loro. “Gli Usa possono punire banche ovunque, perfino nei paesi dove l’Iran è forte come il Libano o l’Iraq” scrive Patrick Coburn(10). Convinto che in un’escalation del conflitto iraniano gli europei saranno spettatori.
Sanzioni e imposizione di dazi e tariffe si sovrappongono e si intrecciano nelle guerre economiche ingaggiate da Trump per rilanciare la centralità di un’America sempre meno influente in un mondo ormai multipolare. Esemplare il caso Huawei. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e manager dell’azienda, è bloccata da sei mesi Canada, dove è stata arrestata per presunta violazione delle sanzioni (americane!) all’Iran.
REAZIONI E MINACCE UE. In questo scenario paesi UE appaiono sempre più insoddisfatti e riottosi. La riattivazione del Titolo III della legge del 1996 su Cuba ha suscitato numerose reazioni in ambito UE e segnatamente in Francia. I 28 secondo l’IRIS minaccerebbero rappresaglie.
L’Unione sarebbe intenzionata a usare tutti i mezzi a disposizione. Si vagheggiano misure apparentemente fantasiose come trasferimenti in denaro elettronico capaci di sfuggire al sistema finanziario ufficiale (blockchain?) o deleghe alle banche centrali nazionali della funzione di intermediazione nel trading.(11)
Più concreto il ricorso all’WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dal momento che le sanzioni americane sarebbero illegali e contrarie al suo regolamento, rappresentando elementi di distorsione del commercio mondiale. Opinioni discordi. Secondo alcuni potrebbe portare a ripercussioni a catena, con pignoramenti in reciprocità di beni statunitensi nell’Unione, e addirittura aprire un varco a rivendicazioni da parte di società danneggiate dal blocco americano verso paesi terzi (12).
Altri (l’IRIS)obiettano che sarebbe probabilmente un’arma spuntata: gli americani potrebbero tranquillamente decidere di uscire da quell’istituzione ormai superata: dazi e tariffe minacciati e messi in atto dall’amministrazione Trump in modo sempre più aggressivo – c’è chi li considera alla pari di vere e proprie sanzioni – hanno ormai modificato il panorama di una globalizzazione governata da regole condivise.
Ritorsioni europee potrebbero arrivare al blocco di asset americani nel continente. Ma” si tratta di pura teoria”, convengono i ricercatori dell’IRIS. Le sanzioni americane hanno un effetto estremamente dissuasivo nella misura in cui nemmeno una impresa può infischiarsene di perdere il mercato americano. Tra un (piccolo) mercato cubano potenziale e l’immenso mercato Usa, la scelta è presto fatta. Se non cooperate è <no deal>. Il caso dell’Iran insegna.
A disposizione dell’UE vi sarebbe il cosiddetto “Statuto di blocco” nei confronti degli Usa previsto dal sistema sanzionatorio comunitario (13). Una normativa creata nel 1996 in parallelo alla legge americana Helms -Burton varata in occasione delle sanzioni a Cuba, che “spunterebbe ogni arma a Washington”, secondo l’IRIS. Una misura mai invocata finora, ma aggiornata proprio nel 2018. Per applicare questa come del resto le altre sanzioni- serve tuttavia una decisione del Consiglio europeo all’unanimità.
Lo prescrivono le regole del TFEU – trattato che applica il TEU, Trattato dell’Unione Europea che ha aggiornato quello di Maastricht – che prevedono una doppia procedura: un voto a maggioranza per la parte economica delle sanzioni, e uno unanime per quel che riguarda la politica estera. Come nei desiderata dell’alleato di Oltreatlantico.
I VINCOLI DELLA POLITICA ESTERA UE – Un articolo recente di Thierry Meyssan (14) su Voltairenet intitolato “L’Unione Europea costretta a prendere parte alle guerre Usa” – che ho linkato su Twitter suscitando reazioni perplesse o indignate – sosteneva che i membri dell’UE, compresi i paesi neutrali, non possono fare a meno di uniformarsi alle sanzioni decise da Pentagono e Tesoro In quanto Washington già 25 anni fa si è cautelata dalla possibilità che l’allora a nascente Unione europea potesse avere una politica estera e di difesa indipendente dalla Nato. Imponendo di fatto una ‘clausola ad hoc’ nel trattato di Maastricht. Tanto da far intendere che l’unica via per uscirne è liberarsi dai Trattati e del comando integrato Nato. E’ così?
Che la politica estera e di difesa dell’UE debba rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alla Nato è una realtà, così come è indubbio che tali vincoli sono sanciti nei Trattati costitutivi dell’Unione.
La “clausola” in questione si riferisce evidentemente al Titolo V, Cap 2 del Trattato dell’Unione Europea -TEU – che ha aggiornato quello Maastricht dopo Lisbona, dedicato alla Politica estera e di sicurezza (15).
In particolare l’articolo 42 comma 2 vincola esplicitamente tale politica comune al rispetto degli impegni con la Nato presi dai suoi membri, mentre l’art 24 prescrive fra l’altro votazioni del Consiglio all’unanimità in politica estera, comprese eventuali decisioni in tema di difesa comune. (16)
Anche il fatto che gli Stati Uniti in quei medesimi anni post crollo dell’URSS in cui definivano la loro geopolitica di superpotenza unica abbiano premuto sulla nascente Unione appare ben più che una supposizione.
“Dobbiamo prevenire l’emergere di accordi di sicurezza esclusivamente europei che possano minacciare la NATO”, si leggeva nel Defense Planning Guidance, il documento del Pentagono poi noto come “Dottrina Wolfowitz”, da Paul Wolfowitz, il neocon vice di Dick New York alla Difesa con George W:H.Bush (citazione dal New York Times marzo 1992, che Meyssan linka col Washington Post (17). Praticamente in contemporanea con il Trattato di Maastricht che gettava le basi nell’UE.
Era la definizione della strategia degli Usa superpotenza unica dopo il crollo dell’URSS, che tra l’altro già prevedeva l’intervento in Iraq. Gli US si impegnavano a difendere dalla Russia le nazioni europee dell’ex Patto di Varsavia. E chiedevano alla comunità europea di fare diventare membri dell’Unione i paesi dell’Est “il prima possibile”. Richiesta esaudita. Così come, contravvenendo alle assicurazioni date a Gorbaciov in occasione dell’unificazione della Germania, la Nato si è poi allargata a Est, dalle Repubbliche Baltiche alla Polonia, dove saranno presto installate otto batterie di missili Patriot puntati sulla Russia e stanno per arrivare gli F-35.
I paesi europei devono liberarsi dei Trattati e del comando integrato della Nato, dove non contano nulla (18), suggerisce Meyssan indicando l’esempio della Gran Bretagna che ha optato per la Brexit. Ma dimenticando che l’UK non solo resta ben salda nella Nato ma ne è la punta più forte e avanzata.
I paesi europei avrebbero più peso nei confronti dello strapotere americano isolati che uniti? Sembra una pia illusione. Tanto più se in aggiunta ai vincoli imposti da Nato e UE si aggiunge l’appartenenza al sistema economico-finanziario egemonizzato dagli Stati Uniti e ormai governato dal network delle banche centrali occidentali, in testa la Federal Reserve.
IL SISTEMA DOLLAROCENTRICO E IL TACITO RICATTO. A legare le mani ai paesi europei nei confronti di sanzioni che nuocciono loro direttamente non sono (sol)tanto i Trattati o i vincoli Nato quanto la supremazia economico-finanziaria degli USA prima potenza mondiale sia pure in declino, col dollaro moneta internazionale negli scambi commerciali, oltre che di riserva. Ad ammetterlo, come abbiamo visto, è lo stesso Council of Foreign Relations, organismo informale che dal dopoguerra ha sempre indirizzato la politica estera dell’impero.
“Gli US si autorizzano ad imporre le loro decisioni a tutto il mondo e a minacciare di fatto tutte le imprese e gli individui che hanno in un modo o nell’altro interessi negli USA. Un concetto di legalità quanto meno discutibile”. Ma essendo il dollaro moneta internazionale più utilizzata e l’economia americana al centro di quella mondiale il loro potere è immenso. Dal momento che si commercia in dollari si è legati e si dipende da quel paese”.
“Oggi è indispensabile rettificare il tiro sviluppando meccanismi e modelli ad hoc e orientando la globalizzazione in un senso più multipolare così da limitare il potere assoluto americano” arriva a proporre Francois Perrin, Direttore di Ricerca di quel think tank francese (19).
Obiettivo molto ambizioso, che a personaggi indubbiamente minori come Muhammar Gheddafi e Saddam Hussein ha portato malissimo. L’UE ha i mezzi per rispondere?
“L’UE è la seconda potenza economica del mondo, davanti alla Cina, dietro gli Usa, certo. E’un partner di primo piano per il US. Quando, dopo la legge Helms-Burton del 1996, gli europei hanno subito votato il “regolamento di blocco, gli americani non hanno poi dato seguito alle loro minacce. Il che prova che l’UE ha una forza economica e ha un peso politico quando lo desidera. Ma per opporsi e avere una strategia comune bisogna essere uniti e condividere la stessa diagnosi e la stessa volontà politica”.
“Europa, perla dell’Impero Americano” titola Dario Fabbri nell’ultimo Limes citato. Gli europei se ne rendono conto?
DISACCORDI CRESCONO IN SENO ALLA NATO. Dalla Turchia, Paese chiave dell’alleanza, che acquista i missili Russi S-400, al primo ministro italiano Conte che si è detto contrario alle sanzioni alla Russia imposte nel 2014 per i fatti dell’Ucraina, in quanto danneggiano l’economia italiana; argomenti ripresi anche dal primo ministro dell’Ungheria Orban, e da Belgio, Repubblica Ceca , Bulgaria, Grecia , sempre più critici nei confronti della strategia americana basata sulle sanzioni.
Lo segnalava un post di un esperto del Cato Institute, think tank liberista-libertario inizialmente vicino a Trump. (Il presidente si è dimostrato tepido verso l’UE ma anche verso la Nato che secondo i più estremi – es George Friedman su Limes – non servirebbe nemmeno più agli Usa che possono contare sui Five Eyes, i cinque paesi del mondo di lingua inglese uniti da vincoli speciali)
Gli alleati Nato sarebbero ancor meno entusiasti delle misure militari verso Mosca. Il vicepresidente americano Mike Pence lo ha toccato con mano quando Frau Merkel in febbraio ha rifiutato di spedire navi tedesche nello stretto di Kerch, tra mar Nero e mar d’Azov, nel braccio di ferro tra Mosca e Kiev.
Del resto Germania e Francia avevano resistito fermamente quando Bush a suo tempo aveva spinto per portare Georgia e Ucraina nella Nato. Più recentemente gli alleati si sono rifiutati di subentrare in Siria alle forze americane che Trump voleva ritirare o almeno ridurre a 200 uomini.
“Gli interessi americani ed europei si sovrappongono fino a un certo punto, su Russia e Iran hanno interessi incompatibili” scrive uno studioso del Cato Institute – think tank liberista-libertario, a suo tempo(1974) fondato da Charles Koch (il miliardario dell’energia già sostenitore di Trump). Sul suo sito molti articoli critici sulla Nato.
UNA NUOVA COMUNE POLITICA ESTERA e DI SICUREZZA. “La politica estera dell’UE non funziona. Questo è quel che pensano nove membri dell’Unione, a partire da Francia e Germania. Non lo dicono ad alta voce ma il messaggio è chiaro, da quel che si legge in un paper in circolazione, proprio per discuterne nelle conversazioni che i ministri degli Esteri avranno in giugno”. Così un recentissimo articolo del Financial Times che ha potuto vedere lo scarno ma significativo documento. I suoi autori, che comprendono anche Danimarca, Svezia e Finlandia, ritengono che l’UE deve ancora dare concretezza al suo potenziale ruolo di attore globale.
La sua unità è sempre più messa alla prova da dinamiche interne ed esterne all’UE, osservano, pur insistendo sull’unità e la forza dell’Europa sul palcoscenico globale. Le preoccupazioni sarebbero accresciute dalle “relazioni sempre più complesse” (eufemismo diplomatico dei paesi o del FT?) dell’UE con Cina Russia e Stati Uniti.
Tre le ansie principali della diplomazia europea: i muscoli finanziari del blocco europeo non si traducono in influenza nelle crisi globali – con l’eccezione dell’accordo del 2015 con l’Iran, oggi in crisi; la solidarietà europea è stata messa alla prova in varie aree, dalle sanzioni alla Russia alle ambizioni territoriali di Pechino nel mare a Sud della Cina; il servizio diplomatico europeo (leggi: Federica Mogherini) non ha legato come sperato col lavoro dei ministri europei.
Punto chiave nel cambiare la politica estera e di sicurezza UE è superare le votazioni all’unanimità, procedura prevista dal Trattato Europeo su richiesta degli Stati Uniti. Perfino Manfred Weber, candidato del Ppe alla presidente della prossima Commissione UE, nel recentissimo confronto tv fra gli Spitzenkandidatsha espressamente detto che all’unanimità va sostituita la maggioranza qualificata. Sarebbe un primo importante passo. Una condizione non sufficiente, ma sicuramente necessaria.
Un tema caldissimo, quello della politica estera UE, che incrocia quello della comune Difesa europea – reso ancora più urgente dalle richieste di Trump di aumentare i contributi dei paesi europei alla Nato, subito al 2% del Pil, percentuale raggiunta solo da cinque paesi su 29 (Italia all’1.1% nel 2017), in prospettiva al 4%.(20) E di far pagare agli Stati che le ospitano i costi delle forze americane ivi stanziate “per proteggerli”, secondo il Piano di Trump ‘Cost Plus 50’ ben analizzato sul Manifesto (21).
Un argomento che si sovrappone a quello dei rapporti interni alla Nato, del suo funzionamento o addirittura della sua radicale rimessa in discussione. Come chiede il Comitato No Guerra No Nato (ne fanno parte storici come Franco Cardini accanto a Gino Strada, padre Zanotelli, il generale Mini ecc ecc), che in occasione del 70° anniversario l’aprile scorso ha organizzato un convegno a Firenze, con partecipanti italiani e stranieri .
  1. https://www.telegraph.co.uk/business/2019/05/16/trump-becoming-dangerously-addicted-tariffs-permanent-trade/
  2. http://www.iris-france.org/136209-politique-de-sanctions-americaines-vers-une-nouvelle-guerre-commerciale/
  3. https://www.ibs.it/limes-rivista-italiana-di-geopolitica-libro-vari/e/9788883717505?lgw_code=1122-B9788883717505&gclid=Cj0KCQjwrJ7nBRD5ARIsAATMxssuy96OUFOIMpdGVGdsmH5ruTdkYzk5vrKU-pNWiACf9-Qs1i5KO0MaArT3EALw_wcB
  4. http://www.iris-france.org/136037-loi-helms-burton-contre-cuba-lextraterritorialite-du-droit-americain/
16. In particolare l’articolo 42 comma 2 prescrive esplicitamente che la politica di sicurezza e difesa dell’UE – che è parte integrante della politica estera comune, campo nel quale ogni decisione va presa all’unanimità – “non deve pregiudicare” la politica di certi Membri e “deve rispettare gli impegni” di certi Membri che vedono la loro difesa realizzata nella NATO, sotto il trattato Nord Atlantico ed “essere compatibile con la politica di sicurezza e difesa comuni stabiliti in quella cornice”.

