Perché contro l’Iran una guerra convenzionale Trump non la può lanciare (ma continua a pattugliare il Golfo)

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22 giugno2019. Il presidente Trump in uno dei suoi tweet si vanta di aver sventato all’ultimo momento un attacco contro tre obiettivi iraniani, come rappresaglia al drone abbattuto da Theeran, e i misteriosi attacchi a due petroliere straniere nel Golfo Persico, che gli US avevano imputato all’Iran. Il mondo tira un sospiro di sollievo, un conflitto sembrava imminente. Molte compagnie aeree avevano già dato ordine di non volare sui cieli del Golfo. Su Twitter i bene informati sostengono che sia stato lo stesso Pentagono a bloccare iniziative belliciste inopportune. Sostenute dai falchi dell’amministrazione? Non è dato sapere. La verità è che una guerra convenzionale nei confronti dell’Iran gli Usa non se la potrebbero permettere. Questa almeno è la tesi di una lunga dettagliata analisi del prof Michel Chossudovsky su Global Research, il centro canadese di ricerche da lui fondato molti anni fa. Il professore è assai ostile agli US, ma sempre documentato.

“Nelle condizioni attuali un intervento come quello in Iraq che comporti forze di terra, d’aria e navali sarebbe impossibile in Iran – è la sintesi . Per diverse ragioni. L’egemonia degli Stati Uniti nel Medio Oriente si è estremamente indebolita, in conseguenza dell’evolversi della struttura delle alleanze militari. Gli US non sarebbero in grado di portare avanti un tale progetto”.

I temi di fondo sono due, ma è il secondo ad essere approfondito.

Le forze militari dell’Iran, ovvero la sua capacità (forze di terra, navali, aeree, di difesa) di resistere e rispondere. Le sue forze di terra, navali, aeree sono consistenti, ha un’industria bellica e sta per ricevere il potente sistema missilistico russo di difesa S-400. Con 534.000 persone attive tra esercito, marina e aeronautica e il corpo speciale delle Guardie Islamiche Rivoluzionarie (IRGC) è considerato la ‘maggior potenza militare’ del Medio Oriente. In caso di attacco potrebbe colpire i siti militari US nel Golfo Persico.

L’evolversi della struttura delle alleanze militari (2003-2019, largamente a detrimento degli Stati Uniti. E’ il punto decisivo, su quale di solito poco si riflette. Diversi alleati tra i più fedeli ‘dormono con il nemico’.Paesi che confinano con l’Iran come il Pakistan e la Turchia hanno accordi di cooperazione militare con l’Iran. Ciò in sé esclude la possibilità di una guerra di terra, ma influenza la capacità di US e alleati di pianificare operazioni navali e aeree. Eppure fino a tempi recenti entrambe – la Turchia è un membro NATO di peso – erano tra i più fedeli alleati dell’America, di cui ospitano basi militari importanti.

Da un più vasto punto di vista militare, la Turchia coopera attivamente sia con l’Iran che con la Russia. Di più. Ankara ha appena acquisito il sistema di difesa missilistico S-400, stato dell’arte della Russia, ponendosi di fatto fuori dal sistema di difesa aereo integrato US-Nato-Israele. Tra luglio e agosto operatori del sistema verranno addestrati in Russia. Inoltre, in Siria US e Turchia combattono su fronti opposti. Secondo un recente articolo di Foreign Affairs – aggiungiamo – la questione curda è stata la prima causa della rottura fra i due paesi e dell’avvicinamento di Ankara alla Russia.

Non c’è bisogno di sottolineare che il Trattato di Organizzazione Nord Atlantica è in crisi. Lo stesso Chossudowsky approfondisce la questione in un successivo post del 13/ 7, arrivando a chiedersi se l’uscita della Turchia dalla Nato non sia imminente.Anche l’Iraq ha indicato che non collaborerà con gli US in caso di guerra contro l’Iran. Ancor più significativo il fatto che nessuno degli stati vicini all’Iran, dai suddetti Turchia e Pakistan ad Afghanistan, Iraq, Turkmenistan, Azerbaijan e Armenia consentirebbe a forze di terra americane e alleate di transitare sul loro territorio. Né coopererebbero con gli US in una guerra aerea.

L’Azerbajan, che durante la guerra fredda era un alleato degli US nonché membro della ‘partnership for peace’ della Nato, ha cambiato fronte. E lo scorso dicembre ha firmato un accordo di collaborazione militare e di intelligence con l’Iran, che a sua volta collabora anche con il Turkmenistan. L’alleanza post sovietica GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbajan, Moldavia) è virtualmente defunta.Quanto all’Afghanistan, con i Taliban che controllano la maggior parte del territorio, la situazione non favorisce certo un dispiegamento di forze di terra americane/alleate al confine con l’Iran.

In conclusione, la politica di aggiramento strategico nei confronti dell’Iran formulata alla vigila della guerra con l’Iraq (2003) non funziona più. L’Iran ha relazioni amichevoli con i paesi vicini un tempo sotto l’influenza americana.

In queste condizioni lanciare una guerra convenzionale di teatro con truppe di terra sarebbe un suicidio, conclude il nostro. Aggiungendo tuttavia che ciò non significa che una qualche forma di intervento diretto contro l’Iran non sia possibile. E non sia nei piani del Pentagono. Chossudovsky ne fa un elenco:

*varie forme di ‘guerra limitata’, es attacchi missilistici;*sostegno a gruppi terroristi paramilitari da parte di US/alleati;*cosiddette ‘bloody nose operations’, vale a dire forme di intervento preventivo, già prese seriamente in considerazione verso la Corea del Nord nel 2018;*destabilizzazione politica, ‘rivoluzioni colorate’;*attacchi false flag e minacce unilaterali;*guerra alettromagnetica e/o climatica (ENMOD);*cyberwarfare;*attacchi chimici o biologici;*sabotaggi, confische di asset finanziari, sanzioni economiche massicce.

[Queste ultime sono quelle che Trump ha già attuato e ha ulteriormente minacciato di estendere recentemente, dopo l’annuncio di Teheran di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio motivato dal blocco economico che ha colpito l’Iran dopo l’abbandono da parte degli US di Trump dell’accordo del 2015].

I quartier generali dell’US Central Command situati in territori diventati nemici. E’ la considerazione forse più grave nell’evoluzione della struttura militare americana. L’USCENTCOM è il Comando combattente a livello di teatro per tutte le operazioni nella più vasta regione del Medio Oriente, dall’Afghanistan al Nord Africa. E’il più importante Combat Command della struttura Unified Command. Ha condotto e coordinato i maggiori teatri di guerra in Medio Oriente dall’Afghanistan (2001) all’Iraq (2003) ed è anche convolto in Siria.In caso di guerra all’Iran le operazioni in M. O. sarebbero coordinate dal US Central Command nel quartier generale di Tampa, Florida in collegamento permanente con il quartier generale dell’CENTCOM, che si trova in Qatar.

Il punto chiave è questo.Dopo l’abbattimento del drone da parte di Teheran, a fine giugno scorso, quando Trump annunciò di aver bloccato l’imminente attacco all’Iran il CENTCOM confermò il dispiegamento degli F-22 stealth nella base di Al-Udeid, in Qatar ”in difesa delle forze e degli interessi americani” Ne ha parlato Michel Welch, sullo stesso Global Research il 30/6/2019).“La base è tecnicamente proprietà del Qatar e ospita i quartier generali dell’US Central Command. Con 11.000 militari americani, viene descritta come ‘una delle basi più durature e strategicamente posizionata del pianeta’ (Washington Times). Ospita l’US Air Force’s 379th Air Expeditionary Wing, considerata ‘il più vitale commando aereo dell’America all’estero’ “.

Quello che i media e gli analisti militari dimenticano di far sapere – sottolinea Chossudovsky – è che il quartier generale avanzato per il Medio Oriente dell’US CENTCOM presso la base militare di al-Udeid vicino a Doha di fatto “si trova in territorio nemico”. Come si è arrivati a tanto?

Il progetto di Trump era dar vita a una Middle East Strategic Alliance (MESA), una sorta di ‘NATO Araba’ sotto la supervisione saudita, che avrebbe compreso Egitto e Giordania insieme ai membri del Gulf Cooperation Counci [l’alleanza fra i paesi del Golfo – Arabia Saudita, UAE, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman – che data dal 1981 ma fra vari disaccordi non è riuscita a crescere a più livelli come si proponeva].La dichiarazione di Riyad, il 21 maggio 2017, alla fine dello storico summit con Trump nella capitale saudita, annunciava la costituzione della MESA – senza il Qatar, ma mantenendo intatto il GCC – per contrastare l’egemonia dell’Iran.

Due giorni dopo, scatta un embargo verso il Qatar.L’Arabia Saudita blocca il suo confine terrestre col Qatar, accusato di sostenere il terrorismo e di collaborare con Theheran. E insieme a Emirati (UAE) e Bahrein dà vita a un embargo aereo e navale verso Doha.

E però il Qatar, apparentemente isolato, trova subito nuovi amici nella Turchia e nell’Oman, il sultanato che insieme all’Iran controlla lo stretto di Hormutz. Turchia, Iran e Pakistan [che è alleato della Cina] accrescono i commerci col paese, grazie ad accordi bilaterali. Ankara stabilisce anche una presenza militare in Qatar, ricevendo in cambio investimenti per $20 miliardi [il Qatar non lesina denari agli amici]. “Oggi il paese brulica di uomini d’affari iraniani, personale ed esperti dell’industria petrolifera, per non menzionare la presenza di russi e cinesi, scrive Chossudovski.

Da quel maggio 2107 il Qatar diventa un convinto alleato sia dell’Iran che della Turchia – che è anche alleata dell’Iran ed è sempre più vicina alla Russia – pur non avendo nessun accordo militare ‘ufficiale’ con Teheran. Notare che Qatar e Iran condividono la proprietà del giacimento marittimo di gas naturale più grande al mondo.E Russia, Iran e Qatar messi insieme possiedono oltre la metà delle riserve di gas conosciute.

[Lo ricordava fra l’altro una approfondita analisi sul sito russo RT.com del marzo scorso che, sulla scorta di interessanti recenti post di Asia Times e Middle East Eye esordiva: “Una nuova alleanza fra Qatar ,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita . La conseguenza di otto anni di guerra in Siria hanno modificato le dinamiche regionali in un modo certamente mai immaginato dagli Stati Uniti e dai loro alleati”].

Interpretazione Russa? Affatto. Che il Qatar sia ormai un solido alleato di Iran e Turchia, lo conferma l’Atlantic Council, think tank vicino a Pentagono e Nato. Chossudovsky ne cita anche alcune frasi:“ Il 15 giugno il presidente Rouhani ha sottolineato che rafforzare i rapporti con il Qatar è un’alta priorità per i politici iraniani. All’Emiro qatariota ha detto che ‘stabilità e sicurezza nei paesi della regione sono interconnesse’. In cambio il capo di stato del Qatar ha affermato che Doha mira a una stretta alleanza con la Repubblica Islamica’” . L’evoluzione politica e militare della Turchia preoccupa molto l’occidente, come abbiamo visto sopra citando Foreign Affaris, la rivista del Council of Foreign Relations che lega l’allontanamento dagli US al problema dei Curdi.

Ma è tutta la strategia americana in Medio Oriente ad essere in crisi, come emerge dal nuovo viaggio di Trump a Riyad lo scorso aprile 2019. Ai Sauditi, pur indeboliti dall’affair Kashoggi, viene affidato il rilancio della MESA formulata nel 2017, a dispetto del fatto che tre membri del GCC – Qatar ma anche Kuwait e Oman sono ormai impegnati nel normalizzare i rapporti con l’Iran. In più l’Egitto del presidente al-Sisi decide di sfilarsi dalla proposta di una Nato Araba obiettando che “creerebbe tensioni con l’Iran”.

Insomma, se l’obiettivo US era creare un ‘blocco Arabo’ in funzione anti-Iran, il risultato è una tacita spaccatura dello stesso GCC e la creazione dell’asse Iran Turchia Qatar di cui sopra, con Ankara alleata dell’Iran e sempre più vicina alla Russia e il Pakistan, alleato della Cina, diventato il maggior partner del Qatar. L’Oman neutrale come pure il Kuwait, che non è più allineato all’Arabia Saudita, pur mantenendo buoni rapporti con Washington, di cui ospita facilities militari. Trump ha finito per ritrovarsi con una ‘mezza MESA’ con Arabia Saudita, Bahrein e Giordania. Senza nemmeno l’Egitto, con Kuwait e Oman neutrali, e il Qatar in braccio al nemico.Secondo Chossudowsky il progetto della Nato Araba con supervisione Saudita contro l’Iran appare insomma definitivamente saltato, e la prospettiva di un intervento militare in Iran, impossibile.

Il tutto sembra avvenire molto sotto traccia. Il Pentagono ha in apparenza deciso di mantenere ufficialmente il quartier generale dell’US Central Command in Qatar, ma avrebbe intenzione ricollocare parte degli aerei, personale, e funzione di comando altrove. In Arabia Saudita? Probabilmente. Non è chiaro chi abbia ordinato l’embargo al Qatar, conclude Chossudowsky: a suo parere i Sauditi non l’avrebbero fatto senza l’avvallo di Washington.

Gli US poliziotti del Golfo, ma sempre più soli. E’ un altro capitolo, che aggiungiamo. L’egemonia US nella regione come si è visto risulta assai indebolita.In questa situazione anche il transito delle navi da guerra verso il quartier generale della V Flotta in Bahrein è potenzialmente minacciato. Per non dire delle operazioni navali nel Golfo. Lo stretto di Hormutz, ingresso nel Golfo Persico, è sotto il controllo del nemico Iran e del neutrale Sultanato di Oman.Trump appare isolato anche nella funzione di ‘vigilanza’ del traffico del petrolio dal Golfo Persico .

L’11 luglio scorso gli “US hanno annunciato che continueranno a vigilare, malgrado le proteste di Trump”. Così titolava il Financial Times. Proteste? Dopo i misteriosi attacchi alle due navi cisterna, una giapponese e una norvegese, attribuiti dagli US all’Iran (che ha recisamente negato), il presidente aveva chiesto agli alleati e ai paesi importatori di petrolio asiatici di contribuire alla sicurezza di una rotta cruciale per il greggio globale: un quinto del petrolio del mondo passa infatti dallo stretto di Hormutz.In un tweet Trump ha criticato Cina e Giappone e “molti altri paesi” per non contribuire abbastanza alla sicurezza delle forniture di petrolio.

Un appello che riecheggia quello da parte di presidente degli Stati maggiori US Joseph Dunford rivolto esplicitamente agli alleati Nato. Ma i paesi asiatici appaiono riluttanti a prendere una posizione ostile all’Iran, scriveva il FT, citando un professore di Harvard di turno, per il quale India, Corea del Sud e Giappone hanno meno probabilità di unirsi agli US di Sauditi, Emirati ed europei. Ma anche questi nicchiano. Gli europei avranno riserve ad aderire ufficialmente a una coalizione marittima US dopo che Trump si è ritirato dall’accordo nucleare con Theheran .

L’unico alleato collaborativo – aggiungiamo – è l’UK, che l’anno scorso ha aperto una base in Bahrein e ha navi che pattugliano lo stretto. E’ stato l’unico paese a spalleggiare gli US nelle accuse all’Iran alle petroliere e sostiene addirittura di aver respinto un tentativo iraniano di impedire il passaggio di una petroliera BP (per rappresaglia dopo il blocco inglese di una nave iraniana a Gibilterra, racconta un post di gulfnews.comdedicato al nuovo mistero di una petroliera scomparsa, aggiungendo che dopo le minacce iraniane a petroliere britanniche gli US prevede scorte navali.

D’altra parte gli US non possono rinunciare a fare i poliziotti del Golfo dove passa un quinto del traffico mondiale di petrolio. Il perché lo spiega un’analisi molto interessante su TomDispatch.com di Michael T. Klare, collaboratore abituale del sito, professore emerito dell’università dell’Hampshire, autore di vari testi. Al cuore dei conflitti in medio Oriente, inclusa la crisi con l’Iran– è la sua tesi – ci sono tre semplici lettere: oil, ovvero c’è da sempre il petrolio.

Il punto è politico. Per quanto gli US non dipendano più se non in minima parte dalle importazioni di petrolio, da quando il fracking assicura loro il 75% del fabbisogno (nel 2008 era il 35%), alleati chiave della Nato e rivali come la Cina tuttora continuano a dipendere dall’oil del Medio Oriente. E l’economia, mondiale, di cui l’America è la prima beneficiaria, è legata al flusso petrolifero ininterrotto dal Golfo persico, per tenere basso il prezzo.

Nonostante le accuse ai combustibili fossili di contribuire al cambiamento climatico, secondo l’ultimo report di BP il petrolio nel 2018 ha rappresentato ancora il 33,6% del consumo globale di energia, seguito dal 27.2% dal carbone, 23,9% del gas naturale, 6,8 energia idroelettrica, 4,4% nucleare e un misero 4% di rinnovabili.E il consumo di petrolio è previsto in salita. Due terzi del petrolio vengono ancora oggi consumati dai paesi industrializzati, ma nel 2040 secondo l’IEA le proporzioni sono destinate a ribaltarsi a vantaggio dei paesi emergenti non OCSE. La quota della regione Asia-Pacifico al 28% nel 2000, si prevede salirà al 44% grazie alla crescita di Cina, India e altri paesi asiatici.Da dove prenderanno il petrolio necessario? Gli esperti non hanno dubbi: si rivolgeranno all’unico luogo capace di soddisfare la loro richiesta. :il Golfo Persico.

Ci fermiamo qui. Ma è evidente che il controllo di questo traffico è strategicamente cruciale. Rinunciarvi per gli US significherebbe abdicare al loro ruolo egemonico, sia pure declinante.