18. https://www.globalresearch.ca/exiting-war-system-nato/5677546

“The North-Atlantic Council has established the NATO rules in which “there is no vote or majority decision”.Decisions are taken unanimously and by mutual agreement”, meaning in agreement with the United States of America…”

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Dietro la #Brexit che non quaglia, la battaglia sui derivati, lo scenario ‘Singapore sul Tamigi’ e le pressioni Transatlantiche

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Nell’estenuante saga della Brexit ormai quasi alla fine, ci sono cose di cui si parla poco o niente. Eppure si tratta di temi cruciali per il futuro del Regno Unito e dell’Europa e, oseremmo dire, del sistema economico-finanziario globale. Temi e scenari che forse gettano anche luce sulle contorsioni della Brexit a cui si è assistito nei trentatrè mesi dal referendum. Col dubbio che il no deal verso cui si corre, fosse in realtà il Piano A. Di una parte, almeno.

Al cuore della faccenda c’è infatti la City e il suo ruolo centrale nella gestione dei flussi finanziari globali, leciti e illeciti. Un ruolo che in un dopo Brexit soft potrebbe venir limitato da accordi con le autorità europee, come quello con l’ESMA (Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati) sottoscritto poco più di un mese fa. Oppure, nel caso di una Brexit dura, senza accordo, potrebbe invece venir “rilanciato” o piuttosto “spinto” verso una deriva di deregolamentazione totale, trasformando Londra in un centro off hore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie UE e di New York: lo scenario della Singapore sul Tamigi auspicato dai conservatori più radicali sulle due sponde dell’Atlantico – eppure quasi temuto da esponenti della stessa City che paventano ritorsioni UE e fuga di molti business .

LA BATTAGLIA SUI DERIVATI. Uno di questi temi lo ha tirato fuori un recente breve articolo del Financial Times (1) e riguarda <lo stato del gigantesco mercato Londinese dei derivati dopo l’uscita dall’UE> – un argomento di cui < (quasi) nessun politico britannico si preoccupa di discutere>, osserva l’autrice. < Un tema arcano – prosegue – eppure importante non solo perché i derivati hanno implicazioni sulla stabilità finanziaria ma anche perché la questione getta luce su eclatanti battaglie dietro le quinte, ora con conseguenze transatlantiche>.

Dietro le quinte appunto. E che vedono di mezzo gli Usa. Per quanto cauto, il FT non si esime.

<La posta in gioco gira intorno alle compensazioni nelle transazioni di derivati [mediazioni che avvengono in ‘stanze di compensazione’ virtuali chiamate Clearing Houses]. Negli anni recenti la London Clearing House ha dominato il settore degli swaps e dei futures [i derivati più comuni], intermediando regolarmente più di $3 trilioni di transazioni ogni giorno, un quarto dei quali denominati in euro, e quasi la metà in dollari>. Fra questi, la maggior parte dei ‘contratti ‘ (swaps) sui tassi di interesse [con i quale si gestisce il rischio ma si fanno anche lucrose scommesse, quelli sull’Italia e il rischio sovrano sono tra i più trattati].

<I politici europei del continente hanno sempre detestato il fatto che così tanti affari in euro si facessero a Londra. Ma l’hanno sempre tollerato perché il Regno Unito era nell’UE. Mentre i regolatori Americani, anch’essi a disagio per il fatto che un pezzo tanto grande del mercato si svolgeva fuori dal loro territorio, accettavano il dato di fatto perché le autorità britanniche concedevano una sufficiente supervisione su quel business alla Commodities Futures Trading Commission (CFTC), la loro autorità in materia>.

<Ora non più. I politici europei hanno dichiarato che se la London Clearing House vuole intermediare gli euro quando (o se) ci sarà la Brexit, quel business dovrà trasferirsi nell’Europa continentale oppure essere regolato dall’Autorità Europea competente, l’ ESMA basata a Parigi>.

Il FT ricorda come, con sollievo della City – e delle banche – l’ESMA un mese fa abbia dichiarato che lascerà che sia Londra a gestire questi scambi, anche dopo una hard Brexit [senza accordo], finché verranno accettate le regole dell’ESMA. <Il che non è senza peso – nota FT: scindere il business delle compensazioni sarebbe molto costoso per gli attori di quelle partite, come il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha puntualizzato, accettando l’accordo con gli Europei>.

Ne ha dato conto Bloomberg a gennaio (2) , compiacendosi sia pure con cautela per <il passo fatto verso la creazione di una rete di sicurezza post-Brexit per il mercato globale dei derivati da $400 trilioni che è stato a lungo a rischio di sconvolgimenti in caso di Brexit senza accordo (…) E’ vero che agli elettori poco importa come multinazionali, banche e assicurazioni gestiscono il rischio finanziario – aggiungeva Bloomberg – ma i regolatori sanno bene che la natura interconnessa della finanza globale può ritorcersi sui cittadini quando le cose si mettono male, vedi Lehman Brothers>.

La visione a lungo termine dell’UE sui modi in cui limitare i rischi per la stabilità finanziaria dopo la Brexit comporta definire regole più stringenti e affidare maggiori poteri all’ESMA. Come ultima ratio costringere le clearing houses a trasferirsi sul territorio europeo. E però una UE così assertiva su quel che accade fuori dal suo territorio rischia di urtare gli Usa, anticipava Bloomberg. Ed è quel che è accaduto.

<C’è un ostacolo da un trilione di dollari che è completamente fuori dal controllo del parlamento britannico: gli Usa>, osserva FT. E racconta che la CFTC americana ha fatto sapere all’Europa che non accetterà che l’ESMA controlli il business londinese degli swaps fintanto che invade i mercati in dollari e le banche Usa>.<Di mezzo c’è l’orgoglio nazionale ma anche una diversità ideologica – spiega. I regolatori britannici e americani tendono a confidare nella forza del mercato e ritengono che nel settore privato i partecipanti debbano essere lasciati liberi di decidere quanto collaterale mettere nelle transazioni per cautelarsi dai rischi di default>.

<Ma che sia soltanto il mercato a decidere quanto collaterale chiedere, specie durante una crisi finanziaria, non piace affatto ai regolatori europei. Memori di quanto accadde nella crisi del 2011 quando la London Clear House (e altri) imposero certe margin calls [avvisi di rischio] sugli asset di Spagna e Italia – ricorda l’articolo del FT, pur difendendo quelle scelte [caute o speculative?]. Quelle vicende – che hanno visto messa in mezzo anche la BCE – bruciano ancora in Europa. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, aggiungiamo notando che FT ignora il caso della Grecia.

Il risultato è quello previsto da Bloomberg. Regolatori e politici europei vogliono imporre controlli più stringenti “ Dobbiamo poter avere una gestione legale chiara” ha detto recentemente Benoit Coeuré, membro della BCE. Ma gli americani si oppongono con forza, e minacciano rappresaglie. <In un discorso insolitamente duro il commissario della CFTC Christopher Giancarlo ha fatto sapere che se l’ESMA interferirà troppo con il business in dollari di Londra, gli americani “faranno i passi disponibili per proteggere in mercati Usa e i loro partecipanti. Per esempio, cacciare i partecipanti europei dal Chicago Mercantile Exchange [la piattaforma più grande e importante al mondo nel trading di materie prime e derivati, che opera anche nel mercato Over The Counter -OTC- non regolamentato, che ha dimensioni addirittura maggiori di quello regolamentato].

<Roba allarmante>, commenta FT.

Rinvio al 2021? <La soluzione non è ovvia. Dipende dalla cornice politica per gestire le compensazioni europee che emergerà dalle nuove regole che la UE ha promesso per il 2021. Usa e Bruxelles hanno annunciato che la CFTC parteciperà a questi preparativi. La vera battaglia è probabilmente rinviata – conclude FT aggiungendo le due lezioni da trarre da questa saga: 1. Mostra in quale grado la Brexit non è soltanto un affare fra le due sponde della Manica; 2. Rivela la debolezza politica di Londra che non è in grado di gettare il suo peso nella controversia, che verrà decisa nello scontro ideologico e territoriale fra Washington e Bruxelles>.

UNA SINGAPORE SUL TAMIGI? Le regole europee, di una UE che tenta di svincolarsi da subordinazioni troppo a lungo subite, sono più che mai in ballo nel cosiddetto Singapore on Thames Scenario <volto a trasformare la City in una sorta di Eldorado finanziario basato su scambi commerciali e finanziari deregolamentati e una tassazione soft per le società. Londra diventerebbe [ancor più di quanto non lo sia già, e da un pezzo] un paradiso fiscale al pari delle Cayman, delle Bermuda, delle Virgin, delle Isole del Canale della Manica. Un centro offshore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie dell’Unione Europea e quella di New York. Una “pazza idea” che si fa largo negli ambienti politici ed accademici conservatori della Gran Bretagna>, raccontava a luglio 2018 Angelo Mincuzzi nel suo blog del Sole24Ore (3).

Mincuzzi aggiunge come di questa ipotesi si discutesse nel maggio 2017 in un report del Cityperc (City political economy research center) della City University of London. Mentre a tornare un anno dopo sull’argomento è il fondatore del Tax Justice Network John Christensen in un paper del think tank britannico Ippr (The Progressive Policy). Nonché in un articolo recente su Truepublica.org (4).

In quest’ultimo Christensen non esita a collegare questa strategia estrema alla nuova regolamentazione europea contro evasione, elusione e dumping fiscale che contrastano con il funzionamento del mercato, frutto di una direttiva UE (la 2016/1164) che, messa a punto fra il 2015 e il 2016, è stata presentata dalla Commissione il 28/1, adottata dal Consiglio il 20/6 ed è entrata in vigore dal 1 gennaio 2019. Stranamente se ne parla poco: in attesa degli esiti elettorali?

Le nuove norme mirano ad incidere sui trattamenti fiscali di favore che certi paesi, Olanda Irlanda e Lussemburgo in testa, riservano alle multinazionali e alle banche, consentendo loro di eludere una massa di tasse pari a 160/190 miliardi di euro l’anno,secondo la stima di lavoceinfo.com ripreso dal Sole24Ore. Con pesanti effetti economici e su concorrenza e investimenti nei diversi paesi UE.

<Nel libro Brexit – A Corporate Coup d’Etat, un intero capitolo è dedicato alla minaccia della regolamentazione UE, che sarà rinforzata nel 2019 e distruggerebbe il dominio della GB come leader globale nel business dei paradisi fiscali e del riciclaggio>, esordisce Christensen su Truepublica.<Londra è già un paradiso fiscale… conosciuta a Mosca come Londongrad, ha molto da offrire a oligarchi e riciclatori di denaro. La pura verità è che la città è considerata la capitale del riciclaggio di denaro del mondo> afferma ancora Christensen, citato anche dal blog del Sole24Ore.

Su Truepublica va più a fondo. E racconta l’antica preoccupazione dei governi britannici, dei Tories in particolare e l’atteggiamento in questa materia, che ha fatto da freno in Europa. <Negli anni l’UK ha sempre votato contro la creazione di un corpo inter-governi in grado di definire regole che rafforzino la cooperazione internazionale in materia fiscale. Ed ha resistito con successo alle pressioni internazionali per contrastare i paradisi fiscali, come quelli nelle Dipendenze della Corona (es le isole del Canale) e nei Territori d’Oltremare (Cayman, Bermuda ecc.) che insieme alla City controllano il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore. <Le giurisdizioni segrete britanniche formano una ragnatela progettata per facilitare un flusso finanziario illecito verso la City, dove ogni anno verrebbero riciclati 90 miliardi di sterline>.

<Le nuove misure UE anti-abuso che entrano in vigore nel 2019 rafforzerebbero le restrizioni sugli intermediari basati in GB (City of London e al) che prendono parte all’off-shore e all’evasione/elusione fiscale di cui la GB è leader globale – nel caso che la GB resti membro dell’UE>, afferma Christensen. E’ una storia vecchia, quella delle preoccupazioni britanniche, intensificata negli ultimi anni. Vale la pena di accennarne perché illuminante anche sull’origine del referendum Brexit.

<Nel 2015 i Tories hanno rigettato i piani annunciati da Bruxelles per combattere “l’evasione fiscale su scala industriale delle maggiori multinazionali”. La GB aveva già creato una sorta di paradiso fiscale per loro abbassando la tassazione dal 28% al 19% per le corporations con consociate finanziarie offshore (con la previsione di scendere al 17%). Col risultato che un certo numero di esse ha già dato vita a quartier generali (virtuali) in UK.(…) . Sempre nel 2015 europarlamentari conservatori, di UKIP e DUP hanno votato contro i piani UE per combattere l’elusione (…) Mentre i Conservatori hanno bloccato la legislazione, Laburisti, Liberaldemocratici, Verdi e altri hanno votato a favore>.

<Cameron si era appellato già nel 2103 al presidente della Commissione UE Van Rompuy per evitare che i trust offshore fossero trascinati in una ampia repressione dell’evasione fiscale. La questione dei paradisi fiscali britannici e degli accordi con multinazionali e industria bancaria era diventata così seria che Cameron si rivolse persino a OCSE e G20 perché si accordassero su una cornice globale in materia di trasparenza>. <Falliti i suoi sforzi, Cameron si accorse che l’UE andava avanti e che l’offshoring e l’evasione fiscale massiccia nei territori di Sua Maestà erano davvero in pericolo. Trilioni vengono riciclati, nascosti e mascherati attraverso la rete di facilitatori tra la City di Londra le Dipendenze della Corona>.