Aggiunta interessante.La reazione all’indebolimento degli US in Medio Oriente, cominciata in Siria dove il regime change è clamorosamente fallito, passa per un piano di contenimento della Turchia da parte di Arabia, Emirati più Israele e Egitto che paradossalmente prevede fra l’altro una riabilitazione di al Assad in Siria (dove gli Emirati hanno appena riaperto l’ambasciata) , che verrebbe fatto entrare nella Lega Araba . Ma in cambio l’Egitto pretende che la Siria consideri nemici Turchia, Qatar e Fratellanza Musulmana. Guarda a caso sono gli stessi due fronti che in Libia sostengono da una parte il generale Haftar, dall’altra al Serraj. Per dire quanto sono intrecciati i fronti.A rivelare il piano è stato un report esclusivo di Middle East Eye che racconta un summit al quale ha partecipato il Mossad. Ci torneremo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2019/06/21/iran-da-trump-ok-attacchi-poi-lo-stop_ca67290f-4f36-4ada-a7f4-8a434b1acb5b.html

https://www.globalresearch.ca/a-major-conventional-war-against-iran-is-an-impossibility-crisis-within-the-us-command-structure/5682514 Prof Michel Chossudovsky , 8/7/ 2019

https://www.globalresearch.ca/shifting-alliances-is-turkey-now-officially-an-ally-of-russia-acquires-russias-s-400-exit-from-nato-imminent/5683458 stesso autore, 13/7

https://www.ft.com/content/22481dd8-a302-11e9-974c-ad1c6ab5efd1 11/7US will keep policing the Gulf despite Trump protests |President’s call for help in Hormuz Strait likely to be ignored by Asian countries.

https://af.reuters.com/article/worldNews/idAFKCN1U5118 10/7 Trump threatens to ‘substantially’ increase sanctions on Iran – Reuters

https://www.foreignaffairs.com/articles/turkey/2019-07-09/why-turkey-turned-its-back-united-states-and-embraced-russia Why Turkey turned its back on the Us and embraced Russia

http://www.tomdispatch.com/post/176584/tomgram%3A_michael_klare%2C_it%27s_always_the_oil/#moreThe Missing Three-Letter Word in the Iran Crisis. Oil’s Enduring Sway in U.S. Policy in the Middle East . By Michael T. Klare

https://www.rt.com/op-ed/454512-alliance-iran-qatar-turkey-saudi/ New Turkey-Iran-Qatar axis is rising in Middle East, and it has Saudi Arabia furious 22/3/19

https://cms.ati.ms/2018/01/americas-syrian-humiliation-worse-looks/ 26/1/2018

https://www.middleeasteye.net/news/revealed-how-gulf-states-hatched-plan-israel-rehabilitate-assad gennaio 2019

https://www.lettera43.it/petroliera-emirati-arabi-iran/ 17 lugliohttps://gulfnews.com/opinion/editorials/the-mystery-of-the-missing-tanker-1.65275294

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“Documenti contraffatti, rapidi e sicuri”. Li offre un sito, incredibilmente.

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“Vuoi un passaporto legalmente registrato, una patente, una carta d’identità, un visto, un documento di qualsiasi genere? Abbiamo tecnici con esperienza decennale, e vantiamo più di 20.000 nostri documenti in circolazione. Lavoriamo con funzionari governativi di molti paesi….”. Così esordisce uno dei commenti ricevuti da Underblog.it, peraltro ancora in costruzione, rinviando al sito harveyexpressdocuments.com. Come se fornire documenti falsi, sia pure “legali”grazie alla complicità di apparati istituzionali, fosse una cosa normalissima. Clienti privilegiati, a loro dire, coloro che “hanno urgente bisogno di documenti di viaggio o nuove identità”, migranti par di capire ma pure criminali e persino evasori o truffatori che possono ottenere false fatture.

Chi siamo? “Siamo una società di consulenza globale, un gruppo di persone esperte in tecnologie dell’informazione. Forniamo ai nostri clienti documenti di ogni genere. Possiamo garantire loro nuove identità così da renderli in grado di di cominciare una nuova vita in un paese migliore“. Le nostre macchine e stampanti della più alta qualità sono in grado di stampare ogni documento nei dettagli con facilità e di renderlo esattamente uguale a uno originale, legale. Fosse pure una securuty card o una credit card.

Precisazioni anche sui documenti forniti: passaport, registrati o men, per i nostri clienti in Europa e America; Visa , Green Card (ambita negli Usa, consente anche di lavorare); certificati IELTS (che attestano la padronanza dell’inglese) “senza aver dato l’esame e senza un alto livello di istruzione”, viene precisato; documenti di cittadinanza; e fatture: “l’alta qualità dei nostri servizi comprende fatture per conti in euro, dollari e sterline”. Il tutto illustrato dalll’immagine di un giovane in camicia bianca e cravatta che sfodera un rassicurante sorriso.

Il sito offre altri dettagli. “Lavoriamo in stretta collaborazione con alti funzionari della maggio parte dei paesi e questo ci dà credibiltà, potendo registrare tutti i tuoi documenti nel database del tuo paese”, viene spiegato, sempre in un inglese talvolta approssimativo. “Procuriamo documenti realmente registrati o non registrati. Lo facciamo per coloro che hanno urgente bisogno di documenti di viaggio o nuove identità. Seguono un indirizzo email a cui rivolgersi e due numeri di telefono whatsapp i cui prefissi, abbiamo verificato, fanno capo all’Azerbajan e al Camerun.

Quanto ai pagamenti “si paga da tutto il mondo con bonifici banca su banca, Western Union, Moneygram World Remit (i trasferimenti di fondi più usati dagli immigrati) e in Ria Money Transfer – una consociata di Euronet world wide inc (società basata in California che negli ultimi anni ha aperto una rete capillare di ATM anche in Italia) specializzata in rimesse di denaro che ha una rete di agenti e negozi di proprietà in Nord Africa, America Latina, Europa, Asia Pacifico, Africa e online. I documenti arrivano al richiedente via EMS, DHL, FEDEX (servizi postali privati che giungono perfino in Cina, in particolare EMS). Una vera e propria industria del falso.

Ce n’è a sufficienza per chiedersi: se non è una facciata che millanta servizi a scopo di intascare i pagamenti, organizzazioni del genere gettano una luce inquietante sullo stesso concetto di “legalità”, cardine delle nazioni “liberali”, nel suo significato più vasto. Come possono operare alla luce del sole (del web) senza che forze dell’ordine e magistratura se ne occupino?

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Le guerre economiche di Trump colpiscono l’UE insieme a Cuba, Iran Venezuela… Gli Europei meditano reazioni