Anche per questo, premuto dall’UKIP il cui fondatore Nigel Farage, secondo Steve Bannon, “ha più influenza con Trump di Theresa May sulla Brexit (6), Cameron ha inopinatamente lanciato il referendum? Christensen non lo dice esplicitamente.

Di Brexit e del futuro dei paradisi fiscali ha invece ha recentemente parlato davanti all’Europarlamento. Tre le tematiche proposte da altrettante slides. UNO. Riguarda il trading nei servizi finanziari e le relazioni reciproche in questo campo con i 27 paesi UE dopo una Brexit effettiva. Si discute di riconoscimento di standard regolatori in base al principio di equivalenza, di standard minimi di trasparenza, di impegni ad accettare controlli regolari, anche per evitare che la GB si impegni in guerre fiscali e competizioni normative. Temi che secondo Christensen acquistano senso in relazione ai due successivi.

DUE. <La strategia della Singapore sul Tamigi è stata indicata da ministri del governo britannico nel 2017, quando la premier May e il Cancelliere Hammond l’hanno fatta diventare la bandiera di una strada potenziale da intraprendere. Da allora altri ministri, compresi il Segretario agli Esteri Jeremy Hunt e quello agli Interni Sajid Javid hanno indicato questo come il modello da seguire nel dopo-Brexit>.TRE. Il contesto: Singapore in dieci anni ha rapidamente esteso il suo ruolo di centro finanziario offshore ed è diventato 5°nel Financial Secrecy Index con un punteggio di 67 che riflette la debolezza del regime di trasparenza corporate e il basso livello di impegno nel contrastare l’evasione fiscale. Tanto per capire a cosa mirano i politici londinesi.

< Il signor Javid- un serio candidato a sostituire Theresa May come leader dei Conservatori, già banchiere a Singapore [nonché direttore di Deutsche Bank, aggiungiamo] -ha parlato di tagli fiscali e deregolamentazione come armi in una strategia di ‘shock and awe’ [colpisci e terrorizza, di ‘Bushana’ memoria, strategia peraltro fallita in Iraq e altrove ].Segue elenco di provvedimenti prevedibili, fra i quali tagli di tasse per corporations e i ‘mobile rich’ [espressione che sembra definire i ricchi transnazionali], misure varie per attrarre investimenti in UK, deregulation per rimuovere le protezioni sociali e ambientali, scarsa o nulla obbedienza alle norme antiriciclaggio, golden visa a garanzia di cittadini di diversa nazionalità da quella britannica, purché ricchi.

Tanto da indurre Christensen a concludere ironizzando sulla contraddizione fra <il mondo dominato da programmi di rigenerazione industriale auspicato dai milioni di cittadini ‘lasciati indietro’ che secondo molti commentatori hanno appoggiato il referendum; e un mondo semplicemente trasformato in un paradiso fiscale per ricchi e potenti>.

Già. Scrive Mercuzzi: <È ampiamente riconosciuto che i paradisi fiscali contribuiscono all’impoverimento di paesi ricchi e poveri, consentendo il riciclaggio di denaro, la cleptocrazia, l’evasione fiscale e l’elusione. L’entità delle perdite derivanti da questi diversi tipi di furti, illegali e legalizzati, è difficile da calcolare; la miglior stima delle perdite di entrate globali dovute esclusivamente allo spostamento degli utili aziendali ammonta a 500 miliardi di dollari all’anno>. Due economisti [citati], stimano lo stock accumulato di capitali fuoriusciti dall’Africa subsahariana pari a $944 miliardi circa cinque volte più del debito estero di quella regione. Secondo altri studi le ricchezze personali conservate nei centri offshore sarebbero pari a $21 trilioni>. Cifre pazzesche che palesano l’ipocrisia di tante dichiarazioni e programmi di aiuti all’Africa.

CITY & C ,PERPLESSI. Eppure non è certo per il bene dei cittadini del mondo che esponenti dell’industria dei servizi finanziari, banche d’affari e la stessa City si mostrino più perplesse e caute della politica davanti a uno scenario di deregolamentazione spinta in chiave nazionale Singapore style caldeggiato da alcuni politici. Temono di perdere fette di business e di rendere più complesse e costose le operazioni per i clienti. La City nel 2016 avrebbe addirittura votato per il Remain.

Una divergenza emersa già in un importante meeting nel settembre 2017, dopo le elezioni che hanno visto sconfitta Theresa May e i Tories costretti ad allearsi col DUP nordirlandese dopo aver perso la maggioranza. Presenti all’incontro la premier May, il cancelliere Hammond, il segretario alla Brexit Davis col suo consigliere Lord Hill, quello agli Esteri Hunt e quello agli Interni Javid; insieme al presidente di Royal Bank of Scotland, al capo di Morgan Stanley Europe, al direttore della Borsa Londinese e al ministro della City. <Al meeting i ministri hanno dato l’impressione di essersi impegnati a garantire un periodo di transizione di due o tre anni in cui continuino a valere le regole attuali. “Avete bisogno dello status quo” ha detto un banchiere>.

Così il solito ben informato FT (7). Che notava come <Dal referendum nella City molti ritengono che mantenere una qualche forma di equivalenza con Bruxelles sarebbe un modo per fare restare a Londra una serie di servizi finanziari che altrimenti migrerebbero nel continente>.<Il Regno Unito deve restare allineato a regole globali, ma sarebbe sbagliato se si legasse irrevocabilmente a una cornice legislativa europea sulla quale non avesse alcun controllo>, ha insistito Lord Hill.

Ma le banche d’affari non sembrano convinte. <Le banche sono coscienti delle conseguenze globali e non vogliono vedere l’UK in una corsa ad abbandonare gli standard dell’equivalenza regolamentale. Per banche di investimento e assicurazioni mantenere un livello minimo di base è cruciale perché assicura un mutuo accesso ai mercati e rende più facile la gestione che con regimi diversi>.

<Prima delle elezioni del 2017 May e Hammond assicuravano che se non si fosse ottenuto un buon accordo con l’UE, il Regno Unito avrebbe avuto un’altra opzione: fare marcia indietro e competere con l’UE con una regolamentazione minima e basse tasse Singapore Style. Ma dopo le elezioni May ha abbandonato questa strada. Mentre Hammond ha continuato a ribadire che l’UK in futuro non è costretta a soggiacere a norme che non controlla>. E’ un caso che il meeting in questione fosse ospitato nella magione di campagna di Boris Johnson, il Tory ultra-falco leader dei conservatori più estremi, che Bannon ha detto di considerare ‘un modello’, un primo ministro ideale quanto il nostro Salvini?

PRESSIONI TRANSATLANTICHE. No, non è stato un caso. Nella lunga saga della Brexit in gioco non ci sono solo GB e UE, ma un “fronte transatlantico, come lo definisce eufemisticamente FT, che va ben oltre il tema dei derivati. “Economic Regime Change – US Groups Continue Raise Millions For Hard Brexit”, titola un articolo di Robert Woodward, di febbraio ma postato da Truepublica soltanto in questi ultimissimi giorni (8). In parallelo con un altro post dal titolo ugualmente significativo (9): Was a hard Brexit always a plan A? che fra l’altro parla della segretezza intorno alle misure e ai piani accurati che il governo sta predisponendo per una Brexit senza accordo.

Dagli Stati Uniti arriverebbero insomma, e non da oggi, forti pressioni, e finanziamenti, per una Brexit “dura” senza accordi con l’Unione Europea. Quel no deal Brexit che sarebbe stato fin dall’inizio il Piano A delle correnti economiche e politiche che hanno sostenuto Trump e da anni spingono per una vasta deregulation a tutti livelli nel Regno Unito ( e non solo) – compresa la sanità e le norme a difesa di ambiente e consumatori – e oggi non si rassegnano a veder sfumare i loro piani.

Il famoso giornalista del caso Watergate parte dal recente Collins Report, del deputato Tory Damen Collins, che attribuisce alla Russia interferenze nella politica britannica e nel referendum. <In realtà – scrive – dietro quelle intromissioni c’erano miliardari e organismi Americani. Questo oggi è un fatto come è un fatto che media mainstream e politici lo abbiano taciuto>. Da un’inchiesta del Guardian Woodward cita con dovizia i numerosi think tank di destra, fondazioni, front charities e organismi di fund raising dei due lati dell’Atlantico, tra i più forti sostenitori di accordi di libero scambio e regolamentazioni ridotte – che beneficiano i business Americani – e si oppongono a norme europee più strette fin dal 2008. Con nomi e cognomi.

Centinaia di milioni spesi in quella che dovrebbe essere definita <una campagna per un regime change economico – conclude Woodward con una espressione efficace – da parte di una potenza straniera. Una potenza che si chiama America>. Alla fine ricorda una pièce satirica della CNN che invitava a chiamare il referendum Brexit per quello che è: “Un’opportunità per diventare il 51° Stato Americano. La perdita dell’UE è il nostro guadagno. Chiamiamolo Brentrance>, gioco di parole fra Britain e entrance.

1) https://www.ft.com/content/ab751f8a-499c-11e9-bbc9-6917dce3dc62 2) https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2019-02-06/brexit-an-uneasy-truce-in-400-trillion-derivatives-fight

3) https://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2018/07/18/londra-come-singapore-la-pazza-idea-che-contagia-i-duri-della-brexit/

4) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/brexit-britain-government-negotiating-singapore-on-thames-right-now/

5) https://ec.europa.eu/taxation_customs/business/company-tax/anti-tax-avoidance-package/anti-tax-avoidance-directive_en e https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-01-18/quanto-ci-costa-l-elusione-fiscale-multinazionali-155259.shtml?uuid=AED7k0HH (spiegazione)

6) https://www.theneweuropean.co.uk/top-stories/steve-bannon-on-donald-trump-nigel-farage-theresa-may-and-boris-johnson-1-5943606 7) https://www.ft.com/content/582ca822-9e06-11e7-8cd4-932067fbf946 8) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/economic-regime-change-us-groups-continue-raise-millions-for-hard-brexit/

9) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/was-a-hard-brexit-always-plan-a/

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BCE. “La banca che ha quasi mandato in recessione l’Europa, e ha in mano il suo destino”.

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Ad affermarlo non è un qualsiasi sovranista nostrano ma Adam Tooze, storico dell’economia già a Cambridge, oggi alla Columbia University, in un articolo di pochi mesi fa segnalato dal Financial Times (1). <Considerato da molti senza speranza, fallato, un fallimento, una tragedia per l’Europa, dopo vent’anni l’euro è sempre lì, con la Banca Centrale Europea che lo governa. Senza alternative. Il progetto della moneta unica è tutt’altro che perfetto. Ma quel che l’ha davvero intralciato nei suoi primi vent’anni sono le decisioni prese da uomini di Francoforte>. <Uomini affamati di potere>, arriva a scrivere il professore, che da britannico si concede uno sguardo disincantato e critico eppure non euroscettico sulle azioni intraprese dalla BCE durante la crisi iniziata nel 2007.

Azioni contraddittorie, inazioni ed errori che hanno prodotto prima una decrescita e poi una crescita anemica dell’UE, con effetti pesanti sulla disoccupazione e sull’affermarsi del nazionalismo. <Un’aggressione che ha prodotto il maggior deragliamento della politica economica nell’era moderna>, arriverà a concludere. Probabilmente esagerando.

Sarà la fase pre-elettorale, sarà il prossimo rinnovo della presidenza in vista della scadenza di Draghi, fatto sta che ci si imbatte spesso in critiche alla BCE, in testa l’imbarazzante faccenda degli stress test alle banche europee appaltati a privati a costi esorbitanti o persino, nel 2015, affidati a BlackRock, il più grande asset manager del mondo e il più importante investitore internazionale nel settore bancario, in palese conflitto di interessi. Una scelta contestata non a caso da Germania, Spagna, Cipro, Irlanda e dalla Grecia che ha rifiutato di far entrare nelle sue banche quegli esaminatori. (2).

O gli acquisti di bond di grandi imprese multinazionali da parte della BCE nell’ambito del QE, che hanno assicurato loro ulteriori vantaggi rispetto alle PMI. O ancora le recentissime, perentorie richieste alle banche italiane di liberarsi di tutti i cosiddetti Npl o crediti deteriorati e la parallela minore attenzione alla gran quantità di derivati tossici in pancia ad altre banche europee (in testa Deutsche Bank e Credit Agricole), come ha denunciato anche l’economista Alberto Bagnai (3).

Un clima quasi ostile che risente del sovranismo diffuso e ha indotto il governatore ormai uscente Mario Draghi a intervenire a più riprese, ricordando quanto poco sovrani fossero i paesi costretti continuamente a svalutare e sottolineando la differenza concettuale fra “indipendenza” e “sovranità”. Per riconquistare la quale porsi fuori da UE o dall’euro sarebbe controproducente. Né serve indebolire le strutture politiche europee, che invece occorre adeguare ai mutamenti intervenuti nella società, movimenti migratori e disuguaglianze in testa (4).

Ma torniamo a Tooze. Il cui giudizio negativo sulla BCE durante la crisi, e oltre, non è affatto isolato fra gli studiosi. Critiche simili arrivano da vari economisti. Per esempio da Ashoka Modi (2019), visiting professor a Princeton, pur con un approccio non storico politico come quello di Tooze ma più tecnico e orientato agli effetti sui mercati (5). Fino ad economisti greci come Kostantinos Gravas e al. citato da Modi (6)

Neppure sono nuovissimi tanti rilievi. Ma interessante e utile ci sembra la prospettiva di Tooze che ricostruisce origine e comportamenti della Banca Centrale Europea, banca politica come lo sono tutte le banche centrali nonché <l’istituzione che ha più influenza sul futuro dell’UE>, non solo dell’eurozona. E alla BCE – in particolare a Jean Claude Trichet che l’ha governata dal 2003 al 2011, addossa la responsabilità di aver spinto in recessione l’UE dopo la crisi del 2007-8 con sottovalutazioni, interventi tardivi, aumenti dei tassi inopportuni e politiche fiscali controproducenti – con la conseguenza di intrecciare strettamente la crisi delle banche ai debiti sovrani e poi limitare le politiche dei governi.

Non elude la domanda chiave sul ruolo della Germania: “Non era indispensabile seguire le sue pressioni”, scrive, riconoscendo il cambiamento con Draghi, ma solo dal 2015 col QE. Anche se non sottovaluta il peso del “whatever it takes” del pronunciato da Draghi a Londra nel luglio 2012: il famoso discorso che Modi giudica importante solo in quanto seguito poco dopo dall’annuncio del bazooka, quell’OMT (Outright Monetary Transactions) pur mai utilizzato finora. Ma Modi come vedremo condanna comunque le azioni della BCE <estemporanee, carenti di chiarezza e strategia, a incapaci di guardare avanti>.

Le responsabilità che Tooze sembra addossare esclusivamente ai governatori si spiegano in parte con la storia di come si è arrivati all’euro. Ma acquistano un significato un po’diverso nel contesto della “Storia segreta della crisi” da lui stesso raccontata in un precedente articolo del 2017, dove emerge una Fed diventata prestatore di ultima istanza del sistema bancario globale, in particolare europeo. E dell’intreccio fra sistema bancario americano ed europeo, diventato sempre più inestricabile.

E’ un fatto che Trichet dal sistema complessivamente inteso è stato ampiamente ricompensato. Nel 2011 è diventato presidente del gruppo europeo della Commissione Trilaterale in sostituzione di Mario Monti, assurto allora a premier italiano. E dall’aprile 2012 è anche presidente del prestigioso think tank di Buxelles Bruegel nonché del Gruppo dei Trenta o G30.

Tooze la prende alla lontana, ma forse non è inutile mettere in fila anche fatti già noti.

BCE CRUCIALE. <Nessuna altra istituzione ha più influenza sul futuro dell’Europa>. <Nel bene e nel male ha dettato la storia della moneta unica dalla sua creazione> (…) <Non si può valutare l’euro senza guardare ai banchieri centrali che hanno governato la banca. Ed è su quei banchieri, specialmente su Trichet che grava la responsabilità della stentata ripresa economica in Europa e del sorgere del nazionalismo >.

LE BANCHE CENTRALI SONO POLITICHE. <Capitalismo e democrazia possono non aver vita facile e le banche centrali vengono prese in mezzo>(…)<Di solito le banche centrali sono prestatori di ultima istanza sia per le banche sia, normalmente, per i governi. Ci si aspetta che non maneggino solo denaro ma anche, e in modo efficace, tassi di cambio, debito pubblico, la stabilità del sistema bancario e l’inflazione. E siccome questa è legata all’occupazione, devono monitorare l’aspetto del mercato del lavoro”. Ogni azione o inazione produce vincitori e perdenti: loro possono anche dichiararsi indipendenti dai governi eletti ma le banche centrali sono inevitabilmente politiche>.

<Nel caso dell’eurozona poi, che ha le dimensioni di un continente e comprende regioni diverse come Belgio, Bavaria e Basilicata, senza un apparato amministrativo e uno stato nazionale alle spalle, le difficoltà aumentano>. Tanto più che la BCE è anomala e tra suoi compiti ha solo il controllo dell’inflazione. Del resto lo si sapeva.

IL PROGETTO. <Ma questa è solo metà della storia(…) L’euro venne progettato inizialmente per contenere l’influenza dominante della banca centrale della Germania. Per mantenere il loro cambio fissato contro il marco tedesco le altre banche centrali erano costrette a far oscillare i tassi di interesse in linea con la Bundesbank (…). Ai tedeschi d’altra parte <un sistema monetario comune prometteva di ridurre le pressioni sulla loro moneta che avrebbero potuto minacciare i surplus commerciali di cui vanno fieri>. (Aggiungiamo l’interesse, geopolitico e finanziario, degli Stati Uniti che dopo il crollo del Muro avevano premuto per l’unificazione della Germania e guardavano all’estensione a Est di UE – e Nato). Nel post di Tooze un’utile cronologia della moneta comune.

<L’euro nasceva come compromesso fra Francia e Germania, con Kohl che voleva legare irrevocabilmente insieme l’Europa mentre Mitterand voleva solo diluire il ruolo dominante tedesco nella politica monetaria oltre a creare un’economia di scala tale da consentire una politica sociale domestica in un’era di capitalismo globalizzato. Dunque la BCE avrebbe avuto sede a Francoforte ma dopo l’olandese Duisenberg avrebbe avuto un presidente francese>. E così fu.