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Il caso dell’Iran è solo l’ultimo salito alla ribalta della cronaca, con le nuove ulteriori sanzioni su ferro acciaio alluminio e rame varate dal presidente Trump. Poche ore prima il presidente della Repubblica Islamica Hassan Rouhani aveva annunciato che l’Iran ricomincerà ad arricchire l’uranio per fini militari se entro 60 giorni le diplomazie internazionali non interverranno per salvare l’accordo sul nucleare, o JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action, del 2015, dal quale gli Usa di Trump si sono ritirati giusto un anno fa. Un accordo raggiunto con i paesi del gruppo “5+1”, i cinque che hanno potere di veto nel Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Russia Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania. E l’Unione Europea. Formalmente riconosciuto anche dall’ONU.
Commenti preoccupati, immediati sul Financial Times, poi a ruota su vari media e siti, l’escalation americana potrebbe portare a un incidente in grado di scatenare una guerra regionale, che nessuno in realtà vorrebbe a parte i falchi Usa come Mike Pompeo e soprattutto John Bolton, il consigliere per la Sicurezza.
Il problema va oltre l’Iran e riguarda le guerre economiche di Trump che – insieme ai dazi e alle tariffe con cui colpisce a destra e a manca in un crescendo tale da farlo definire “dangerously addicted”(1), pericolosamente dipendente, da un commentatore non nemico come Ambrose Evans Pritchard – utilizza l’arma delle sanzioni in un gran numero di paesi compresi Cuba, Venezuela e Siria, Sudan, Nord Corea, più naturalmente Russia, eccetera. Sanzioni la cui legittimità è discussa, sicuramente illegali quando hanno una portata extraterritoriale, quando cioè l’effetto di leggi americane viene esteso a paesi terzi. Primi gli alleati europei.
Del resto “La logica dell’amministrazione americana è proprio quella di utilizzare il diritto per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti ed eliminare i concorrenti”, si osserva in vari post dell’IRIS, think tank francese molto impegnato su questo fronte (2). Utilizzare il diritto, forzarlo o scavalcarlo? Dipende.
L’Unione Europea scalpita e minaccia rappresaglie. Ma cosa può fare in concreto? Poco, come vedremo, stretta com’è tra la Nato, i Trattati e la supremazia del dollaro. Poco, soprattutto, se divisa al suo interno, con ogni paese preoccupato a difendere il suo orticello, e i paesi al confine est satelliti degli US. Il tema dei rapporti interni all’impero americano è attualissimo, Limes vi ha dedicato l’ultimo numero, vol4/2019 : Antieuropa, l’impero europeo dell’America(3)
Intanto diamo uno sguardo ai luoghi più caldi di questa guerra economica combattuta da Trump in nome dell’America First, dove “il Tesoro è ormai uno strumento di politica estera più potente del Pentagono, con tutte le sue portaerei e droni” (Patrick Cockburn, Counterpunch). Tesoro, il cui ‘comandante in capo’ en passant è Steven Mnuchin, ex Goldman Sachs.
CUBA. Dal 2 maggio scorso l’amministrazione americana può citare in giudizio le società straniere presenti a Cuba, applicando il titolo III di una legge del 1996 i cui effetti erano stati fino a oggi sospesi. La legge bipartisan Helms-Burton, di portata extraterritoriale promulgata sotto Bill Clinton consente infatti di perseguire imprese o persone che hanno investimenti, interessi legali o affari in corso di vario genere che si sospetta abbiano a che fare con beni nazionalizzati da Fidel Castro nel lontano 1959 (4)
In pratica le molte società canadesi ed europee –in primo luogo francesi e spagnole – impegnate a Cuba, saranno costrette ad andarsene per non essere sanzionate negli Usa. In ballo asset per un paio di miliardi di dollari, capitali di cui Cuba ha grande bisogno per ricostruirsi e rilanciarsi.
Francesi furibondi, Spagnoli a seguire. Trump “ha lanciato la più grande guerra economica contro l’Europa utilizzando Cuba come pretesto”, ha dichiarato un parlamentare transalpino.
La Francia ha già avuto occasione di assaggiare il carissimo prezzo delle ritorsioni americane nel 2014, quando BNP Paribas, una delle due maggiori banche francesi, fu multata per ben $9 miliardi per aver operato transazioni per conto di entità Cubane, Iraniane e Sudanesi nella lista nera degli US. La banca perse anche il diritto a cambiare valuta straniera in dollari per un intero anno. Lo racconta un post didascalico curato dal Council of Foreign Relationsvolto a dare qualche informazione nell’intricata materia sanzionatoria (5).
Come vedremo la dimensione extraterritoriale delle sanzioni americane va oltre il caso Cuba, che però resta un simbolo, nella strategia d Trump mirante ad annientare i residui paesi “socialisti” per riconquistare il predominio assoluto nell’America latina.
Nello stesso giorno in cui il Segretario di Stato Mike Pompeo annunciava la riattivazione del Titolo III venivano varate nuove misure restrittive nei confronti di Nicaragua e Venezuela, gli altri due componenti della “troika della tirannia. Prese di mira le banche centrali dei due paesi, oltre a interdizioni a varie personalità, e altro.
VENEZUELA. Forse memore del caso di BNP Paribas, Macron ha fatto recentemente marcia indietro sulle sanzioni al Venezuela. Nell’agosto 2018, aveva infatti annunciato che il successivo novembre non avrebbe aderito al prolungamento di un altro anno delle misure restrittive prese dall’UE nel 2017 su richiesta Usa. Un gesto di insubordinazione significativo, quello francese, molto apprezzato in quella parte del sud America che ancora resiste (6).
Se ne compiaceva un sito sudamericano citando BBC World: “I paesi hanno deciso le sanzioni al Venezuela per compiacere gli Usa”. La Francia in un primo tempo avrebbe tentato di proporsi come ‘facilitatore’ per stabilire un dialogo. Secondo ADN Radio dal Cile anche la Spagna si sarebbe detta contraria.
Era stato del resto lo stesso presidente Trump a chiedere all’UE di sanzionare il governo Maduro nel settembre 2017. In quanto parte di un piano su larga scala, ha spiegato il Segretario di Stato Mike Pompeo, ex direttore CIA, a una conferenza dell’American Enterprise Institute .
Le sanzioni comprendono un ampio ventaglio di divieti, il congelamento di beni di funzionari, a partire dal presidente, nonché la proibizione di fornire sostegno tecnico o finanziario al Venezuela. Secondo Maduro le misure adottate da US e UE impedirebbero al paese persino di approvvigionarsi di cibo e di medicine.
I boicottaggi sono arrivati al punto che Bank of England ha rifiutato di rimpatriare 14 tonnellate, valutate $570 milioni, delle riserve venezuelane che la banca centrale britannica detiene per un valore pari a $1.2 miliardi, su richiesta del presidente. Per evitare il riciclaggio, hanno spiegato dalla banca centrale inglese. Ma secondo il Timesil motivo vero era il timore di Maduro di nuove ulteriori misure. Solo negli ultimi giorni la tranche richiesta è stata sbloccata.
Fatto sta che Macron ha fatto marcia indietro. In cambio di qualcosa da parte di Trump probabilmente, magari in Libia. Ma a scapito della sua immagine di paese relativamente “indipendente”, secondo il sito latinoamericano.
IRAN. E’ ancora il Trump – chi altri sennò? – l’autore di nuove mosse aggressive che colpiscono anchel’Europa. Non solo ha aggiunto nuove sanzioni su ferro, acciaio, alluminio, rame ma ha anche cancellato le deroghe concesse ad otto paesi importatori di petrolio iraniano – tra i quali l’Italia e Grecia – che li esentavano temporaneamente dalle durissime sanzioni decise lo scorso novembre che avevano colpito società di navigazione ma soprattutto banche e petrolio. Deroghe dettate dal timore di destabilizzare il prezzo dell’oil, venuto meno dopo i recenti accordi con i Sauditi.
E’ l’ultimo atto – peraltro ormai ininfluente, di una aggressione che mira ad annientare ogni ripresa del paese ilquale, sotto sanzioni Usa dal 1979 , contava di risorgere dopo l’accordo del 2015. Quello dal quale Trump ha fatto carta straccia nel 2018, con grande soddisfazione di Israele, sodale dell’America di Trump, e dell’alleata Arabia Saudita. The Donald lo aveva promesso in campagna elettorale, attaccando a testa bassa Obama.
Da allora è stato un crescendo di ostilità: la Guardia Repubblicana di Teheran, un corpo di Stato, è stata dichiarata organizzazione terroristica e lo scorso 19 agosto, in occasione dell’anniversario del rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq da parte della CIA, il segretario di Stato Pompeo, che della CIA è stato capo tra il 2017 e il 2018, ha dato vita all’ Action Group for Regime Change in Iran (7)
Nel frattempo imprese europee e multinazionali (Daimler, Total, British Airways, Air France, banche varie ecc) sospendevano le loro relazioni commerciali col paese sottostando silenziosamente alle sanzioni nel timore di ritorsioni sul mercato americano, e non si capiva più che fine avrebbe fatto l’accordo.
Fino all’annuncio di Rouhani che ha di colpo alzato il livello dello scontro. E ha passato la palla passa agli altri firmatari. Compresa la UE.
Da Bruxelles nell’anno trascorso dal ritiro di Trump i segnali sono stati misti (8). Dure le parole. La Commissione è arrivata a invocare lo” statuto di blocco” una misura europea del 1996, mai utilizzata, che proteggerebbe le società dell’Unione dalle sanzioni extraterritoriali americane (lo vedremo).
Nessuna azione concreta però è stata intrapresa, tra rimandi ed equivoci. L’alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si è limitata a fare pressioni su Trump per assicurare esenzioni che consentissero ai paesi UE relazioni con l’Iran. Richieste ignorate da Washington. Né hanno ottenuto risultati gli umilianti viaggi alla Casa Bianca di Merkel e Macron, rimasti infatti su posizioni ambigue dopo il recente annuncio di Rouhani.
“Insieme confermiamo il nostro impegno all’JCPOA, un accordo importante per la nostra comune sicurezza” hanno dichiarato con la May qualche giorno fa. Chiedendo a tutte le parti in gioco di continuare a rispettare gli impegni sottoscritti. Ma guardandosi dal deprecare le mosse di Trump al di là di un vago ‘rincrescimento e preoccupazione’; e senza accennare alla ripresa di una normale attività diplomatica, economica, finanziaria e commerciale in Iran. Come se questa parte non fosse compresa negli accordi sottoscritti: come possono continuare ad essere validi se a rispettarli sono solo alcuni dei contraenti?
SANZIONI UE e USA. L’ESCALATON DI TRUMP. Le sanzioni non sono una novità. Ma fino al 1980 erano state adottate solo verso la Rodesia (1965), il Sud Africa dell’apartheid (1977), poi all’Iran (1979). In passato però si trattava per lo più di sanzioni dell’ONU, legittime, legali e globali in sé.
UE. Dagli anni 1990, con la fine della guerra fredda, le sanzioni sono diventate uno strumento di politica estera sempre più utilizzato (9). Da 6 sanzioni nel 1991 la UE è arrivata ad applicarne oggi circa 30, con varie motivazioni, persino a “sostegno della democrazia”.
Del resto la maggior parte sono adottate in tandem con gli USA, sebbene quelle europee siano solitamente più blande (verso la Siria e l’Ucraina per es colpiscono un numero minore di beni/organizzazioni, verso la Russia consentono di continuare i vecchi progetti, come in Nord Stream). Segno della scarsissima indipendenza dell’Unione in materia di politica estera, come vedremo .
USA. A d utilizzare l’arma delle sanzioni in modo sempre più massiccio dal crollo dell’URSS in poi sono gli Stati Uniti, che hanno via via trasformato questo strumento politico poco costoso e poco rischioso rispetto, a metà strada fra la diplomazia e la guerra economica. Non solo il numero delle sanzioni è infatti molto cresciuto ma è profondamente cambiata la loro ‘qualità’. Due le novità: le sanzioni finanziarie e quelle extraterritoriali. Spiega il post del Council of Foreign Relations citato sopra:
Immediatamente dopo l’11/9 – “di concerto con gli alleati – gli USA “hanno dato vita a una campagna concentrata sull’accesso al sistema finanziario globale – le banche internazionali. Il 23 settembre G.W. Bush con un ordine esecutivo assegna al Tesoro l’autorità di congelare beni e transazioni finanziarie di individui e altre entità sospettate di sostenere il terrorismo. Poco più tardi in base al Patriot Act lo stesso Bush Jr amplia i poteri del Tesoro che può indicare anche istituzioni o paesi come dediti al riciclaggio in base a semplici sospetti – non servono prove.
Nasce così l’OFAC- Office of Foreign Assets Control, dipartimento speciale del Tesoro che oggi amministra la maggior parte dei 26 programmi americani di sanzioni. Il Segretario di Stato può indicare un gruppo come ‘organizzazione terroristica’ o etichettare un paese come ‘sponsor del terrorismo’, e le misure scattano. L’OFAC di routine aggiorna la sua lista nera che conta oltre 6000 individui, società e gruppi i cui asset vengono bloccati e con le quali a persone e imprese americane, comprese le filiali straniere, è vietato fare transazioni.
Nel 2017 gli USA hanno deciso regimi di sanzioni onnicomprensive (verso paesi in quanto tali, anche questa è una relativa novità) nei confronti di Cuba, Iran, Sudan, Siria. Mentre il Congresso ha deciso e il presidente ha firmato – pur riluttante –precisa stranamente il CFR – sanzioni a Russia e Nord Corea e di nuovo all’Iran.
Una vera e propria escalation dell’amministrazione Trump, che sfrutta alla grande l’impostazione economica dell’arma sanzionatoria.
Una svolta che si era rivelata profonda. “Con questo approccio, che al contrario delle classiche misure del passato prende di mira il comportamento di istituzioni finanziarie, le decisioni politiche del governo non sono così persuasive quanto il calcolo basato sul rischio delle banche”, spiega nel suo libro l’alto funzionario dell’amministrazione Bush architetto di quel sistema (Juan Zarate, Treasury’s War, 2013).
“Gli esperti sostengono che queste misure hanno ridisegnato completamente l’ambiente normativo finanziario, alzando grandemente i rischi per le banche e altre istituzioni impegnate in attività sospette, anche senza volerlo. La centralità di New York e del dollaro per il sistema finanziario globale comporta che queste politiche Usa abbiano ripercussioni globali”. A sottolinearlo è lo stesso CFR.
Le penalità per violazioni possono essere gravi in termini di multe, perdita di affari, danni alla reputazione, aggiunge, ammettendo che “negli ultimi anni le autorità federali sono state particolarmente rigorose”. E a riprova inserisce nel post una tabella con tutte le banche penalizzate (francesi, tedesche, britanniche, svizzere, olandesi, lussemburghesi, giapponesi) e i milioni pagati dal 2010 al 2015. In testa BNP Paribas di cui sopra, la maggior multa -miliardaria – mai elargita.
Il caso di BNP e gli altri simili mettono in luce la seconda fondamentale novità: le sanzioni extraterritoriali, o secondarie, che non si limitano a vietare a cittadini e imprese del proprio paese che di fare affari con entità presenti in una lista nera, come nelle sanzioni tradizionali. Ma sono disegnate per limitare l’attività economica di governi, affaristi e cittadini di paesi terzi. “Così che molti governi le considerano una violazione della loro sovranità e del diritto internazionale”, osserva il CFR.
Vedi le sanzioni all’Iran e a Cuba, volte a isolare quei paesi e insieme a colpire gli Stati che commerciano con loro. “Gli Usa possono punire banche ovunque, perfino nei paesi dove l’Iran è forte come il Libano o l’Iraq” scrive Patrick Coburn(10). Convinto che in un’escalation del conflitto iraniano gli europei saranno spettatori.
Sanzioni e imposizione di dazi e tariffe si sovrappongono e si intrecciano nelle guerre economiche ingaggiate da Trump per rilanciare la centralità di un’America sempre meno influente in un mondo ormai multipolare. Esemplare il caso Huawei. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e manager dell’azienda, è bloccata da sei mesi Canada, dove è stata arrestata per presunta violazione delle sanzioni (americane!) all’Iran.
REAZIONI E MINACCE UE. In questo scenario paesi UE appaiono sempre più insoddisfatti e riottosi. La riattivazione del Titolo III della legge del 1996 su Cuba ha suscitato numerose reazioni in ambito UE e segnatamente in Francia. I 28 secondo l’IRIS minaccerebbero rappresaglie.
L’Unione sarebbe intenzionata a usare tutti i mezzi a disposizione. Si vagheggiano misure apparentemente fantasiose come trasferimenti in denaro elettronico capaci di sfuggire al sistema finanziario ufficiale (blockchain?) o deleghe alle banche centrali nazionali della funzione di intermediazione nel trading.(11)
Più concreto il ricorso all’WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dal momento che le sanzioni americane sarebbero illegali e contrarie al suo regolamento, rappresentando elementi di distorsione del commercio mondiale. Opinioni discordi. Secondo alcuni potrebbe portare a ripercussioni a catena, con pignoramenti in reciprocità di beni statunitensi nell’Unione, e addirittura aprire un varco a rivendicazioni da parte di società danneggiate dal blocco americano verso paesi terzi (12).
Altri (l’IRIS)obiettano che sarebbe probabilmente un’arma spuntata: gli americani potrebbero tranquillamente decidere di uscire da quell’istituzione ormai superata: dazi e tariffe minacciati e messi in atto dall’amministrazione Trump in modo sempre più aggressivo – c’è chi li considera alla pari di vere e proprie sanzioni – hanno ormai modificato il panorama di una globalizzazione governata da regole condivise.
Ritorsioni europee potrebbero arrivare al blocco di asset americani nel continente. Ma” si tratta di pura teoria”, convengono i ricercatori dell’IRIS. Le sanzioni americane hanno un effetto estremamente dissuasivo nella misura in cui nemmeno una impresa può infischiarsene di perdere il mercato americano. Tra un (piccolo) mercato cubano potenziale e l’immenso mercato Usa, la scelta è presto fatta. Se non cooperate è <no deal>. Il caso dell’Iran insegna.
A disposizione dell’UE vi sarebbe il cosiddetto “Statuto di blocco” nei confronti degli Usa previsto dal sistema sanzionatorio comunitario (13). Una normativa creata nel 1996 in parallelo alla legge americana Helms -Burton varata in occasione delle sanzioni a Cuba, che “spunterebbe ogni arma a Washington”, secondo l’IRIS. Una misura mai invocata finora, ma aggiornata proprio nel 2018. Per applicare questa come del resto le altre sanzioni- serve tuttavia una decisione del Consiglio europeo all’unanimità.
Lo prescrivono le regole del TFEU – trattato che applica il TEU, Trattato dell’Unione Europea che ha aggiornato quello di Maastricht – che prevedono una doppia procedura: un voto a maggioranza per la parte economica delle sanzioni, e uno unanime per quel che riguarda la politica estera. Come nei desiderata dell’alleato di Oltreatlantico.
I VINCOLI DELLA POLITICA ESTERA UE – Un articolo recente di Thierry Meyssan (14) su Voltairenet intitolato “L’Unione Europea costretta a prendere parte alle guerre Usa” – che ho linkato su Twitter suscitando reazioni perplesse o indignate – sosteneva che i membri dell’UE, compresi i paesi neutrali, non possono fare a meno di uniformarsi alle sanzioni decise da Pentagono e Tesoro In quanto Washington già 25 anni fa si è cautelata dalla possibilità che l’allora a nascente Unione europea potesse avere una politica estera e di difesa indipendente dalla Nato. Imponendo di fatto una ‘clausola ad hoc’ nel trattato di Maastricht. Tanto da far intendere che l’unica via per uscirne è liberarsi dai Trattati e del comando integrato Nato. E’ così?
Che la politica estera e di difesa dell’UE debba rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alla Nato è una realtà, così come è indubbio che tali vincoli sono sanciti nei Trattati costitutivi dell’Unione.
La “clausola” in questione si riferisce evidentemente al Titolo V, Cap 2 del Trattato dell’Unione Europea -TEU – che ha aggiornato quello Maastricht dopo Lisbona, dedicato alla Politica estera e di sicurezza (15).
In particolare l’articolo 42 comma 2 vincola esplicitamente tale politica comune al rispetto degli impegni con la Nato presi dai suoi membri, mentre l’art 24 prescrive fra l’altro votazioni del Consiglio all’unanimità in politica estera, comprese eventuali decisioni in tema di difesa comune. (16)
Anche il fatto che gli Stati Uniti in quei medesimi anni post crollo dell’URSS in cui definivano la loro geopolitica di superpotenza unica abbiano premuto sulla nascente Unione appare ben più che una supposizione.
“Dobbiamo prevenire l’emergere di accordi di sicurezza esclusivamente europei che possano minacciare la NATO”, si leggeva nel Defense Planning Guidance, il documento del Pentagono poi noto come “Dottrina Wolfowitz”, da Paul Wolfowitz, il neocon vice di Dick New York alla Difesa con George W:H.Bush (citazione dal New York Times marzo 1992, che Meyssan linka col Washington Post (17). Praticamente in contemporanea con il Trattato di Maastricht che gettava le basi nell’UE.
Era la definizione della strategia degli Usa superpotenza unica dopo il crollo dell’URSS, che tra l’altro già prevedeva l’intervento in Iraq. Gli US si impegnavano a difendere dalla Russia le nazioni europee dell’ex Patto di Varsavia. E chiedevano alla comunità europea di fare diventare membri dell’Unione i paesi dell’Est “il prima possibile”. Richiesta esaudita. Così come, contravvenendo alle assicurazioni date a Gorbaciov in occasione dell’unificazione della Germania, la Nato si è poi allargata a Est, dalle Repubbliche Baltiche alla Polonia, dove saranno presto installate otto batterie di missili Patriot puntati sulla Russia e stanno per arrivare gli F-35.
I paesi europei devono liberarsi dei Trattati e del comando integrato della Nato, dove non contano nulla (18), suggerisce Meyssan indicando l’esempio della Gran Bretagna che ha optato per la Brexit. Ma dimenticando che l’UK non solo resta ben salda nella Nato ma ne è la punta più forte e avanzata.
I paesi europei avrebbero più peso nei confronti dello strapotere americano isolati che uniti? Sembra una pia illusione. Tanto più se in aggiunta ai vincoli imposti da Nato e UE si aggiunge l’appartenenza al sistema economico-finanziario egemonizzato dagli Stati Uniti e ormai governato dal network delle banche centrali occidentali, in testa la Federal Reserve.
IL SISTEMA DOLLAROCENTRICO E IL TACITO RICATTO. A legare le mani ai paesi europei nei confronti di sanzioni che nuocciono loro direttamente non sono (sol)tanto i Trattati o i vincoli Nato quanto la supremazia economico-finanziaria degli USA prima potenza mondiale sia pure in declino, col dollaro moneta internazionale negli scambi commerciali, oltre che di riserva. Ad ammetterlo, come abbiamo visto, è lo stesso Council of Foreign Relations, organismo informale che dal dopoguerra ha sempre indirizzato la politica estera dell’impero.
“Gli US si autorizzano ad imporre le loro decisioni a tutto il mondo e a minacciare di fatto tutte le imprese e gli individui che hanno in un modo o nell’altro interessi negli USA. Un concetto di legalità quanto meno discutibile”. Ma essendo il dollaro moneta internazionale più utilizzata e l’economia americana al centro di quella mondiale il loro potere è immenso. Dal momento che si commercia in dollari si è legati e si dipende da quel paese”.
“Oggi è indispensabile rettificare il tiro sviluppando meccanismi e modelli ad hoc e orientando la globalizzazione in un senso più multipolare così da limitare il potere assoluto americano” arriva a proporre Francois Perrin, Direttore di Ricerca di quel think tank francese (19).
Obiettivo molto ambizioso, che a personaggi indubbiamente minori come Muhammar Gheddafi e Saddam Hussein ha portato malissimo. L’UE ha i mezzi per rispondere?
“L’UE è la seconda potenza economica del mondo, davanti alla Cina, dietro gli Usa, certo. E’un partner di primo piano per il US. Quando, dopo la legge Helms-Burton del 1996, gli europei hanno subito votato il “regolamento di blocco, gli americani non hanno poi dato seguito alle loro minacce. Il che prova che l’UE ha una forza economica e ha un peso politico quando lo desidera. Ma per opporsi e avere una strategia comune bisogna essere uniti e condividere la stessa diagnosi e la stessa volontà politica”.
“Europa, perla dell’Impero Americano” titola Dario Fabbri nell’ultimo Limes citato. Gli europei se ne rendono conto?
DISACCORDI CRESCONO IN SENO ALLA NATO. Dalla Turchia, Paese chiave dell’alleanza, che acquista i missili Russi S-400, al primo ministro italiano Conte che si è detto contrario alle sanzioni alla Russia imposte nel 2014 per i fatti dell’Ucraina, in quanto danneggiano l’economia italiana; argomenti ripresi anche dal primo ministro dell’Ungheria Orban, e da Belgio, Repubblica Ceca , Bulgaria, Grecia , sempre più critici nei confronti della strategia americana basata sulle sanzioni.
Lo segnalava un post di un esperto del Cato Institute, think tank liberista-libertario inizialmente vicino a Trump. (Il presidente si è dimostrato tepido verso l’UE ma anche verso la Nato che secondo i più estremi – es George Friedman su Limes – non servirebbe nemmeno più agli Usa che possono contare sui Five Eyes, i cinque paesi del mondo di lingua inglese uniti da vincoli speciali)
Gli alleati Nato sarebbero ancor meno entusiasti delle misure militari verso Mosca. Il vicepresidente americano Mike Pence lo ha toccato con mano quando Frau Merkel in febbraio ha rifiutato di spedire navi tedesche nello stretto di Kerch, tra mar Nero e mar d’Azov, nel braccio di ferro tra Mosca e Kiev.
Del resto Germania e Francia avevano resistito fermamente quando Bush a suo tempo aveva spinto per portare Georgia e Ucraina nella Nato. Più recentemente gli alleati si sono rifiutati di subentrare in Siria alle forze americane che Trump voleva ritirare o almeno ridurre a 200 uomini.
“Gli interessi americani ed europei si sovrappongono fino a un certo punto, su Russia e Iran hanno interessi incompatibili” scrive uno studioso del Cato Institute – think tank liberista-libertario, a suo tempo(1974) fondato da Charles Koch (il miliardario dell’energia già sostenitore di Trump). Sul suo sito molti articoli critici sulla Nato.
UNA NUOVA COMUNE POLITICA ESTERA e DI SICUREZZA. “La politica estera dell’UE non funziona. Questo è quel che pensano nove membri dell’Unione, a partire da Francia e Germania. Non lo dicono ad alta voce ma il messaggio è chiaro, da quel che si legge in un paper in circolazione, proprio per discuterne nelle conversazioni che i ministri degli Esteri avranno in giugno”. Così un recentissimo articolo del Financial Times che ha potuto vedere lo scarno ma significativo documento. I suoi autori, che comprendono anche Danimarca, Svezia e Finlandia, ritengono che l’UE deve ancora dare concretezza al suo potenziale ruolo di attore globale.
La sua unità è sempre più messa alla prova da dinamiche interne ed esterne all’UE, osservano, pur insistendo sull’unità e la forza dell’Europa sul palcoscenico globale. Le preoccupazioni sarebbero accresciute dalle “relazioni sempre più complesse” (eufemismo diplomatico dei paesi o del FT?) dell’UE con Cina Russia e Stati Uniti.
Tre le ansie principali della diplomazia europea: i muscoli finanziari del blocco europeo non si traducono in influenza nelle crisi globali – con l’eccezione dell’accordo del 2015 con l’Iran, oggi in crisi; la solidarietà europea è stata messa alla prova in varie aree, dalle sanzioni alla Russia alle ambizioni territoriali di Pechino nel mare a Sud della Cina; il servizio diplomatico europeo (leggi: Federica Mogherini) non ha legato come sperato col lavoro dei ministri europei.
Punto chiave nel cambiare la politica estera e di sicurezza UE è superare le votazioni all’unanimità, procedura prevista dal Trattato Europeo su richiesta degli Stati Uniti. Perfino Manfred Weber, candidato del Ppe alla presidente della prossima Commissione UE, nel recentissimo confronto tv fra gli Spitzenkandidatsha espressamente detto che all’unanimità va sostituita la maggioranza qualificata. Sarebbe un primo importante passo. Una condizione non sufficiente, ma sicuramente necessaria.
Un tema caldissimo, quello della politica estera UE, che incrocia quello della comune Difesa europea – reso ancora più urgente dalle richieste di Trump di aumentare i contributi dei paesi europei alla Nato, subito al 2% del Pil, percentuale raggiunta solo da cinque paesi su 29 (Italia all’1.1% nel 2017), in prospettiva al 4%.(20) E di far pagare agli Stati che le ospitano i costi delle forze americane ivi stanziate “per proteggerli”, secondo il Piano di Trump ‘Cost Plus 50’ ben analizzato sul Manifesto (21).
Un argomento che si sovrappone a quello dei rapporti interni alla Nato, del suo funzionamento o addirittura della sua radicale rimessa in discussione. Come chiede il Comitato No Guerra No Nato (ne fanno parte storici come Franco Cardini accanto a Gino Strada, padre Zanotelli, il generale Mini ecc ecc), che in occasione del 70° anniversario l’aprile scorso ha organizzato un convegno a Firenze, con partecipanti italiani e stranieri .
  1. https://www.telegraph.co.uk/business/2019/05/16/trump-becoming-dangerously-addicted-tariffs-permanent-trade/
  2. http://www.iris-france.org/136209-politique-de-sanctions-americaines-vers-une-nouvelle-guerre-commerciale/
  3. https://www.ibs.it/limes-rivista-italiana-di-geopolitica-libro-vari/e/9788883717505?lgw_code=1122-B9788883717505&gclid=Cj0KCQjwrJ7nBRD5ARIsAATMxssuy96OUFOIMpdGVGdsmH5ruTdkYzk5vrKU-pNWiACf9-Qs1i5KO0MaArT3EALw_wcB
  4. http://www.iris-france.org/136037-loi-helms-burton-contre-cuba-lextraterritorialite-du-droit-americain/
16. In particolare l’articolo 42 comma 2 prescrive esplicitamente che la politica di sicurezza e difesa dell’UE – che è parte integrante della politica estera comune, campo nel quale ogni decisione va presa all’unanimità – “non deve pregiudicare” la politica di certi Membri e “deve rispettare gli impegni” di certi Membri che vedono la loro difesa realizzata nella NATO, sotto il trattato Nord Atlantico ed “essere compatibile con la politica di sicurezza e difesa comuni stabiliti in quella cornice”.