LE DIFFICOLTA’. La BCE apre i battenti il 1 giugno 1998, 7 mesi prima dell’unione delle monete, e fin dall’inizio si trova al centro di conflitti. Molti economisti avevano avvisato gli Stati membri che avrebbero dovuto abbandonare la possibilità, spesso utile, di svalutare. L’alternativa è aggiustare l’economia alle pressioni competitive, il che significa tipicamente riduzione dei salari. Cosa difficile da gestire per una banca centrale>.

Ma secondo Tooze quel che ha davvero azzoppato l’Europa non è stata la cronica mancanza di competitività, specie in Grecia e in Italia, ma la crisi del 2008. Anzi, la sua mala gestione.

ILLUSIONI E INAZIONI. <Nell’agosto 2007, quando si avvertono i primi shock, la BCE offre alle banche europee una forte iniezione di liquidità – ma subito comincia a puntare le dita contro Federal Reserve (Fed) e Bank of England (BoE) che si erano prese in carico i mercati dove c’erano presi i peggiori rischi>. Trichet sottovaluta la situazione .<Il burocrate conservatore francese a capo della politica monetaria europea non credeva che gli americani avrebbero lasciato fallire Lehman. Ma le banche europee non erano meno sovradimensionate e i loro bilanci comportavano rischi anche maggiori. Sottoposta alle regole di Basilea II, l’Europa indulge nell’assurda fiducia in un’auto-assicurazione e capacità di governare il rischio insito nelle sue banche private>.

Nel 2008 tocca ai governi salvare le proprie banche. <Ma la liquidità di sostegno pompata dalla BCE non è meno cruciale. Il cash che Trichet fornisce fluisce nelle casse dei governi nazionali in quanto le banche lo usano per comprare titoli di Stato supposti sicuri>. (…) Il modo di combattere la crisi da parte di Trichet negli anni 2008-2009 finisce quindi per legare insieme più strettamente banche e governi, pur preservando l’apparenza di normalità.

LA SVOLTA NEL 2010. <E’ quando nel 2010 i debiti sovrani stessi minacciano di andare male che il gioco cambia. Di fronte alla crisi fiscale prima in Grecia, poi in Irlanda e in Portogallo, con Spagna e Italia che incombono, la BCE entra in azione. E diventa un attore aggressivo e assertivo nel conflitto sulla questione politicamente pesante della futura costituzione finanziaria dell’Europa>. Ma come?

<Si è parlato di rischio contagio per Grecia e Irlanda, ma è una metafora fuorviante. Nel mercato dei bond il contagio si ha solo se la banca centrale rifiuta di fare quel che Fed, BoE e BoJ hanno sempre fatto, cioè star dietro ai debiti sovrani. In realtà invece la BCE rifiuta di assumere l’essenziale ruolo di stabilizzatore>.

<Avrebbe dovuto governare il gigantesco mercato dei bond invece di oscillare a seconda delle politiche fiscali dei governi, premiando solo quelle rigorose. Il mandato BCE è limitato, ma Trichet è andato ben oltre>, sostiene Tooze.

OBIETTIVO REGIME CHANGE? <Il suo obiettivo non è stato altro che un regime change: usare la crisi per forzare il completamento dell’ancora incompleta costituzione dell’eurozona in termini conservatori. Voleva che i politici europei fossero d’accordo nello stringere le regole fiscali e nel mettere in piedi un fondo di stabilizzazione del mercato dei bond indipendente dalla BCE, che avrebbe tenuto per sempre la banca centrale europea fuori da ogni obbligo di farsi carico dei debiti pubblici>

<Giocando col fuoco, la BCE innesca una conflagrazione. Quando nella primavera 2011 il governo Pasok, centrosinistra, suggerisce che avrebbe potuto essere più sicuro svalutare o ristrutturare una parte del debito, Trichet non solo fa muro ma silenzia il dibattito minacciando Atene di tagliare la linea di credito alle sue banche. Con la scusa di proteggere la reputazione dei prestatori sovrani Trichet si pone come difensore intransigente degli interessi dei creditori>. Non solo.

BCE ISTRUISCE I GOVERNI, NON LE BANCHE. <Trichet non esita ad attraversare il confine nozionale che separa la banca centrale dai governi nazionali: fornisce istruzioni ai governi di Irlanda, Spagna e Italia, chiedendo tagli di spesa, aumenti di tasse e modifiche nelle leggi sul lavoro che entrano profondamente nel merito degli affari interni dei paesi. Trichet usa l’ ”indipendenza” della BCE e la minaccia del mercato dei bond per dettare condizioni ai governi eletti>.

<Nessuna di tali amare medicine viene tuttavia servita alle banche europee che, come le controparti americane, avrebbero dovuto essere costrette a ricapitalizzarsi nel 2008-2009, anche se ciò avrebbe comportato la sofferenza degli azionisti>. (Fra gli azionisti istituzionali delle maggiori banche – segnaliamo – ci sono fondi e gestori di gran peso, come Blackrock).

TRICHET SPINTO DALLA GERMANIA? <Ci vorrà tempo prima che gli archivi vengano aperti. L’evidenza suggerisce che fu spinto dai membri tedeschi del suo board. Jurgen Stark, il suo capo economista, è biasimato da molte parti per la straordinaria decisione di alzare i tassi di interesse nel 2008 e poi ancora nel 2011. E ogni volta che Trichet entra nel mercato dei bond riceve proteste dalla Bundesbank, istituto che continua ad avere un certo potere anche dopo che le banche centrali nazionali sono diventate cinghie di trasmissione della BCE>.

<Ma quella dei tedeschi è solo una voce: come il governatore successivo Mario Draghi avrebbe poi dimostrato, la BCE non era obbligata a genuflettersi. Merkel aveva bisogno della BCE quanto la BCE aveva bisogno di Berlino, l’opposizione tedesca poteva essere aggirata. Invece anziché controbilanciare il conservatorismo tedesco Trichet lo amplifica>.

<Sulla ristrutturazione del debito Merkel e il suo ministro Schauble chiedevano disciplina per tutti, banchieri, investitori irresponsabili, contribuenti. Private Sector Involvment era la parola d’ordine, vale a dire haircut . Trichet al contrario fu soft con banchieri e creditori, mentre incoraggiava i mercati a disciplinare i governi e i cittadini. Una mistura poco appetibile che non è stata un errore ma una scelta deliberata da parte di un gruppo di tecnocrati conservatori che hanno lasciato l’Europa ferita>.

<Dopo un autunno di crisi che ha reclamato gli scalpi dei primi ministri eletti di Spagna, Italia e Grecia, nel dicembre 2011 il Fiscal Pact Europeo assegna ai conservatori la vittoria istituzionale che cercavano. Trichet aveva aiutato Berlino a introdurre l’austerity nel circuito principale dell’UE.

<E’stata una vittoria politica che ha limitato la portata della politica fiscale come strumento attivo di governance politica dei governi. E ha contribuito all’agonizzante lenta ripresa dell’Europa e ai bassi livelli di investimenti pubblici>, scrive Tooze.

SI SPACCA IL FRONTE TEDESCO. Facciamo un passo indietro. Tra i 2010 e il 2011 la crisi dei debiti sovrani europei è al culmine. L’euro in caduta nei confronti del dollaro. Cosa sia veramente successo nella BCE e dintorni non sembra ancora chiarissimo. Chiara e netta è invece la rottura nel fronte tedesco.

Nel settembre 2011 inaspettatamente si dimette dalla BCE il capo economista, il falco Jurgen Stark. Senza spiegazioni, ma al giornale economico Handelsblatt ribadisce che l’unica soluzione alla crisi del debito per i governi è tagliare le spese. Sulla BCE già aleggia Mario Draghi che succederà a Trichet a novembre.

Stark si opponeva al piano di acquisto di titoli di Stato da parte di BCE, un’azione che considerava fuori dal mandato della banca centrale. Le sue dimissioni segnalano disaccordi profondi nella BCE nella maggior crisi debitoria dell’Europa, scrisse il NYT .

Di più. Per dissensi sulla politica BCE lascia la presidenza della Bundesbank Axel Weber, che in quanto governatore sedeva nel Direttivo BCE e aspirava al posto che sarà di Draghi, ma deve ripiegare sull’UBS. Il suo successore alla Banca Centrale tedesca è Jens Weidman, un altro falco, anti-Draghi. In compenso alla BCE l’importante posto di capo economista va per la prima volta a un non tedesco, il belga Peter Praet. Un segnale della nuova era Draghi.

<La rottura avvenne nel 2010, racconterà Stark al Telegraph un anno dopo, settembre 2012 (7). Allora la BCE ha cominciato a cadere nel panico sulla crisi dell’eurozona e ad assumere un nuovo ruolo, fuori dal suo mandato. Ha dato retta a pressioni esterne…esterne all’Europa …>, accenna misteriosamente. Quali, non lo dice né lo fa capire esattamente. Pressioni d’oltre Atlantico, di sicuro. Ma dalla Fed, dai ‘mercati’ ovvero banche e/o investitori che contano? Possibile, o addirittura probabile, come si vede anche esaminando le inopinate decisioni BCE di alzare i tassi nel 2008 e poi nel 2011, su cui Tooze sorvola.

PARENTESI SUI TASSI. <Diminuire i tassi, spiega Ashoka Modi, è una delle misure attive a disposizione delle banche centrali per fronteggiare crisi (insieme all’acquisto di asset), mentre le misure passive consistono nell’immettere liquidità nel sistema>. La Fed infatti riduce i tassi dal settembre 2008 fino a zero a dicembre.