18. https://www.globalresearch.ca/exiting-war-system-nato/5677546

“The North-Atlantic Council has established the NATO rules in which “there is no vote or majority decision”.Decisions are taken unanimously and by mutual agreement”, meaning in agreement with the United States of America…”

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Dietro la #Brexit che non quaglia, la battaglia sui derivati, lo scenario ‘Singapore sul Tamigi’ e le pressioni Transatlantiche

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Nell’estenuante saga della Brexit ormai quasi alla fine, ci sono cose di cui si parla poco o niente. Eppure si tratta di temi cruciali per il futuro del Regno Unito e dell’Europa e, oseremmo dire, del sistema economico-finanziario globale. Temi e scenari che forse gettano anche luce sulle contorsioni della Brexit a cui si è assistito nei trentatrè mesi dal referendum. Col dubbio che il no deal verso cui si corre, fosse in realtà il Piano A. Di una parte, almeno.

Al cuore della faccenda c’è infatti la City e il suo ruolo centrale nella gestione dei flussi finanziari globali, leciti e illeciti. Un ruolo che in un dopo Brexit soft potrebbe venir limitato da accordi con le autorità europee, come quello con l’ESMA (Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati) sottoscritto poco più di un mese fa. Oppure, nel caso di una Brexit dura, senza accordo, potrebbe invece venir “rilanciato” o piuttosto “spinto” verso una deriva di deregolamentazione totale, trasformando Londra in un centro off hore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie UE e di New York: lo scenario della Singapore sul Tamigi auspicato dai conservatori più radicali sulle due sponde dell’Atlantico – eppure quasi temuto da esponenti della stessa City che paventano ritorsioni UE e fuga di molti business .

LA BATTAGLIA SUI DERIVATI. Uno di questi temi lo ha tirato fuori un recente breve articolo del Financial Times (1) e riguarda <lo stato del gigantesco mercato Londinese dei derivati dopo l’uscita dall’UE> – un argomento di cui < (quasi) nessun politico britannico si preoccupa di discutere>, osserva l’autrice. < Un tema arcano – prosegue – eppure importante non solo perché i derivati hanno implicazioni sulla stabilità finanziaria ma anche perché la questione getta luce su eclatanti battaglie dietro le quinte, ora con conseguenze transatlantiche>.

Dietro le quinte appunto. E che vedono di mezzo gli Usa. Per quanto cauto, il FT non si esime.

<La posta in gioco gira intorno alle compensazioni nelle transazioni di derivati [mediazioni che avvengono in ‘stanze di compensazione’ virtuali chiamate Clearing Houses]. Negli anni recenti la London Clearing House ha dominato il settore degli swaps e dei futures [i derivati più comuni], intermediando regolarmente più di $3 trilioni di transazioni ogni giorno, un quarto dei quali denominati in euro, e quasi la metà in dollari>. Fra questi, la maggior parte dei ‘contratti ‘ (swaps) sui tassi di interesse [con i quale si gestisce il rischio ma si fanno anche lucrose scommesse, quelli sull’Italia e il rischio sovrano sono tra i più trattati].

<I politici europei del continente hanno sempre detestato il fatto che così tanti affari in euro si facessero a Londra. Ma l’hanno sempre tollerato perché il Regno Unito era nell’UE. Mentre i regolatori Americani, anch’essi a disagio per il fatto che un pezzo tanto grande del mercato si svolgeva fuori dal loro territorio, accettavano il dato di fatto perché le autorità britanniche concedevano una sufficiente supervisione su quel business alla Commodities Futures Trading Commission (CFTC), la loro autorità in materia>.

<Ora non più. I politici europei hanno dichiarato che se la London Clearing House vuole intermediare gli euro quando (o se) ci sarà la Brexit, quel business dovrà trasferirsi nell’Europa continentale oppure essere regolato dall’Autorità Europea competente, l’ ESMA basata a Parigi>.

Il FT ricorda come, con sollievo della City – e delle banche – l’ESMA un mese fa abbia dichiarato che lascerà che sia Londra a gestire questi scambi, anche dopo una hard Brexit [senza accordo], finché verranno accettate le regole dell’ESMA. <Il che non è senza peso – nota FT: scindere il business delle compensazioni sarebbe molto costoso per gli attori di quelle partite, come il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha puntualizzato, accettando l’accordo con gli Europei>.

Ne ha dato conto Bloomberg a gennaio (2) , compiacendosi sia pure con cautela per <il passo fatto verso la creazione di una rete di sicurezza post-Brexit per il mercato globale dei derivati da $400 trilioni che è stato a lungo a rischio di sconvolgimenti in caso di Brexit senza accordo (…) E’ vero che agli elettori poco importa come multinazionali, banche e assicurazioni gestiscono il rischio finanziario – aggiungeva Bloomberg – ma i regolatori sanno bene che la natura interconnessa della finanza globale può ritorcersi sui cittadini quando le cose si mettono male, vedi Lehman Brothers>.

La visione a lungo termine dell’UE sui modi in cui limitare i rischi per la stabilità finanziaria dopo la Brexit comporta definire regole più stringenti e affidare maggiori poteri all’ESMA. Come ultima ratio costringere le clearing houses a trasferirsi sul territorio europeo. E però una UE così assertiva su quel che accade fuori dal suo territorio rischia di urtare gli Usa, anticipava Bloomberg. Ed è quel che è accaduto.

<C’è un ostacolo da un trilione di dollari che è completamente fuori dal controllo del parlamento britannico: gli Usa>, osserva FT. E racconta che la CFTC americana ha fatto sapere all’Europa che non accetterà che l’ESMA controlli il business londinese degli swaps fintanto che invade i mercati in dollari e le banche Usa>.<Di mezzo c’è l’orgoglio nazionale ma anche una diversità ideologica – spiega. I regolatori britannici e americani tendono a confidare nella forza del mercato e ritengono che nel settore privato i partecipanti debbano essere lasciati liberi di decidere quanto collaterale mettere nelle transazioni per cautelarsi dai rischi di default>.

<Ma che sia soltanto il mercato a decidere quanto collaterale chiedere, specie durante una crisi finanziaria, non piace affatto ai regolatori europei. Memori di quanto accadde nella crisi del 2011 quando la London Clear House (e altri) imposero certe margin calls [avvisi di rischio] sugli asset di Spagna e Italia – ricorda l’articolo del FT, pur difendendo quelle scelte [caute o speculative?]. Quelle vicende – che hanno visto messa in mezzo anche la BCE – bruciano ancora in Europa. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, aggiungiamo notando che FT ignora il caso della Grecia.

Il risultato è quello previsto da Bloomberg. Regolatori e politici europei vogliono imporre controlli più stringenti “ Dobbiamo poter avere una gestione legale chiara” ha detto recentemente Benoit Coeuré, membro della BCE. Ma gli americani si oppongono con forza, e minacciano rappresaglie. <In un discorso insolitamente duro il commissario della CFTC Christopher Giancarlo ha fatto sapere che se l’ESMA interferirà troppo con il business in dollari di Londra, gli americani “faranno i passi disponibili per proteggere in mercati Usa e i loro partecipanti. Per esempio, cacciare i partecipanti europei dal Chicago Mercantile Exchange [la piattaforma più grande e importante al mondo nel trading di materie prime e derivati, che opera anche nel mercato Over The Counter -OTC- non regolamentato, che ha dimensioni addirittura maggiori di quello regolamentato].

<Roba allarmante>, commenta FT.

Rinvio al 2021? <La soluzione non è ovvia. Dipende dalla cornice politica per gestire le compensazioni europee che emergerà dalle nuove regole che la UE ha promesso per il 2021. Usa e Bruxelles hanno annunciato che la CFTC parteciperà a questi preparativi. La vera battaglia è probabilmente rinviata – conclude FT aggiungendo le due lezioni da trarre da questa saga: 1. Mostra in quale grado la Brexit non è soltanto un affare fra le due sponde della Manica; 2. Rivela la debolezza politica di Londra che non è in grado di gettare il suo peso nella controversia, che verrà decisa nello scontro ideologico e territoriale fra Washington e Bruxelles>.

UNA SINGAPORE SUL TAMIGI? Le regole europee, di una UE che tenta di svincolarsi da subordinazioni troppo a lungo subite, sono più che mai in ballo nel cosiddetto Singapore on Thames Scenario <volto a trasformare la City in una sorta di Eldorado finanziario basato su scambi commerciali e finanziari deregolamentati e una tassazione soft per le società. Londra diventerebbe [ancor più di quanto non lo sia già, e da un pezzo] un paradiso fiscale al pari delle Cayman, delle Bermuda, delle Virgin, delle Isole del Canale della Manica. Un centro offshore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie dell’Unione Europea e quella di New York. Una “pazza idea” che si fa largo negli ambienti politici ed accademici conservatori della Gran Bretagna>, raccontava a luglio 2018 Angelo Mincuzzi nel suo blog del Sole24Ore (3).

Mincuzzi aggiunge come di questa ipotesi si discutesse nel maggio 2017 in un report del Cityperc (City political economy research center) della City University of London. Mentre a tornare un anno dopo sull’argomento è il fondatore del Tax Justice Network John Christensen in un paper del think tank britannico Ippr (The Progressive Policy). Nonché in un articolo recente su Truepublica.org (4).

In quest’ultimo Christensen non esita a collegare questa strategia estrema alla nuova regolamentazione europea contro evasione, elusione e dumping fiscale che contrastano con il funzionamento del mercato, frutto di una direttiva UE (la 2016/1164) che, messa a punto fra il 2015 e il 2016, è stata presentata dalla Commissione il 28/1, adottata dal Consiglio il 20/6 ed è entrata in vigore dal 1 gennaio 2019. Stranamente se ne parla poco: in attesa degli esiti elettorali?

Le nuove norme mirano ad incidere sui trattamenti fiscali di favore che certi paesi, Olanda Irlanda e Lussemburgo in testa, riservano alle multinazionali e alle banche, consentendo loro di eludere una massa di tasse pari a 160/190 miliardi di euro l’anno,secondo la stima di lavoceinfo.com ripreso dal Sole24Ore. Con pesanti effetti economici e su concorrenza e investimenti nei diversi paesi UE.

<Nel libro Brexit – A Corporate Coup d’Etat, un intero capitolo è dedicato alla minaccia della regolamentazione UE, che sarà rinforzata nel 2019 e distruggerebbe il dominio della GB come leader globale nel business dei paradisi fiscali e del riciclaggio>, esordisce Christensen su Truepublica.<Londra è già un paradiso fiscale… conosciuta a Mosca come Londongrad, ha molto da offrire a oligarchi e riciclatori di denaro. La pura verità è che la città è considerata la capitale del riciclaggio di denaro del mondo> afferma ancora Christensen, citato anche dal blog del Sole24Ore.

Su Truepublica va più a fondo. E racconta l’antica preoccupazione dei governi britannici, dei Tories in particolare e l’atteggiamento in questa materia, che ha fatto da freno in Europa. <Negli anni l’UK ha sempre votato contro la creazione di un corpo inter-governi in grado di definire regole che rafforzino la cooperazione internazionale in materia fiscale. Ed ha resistito con successo alle pressioni internazionali per contrastare i paradisi fiscali, come quelli nelle Dipendenze della Corona (es le isole del Canale) e nei Territori d’Oltremare (Cayman, Bermuda ecc.) che insieme alla City controllano il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore. <Le giurisdizioni segrete britanniche formano una ragnatela progettata per facilitare un flusso finanziario illecito verso la City, dove ogni anno verrebbero riciclati 90 miliardi di sterline>.

<Le nuove misure UE anti-abuso che entrano in vigore nel 2019 rafforzerebbero le restrizioni sugli intermediari basati in GB (City of London e al) che prendono parte all’off-shore e all’evasione/elusione fiscale di cui la GB è leader globale – nel caso che la GB resti membro dell’UE>, afferma Christensen. E’ una storia vecchia, quella delle preoccupazioni britanniche, intensificata negli ultimi anni. Vale la pena di accennarne perché illuminante anche sull’origine del referendum Brexit.

<Nel 2015 i Tories hanno rigettato i piani annunciati da Bruxelles per combattere “l’evasione fiscale su scala industriale delle maggiori multinazionali”. La GB aveva già creato una sorta di paradiso fiscale per loro abbassando la tassazione dal 28% al 19% per le corporations con consociate finanziarie offshore (con la previsione di scendere al 17%). Col risultato che un certo numero di esse ha già dato vita a quartier generali (virtuali) in UK.(…) . Sempre nel 2015 europarlamentari conservatori, di UKIP e DUP hanno votato contro i piani UE per combattere l’elusione (…) Mentre i Conservatori hanno bloccato la legislazione, Laburisti, Liberaldemocratici, Verdi e altri hanno votato a favore>.

<Cameron si era appellato già nel 2103 al presidente della Commissione UE Van Rompuy per evitare che i trust offshore fossero trascinati in una ampia repressione dell’evasione fiscale. La questione dei paradisi fiscali britannici e degli accordi con multinazionali e industria bancaria era diventata così seria che Cameron si rivolse persino a OCSE e G20 perché si accordassero su una cornice globale in materia di trasparenza>. <Falliti i suoi sforzi, Cameron si accorse che l’UE andava avanti e che l’offshoring e l’evasione fiscale massiccia nei territori di Sua Maestà erano davvero in pericolo. Trilioni vengono riciclati, nascosti e mascherati attraverso la rete di facilitatori tra la City di Londra le Dipendenze della Corona>.

Anche per questo, premuto dall’UKIP il cui fondatore Nigel Farage, secondo Steve Bannon, “ha più influenza con Trump di Theresa May sulla Brexit (6), Cameron ha inopinatamente lanciato il referendum? Christensen non lo dice esplicitamente.

Di Brexit e del futuro dei paradisi fiscali ha invece ha recentemente parlato davanti all’Europarlamento. Tre le tematiche proposte da altrettante slides. UNO. Riguarda il trading nei servizi finanziari e le relazioni reciproche in questo campo con i 27 paesi UE dopo una Brexit effettiva. Si discute di riconoscimento di standard regolatori in base al principio di equivalenza, di standard minimi di trasparenza, di impegni ad accettare controlli regolari, anche per evitare che la GB si impegni in guerre fiscali e competizioni normative. Temi che secondo Christensen acquistano senso in relazione ai due successivi.

DUE. <La strategia della Singapore sul Tamigi è stata indicata da ministri del governo britannico nel 2017, quando la premier May e il Cancelliere Hammond l’hanno fatta diventare la bandiera di una strada potenziale da intraprendere. Da allora altri ministri, compresi il Segretario agli Esteri Jeremy Hunt e quello agli Interni Sajid Javid hanno indicato questo come il modello da seguire nel dopo-Brexit>.TRE. Il contesto: Singapore in dieci anni ha rapidamente esteso il suo ruolo di centro finanziario offshore ed è diventato 5°nel Financial Secrecy Index con un punteggio di 67 che riflette la debolezza del regime di trasparenza corporate e il basso livello di impegno nel contrastare l’evasione fiscale. Tanto per capire a cosa mirano i politici londinesi.

< Il signor Javid- un serio candidato a sostituire Theresa May come leader dei Conservatori, già banchiere a Singapore [nonché direttore di Deutsche Bank, aggiungiamo] -ha parlato di tagli fiscali e deregolamentazione come armi in una strategia di ‘shock and awe’ [colpisci e terrorizza, di ‘Bushana’ memoria, strategia peraltro fallita in Iraq e altrove ].Segue elenco di provvedimenti prevedibili, fra i quali tagli di tasse per corporations e i ‘mobile rich’ [espressione che sembra definire i ricchi transnazionali], misure varie per attrarre investimenti in UK, deregulation per rimuovere le protezioni sociali e ambientali, scarsa o nulla obbedienza alle norme antiriciclaggio, golden visa a garanzia di cittadini di diversa nazionalità da quella britannica, purché ricchi.

Tanto da indurre Christensen a concludere ironizzando sulla contraddizione fra <il mondo dominato da programmi di rigenerazione industriale auspicato dai milioni di cittadini ‘lasciati indietro’ che secondo molti commentatori hanno appoggiato il referendum; e un mondo semplicemente trasformato in un paradiso fiscale per ricchi e potenti>.

Già. Scrive Mercuzzi: <È ampiamente riconosciuto che i paradisi fiscali contribuiscono all’impoverimento di paesi ricchi e poveri, consentendo il riciclaggio di denaro, la cleptocrazia, l’evasione fiscale e l’elusione. L’entità delle perdite derivanti da questi diversi tipi di furti, illegali e legalizzati, è difficile da calcolare; la miglior stima delle perdite di entrate globali dovute esclusivamente allo spostamento degli utili aziendali ammonta a 500 miliardi di dollari all’anno>. Due economisti [citati], stimano lo stock accumulato di capitali fuoriusciti dall’Africa subsahariana pari a $944 miliardi circa cinque volte più del debito estero di quella regione. Secondo altri studi le ricchezze personali conservate nei centri offshore sarebbero pari a $21 trilioni>. Cifre pazzesche che palesano l’ipocrisia di tante dichiarazioni e programmi di aiuti all’Africa.

CITY & C ,PERPLESSI. Eppure non è certo per il bene dei cittadini del mondo che esponenti dell’industria dei servizi finanziari, banche d’affari e la stessa City si mostrino più perplesse e caute della politica davanti a uno scenario di deregolamentazione spinta in chiave nazionale Singapore style caldeggiato da alcuni politici. Temono di perdere fette di business e di rendere più complesse e costose le operazioni per i clienti. La City nel 2016 avrebbe addirittura votato per il Remain.

Una divergenza emersa già in un importante meeting nel settembre 2017, dopo le elezioni che hanno visto sconfitta Theresa May e i Tories costretti ad allearsi col DUP nordirlandese dopo aver perso la maggioranza. Presenti all’incontro la premier May, il cancelliere Hammond, il segretario alla Brexit Davis col suo consigliere Lord Hill, quello agli Esteri Hunt e quello agli Interni Javid; insieme al presidente di Royal Bank of Scotland, al capo di Morgan Stanley Europe, al direttore della Borsa Londinese e al ministro della City. <Al meeting i ministri hanno dato l’impressione di essersi impegnati a garantire un periodo di transizione di due o tre anni in cui continuino a valere le regole attuali. “Avete bisogno dello status quo” ha detto un banchiere>.

Così il solito ben informato FT (7). Che notava come <Dal referendum nella City molti ritengono che mantenere una qualche forma di equivalenza con Bruxelles sarebbe un modo per fare restare a Londra una serie di servizi finanziari che altrimenti migrerebbero nel continente>.<Il Regno Unito deve restare allineato a regole globali, ma sarebbe sbagliato se si legasse irrevocabilmente a una cornice legislativa europea sulla quale non avesse alcun controllo>, ha insistito Lord Hill.

Ma le banche d’affari non sembrano convinte. <Le banche sono coscienti delle conseguenze globali e non vogliono vedere l’UK in una corsa ad abbandonare gli standard dell’equivalenza regolamentale. Per banche di investimento e assicurazioni mantenere un livello minimo di base è cruciale perché assicura un mutuo accesso ai mercati e rende più facile la gestione che con regimi diversi>.

<Prima delle elezioni del 2017 May e Hammond assicuravano che se non si fosse ottenuto un buon accordo con l’UE, il Regno Unito avrebbe avuto un’altra opzione: fare marcia indietro e competere con l’UE con una regolamentazione minima e basse tasse Singapore Style. Ma dopo le elezioni May ha abbandonato questa strada. Mentre Hammond ha continuato a ribadire che l’UK in futuro non è costretta a soggiacere a norme che non controlla>. E’ un caso che il meeting in questione fosse ospitato nella magione di campagna di Boris Johnson, il Tory ultra-falco leader dei conservatori più estremi, che Bannon ha detto di considerare ‘un modello’, un primo ministro ideale quanto il nostro Salvini?

PRESSIONI TRANSATLANTICHE. No, non è stato un caso. Nella lunga saga della Brexit in gioco non ci sono solo GB e UE, ma un “fronte transatlantico, come lo definisce eufemisticamente FT, che va ben oltre il tema dei derivati. “Economic Regime Change – US Groups Continue Raise Millions For Hard Brexit”, titola un articolo di Robert Woodward, di febbraio ma postato da Truepublica soltanto in questi ultimissimi giorni (8). In parallelo con un altro post dal titolo ugualmente significativo (9): Was a hard Brexit always a plan A? che fra l’altro parla della segretezza intorno alle misure e ai piani accurati che il governo sta predisponendo per una Brexit senza accordo.

Dagli Stati Uniti arriverebbero insomma, e non da oggi, forti pressioni, e finanziamenti, per una Brexit “dura” senza accordi con l’Unione Europea. Quel no deal Brexit che sarebbe stato fin dall’inizio il Piano A delle correnti economiche e politiche che hanno sostenuto Trump e da anni spingono per una vasta deregulation a tutti livelli nel Regno Unito ( e non solo) – compresa la sanità e le norme a difesa di ambiente e consumatori – e oggi non si rassegnano a veder sfumare i loro piani.

Il famoso giornalista del caso Watergate parte dal recente Collins Report, del deputato Tory Damen Collins, che attribuisce alla Russia interferenze nella politica britannica e nel referendum. <In realtà – scrive – dietro quelle intromissioni c’erano miliardari e organismi Americani. Questo oggi è un fatto come è un fatto che media mainstream e politici lo abbiano taciuto>. Da un’inchiesta del Guardian Woodward cita con dovizia i numerosi think tank di destra, fondazioni, front charities e organismi di fund raising dei due lati dell’Atlantico, tra i più forti sostenitori di accordi di libero scambio e regolamentazioni ridotte – che beneficiano i business Americani – e si oppongono a norme europee più strette fin dal 2008. Con nomi e cognomi.

Centinaia di milioni spesi in quella che dovrebbe essere definita <una campagna per un regime change economico – conclude Woodward con una espressione efficace – da parte di una potenza straniera. Una potenza che si chiama America>. Alla fine ricorda una pièce satirica della CNN che invitava a chiamare il referendum Brexit per quello che è: “Un’opportunità per diventare il 51° Stato Americano. La perdita dell’UE è il nostro guadagno. Chiamiamolo Brentrance>, gioco di parole fra Britain e entrance.

1) https://www.ft.com/content/ab751f8a-499c-11e9-bbc9-6917dce3dc62 2) https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2019-02-06/brexit-an-uneasy-truce-in-400-trillion-derivatives-fight

3) https://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2018/07/18/londra-come-singapore-la-pazza-idea-che-contagia-i-duri-della-brexit/

4) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/brexit-britain-government-negotiating-singapore-on-thames-right-now/

5) https://ec.europa.eu/taxation_customs/business/company-tax/anti-tax-avoidance-package/anti-tax-avoidance-directive_en e https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-01-18/quanto-ci-costa-l-elusione-fiscale-multinazionali-155259.shtml?uuid=AED7k0HH (spiegazione)

6) https://www.theneweuropean.co.uk/top-stories/steve-bannon-on-donald-trump-nigel-farage-theresa-may-and-boris-johnson-1-5943606 7) https://www.ft.com/content/582ca822-9e06-11e7-8cd4-932067fbf946 8) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/economic-regime-change-us-groups-continue-raise-millions-for-hard-brexit/

9) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/was-a-hard-brexit-always-plan-a/

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BCE. “La banca che ha quasi mandato in recessione l’Europa, e ha in mano il suo destino”.

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Ad affermarlo non è un qualsiasi sovranista nostrano ma Adam Tooze, storico dell’economia già a Cambridge, oggi alla Columbia University, in un articolo di pochi mesi fa segnalato dal Financial Times (1). <Considerato da molti senza speranza, fallato, un fallimento, una tragedia per l’Europa, dopo vent’anni l’euro è sempre lì, con la Banca Centrale Europea che lo governa. Senza alternative. Il progetto della moneta unica è tutt’altro che perfetto. Ma quel che l’ha davvero intralciato nei suoi primi vent’anni sono le decisioni prese da uomini di Francoforte>. <Uomini affamati di potere>, arriva a scrivere il professore, che da britannico si concede uno sguardo disincantato e critico eppure non euroscettico sulle azioni intraprese dalla BCE durante la crisi iniziata nel 2007.

Azioni contraddittorie, inazioni ed errori che hanno prodotto prima una decrescita e poi una crescita anemica dell’UE, con effetti pesanti sulla disoccupazione e sull’affermarsi del nazionalismo. <Un’aggressione che ha prodotto il maggior deragliamento della politica economica nell’era moderna>, arriverà a concludere. Probabilmente esagerando.

Sarà la fase pre-elettorale, sarà il prossimo rinnovo della presidenza in vista della scadenza di Draghi, fatto sta che ci si imbatte spesso in critiche alla BCE, in testa l’imbarazzante faccenda degli stress test alle banche europee appaltati a privati a costi esorbitanti o persino, nel 2015, affidati a BlackRock, il più grande asset manager del mondo e il più importante investitore internazionale nel settore bancario, in palese conflitto di interessi. Una scelta contestata non a caso da Germania, Spagna, Cipro, Irlanda e dalla Grecia che ha rifiutato di far entrare nelle sue banche quegli esaminatori. (2).

O gli acquisti di bond di grandi imprese multinazionali da parte della BCE nell’ambito del QE, che hanno assicurato loro ulteriori vantaggi rispetto alle PMI. O ancora le recentissime, perentorie richieste alle banche italiane di liberarsi di tutti i cosiddetti Npl o crediti deteriorati e la parallela minore attenzione alla gran quantità di derivati tossici in pancia ad altre banche europee (in testa Deutsche Bank e Credit Agricole), come ha denunciato anche l’economista Alberto Bagnai (3).

Un clima quasi ostile che risente del sovranismo diffuso e ha indotto il governatore ormai uscente Mario Draghi a intervenire a più riprese, ricordando quanto poco sovrani fossero i paesi costretti continuamente a svalutare e sottolineando la differenza concettuale fra “indipendenza” e “sovranità”. Per riconquistare la quale porsi fuori da UE o dall’euro sarebbe controproducente. Né serve indebolire le strutture politiche europee, che invece occorre adeguare ai mutamenti intervenuti nella società, movimenti migratori e disuguaglianze in testa (4).

Ma torniamo a Tooze. Il cui giudizio negativo sulla BCE durante la crisi, e oltre, non è affatto isolato fra gli studiosi. Critiche simili arrivano da vari economisti. Per esempio da Ashoka Modi (2019), visiting professor a Princeton, pur con un approccio non storico politico come quello di Tooze ma più tecnico e orientato agli effetti sui mercati (5). Fino ad economisti greci come Kostantinos Gravas e al. citato da Modi (6)

Neppure sono nuovissimi tanti rilievi. Ma interessante e utile ci sembra la prospettiva di Tooze che ricostruisce origine e comportamenti della Banca Centrale Europea, banca politica come lo sono tutte le banche centrali nonché <l’istituzione che ha più influenza sul futuro dell’UE>, non solo dell’eurozona. E alla BCE – in particolare a Jean Claude Trichet che l’ha governata dal 2003 al 2011, addossa la responsabilità di aver spinto in recessione l’UE dopo la crisi del 2007-8 con sottovalutazioni, interventi tardivi, aumenti dei tassi inopportuni e politiche fiscali controproducenti – con la conseguenza di intrecciare strettamente la crisi delle banche ai debiti sovrani e poi limitare le politiche dei governi.

Non elude la domanda chiave sul ruolo della Germania: “Non era indispensabile seguire le sue pressioni”, scrive, riconoscendo il cambiamento con Draghi, ma solo dal 2015 col QE. Anche se non sottovaluta il peso del “whatever it takes” del pronunciato da Draghi a Londra nel luglio 2012: il famoso discorso che Modi giudica importante solo in quanto seguito poco dopo dall’annuncio del bazooka, quell’OMT (Outright Monetary Transactions) pur mai utilizzato finora. Ma Modi come vedremo condanna comunque le azioni della BCE <estemporanee, carenti di chiarezza e strategia, a incapaci di guardare avanti>.

Le responsabilità che Tooze sembra addossare esclusivamente ai governatori si spiegano in parte con la storia di come si è arrivati all’euro. Ma acquistano un significato un po’diverso nel contesto della “Storia segreta della crisi” da lui stesso raccontata in un precedente articolo del 2017, dove emerge una Fed diventata prestatore di ultima istanza del sistema bancario globale, in particolare europeo. E dell’intreccio fra sistema bancario americano ed europeo, diventato sempre più inestricabile.

E’ un fatto che Trichet dal sistema complessivamente inteso è stato ampiamente ricompensato. Nel 2011 è diventato presidente del gruppo europeo della Commissione Trilaterale in sostituzione di Mario Monti, assurto allora a premier italiano. E dall’aprile 2012 è anche presidente del prestigioso think tank di Buxelles Bruegel nonché del Gruppo dei Trenta o G30.

Tooze la prende alla lontana, ma forse non è inutile mettere in fila anche fatti già noti.

BCE CRUCIALE. <Nessuna altra istituzione ha più influenza sul futuro dell’Europa>. <Nel bene e nel male ha dettato la storia della moneta unica dalla sua creazione> (…) <Non si può valutare l’euro senza guardare ai banchieri centrali che hanno governato la banca. Ed è su quei banchieri, specialmente su Trichet che grava la responsabilità della stentata ripresa economica in Europa e del sorgere del nazionalismo >.

LE BANCHE CENTRALI SONO POLITICHE. <Capitalismo e democrazia possono non aver vita facile e le banche centrali vengono prese in mezzo>(…)<Di solito le banche centrali sono prestatori di ultima istanza sia per le banche sia, normalmente, per i governi. Ci si aspetta che non maneggino solo denaro ma anche, e in modo efficace, tassi di cambio, debito pubblico, la stabilità del sistema bancario e l’inflazione. E siccome questa è legata all’occupazione, devono monitorare l’aspetto del mercato del lavoro”. Ogni azione o inazione produce vincitori e perdenti: loro possono anche dichiararsi indipendenti dai governi eletti ma le banche centrali sono inevitabilmente politiche>.

<Nel caso dell’eurozona poi, che ha le dimensioni di un continente e comprende regioni diverse come Belgio, Bavaria e Basilicata, senza un apparato amministrativo e uno stato nazionale alle spalle, le difficoltà aumentano>. Tanto più che la BCE è anomala e tra suoi compiti ha solo il controllo dell’inflazione. Del resto lo si sapeva.

IL PROGETTO. <Ma questa è solo metà della storia(…) L’euro venne progettato inizialmente per contenere l’influenza dominante della banca centrale della Germania. Per mantenere il loro cambio fissato contro il marco tedesco le altre banche centrali erano costrette a far oscillare i tassi di interesse in linea con la Bundesbank (…). Ai tedeschi d’altra parte <un sistema monetario comune prometteva di ridurre le pressioni sulla loro moneta che avrebbero potuto minacciare i surplus commerciali di cui vanno fieri>. (Aggiungiamo l’interesse, geopolitico e finanziario, degli Stati Uniti che dopo il crollo del Muro avevano premuto per l’unificazione della Germania e guardavano all’estensione a Est di UE – e Nato). Nel post di Tooze un’utile cronologia della moneta comune.

<L’euro nasceva come compromesso fra Francia e Germania, con Kohl che voleva legare irrevocabilmente insieme l’Europa mentre Mitterand voleva solo diluire il ruolo dominante tedesco nella politica monetaria oltre a creare un’economia di scala tale da consentire una politica sociale domestica in un’era di capitalismo globalizzato. Dunque la BCE avrebbe avuto sede a Francoforte ma dopo l’olandese Duisenberg avrebbe avuto un presidente francese>. E così fu.

LE DIFFICOLTA’. La BCE apre i battenti il 1 giugno 1998, 7 mesi prima dell’unione delle monete, e fin dall’inizio si trova al centro di conflitti. Molti economisti avevano avvisato gli Stati membri che avrebbero dovuto abbandonare la possibilità, spesso utile, di svalutare. L’alternativa è aggiustare l’economia alle pressioni competitive, il che significa tipicamente riduzione dei salari. Cosa difficile da gestire per una banca centrale>.

Ma secondo Tooze quel che ha davvero azzoppato l’Europa non è stata la cronica mancanza di competitività, specie in Grecia e in Italia, ma la crisi del 2008. Anzi, la sua mala gestione.

ILLUSIONI E INAZIONI. <Nell’agosto 2007, quando si avvertono i primi shock, la BCE offre alle banche europee una forte iniezione di liquidità – ma subito comincia a puntare le dita contro Federal Reserve (Fed) e Bank of England (BoE) che si erano prese in carico i mercati dove c’erano presi i peggiori rischi>. Trichet sottovaluta la situazione .<Il burocrate conservatore francese a capo della politica monetaria europea non credeva che gli americani avrebbero lasciato fallire Lehman. Ma le banche europee non erano meno sovradimensionate e i loro bilanci comportavano rischi anche maggiori. Sottoposta alle regole di Basilea II, l’Europa indulge nell’assurda fiducia in un’auto-assicurazione e capacità di governare il rischio insito nelle sue banche private>.

Nel 2008 tocca ai governi salvare le proprie banche. <Ma la liquidità di sostegno pompata dalla BCE non è meno cruciale. Il cash che Trichet fornisce fluisce nelle casse dei governi nazionali in quanto le banche lo usano per comprare titoli di Stato supposti sicuri>. (…) Il modo di combattere la crisi da parte di Trichet negli anni 2008-2009 finisce quindi per legare insieme più strettamente banche e governi, pur preservando l’apparenza di normalità.

LA SVOLTA NEL 2010. <E’ quando nel 2010 i debiti sovrani stessi minacciano di andare male che il gioco cambia. Di fronte alla crisi fiscale prima in Grecia, poi in Irlanda e in Portogallo, con Spagna e Italia che incombono, la BCE entra in azione. E diventa un attore aggressivo e assertivo nel conflitto sulla questione politicamente pesante della futura costituzione finanziaria dell’Europa>. Ma come?

<Si è parlato di rischio contagio per Grecia e Irlanda, ma è una metafora fuorviante. Nel mercato dei bond il contagio si ha solo se la banca centrale rifiuta di fare quel che Fed, BoE e BoJ hanno sempre fatto, cioè star dietro ai debiti sovrani. In realtà invece la BCE rifiuta di assumere l’essenziale ruolo di stabilizzatore>.

<Avrebbe dovuto governare il gigantesco mercato dei bond invece di oscillare a seconda delle politiche fiscali dei governi, premiando solo quelle rigorose. Il mandato BCE è limitato, ma Trichet è andato ben oltre>, sostiene Tooze.

OBIETTIVO REGIME CHANGE? <Il suo obiettivo non è stato altro che un regime change: usare la crisi per forzare il completamento dell’ancora incompleta costituzione dell’eurozona in termini conservatori. Voleva che i politici europei fossero d’accordo nello stringere le regole fiscali e nel mettere in piedi un fondo di stabilizzazione del mercato dei bond indipendente dalla BCE, che avrebbe tenuto per sempre la banca centrale europea fuori da ogni obbligo di farsi carico dei debiti pubblici>

<Giocando col fuoco, la BCE innesca una conflagrazione. Quando nella primavera 2011 il governo Pasok, centrosinistra, suggerisce che avrebbe potuto essere più sicuro svalutare o ristrutturare una parte del debito, Trichet non solo fa muro ma silenzia il dibattito minacciando Atene di tagliare la linea di credito alle sue banche. Con la scusa di proteggere la reputazione dei prestatori sovrani Trichet si pone come difensore intransigente degli interessi dei creditori>. Non solo.