La BCE invece è riluttante. E poi fa il contrario. Sebbene, come segnala Ambrose Evans Pritchard sull’(euroscettico) Telegraph già ai primi di agosto 2008 (8) siano chiari i segnali di contrazione delle economie dell’eurozona ormai in crescita negativa, (-0,5% la stessa Germania), Trichet i tassi a luglio li alza a fino al 4,25%. E tornerà ad abbassarli soltanto in seguito e gradualmente fino all’1,25 in aprile 2009.

Una decisione contraddittoria e apparentemente incomprensibile, anche più del rialzo che la banca europea deciderà di nuovo nel 2011 in due riprese prima di un nuovo round di tagli e stimoli in novembre <dopo evidenti segni di deterioramento delle economie>.

Per Modi sono tutti segni della contraddittorietà ed estemporaneità delle misure adottate da BCE, che infatti non tranquillizzano i mercati, e della riluttanza della BCE a stimolare davvero l’economia dell’eurozona.

BCE SOSTENEVA IL DOLLARO? Sulla scia di Evans Pritcherd e altri così Maurizio Blondet non esitava a titolare, senza punto di domanda, nell’agosto 2008 (9). Con qualche ragione. In quell’anno in difficoltà è il dollaro. E la scelta di mantenere un euro fortissimo aiuta il dollaro impedendogli di precipitare. Così come aiutano il dollaro gli acquisti di bond americani da parte delle varie banche centrali. Lo fa anche la BCE? <Se lo facesse anche la BCE, mentre lesina gli acquisti di bond in Europa, sarebbe grave>, scriveva Blondet non avendo precisi riscontri in proposito ma segnalando i trucchi con i quali veniva aiutata la Spagna (nel cui mercato immobiliare in crisi c’erano grandi interessi tedeschi).

INTRECCI INESTRICABILI. Modi : <Più di altre banche centrali la BCE nel 2008 adotta una politica meramente passiva provvedendo liquidità in dollari al settore bancario. In buona parte attraverso le swap lines della Fed – quelle che Tooze ha segnalato nel suo precedente articolo del 2017 sulla storia segreta della crisi (10).

Modi, la cui analisi tiene conto in primis degli effetti sui mercati, critica la BCE ma appoggia la Fed. <Fornire liquidità era necessario, la Fed dà un contributo importante alla stabilizzazione dell’area euro, creando aspettative positive nei mercati. Gli spread nei paesi periferici calano, il valore delle azioni cresce, anche quello delle banche. Al contrario il fatto che la BCE fornisca la liquidità alle banche dell’area euro non riesce a dare fiducia ai mercati nelle prospettive economiche>.

Tooze è più esplicito, e più severo anche nei confronti della Fed. Forse solo più obiettivo. Sottolinea infatti come la Fed abbia iniettato sì dollari nelle banche centrali globali (dal 2007 $10 trilioni forniti a BCE, BoE, BoJ più altre, ma non tutte: escluse Est Europa, Russia Cina) ma nell’interesse americano. Li ha forniti infatti non ai sistemi economici bensì, tramite le banche centrali, al sistema bancario. Anzi, a determinate banche. Per prevenire un contraccolpo delle banche europee “di fatto americanizzate” come Deutsche Bank e Credit Suisse e altre (in sostanza quelle “sistemiche”), e cioè <per evitare un rovinoso falò di asset americani da molti trilioni di dollari>.

FED PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA GLOBALE DEL SISTEMA <Questa operazioni e in particolare le swap lines legano ulteriormente la FED alle altre banche centrali che ormai governano le economie, in particolare alla BCE, in un intreccio diventato inestricabile>. In questo senso parlare di “pressioni” dall’estero e di “salvataggio del dollaro” non è esatto ma neppure del tutto fuori luogo.

<Preservare lo status del dollaro è stato per le banche centrali l’incentivo a cooperare> scrive Kostantinos Gravas, citato da Modi in un altro articolo. <La Fed ha agito come il prestatore di ultima istanza internazionale >, aggiunge, concordando con Tooze. <Dopo la grande recessione del 2007-2009 la cooperazione internazionale ha condotto a una nuova ‘pace monetaria’: l’azione coordinata fra Usa, Germania e Cina (sic) per mantenere lo status quo del dollaro come moneta di riserva globale…>. (Trump e le sue guerre economiche erano di là da venire, aggiungiamo).

L’ERA DRAGHI. Pur <istintivamente conservatore – del resto co-firma con Trichet la (famigerata) lettera a Berlusconi nell’agosto 2011 – se Draghi si è potuto permettere di adottare un atteggiamento più interventista è stato in parte perché il lavoro sporco di mettere i governi europei in riga l’aveva fatto Trichet>.

“Whatever I said”. <Quando Draghi nel luglio 2012 promette che avrebbe fatto “whatever it takes”, tutto quel che serve, la BCE appare come la salvatrice dell’euro. Draghi parla contrastando lo scenario di una rinnovata crisi in Spagna e delle paure su Italia e Grecia. E lo fa a Londra di fronte a investitori di fondi hedge non tanto disperati quanto esasperati. Come poi riferirà a un amico, “l’incurabile ossessione dell’Anglosfera per la fine dell’euro venne assorbita”>.

E’ Il “sentimento dei mercati” migliorato da Draghi di cui parla Modi, che assegna però un’importanza preminente all’ OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà sia pure a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato dalla BCE poco dopo.

Spiega Tooze: <Gli scettici nella City non avevano capito quanto lontano l’Europa si era spinta. Non solo aveva aderito a un’unione bancaria ma – per quanto conflittuali i negoziati e per quanto deflazionario il risultato – aveva anche stabilito una struttura fiscale. L’Europa stava evolvendo e l’impegno dei suoi governi era ormai di gran lunga troppo grande per tornare indietro, anche di fronte a un lungo periodo di intransigenza della BCE.>

<Ovviamente il prezzo pagato per la vittoria della BCE è stato alto: lo shock del 2010-11, seguito da una severa dose di austerity hanno gettato l’economia europea in una prolungata seconda recessione. Nessuno dubita che ci siano molti business improduttivi in Italia e Grecia assillati da cronici insufficienti investimenti ma la loro attuale sofferenza e senso di impotenza devono molto al modo in cui le economie sono state condotte con una domanda anemica>. Anche Modi qui concorda.

Tooze come Modi fa un paragone con gli USA e i vari QE della Fed (…). <La BCE ha lasciato che il suo bilancio collassasse. Crediti e investimenti si sono contratti. I debiti cattivi si sono moltiplicati. Una generazione di studenti e laureati si è trovata tagliata fuori dal mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile nei paesi più colpiti dell’eurozona è salita fin quasi al 50%. La scena politica è stata stravolta, con i critici dell’euro e della BCE in crescita, da destra e da sinistra>.

<E’ stato solo nel 2015, quando si è materializzato il rischio di una deflazione in stile Giapponese che la BCE finalmente schiaccia l’acceleratore. In marzo di quell’anno si imbarca in un QE su scala massiccia, raddoppiando il suo bilancio (=stampando moneta in quantità) fino al 2018.

<Quasi subito l’aumentata liquidità ha offerto un sia pur modesto sostegno alla ripresa europea. Ma le conseguenze politiche, attraverso il mercato dei bond, sono state più drammatiche. Il QE ha isolato l’eurozona da ogni contagio dalla rinnovata crisi greca del debito greca nel 2015 (…) Non c’è rischio di contagio quando la BCE drena i mercati di bond disponibili da comprare. <E’ la prova che l’intera crisi dei debiti sovrani avrebbe potuto essere evitata se Trichet non avesse scelto, deliberatamente, di portare l’’Europa alla rovina>.

I VENTRILOQUI. Anche con Draghi, la protezione da parte della BCE avviene a determinate condizioni sottolinea Tooze. <Per giustificare gli acquisti di bond da parte della banca centrale un debito sovrano deve avere un certo rating di investimento. Anche se domina il mercato dei bond, la BCE lascia che i ventriloqui del suo atteggiamento conservatore siano le agenzie di rating. In Portogallo il governo di coalizione di sinistra è appeso al filo di un solitario rating. L’Italia dovrà subire pressioni se il nuovo governo devierà dal sentiero del rispetto delle regole>. Come infatti è avvenuto, sia pure con compromessi finali. E la partita è più che mai aperta oggi, febbraio 2019.

CONSIDERAZIONI. 1. MODI.<Ideologia e limitazioni sono incorporate nel contratto dal quale è nato l’euro>, osserva Modi. <Per di più la mancanza di accountability isola la BCE da meccanismi e incentivi a cambiare>. Dove il termine inglese poco traducibile si riferisce al fatto che la BCE non rende conto a nessuno. E’ un punto chiave. Un limite che emerge sempre più spesso. Dalla Corte dei Conti Europea, che lamenta il diniego all’accesso di documenti indispensabili alla sua funzione di controllo – come ha sottolineato anche l’economista “sovranista” Alberto Bagnai (cit)- a transparency.eu che contesta la mancanza di trasparenza dell’Eurogruppo, il consesso – per di più del tutto informale – dei ministri economici dell’eurozona (11).

Sebbene consideri l’OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà ma a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato ma mai attuato da Draghi, l’unica misura attiva forte, Modi non salva neppure la gestione post-Trichet della BCE. Fino a oggi. E denuncia i limiti politici agli stimoli: l’aver negato la minaccia di una inflazione troppo bassa; l’aver ritardato il QE (fino al 2015); e, alla fine del 2018, il negare la recessione in atto e un prolungamento del QE>. Solo per riflessi lenti della banca?