BCE ISTRUISCE I GOVERNI, NON LE BANCHE. <Trichet non esita ad attraversare il confine nozionale che separa la banca centrale dai governi nazionali: fornisce istruzioni ai governi di Irlanda, Spagna e Italia, chiedendo tagli di spesa, aumenti di tasse e modifiche nelle leggi sul lavoro che entrano profondamente nel merito degli affari interni dei paesi. Trichet usa l’ ”indipendenza” della BCE e la minaccia del mercato dei bond per dettare condizioni ai governi eletti>.

<Nessuna di tali amare medicine viene tuttavia servita alle banche europee che, come le controparti americane, avrebbero dovuto essere costrette a ricapitalizzarsi nel 2008-2009, anche se ciò avrebbe comportato la sofferenza degli azionisti>. (Fra gli azionisti istituzionali delle maggiori banche – segnaliamo – ci sono fondi e gestori di gran peso, come Blackrock).

TRICHET SPINTO DALLA GERMANIA? <Ci vorrà tempo prima che gli archivi vengano aperti. L’evidenza suggerisce che fu spinto dai membri tedeschi del suo board. Jurgen Stark, il suo capo economista, è biasimato da molte parti per la straordinaria decisione di alzare i tassi di interesse nel 2008 e poi ancora nel 2011. E ogni volta che Trichet entra nel mercato dei bond riceve proteste dalla Bundesbank, istituto che continua ad avere un certo potere anche dopo che le banche centrali nazionali sono diventate cinghie di trasmissione della BCE>.

<Ma quella dei tedeschi è solo una voce: come il governatore successivo Mario Draghi avrebbe poi dimostrato, la BCE non era obbligata a genuflettersi. Merkel aveva bisogno della BCE quanto la BCE aveva bisogno di Berlino, l’opposizione tedesca poteva essere aggirata. Invece anziché controbilanciare il conservatorismo tedesco Trichet lo amplifica>.

<Sulla ristrutturazione del debito Merkel e il suo ministro Schauble chiedevano disciplina per tutti, banchieri, investitori irresponsabili, contribuenti. Private Sector Involvment era la parola d’ordine, vale a dire haircut . Trichet al contrario fu soft con banchieri e creditori, mentre incoraggiava i mercati a disciplinare i governi e i cittadini. Una mistura poco appetibile che non è stata un errore ma una scelta deliberata da parte di un gruppo di tecnocrati conservatori che hanno lasciato l’Europa ferita>.

<Dopo un autunno di crisi che ha reclamato gli scalpi dei primi ministri eletti di Spagna, Italia e Grecia, nel dicembre 2011 il Fiscal Pact Europeo assegna ai conservatori la vittoria istituzionale che cercavano. Trichet aveva aiutato Berlino a introdurre l’austerity nel circuito principale dell’UE.

<E’stata una vittoria politica che ha limitato la portata della politica fiscale come strumento attivo di governance politica dei governi. E ha contribuito all’agonizzante lenta ripresa dell’Europa e ai bassi livelli di investimenti pubblici>, scrive Tooze.

SI SPACCA IL FRONTE TEDESCO. Facciamo un passo indietro. Tra i 2010 e il 2011 la crisi dei debiti sovrani europei è al culmine. L’euro in caduta nei confronti del dollaro. Cosa sia veramente successo nella BCE e dintorni non sembra ancora chiarissimo. Chiara e netta è invece la rottura nel fronte tedesco.

Nel settembre 2011 inaspettatamente si dimette dalla BCE il capo economista, il falco Jurgen Stark. Senza spiegazioni, ma al giornale economico Handelsblatt ribadisce che l’unica soluzione alla crisi del debito per i governi è tagliare le spese. Sulla BCE già aleggia Mario Draghi che succederà a Trichet a novembre.

Stark si opponeva al piano di acquisto di titoli di Stato da parte di BCE, un’azione che considerava fuori dal mandato della banca centrale. Le sue dimissioni segnalano disaccordi profondi nella BCE nella maggior crisi debitoria dell’Europa, scrisse il NYT .

Di più. Per dissensi sulla politica BCE lascia la presidenza della Bundesbank Axel Weber, che in quanto governatore sedeva nel Direttivo BCE e aspirava al posto che sarà di Draghi, ma deve ripiegare sull’UBS. Il suo successore alla Banca Centrale tedesca è Jens Weidman, un altro falco, anti-Draghi. In compenso alla BCE l’importante posto di capo economista va per la prima volta a un non tedesco, il belga Peter Praet. Un segnale della nuova era Draghi.

<La rottura avvenne nel 2010, racconterà Stark al Telegraph un anno dopo, settembre 2012 (7). Allora la BCE ha cominciato a cadere nel panico sulla crisi dell’eurozona e ad assumere un nuovo ruolo, fuori dal suo mandato. Ha dato retta a pressioni esterne…esterne all’Europa …>, accenna misteriosamente. Quali, non lo dice né lo fa capire esattamente. Pressioni d’oltre Atlantico, di sicuro. Ma dalla Fed, dai ‘mercati’ ovvero banche e/o investitori che contano? Possibile, o addirittura probabile, come si vede anche esaminando le inopinate decisioni BCE di alzare i tassi nel 2008 e poi nel 2011, su cui Tooze sorvola.

PARENTESI SUI TASSI. <Diminuire i tassi, spiega Ashoka Modi, è una delle misure attive a disposizione delle banche centrali per fronteggiare crisi (insieme all’acquisto di asset), mentre le misure passive consistono nell’immettere liquidità nel sistema>. La Fed infatti riduce i tassi dal settembre 2008 fino a zero a dicembre.

La BCE invece è riluttante. E poi fa il contrario. Sebbene, come segnala Ambrose Evans Pritchard sull’(euroscettico) Telegraph già ai primi di agosto 2008 (8) siano chiari i segnali di contrazione delle economie dell’eurozona ormai in crescita negativa, (-0,5% la stessa Germania), Trichet i tassi a luglio li alza a fino al 4,25%. E tornerà ad abbassarli soltanto in seguito e gradualmente fino all’1,25 in aprile 2009.

Una decisione contraddittoria e apparentemente incomprensibile, anche più del rialzo che la banca europea deciderà di nuovo nel 2011 in due riprese prima di un nuovo round di tagli e stimoli in novembre <dopo evidenti segni di deterioramento delle economie>.

Per Modi sono tutti segni della contraddittorietà ed estemporaneità delle misure adottate da BCE, che infatti non tranquillizzano i mercati, e della riluttanza della BCE a stimolare davvero l’economia dell’eurozona.

BCE SOSTENEVA IL DOLLARO? Sulla scia di Evans Pritcherd e altri così Maurizio Blondet non esitava a titolare, senza punto di domanda, nell’agosto 2008 (9). Con qualche ragione. In quell’anno in difficoltà è il dollaro. E la scelta di mantenere un euro fortissimo aiuta il dollaro impedendogli di precipitare. Così come aiutano il dollaro gli acquisti di bond americani da parte delle varie banche centrali. Lo fa anche la BCE? <Se lo facesse anche la BCE, mentre lesina gli acquisti di bond in Europa, sarebbe grave>, scriveva Blondet non avendo precisi riscontri in proposito ma segnalando i trucchi con i quali veniva aiutata la Spagna (nel cui mercato immobiliare in crisi c’erano grandi interessi tedeschi).

INTRECCI INESTRICABILI. Modi : <Più di altre banche centrali la BCE nel 2008 adotta una politica meramente passiva provvedendo liquidità in dollari al settore bancario. In buona parte attraverso le swap lines della Fed – quelle che Tooze ha segnalato nel suo precedente articolo del 2017 sulla storia segreta della crisi (10).

Modi, la cui analisi tiene conto in primis degli effetti sui mercati, critica la BCE ma appoggia la Fed. <Fornire liquidità era necessario, la Fed dà un contributo importante alla stabilizzazione dell’area euro, creando aspettative positive nei mercati. Gli spread nei paesi periferici calano, il valore delle azioni cresce, anche quello delle banche. Al contrario il fatto che la BCE fornisca la liquidità alle banche dell’area euro non riesce a dare fiducia ai mercati nelle prospettive economiche>.

Tooze è più esplicito, e più severo anche nei confronti della Fed. Forse solo più obiettivo. Sottolinea infatti come la Fed abbia iniettato sì dollari nelle banche centrali globali (dal 2007 $10 trilioni forniti a BCE, BoE, BoJ più altre, ma non tutte: escluse Est Europa, Russia Cina) ma nell’interesse americano. Li ha forniti infatti non ai sistemi economici bensì, tramite le banche centrali, al sistema bancario. Anzi, a determinate banche. Per prevenire un contraccolpo delle banche europee “di fatto americanizzate” come Deutsche Bank e Credit Suisse e altre (in sostanza quelle “sistemiche”), e cioè <per evitare un rovinoso falò di asset americani da molti trilioni di dollari>.

FED PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA GLOBALE DEL SISTEMA <Questa operazioni e in particolare le swap lines legano ulteriormente la FED alle altre banche centrali che ormai governano le economie, in particolare alla BCE, in un intreccio diventato inestricabile>. In questo senso parlare di “pressioni” dall’estero e di “salvataggio del dollaro” non è esatto ma neppure del tutto fuori luogo.

<Preservare lo status del dollaro è stato per le banche centrali l’incentivo a cooperare> scrive Kostantinos Gravas, citato da Modi in un altro articolo. <La Fed ha agito come il prestatore di ultima istanza internazionale >, aggiunge, concordando con Tooze. <Dopo la grande recessione del 2007-2009 la cooperazione internazionale ha condotto a una nuova ‘pace monetaria’: l’azione coordinata fra Usa, Germania e Cina (sic) per mantenere lo status quo del dollaro come moneta di riserva globale…>. (Trump e le sue guerre economiche erano di là da venire, aggiungiamo).

L’ERA DRAGHI. Pur <istintivamente conservatore – del resto co-firma con Trichet la (famigerata) lettera a Berlusconi nell’agosto 2011 – se Draghi si è potuto permettere di adottare un atteggiamento più interventista è stato in parte perché il lavoro sporco di mettere i governi europei in riga l’aveva fatto Trichet>.

“Whatever I said”. <Quando Draghi nel luglio 2012 promette che avrebbe fatto “whatever it takes”, tutto quel che serve, la BCE appare come la salvatrice dell’euro. Draghi parla contrastando lo scenario di una rinnovata crisi in Spagna e delle paure su Italia e Grecia. E lo fa a Londra di fronte a investitori di fondi hedge non tanto disperati quanto esasperati. Come poi riferirà a un amico, “l’incurabile ossessione dell’Anglosfera per la fine dell’euro venne assorbita”>.

E’ Il “sentimento dei mercati” migliorato da Draghi di cui parla Modi, che assegna però un’importanza preminente all’ OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà sia pure a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato dalla BCE poco dopo.

Spiega Tooze: <Gli scettici nella City non avevano capito quanto lontano l’Europa si era spinta. Non solo aveva aderito a un’unione bancaria ma – per quanto conflittuali i negoziati e per quanto deflazionario il risultato – aveva anche stabilito una struttura fiscale. L’Europa stava evolvendo e l’impegno dei suoi governi era ormai di gran lunga troppo grande per tornare indietro, anche di fronte a un lungo periodo di intransigenza della BCE.>

<Ovviamente il prezzo pagato per la vittoria della BCE è stato alto: lo shock del 2010-11, seguito da una severa dose di austerity hanno gettato l’economia europea in una prolungata seconda recessione. Nessuno dubita che ci siano molti business improduttivi in Italia e Grecia assillati da cronici insufficienti investimenti ma la loro attuale sofferenza e senso di impotenza devono molto al modo in cui le economie sono state condotte con una domanda anemica>. Anche Modi qui concorda.

Tooze come Modi fa un paragone con gli USA e i vari QE della Fed (…). <La BCE ha lasciato che il suo bilancio collassasse. Crediti e investimenti si sono contratti. I debiti cattivi si sono moltiplicati. Una generazione di studenti e laureati si è trovata tagliata fuori dal mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile nei paesi più colpiti dell’eurozona è salita fin quasi al 50%. La scena politica è stata stravolta, con i critici dell’euro e della BCE in crescita, da destra e da sinistra>.

<E’ stato solo nel 2015, quando si è materializzato il rischio di una deflazione in stile Giapponese che la BCE finalmente schiaccia l’acceleratore. In marzo di quell’anno si imbarca in un QE su scala massiccia, raddoppiando il suo bilancio (=stampando moneta in quantità) fino al 2018.

<Quasi subito l’aumentata liquidità ha offerto un sia pur modesto sostegno alla ripresa europea. Ma le conseguenze politiche, attraverso il mercato dei bond, sono state più drammatiche. Il QE ha isolato l’eurozona da ogni contagio dalla rinnovata crisi greca del debito greca nel 2015 (…) Non c’è rischio di contagio quando la BCE drena i mercati di bond disponibili da comprare. <E’ la prova che l’intera crisi dei debiti sovrani avrebbe potuto essere evitata se Trichet non avesse scelto, deliberatamente, di portare l’’Europa alla rovina>.

I VENTRILOQUI. Anche con Draghi, la protezione da parte della BCE avviene a determinate condizioni sottolinea Tooze. <Per giustificare gli acquisti di bond da parte della banca centrale un debito sovrano deve avere un certo rating di investimento. Anche se domina il mercato dei bond, la BCE lascia che i ventriloqui del suo atteggiamento conservatore siano le agenzie di rating. In Portogallo il governo di coalizione di sinistra è appeso al filo di un solitario rating. L’Italia dovrà subire pressioni se il nuovo governo devierà dal sentiero del rispetto delle regole>. Come infatti è avvenuto, sia pure con compromessi finali. E la partita è più che mai aperta oggi, febbraio 2019.

CONSIDERAZIONI. 1. MODI.<Ideologia e limitazioni sono incorporate nel contratto dal quale è nato l’euro>, osserva Modi. <Per di più la mancanza di accountability isola la BCE da meccanismi e incentivi a cambiare>. Dove il termine inglese poco traducibile si riferisce al fatto che la BCE non rende conto a nessuno. E’ un punto chiave. Un limite che emerge sempre più spesso. Dalla Corte dei Conti Europea, che lamenta il diniego all’accesso di documenti indispensabili alla sua funzione di controllo – come ha sottolineato anche l’economista “sovranista” Alberto Bagnai (cit)- a transparency.eu che contesta la mancanza di trasparenza dell’Eurogruppo, il consesso – per di più del tutto informale – dei ministri economici dell’eurozona (11).

Sebbene consideri l’OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà ma a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato ma mai attuato da Draghi, l’unica misura attiva forte, Modi non salva neppure la gestione post-Trichet della BCE. Fino a oggi. E denuncia i limiti politici agli stimoli: l’aver negato la minaccia di una inflazione troppo bassa; l’aver ritardato il QE (fino al 2015); e, alla fine del 2018, il negare la recessione in atto e un prolungamento del QE>. Solo per riflessi lenti della banca?

2. TOOZE. <Perché la Bce può esercitare tale influenza sul destino dell’Europa?> si chiede. <La risposta è che per qualsiasi intento o obiettivo unirsi all’eurozona è irrinunciabile. L’UK sta lentamente scoprendo a sue spese che cosa comporta “riprendersi il controllo”>. E <un’uscita dall’euro sarebbe molto più dirompente per la vita quotidiana persino di quanto sarebbe per l’UK la Brexit più estrema>. <Molti economisti continuano a far congetture sulla sopravvivenza dell’euro ma pochi politici europei ne discutono seriamente>, aggiunge. Anzi.

<Dal 2006 sette nuovi paesi hanno cercato la protezione della seconda moneta più importante. Con l’UK sulla via di lasciare l’UE, Bruxelles non fa mistero del suo obiettivo di rendere l’euro la moneta comune dell’intera Unione>. E in un’Europa che tende progressivamente a coincidere con l’eurozona governata dalla BCE, tra le righe di Tooze si intuisce come il Regno Unito sia praticamente costretto a staccarsi.

Altro che mistero. <In applicazione dello Statuto, il Consiglio Generale BCE verrà sciolto quando tutti i membri UE avranno adottato l’euro>, informa la stessa banca sul suo sito. Ed è interessante osservare che in tale Consiglio, che affianca Comitato Esecutivo e Consiglio direttivo e ha fra i suoi compiti la redazione del rapporto annuale della BCE, oltre a presidente e vicepresidente, siedono i governatori dei 19 paesi dell’area ma anche i 9 che non ne fanno parte. Tra questi c’è il governatore della Bank of England, banca che in teoria è il secondo maggior ‘azionista’ BCE (col 14,3% del capitale sottoscritto, dopo di che ai paesi non euro sono stati via via applicati sconti fino a farli versare solo il 3,75%). “L’appartenenza all’UE vincola le banche non-euro?” Era del resto il titolo di un dibattito organizzato da Bruegel a gennaio 2016 (ante-Brexit) intorno a un report di Bank of England, purtroppo non più online (12). Segno che un problema c’è.

<Intanto – continua Tooze – la disoccupazione cronica continua, soprattutto fra i giovani della “periferia meridionale” i cui voti hanno fatto sorgere partiti di protesta. Ma quelli poi andati al governo sono finora indietreggiati davanti a un confronto definitivo> – scrive con un occhio all’Italia. <Semplicemente in gioco c’è troppo>. Sarà per questo che l’euro piace al 75% degli europei, come ha ricordato recentemente Draghi.

BCE E EUROPA. <Sebbene (all’euro )non vi siano alternative e la sola uscita non sia contemplabile… non significa che non esistano scelte. I 20 anni di vita dell’euro mostrano che le scelte contano molto. Il fatto è che la maggior parte di tali scelte sono concentrate nelle mani della banca centrale. La crisi del 2008 è stata il risultato di fallimenti ed errori dell’insieme del capitalismo occidentale. Ma la disastrosa reazione europea è stata una questione di scelta> (…) <Con Draghi le cose sono diventate più tollerabili, ha offerto un sostanziale sollievo monetario e, sia pure a certe condizioni, ha protetto i governi dal mercato dei bond. Ma l’approccio fondamentalmente conservatore della BCE rimane inalterato>.

<Le istituzioni contano ma a fare le politiche sono le persone>, conclude Tooze. E <se dopo Draghi arriverà il superfalco Jens Weidman, si tornerà a Trichet>. (Oggi però le chances del presidente della Bundesbank appaiano calanti).

E poi <perché gli europei accettano una BCE che ha solo il mandato del controllo dell’inflazione, a differenza della banca centrale americana? Se persino il regime della Cina capisce il legame fra crescita, lavoro e legittimazione e agisce politicamente di conseguenza, perché l’Europa persiste nel negare l’ovvio?>.

<Non è la sola questione per l’Europa. Con una politica americana sempre più nella scia nazionalista, sembra sensato chiedersi se la Fed sarebbe di nuovo in grado di servire da ancora stabilizzatrice del sistema globale, come ha fatto>. Vari analisti, come Nouriel Roubini, ritengono di no. <A un certo punto il mondo può aver bisogno che l’Europa agisca come una forza più assertiva anche nella politica monetaria globale>. Già, ma ne sarebbe è in grado?

DUBBI E DOMANDE. <A fare le politiche sono le persone>, afferma Tooze. Ma è davvero così? Se le economie dipendono dalle banche centrali e queste sono ormai inestricabilmente intrecciate fra loro; se la Fed ha un ruolo dominante, col dollaro moneta di riserva globale; e se il ventriloquo della BCE sono le agenzie di rating, i cui azionisti istituzionali sono poi gli stessi che si ritrovano nelle principali megabanche, cosa possono fare i governatori BCE? Hanno una qualche autonomia? Oppure vengono scelti – in modo certo non trasparente – proprio in funzione di politiche previste “dall’esterno”?

Trichet era un ex governatore della Banca di Francia, Draghi oltre che ex Bankitalia è anche un “alunno” di Goldman Sachs (come Jeorg Kukies, il viceministro dell’economia dell’attuale governo della Germania con delega per Europa e politiche dei mercati finanziari) banca che, tra le più potenti, è anche la più “politica”. E Draghi nel 2018 ha rifiutato la richiesta formale inoltrata dal Controllore Europeo (Ombudsman) Emiliy O’Reilly di non partecipare più al G30, come segno di indipendenza della BCE e per i possibili conflitti di interessi denunciati dal Corporate Europe Observatory (13). Un forum consultivo informale e affatto trasparente, il G30, dove siedono alcuni dei principali attori pubblici e privati del sistema bancario internazionale – come JP Morgan (chairman), Goldman Sachs, UBS, Blackrock, Bank of England ecc. persino Bank of China, con vari ex come Volker, Trichet, King, Noyer, Geithner, Summers, più qualche accademico e analista (14).

E a proposito di Germania: è sembrata per anni – fino a oggi – non solo il dominus europeo ma anche una sorta di referente o trait d’union con gli US. Tanto più da quando col crollo dell’Urss l’attenzione della finanza angloamericana si è concentrata sull’Europa (vedi Gravas).Underblog ne scrisse a proposito dell’evoluzione di Deutsche Bank, la più americanizzata delle banche europee, in un post dedicato a Blackrock (15), sulla scia di un articolo di Limes che ipotizzava un ruolo della Roccia Nera, azionista di peso di Deutsche Bank, nei tracolli del 2011 che travolsero anche l’Italia. Utile rileggerlo, per allargare lo sguardo agli intrecci azionari che coinvolgono anche agenzie di rating e megabanche. Le stesse banche che partecipano al G30 e ritroviamo azioniste di primo piano della Fed, che al contrario di quel che si crede non è un istituto pubblico ma è posseduta al 100% da privati.

Infine: quanto conviene agli US un euro e una UE relativamente deboli? <L’euro potrebbe accrescere il suo ruolo di moneta globale solo rallentando il relativo declino dell’economia dell’Eurozona attraverso una rapida crescita> conclude Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles, in” The Mirage of a Global Euro”. Un ruolo che Gros non sembra auspicare e una crescita che non si è verificata. Anzi, l’UE sta rallentando.

Se ne rallegreranno i trump-nazionalisti, che non nascondono la loro ostilità all’Europa, in primis alla Germania, la concorrente più fastidiosa dell’America First. I sovranisti europei sembrano voler loro dare una mano. Ma non è detto che la grande finanza che nell’UE ha investito tanto sia dello stesso avviso. La figura del nuovo governatore darà un primo segnale. Poi starà ai governi europei – posto che ne siano in grado – apportare alle istituzioni UE dei cambiamenti, ma quali? Quelli ai quali accennava Draghi?

  1. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/adam-tooze-european-central-bank A. Tooze, The bank that nearly broke Europe, 2018
  2. https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-19/bce-grande-affare-stress-test-schauble-apre-caso-bce–071039.shtml?uuid=AEy2Uz1G e https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-22/stress-test-blackrock-no-grecia-bce—092111.shtml?uuid=AEXEwu3G
  3. https://www.startmag.it/economia/vi-spiego-che-cosa-non-va-nella-bce-parla-bagnai-lega
  4. https://www.corriere.it/economia/19_febbraio_22/draghi-difende-l-europa-uscire-ue-non-da-maggiore-sovranita-ef749550-36c1-11e9-a77e-854ef271b7f8.shtml , uno dei tanti articoli. Il più esteso su Il Foglio.
  5. https://voxeu.org/article/ecb-s-performance-during-crisis e https://www.cesifo-group.de/DocDL/cesifo1_wp7400.pdf
  6. https://www.palgrave.com/us/business-insights/the-role-of-central-banks-and-the-monetary-peace
  7. https://www.telegraph.co.uk/business/2016/10/01/its-not-just-deutsche-european-banking-is-utterly-broken/
  8. https://www.telegraph.co.uk/finance/2794845/ECB-slammed-as-Europe-crumbles.html 2008
  9. http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=4168&Itemid=179
  10. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/the-secret-history-of-the-banking-crisis
  11. https://transparency.eu/event-does-the-eurogroup-exist-informal-governance-fragmented-accountability/ e https://www.startmag.it/mondo/la-bce-non-e-trasparente-parola-della-corte-dei-conti-europea/
  12. http://bruegel.org/events/the-bank-of-england-in-europe-does-eu-membership-constrain-non-euro-central-banks/)
  13. https://it.businessinsider.com/la-bce-e-i-legami-pericolosi-con-le-grandi-banche-nel-gruppo-dei-30-draghi-risponde-picche-alla-denuncia-del-mediatore-europeo/ e https://www.agi.it/estero/ue_ombudsman_o_reilly_draghi-3382078/news/2018-01-18/
  14. http://group30.org/members
  15. https://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html
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Hiroshima, le menzogne e il falso mito. Fu un atto politico verso l’URSS, l’inizio della Guerra Fredda.

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“Il mondo rileverà che la prima bomba atomica è stata lanciata su Hiroshima, una base militare. Perché desideravamo evitare per quanto possibile in questo primo attacco, di uccidere dei civili”. Così il presidente Harry S. Truman in un discorso radiofonico alla nazione il 9 agosto 1945. Nello stesso giorno in cui il presidente si rivolgeva agli americani gli Usa lanciavano la seconda bomba nucleare. Hiroshima era stata colpita e annientata solo tre giorni prima: 70-80.000 vittime immediate, saranno 200.000 alla fine del 1945, quasi tutti civili.

Hiroshima non era affatto una base militare come voleva far credere il presidente americano per giustificare quella che non era stata nemmeno una decisione obbligata per indurre il Giappone ad arrendersi e por fine alla seconda Guerra Mondiale salvando migliaia di soldati americani – come da narrazione ufficiale: un mito costruito a tavolino per nascondere la verità: il Giappone era già sconfitto e stava per arrendersi. Gli alti gradi militari erano in gran maggioranza contrari alla bomba, come del resto gli scienziati.

E allora? Secondo la storiografia recente l’atomica dagli effetti consapevolmente dirompenti fu una scelta tutta politica, volta a dimostrare all’Unione Sovietica la supremazia americana e segnò l’inizio della Guerra Fredda, della corsa agli armamenti, della Russia “nemica”. E di una strategia della “deterrenza” che ha condotto il mondo a dotarsi di 18.000 testate atomiche attive possedute oggi da 9 paesi, 4 dei quali non aderenti nemmeno al Trattato di Non Proliferazione del 1970 (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord che si sono aggiunti a Usa, Russia, Francia, UK, Cina).

Nel 1985 le testate attive erano addirittura 65.000.Lo raccontano vari post rilanciati per il 73° anniversario di quelle orrende stragi, occasione in cui ogni anno i media ripropongono la narrazione ‘patriottica’ delle due bombe lanciate sul Giappone per indurlo ad arrendersi, causando la fine della guerra e salvando le vite di centinaia di migliaia di soldati americani che non hanno più dovuto invadere le isole nipponiche.

Una scusa tirata fuori a caldo per giustificare la decisione inaudita, poi cuore del mito costruito ad arte per avvalorare quella scelta e i suoi obiettivi politici, che perdureranno nel tempo. Fino a oggi.La menzogna sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein insomma non è certo stata la prima e non sarà l’ultima, fabbricata a tavolino per giustificare decisioni già prese per motivi politici pubblicamente inconfessabili. Compresi i tanti “interventi umanitari” e le “sollevazioni popolari” alimentate nei tentativi di regime change.

LE PAROLE DI TRUMAN. Sono state recuperate da Global Research che ne fornisce anche il link audio: (Listen to Audio of Truman’s speech, Hiroshima audio video)“ Abbiamo scoperto la più terribile bomba della storia del mondo. Potrebbe provocare la distruzione totale profetizzata nella valle dell’Eufrate nell’era dopo Noè e la sua arca… Quest’arma deve essere usata contro il Giappone … La useremo così che militari e soldati e marinai siano il bersaglio e non le donne e i bambini. Anche i Giapponesi sono barbari, spietati, crudeli e fanatici, e noi in quanto leader del mondo per il bene comune non possiamo lanciare questa terribile bomba sulla vecchia capitale [tra i bersagli considerati c’era anche Kyoto]o su quella nuova ….Il bersaglio sarà puramente militare … Sembra essere la cosa più tremenda mai scoperta, ma può diventare la più utile”.

“Stava mentendo a sé stesso o era stupido o ignorante? – chiede il post di Global Research. https://www.globalresearch.ca/hiroshima-a-military-base-according-to-president-harry-truman-2/5602782 . Chiunque negli alti ranghi militari sapeva che Hiroshima era un’area urbana densamente popolata con circa 300.000 abitanti (1945)”.

“Ma quell’attacco è solo un avviso – proseguiva Truman. Se il Giappone non si arrende, altre bombe verranno lanciate sulle sue industrie belliche e sfortunatamente, migliaia di civili verranno colpiti. I civili giapponesi lascino le loro città industriali immediatamente e si salvino dalla distruzione. Sono consapevole del tragico significato della bomba atomica…La sua produzione è stata intrapresa da questo governo . Eravamo a conoscenza che i nostri nemici erano sulla stessa strada. Oggi sappiamo quanto erano vicini a realizzarla, ma già allora eravamo consapevoli che disastro sarebbe stato per questa nazione, per tutte le nazioni che amano la pace e per tutte le civiltà, se avessero centrato per primi l’obiettivo. Ecco perché ci sentivamo impegnati a intraprendere il lavoro incerto e costoso della sua scoperta e produzione.

“Abbiamo vinto la corsa e l’abbiamo realizzata prima della Germania. “E avendo la bomba l’abbiamo utilizzata, contro quelli che ci hanno attaccati a sorpresa a Pearl Harbor, contro quelli che hanno affamato, picchiato e ucciso i prigionieri di guerra americani, che hanno abbandonato ogni pretesa di obbedienza alle leggi internazionali. L’abbiamo usata per accorciare l’agonia della guerra e salvare tante vite”.

Una retorica nobile quanto ipocrita, come vedremo. Tanto più se si dà retta alle teorie complottiste ma ben documentate, secondo le quali la stessa Pearl Harbor nel 1941 fu un clamoroso false flag, decisivo per indurre gli USA a entrare in guerra.

CONTRARI I MILITARI. Lanciare la bomba per far finire la II guerra Mondiale? La maggior parte degli alti ufficiali americani la pensava in altro modo, racconta il Washington’s Blog in un lungo post con molte citazioni. Per lo più tratte dal rapporto del luglio ’46 dell’U.S. Strategic Bombing Survey Group istituito da Truman per studiare gli attacchi aerei sul Giappone. Ne prendiamo alcune.

“In base a indagini dettagliate dei fatti e a testimonianze dei leader nipponici sopravvissuti, è opinione dei ricercatori che sicuramente entro il Dicembre 1945 e molto probabilmente entro il 1 Novembre ’45 il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state lanciate, anche se la Russia fosse entrata in quella guerra, e anche se una invasione fosse stata pianificata o contemplata”.

Il generale Dwinght Eisenhower – allora Comandante Supremo delle Forze Alleate, al quale si deve la maggior parte dei piani dell’America per l’Europa e il Giappone nella II Guerra Mondiale, disse: “I Giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con quella cosa infame” (link ). … Eisenhower racconta di essere stato informato dal segretario alla Guerra Stimpson – venuto a trovarlo in Germania – sul successo dei test in New Mexico e dei piani segreti per utilizzare la bomba, aspettandosi un suo vigoroso assenso. Che non ci fu.

Al contrario: Eisenhower era certo della completa inutilità della bomba, primo, perché il Giappone era già sconfitto e secondo perché il paese avrebbe dovuto evitare di scioccare il mondo con un’arma micidiale il cui uso, era convinto, non serviva affatto a risparmiare vite americane.Non era il solo ad avversare l’iniziativa.

L’elenco degli alti gradi militari contrari all’uso della bomba – convinti della sua inutilità da un punto di vista strategico, e tanto più ostili dal lancio in aree molto popolate al punto da esserne moralmente offesi – è lungo, come riferisce il W Blog. Ma la loro opinione si manifestò per lo più dopo. A quanto pare neppure gli alti ufficiali erano al corrente di quel che stava maturando. Persino il generale Douglas MacArthur, comandante supremo per il Giappone, avrebbe ignorato lo stato di avanzamento dei piani sull’atomica fino all’ultimo.

L’ordine venne direttamente da Washington e il Dipartimento della Guerra lo notificò a Mac Arthur solo cinque giorni prima del lancio su Hiroshima. Ad essere a conoscenza dei piani erano di sicuro Eisenhower, come abbiamo visto, e l’Ammiraglio William Leahy – il più alto in grado tra i militari tra il 1942 fino alla pensione nel 1049, capo di fatto del Joint Chiefs of Staff che fu al centro di tutte le decisioni militari del II Conflitto mondiale.

Entrambi si spesero col Presidente per indurlo a soprassedere, ha raccontato Gar Alperovitz nel suo libro The Decision to Use the Bomb che non si limita a spiegare le vere ragioni per cui l’atomica fu fatta esplodere ma anche il perché del mito. Qui una sintesi https://www.lewrockwell.com/2006/08/john-v-denson/the-hiroshima-myth/ .

L’Ammiraglio Leahy, probabilmente la persona più vicina a Truman dal punto di vista militare, deplorò l’uso della bomba (definita un’arma ‘barbara’), consigliò fortemente il Presidente a non utilizzarla e lo invitò invece a rivedere la politica della resa incondizionata, permettendo così al Giappone di arrendersi mantenendo sul trono il suo Imperatore. Una clausola decisiva.

Da parte sua Eisenhower – il futuro presidente americano che alla fine del suo secondo mandato non esiterà a mettere in guardia i concittadini sui rischi insiti nel crescente potere di quel che definì ‘apparato militar-industriale’- intorno al 20 luglio 1945 in un incontro col presidente Truman fece pressione affinché non facesse ricorso alla bomba. Non era necessario colpire i Giapponesi con una cosa così orribile… usare l’atomica, uccidere e terrorizzare civili senza neppure tentare [dei negoziati] era un doppio crimine. Eisenhower disse anche a Truman che non era necessario che “soccombesse” a James Byrnes.

LA DECISIONE FU POLITICA. Chi era Byrnes? La vera storia della bomba è più complicata di quanto la retorica abbia fatto credere. E ha che vedere con la resa senza condizioni da imporre al Giappone: una politica che Truman aveva ereditato da Franklin Delano Roosevelt e che pesava non poco nel rallentare la decisione dei nipponici, in quanto avrebbe comportato la destituzione del loro imperatore, considerato di discendenza divina .

Che l’obiettivo fosse politico e non militare lo ammise persino un generale che a posteriori fu favorevole alla decisione, come il generale George G. Marshall. E un certo numero di storici – racconta il W Blog – concordano nel dire che l’obiettivo fu dimostrare all’Urss la superiorità degli Usa e limitare la sua espansione piuttosto che la fine del conflitto mondiale. E anche limitare l’espansione dell’URSS in Asia, suggeriscono nuovi studi citati basati su archivi di Usa, Giappone e URSS.

Alperovitz non la pensa diversamente, ma nella sua puntigliosa ricostruzione dei fatti entra nei dettagli e assegna un ruolo chiave a Byrnes, personaggio poco noto ai più. Politico democratico di lungo corso, molto amico di Franklin Delano Roosevelt, aveva partecipato in febbraio col presidente alla conferenza di Yalta con Stalin e Churchill ed era poi stato incaricato di farne accettare le conclusioni al Congresso americano e all’opinione pubblica.

La Germania nazista era sconfitta ma la guerra continuava in Asia contro il Giappone, l’Urss avrebbe dovuto parteciparvi dopo la resa tedesca, avvenuta poi in maggio. Così era stato stabilito.Byrnes si aspettava di diventare il vice di Roosevelt, eppure questi aveva invece scelto Truman che pochi mesi dopo, alla mortedi FDR in aprile, si ritrova presidente. E proprio a Byrnes si rivolge il neopresidente, che oltre a tutto ben poco sa del segretissimo Progetto Manhattan.