2. TOOZE. <Perché la Bce può esercitare tale influenza sul destino dell’Europa?> si chiede. <La risposta è che per qualsiasi intento o obiettivo unirsi all’eurozona è irrinunciabile. L’UK sta lentamente scoprendo a sue spese che cosa comporta “riprendersi il controllo”>. E <un’uscita dall’euro sarebbe molto più dirompente per la vita quotidiana persino di quanto sarebbe per l’UK la Brexit più estrema>. <Molti economisti continuano a far congetture sulla sopravvivenza dell’euro ma pochi politici europei ne discutono seriamente>, aggiunge. Anzi.

<Dal 2006 sette nuovi paesi hanno cercato la protezione della seconda moneta più importante. Con l’UK sulla via di lasciare l’UE, Bruxelles non fa mistero del suo obiettivo di rendere l’euro la moneta comune dell’intera Unione>. E in un’Europa che tende progressivamente a coincidere con l’eurozona governata dalla BCE, tra le righe di Tooze si intuisce come il Regno Unito sia praticamente costretto a staccarsi.

Altro che mistero. <In applicazione dello Statuto, il Consiglio Generale BCE verrà sciolto quando tutti i membri UE avranno adottato l’euro>, informa la stessa banca sul suo sito. Ed è interessante osservare che in tale Consiglio, che affianca Comitato Esecutivo e Consiglio direttivo e ha fra i suoi compiti la redazione del rapporto annuale della BCE, oltre a presidente e vicepresidente, siedono i governatori dei 19 paesi dell’area ma anche i 9 che non ne fanno parte. Tra questi c’è il governatore della Bank of England, banca che in teoria è il secondo maggior ‘azionista’ BCE (col 14,3% del capitale sottoscritto, dopo di che ai paesi non euro sono stati via via applicati sconti fino a farli versare solo il 3,75%). “L’appartenenza all’UE vincola le banche non-euro?” Era del resto il titolo di un dibattito organizzato da Bruegel a gennaio 2016 (ante-Brexit) intorno a un report di Bank of England, purtroppo non più online (12). Segno che un problema c’è.

<Intanto – continua Tooze – la disoccupazione cronica continua, soprattutto fra i giovani della “periferia meridionale” i cui voti hanno fatto sorgere partiti di protesta. Ma quelli poi andati al governo sono finora indietreggiati davanti a un confronto definitivo> – scrive con un occhio all’Italia. <Semplicemente in gioco c’è troppo>. Sarà per questo che l’euro piace al 75% degli europei, come ha ricordato recentemente Draghi.

BCE E EUROPA. <Sebbene (all’euro )non vi siano alternative e la sola uscita non sia contemplabile… non significa che non esistano scelte. I 20 anni di vita dell’euro mostrano che le scelte contano molto. Il fatto è che la maggior parte di tali scelte sono concentrate nelle mani della banca centrale. La crisi del 2008 è stata il risultato di fallimenti ed errori dell’insieme del capitalismo occidentale. Ma la disastrosa reazione europea è stata una questione di scelta> (…) <Con Draghi le cose sono diventate più tollerabili, ha offerto un sostanziale sollievo monetario e, sia pure a certe condizioni, ha protetto i governi dal mercato dei bond. Ma l’approccio fondamentalmente conservatore della BCE rimane inalterato>.

<Le istituzioni contano ma a fare le politiche sono le persone>, conclude Tooze. E <se dopo Draghi arriverà il superfalco Jens Weidman, si tornerà a Trichet>. (Oggi però le chances del presidente della Bundesbank appaiano calanti).

E poi <perché gli europei accettano una BCE che ha solo il mandato del controllo dell’inflazione, a differenza della banca centrale americana? Se persino il regime della Cina capisce il legame fra crescita, lavoro e legittimazione e agisce politicamente di conseguenza, perché l’Europa persiste nel negare l’ovvio?>.

<Non è la sola questione per l’Europa. Con una politica americana sempre più nella scia nazionalista, sembra sensato chiedersi se la Fed sarebbe di nuovo in grado di servire da ancora stabilizzatrice del sistema globale, come ha fatto>. Vari analisti, come Nouriel Roubini, ritengono di no. <A un certo punto il mondo può aver bisogno che l’Europa agisca come una forza più assertiva anche nella politica monetaria globale>. Già, ma ne sarebbe è in grado?

DUBBI E DOMANDE. <A fare le politiche sono le persone>, afferma Tooze. Ma è davvero così? Se le economie dipendono dalle banche centrali e queste sono ormai inestricabilmente intrecciate fra loro; se la Fed ha un ruolo dominante, col dollaro moneta di riserva globale; e se il ventriloquo della BCE sono le agenzie di rating, i cui azionisti istituzionali sono poi gli stessi che si ritrovano nelle principali megabanche, cosa possono fare i governatori BCE? Hanno una qualche autonomia? Oppure vengono scelti – in modo certo non trasparente – proprio in funzione di politiche previste “dall’esterno”?

Trichet era un ex governatore della Banca di Francia, Draghi oltre che ex Bankitalia è anche un “alunno” di Goldman Sachs (come Jeorg Kukies, il viceministro dell’economia dell’attuale governo della Germania con delega per Europa e politiche dei mercati finanziari) banca che, tra le più potenti, è anche la più “politica”. E Draghi nel 2018 ha rifiutato la richiesta formale inoltrata dal Controllore Europeo (Ombudsman) Emiliy O’Reilly di non partecipare più al G30, come segno di indipendenza della BCE e per i possibili conflitti di interessi denunciati dal Corporate Europe Observatory (13). Un forum consultivo informale e affatto trasparente, il G30, dove siedono alcuni dei principali attori pubblici e privati del sistema bancario internazionale – come JP Morgan (chairman), Goldman Sachs, UBS, Blackrock, Bank of England ecc. persino Bank of China, con vari ex come Volker, Trichet, King, Noyer, Geithner, Summers, più qualche accademico e analista (14).

E a proposito di Germania: è sembrata per anni – fino a oggi – non solo il dominus europeo ma anche una sorta di referente o trait d’union con gli US. Tanto più da quando col crollo dell’Urss l’attenzione della finanza angloamericana si è concentrata sull’Europa (vedi Gravas).Underblog ne scrisse a proposito dell’evoluzione di Deutsche Bank, la più americanizzata delle banche europee, in un post dedicato a Blackrock (15), sulla scia di un articolo di Limes che ipotizzava un ruolo della Roccia Nera, azionista di peso di Deutsche Bank, nei tracolli del 2011 che travolsero anche l’Italia. Utile rileggerlo, per allargare lo sguardo agli intrecci azionari che coinvolgono anche agenzie di rating e megabanche. Le stesse banche che partecipano al G30 e ritroviamo azioniste di primo piano della Fed, che al contrario di quel che si crede non è un istituto pubblico ma è posseduta al 100% da privati.

Infine: quanto conviene agli US un euro e una UE relativamente deboli? <L’euro potrebbe accrescere il suo ruolo di moneta globale solo rallentando il relativo declino dell’economia dell’Eurozona attraverso una rapida crescita> conclude Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles, in” The Mirage of a Global Euro”. Un ruolo che Gros non sembra auspicare e una crescita che non si è verificata. Anzi, l’UE sta rallentando.

Se ne rallegreranno i trump-nazionalisti, che non nascondono la loro ostilità all’Europa, in primis alla Germania, la concorrente più fastidiosa dell’America First. I sovranisti europei sembrano voler loro dare una mano. Ma non è detto che la grande finanza che nell’UE ha investito tanto sia dello stesso avviso. La figura del nuovo governatore darà un primo segnale. Poi starà ai governi europei – posto che ne siano in grado – apportare alle istituzioni UE dei cambiamenti, ma quali? Quelli ai quali accennava Draghi?

  1. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/adam-tooze-european-central-bank A. Tooze, The bank that nearly broke Europe, 2018
  2. https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-19/bce-grande-affare-stress-test-schauble-apre-caso-bce–071039.shtml?uuid=AEy2Uz1G e https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-22/stress-test-blackrock-no-grecia-bce—092111.shtml?uuid=AEXEwu3G
  3. https://www.startmag.it/economia/vi-spiego-che-cosa-non-va-nella-bce-parla-bagnai-lega
  4. https://www.corriere.it/economia/19_febbraio_22/draghi-difende-l-europa-uscire-ue-non-da-maggiore-sovranita-ef749550-36c1-11e9-a77e-854ef271b7f8.shtml , uno dei tanti articoli. Il più esteso su Il Foglio.
  5. https://voxeu.org/article/ecb-s-performance-during-crisis e https://www.cesifo-group.de/DocDL/cesifo1_wp7400.pdf
  6. https://www.palgrave.com/us/business-insights/the-role-of-central-banks-and-the-monetary-peace
  7. https://www.telegraph.co.uk/business/2016/10/01/its-not-just-deutsche-european-banking-is-utterly-broken/
  8. https://www.telegraph.co.uk/finance/2794845/ECB-slammed-as-Europe-crumbles.html 2008
  9. http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=4168&Itemid=179
  10. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/the-secret-history-of-the-banking-crisis
  11. https://transparency.eu/event-does-the-eurogroup-exist-informal-governance-fragmented-accountability/ e https://www.startmag.it/mondo/la-bce-non-e-trasparente-parola-della-corte-dei-conti-europea/
  12. http://bruegel.org/events/the-bank-of-england-in-europe-does-eu-membership-constrain-non-euro-central-banks/)
  13. https://it.businessinsider.com/la-bce-e-i-legami-pericolosi-con-le-grandi-banche-nel-gruppo-dei-30-draghi-risponde-picche-alla-denuncia-del-mediatore-europeo/ e https://www.agi.it/estero/ue_ombudsman_o_reilly_draghi-3382078/news/2018-01-18/
  14. http://group30.org/members
  15. https://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html
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