Secondo Alperovitz tutti i (pochi) consiglieri militari e civili di Truman, e anche il primo ministro britannico Churchill e i suoi vertici militari consigliavano al presidente americano di rivedere la politica della resa incondizionata così da consentire al Giappone di arrendersi. Byrnes la pensa diversamente. E’ sospettoso e preoccupato per l’espansione dell’Urss, avanzata in Europa fino a Berlino inglobando tutta l’Europa dell’est, e per le rigidità di Stalin sui risarcimenti enormi da imporre alla Germania. (Churchill era più disponibile, grato all’Urss per aver fermato i nazisti, aveva accettato la partecipazione sovietica alla guerra asiatica e mirava a farla entrare nell’Organizzazione delle Nazioni Unite).

E’ Byrnes, che segue da vicino l’avanzamento della bomba, a convincere Truman non solo a mantenere la clausola della resa incondizionata nipponica ma anche a rinviare la conferenza di Potsdam a dopo che il test dell’atomica aveva avuto successo. La conferenza venne infatti convocata il 26 luglio, dopo che il 25 luglio era stato segretamente deciso il lancio dell’atomica (ma non ancora i bersagli definitivi).

Byrnes contava di impressionare Stalin e di dimostrare la superiorità degli Stati Uniti detentori della prima arma di distruzione di massa, inducendo Stalin a limitare le sue richieste e le sue attività nel periodo post bellico nonché le sue mire espansionistiche in Asia. Voleva dimostrare che l’America aveva un nuovo leader forte, uno “sceriffo di Dodge” che a differenza di Roosevelt sarebbe stato duro con i Russi, che andavano “cacciati indietro” in quella che sarà conosciuta come Guerra Fredda – scrive Aperovitz. E chissà se sia stato per questo modo di pensare che FDR, che lo conosceva bene, non abbia scelto Byrnes come suo vice. Pare che Stalin – che già sapeva del test – sia rimasto freddo: “La useremo in Giappone”, si limitò a dire. A Potsdam mancò la voce moderata di Churchill, depresso per la sconfitta elettorale nel Regno Unito. FDR era morto e lo scenario politico di Yalta era ormai cambiato.

CONTRARI GLI SCIENZIATI. La scelta di lanciare la bomba in zone molto popolate fu organica a questi obiettivi meramente politici. Il pubblico dibattito che ne nacque subito dopo fu molto aspro. Diversi alti gradi militari insorsero non solo mettendo in dubbio la mancanza di necessità e di giustificazioni militari, in molti si sentirono moralmente offesi dalla decisione di colpire deliberatamente città popolose come Hiroshima e Nagasaki. Nella discussione pubblica vennero messi di mezzo gli scienzati.

“Amano provare i giocattoli che inventano”, arrivò a dire l’Ammiraglio Willam F. Halsey, comandante della Terza Flotta, criticando quell’esperimento non necessario, un errore. Pronta la reazione di Albert Einstein, anello importante della scoperta sia pure non partecipe al Progetto Manhattan, pubblicata dal New York Times col titolo “Einstein deplora l’uso della bomba atomica”.

La sua opinione era che il lancio fosse stata una decisione politico-diplomatica piuttosto che militare o scientifica. Effettivamente la maggioranza degli scienziati impegnati nel Progetto Manhattan avevano avversato la possibilità di usare l’atomica in Giappone. Alcuni si erano spinti a scrivere direttamente e segretamente al segretario alla Difesa nel 1945. Con argomenti politicamente lucidi e lungimiranti: “Se gli Stati Uniti fossero i primi ad utilizzare sul genere umano questo nuovo mezzo di distruzione indiscriminata sacrificherebbero il sostegno nei loro confronti nel mondo, farebbero precipitare una corsa agli armamenti ponendo inoltre una pregiudiziale al raggiungimento di accordi internazionali per il futuro controllo di tali armi” (dal W Blog citato).

“Non ci fu nessuna illusione da parte mia che la Russia era il nostro nemico, e che il progetto veniva condotto su questa base”, testimoniò in seguito il Generale Leslie Groves, direttore del Progetto Manhattan.

IL MITO. A partire da quel settembre 1945 insomma i toni divennero incandescenti. Alti gradi militari come il capo delle operazioni navali Ernest King uscirono allo scoperto. L’ammiraglio della Marina Chester Nimitz (a cui sarà dedicata una porta-aerei) partecipò a una conferenza stampa, l’ammiraglio Leahy ripeté in una intervista le convinzioni che aveva espresso a Truman . L’articolo del NYT sulle posizioni di Einstein completo’ il quadro.

Ce n’era abbastanza per preoccupare il presidente Truman, e un personaggio a lui molto vicino, James Conant. Poco noto ai più quanto Byrnes, scienziato distintosi nella produzione di gas venefici durante la I guerra mondiale, Conant era diventato presidente della Harvard University nonché presidente del National Defense Reasearch Commitee dal 1941, una delle figure più importanti del Progetto Manhattan. Davanti all’escalation dei toni infuocati nel dibattito, Conant si preoccupa anche della sua futura carriera e conclude che qualcosa vada fatto. Serve che una persona importante dell’amministrazione dichiari pubblicamente che il lancio delle due bombe era una necessità militare per far finire il conflitto e impedire la morte di migliaia di soldati americani.

La persona adatta viene individuata nel Segretario alla Guerra Henry Stimson, che avrebbe dovuto scrivere un lungo articolo su una rivista nazionale di prestigio, da far circolare in lungo e in largo. L’articolo, rivisto da Conant e da suoi consulenti, esce su Harper’s Magazine nel febbraio 1947. A rilanciarlo ci pensa naturalmente il New York Times: “Non c’è alcun dubbio che il presidente e il sig. Stimson siano nel giusto quando sostengono che la bomba ha causato la resa del Giappone”, vi si legge. Più tardi, nel 1959, il presidente Truman farà ufficialmente propria questa conclusione, compresa l’idea del salvataggio delle vite dei soldati americani, il cui numero lievita a un milione.

E’ la narrazione della vicenda di Hiroshima e Nagasaki che, ripetuta dai media anno dopo anno in agosto in occasione degli anniversari, ha finito per sembrare così ‘vera’ da diventare quasi un luogo comune. Solo negli ultimi anni, complice Internet, cominciano a circolare narrazioni differenti.

CONCLUSIONI. Byrnes e Truman immaginavano che il monopolio atomico americano avrebbe rappresentato una leva nei confronti dei sovietici, bloccandone le aspirazioni con la dimostrazione dell’incomparabile superiorità americana.Invece innescò la corsa agli armamenti che ha cambiato il mondo, la Guerra Fredda, e una demonizzazione del Nemico Russo che continua ancora oggi dopo la scomparsa dell’URSS, l’unificazione della Germania e l’espansione della NATO nell’est Europa, fino circondare la Russia.

Il complesso militar-industriale, il cui potere in espansione inquietava già Einsenhower nel suo discorso alla nazione del 1961, ha bisogno di Nemici per giustificare budget sempre più alti e nuove tecnologie sempre più sofisticate. Tanto più ora che nella corsa è entrata pesantemente anche la Cina. L’industria bellica come volano di quella civile oltre che come strumento di dominio. Colpisce che da Truman in poi, questa linea sia stata sostenuta anche – e spesso soprattutto, come oggi – dai Democratici.

Eppure perfino il repubblicano Donald Trump favorevole al dialogo con il Kremlino ha portato il budget 2019 del Pentagono a una cifra record mai toccata prima: $716 miliardi. http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/14/news/stati_uniti_aumenta_budget_per_la_difesa-204080685/ Il mondo è già stato vicino a una catastrofe nucleare. In chiusura vediamo e segnaliamo l’uscita del libro in cui Daniel Ellsberg, The Doomsday Machine: Confessions of a Nuclear War Planner edito Alpina Publisher. Sono i ricordi dell’ uomo che da analista militare e collaboratore della RAND nel 1971 trasmise alla stampa i Pentagon Papers sulla guerra del Vietnam e contribuì personalmente a stilare un piano che prevedeva di colpire preventivamente l’Urss e uccidere fino a mezzo miliardo di persone. https://it.sputniknews.com/mondo/201808146364212-confessa-creatore-piano-nucleare-usa-doomsday-machine-daniel-ellsberg/

NOTE 2020 : Il Washington’s Blog sembra non essere più operativo. Il post citato è stato però ri-pubblicato qui, il 2 maggio 2020: https://global-politics.eu/real-reason-america-nuclear-weapons-japan/. Segnaliamo anche l’articolo del Washington Post del 5 agosto 2020, in occasione dei 75 anni dell’atomica, dove si trova una mappa interattiva di tutti i numerosissimi test atomici fatti nel mondo da allora, che hanno causato migliaia di vittime, delle quali non si è mai parlato. https://www.washingtonpost.com/graphics/2020/world/hiroshima-anniversary-nuclear-testing/ .

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Salvini, Di Maio e Bannon, un filo che viene da lontano

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Nella sua ultima intervista da premier, a tre giorni dal voto, Paolo Gentiloni aveva lanciato una sorta di allarme:“Mi sembra che si stia andando tra il disinteresse e il cinismo alle elezioni più importanti degli ultimi 25 anni, come se il voto fosse una gara di nuoto sincronizzato da guardare con distacco, tanto poi i giochi veri si fanno dopo. Non è così. Qui si sta decidendo se proseguire su una strada di economia di mercato, società aperta, welfare sostenibile, o se andare fuori strada” . Il giorno dopo, era arrivato in Italia Steve Bannon per seguire da vicino le elezioni italiane, “molto importanti e indicative per l’Europa e per gli stessi Stati Uniti…” . “Il 4 marzo aprirà la strada a tutti i movimenti che si ribellano a Merkel e Macron, ….”l’attenzione si focalizzerà sul capitalismo elitario e su nuovi temi come l’immigrazione anche a livello globale”… “Siete parte di un movimento internazionale, più grande della Francia, dell’Italia, dell’Ungheria, più grande di tutti i singoli movimenti”.

Intervistato da Tgcom24, ripreso da Huffpost (1) , dalla Stampa (2) con info aggiuntive sui suoi rapporti con Matteo Salvini, Bannon viene subito dimenticato. Tranne che dal giornale diretto da Maurizio Molinari che dopo il voto ha con lui una conversazione a Milano. Titolo: “Cinquestelle e Lega, è in Italia il cuore della nostra rivoluzione (3). Il mio sogno è vederli governare assieme. Sarà Salvini la forza trainante”. Sulla scia di un pezzo del NYT: ” Dopo aver rottamato l’establishment americano Bannon si accinge a demolire quello europeo” (4). Dopo l’affair Cambridge Analytica sarà Riccardo Luna a ricostruire l’incontro milanese fra Bannon e Salvini, con altri a lui vicini fra cui Marcello Foa (4-A).

I “DUE FRONTI” QUALI SONO? Eppure si è dovuti arrivare alla crisi Siriana e alla decisa contrarietà della Lega ai missili di US-UK-Francia, il M5S molto più sfumato rispetto al no alle bombe di un anno fa , perché cominciasse a venir fuori quel che, per più di un mese di distacco sportivo su governi possibili impossibili, probabili o improbabili, era rimasto sotto traccia, sottinteso, non detto: le eventuali preoccupazioni Atlantiche e di Bruxelles per un governo più vicino alla Russia di Putin che all’America, Russofilo e magari anche antieuropeo e anti euro . Contrapposizioni semplici, binarie, quelle proposte dai commentatori. Atlantisti vs Russofili; America vs Russia, “partito occidentale” vs “partito di Putin”, pro UE vs euroscettici, globalisti vs protezionisti, liberal democratici vs autoritari.

Angelo Panebianco che un anno fa aveva paragonato il 2018 elettorale al 1948, rinnovava i timori. Poi tornati sotto traccia, salvo allusioni intermittenti a vaghi “pericoli” e “minacce” che cominciano ad esplodere oggi, dopo che il governo M5S/Lega sembra lo si faccia davvero.Atlantisti chi? Quale America? Negli Usa è in atto una feroce guerra di potere e il fronte anti-Russia, nonché globalista e filo UE, non comprende affatto il suo presidente. Fa capo invece ai Democratici che vedono in Putin il nemico n 1, “novello Hitler” (copyright Hillary Clinton), supportati dai media mainstream a loro legati da sempre e seguiti a ruota dai nostri, ma anche a una parte di Repubblicani, in particolare i neocon .

Antlantisti-europeisti per i quali la Nato è un pilastro incrollabile nei rapporti fra Usa e Europa, mentre Trump la considera un costo elevato per l’America ed è arrivato a minacciare di abbandonare l’alleanza e mollare gli europei al loro destino se non si decidono a investire di più nella loro difesa.The Donald è stato eletto dalla destra nazionalista (o nazional-populista) dei Repubblicani, per niente anti-Russa. Anti-Iran piuttosto, legata com’è alla destra israeliana di Benjamin Netanyahu, che con Obama non andava affatto d’accordo.

Nazionalista ovvero incline agli interessi economici americani, molto meno al ruolo ‘imperiale‘ degli USA, sul piano economico della globalizzazione come su quello geopolitico- militare . Sebbene poi il presidente, tenuto sotto scacco attraverso l’infinita, inconcludente inchiesta del Russiagate, sia costretto a lasciare la geo-politica americana in mano al sempre più pervasivo e potente deep-state, quegli ‘apparati federali ‘- Dipartimento di Stato, Pentagono, CIA, NSA ecc – che Trump, non avendo una sua fazione interna, cerca di blandire assoldando generali nell’amministrazione (5).

Anche in Europa del resto nei confronti della Russia si registrano sfumature diverse perfino fra atlantisti-europeisti come Germania e Francia macroniana, per non parlare del gruppo Visegrad, con la Polonia decisamente anti-russa per esempio, al contrario dell’Ungheria di Orban, nazionalista russofilo come Le Pen e Salvini, ostili piuttosto a UE e euro. E’ una destra nazionalista che negli USA, ma anche in Europa, precede Trump e la Brexit ed è l’esito di un progetto strutturato, affatto nuovo e tutt’altro che obsoleto . Val la pena di esaminarlo, a partire proprio dal personaggio Steve Bannon.

BANNON UOMO CHIAVE. Bannon infatti non è soltanto l’abile stratega della campagna elettorale di Trump, l’ex chief stategist della Casa Bianca, il Rasputin che il presidente a un certo punto è stato costretto ad allontanare premuto dall’opposizione interna e soprattutto esterna proprio a causa delle posizioni radicali del suo ex sodale. Bannon è l’uomo chiave della strategia della nuova, spregiudicata destra americana che prende corpo negli anni 2008-2009 della prima presidenza Obama, promuovendo e cavalcando la rivolta del Tea Party, il movimento che, nato dall’ostilità al salvataggio pubblico delle megabanche, finisce presto per dar voce ai timori dei conservatori bianchi che si sentono minacciati dal primo presidente nero.

Fino a far cambiar pelle al partito Repubblicano, che nel 2010 riesce a conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, poi nel 2014 al Senato, azzoppando del tutto Obama. Una nuova destra che grazie ad appoggi e cospicui finanziamenti – li vedremo – comincia ad espandersi anche in Europa, sostenendo, consigliando e probabilmente anche finanziando la nascita e/o la trasformazione di partiti destrorsi preesistenti, finalizzate alla sua strategia nazionalista, identitaria, anti globalista e anti-UE.

La prima grande vittoria europea sarà la Brexit, seguita dalla sconfitta di Le Pen e da altre vittorie in Austria e Ungheria. E’ il progetto rilanciato da Bannon nel suo tour di marzo scorso tra le destre nazionaliste europee, dall’amica Marine a Lille (dove accennerà al “Brother Salvini”) , da Orban acclamato come eroe, dal leader di AFG incontrato a Zurigo, e in Italia “suo quartier generale”. Così il NYT l’11/3, dalle cui colonne Bannon annuncia la prossima mossa: una proliferazione in Europa di siti Breitbart News o simili in diverse lingue, infrastruttura comunicativa “per diffondere sotto la sua guida le idee nazionaliste e addestrare armate di soldati populisti al linguaggio e agli strumenti dei social”, scrive il NYTimes.

BREITBART NEWS. Figlio di operai Dem di Norfolk, Virginia, ufficiale di Marina, banchiere da Goldman Sachs fino a diventarne vice presidente, fondatore con colleghi di GS di una società di investimento specializzata in media e lui stesso produttore, il nome di Bannon è soprattutto legato a Breitbart News che è tornato a dirigere dopo aver lasciato la Casa Bianca. A fondarlo era stato nel 2007 Andrew Breitbart, collaboratore del conservatore Drudge Report, meno di Huffington Post, sito liberal in ascesa. Durante una cena a Gerusalemme, riesce a convincere Larry Solov, come lui ebreo, a lasciare la sua carriera di avvocato per lanciarsi con lui in una guerra al “Democratic media complex” e al progressismo, contrastando le narrazioni dominanti (così Vox) .

Un “HuffPost di destra”, sintetizzerà Bannon, dal 2010 con loro nel board in cerca di investitori – pur continuando a fare il produttore, tanto che un documentario su Sarah Palin, apprezzatissimo, lo proietta da eroe nel mondo del Tea Party, del quale è già un fervente supporter Andrew Breitbart. Se al fondatore interessa una battaglia culturale che smascheri le ‘falsità’ dei media mainstream, Bannon ha mire più politiche e trasforma Breitbart News da aggregatore di links in un sito vero e proprio con un’impronta di destra ancor più marcata.

Nazionalista, anti-Stato e anti-establishment, xenofobo, anti-immigrati e anti-islam, persino misogino, insomma sempre più “piattaforma dell’ alt-right”, dirà Bannon, riferendosi alla destra alternativa in che non esita a pescare ovunque consensi “contro le élites globaliste e le loro lobby, difensori del sistema di economie interconnesse creato dalla seconda Guerra Mondiale in poi, a favore dei ‘lasciati indietro’, del ceto medio privato del lavoro e del benessere da due fattori convergenti, il libero commercio e i migranti.

“Pretese ridicole, dal momento che dietro di loro ci sono fior di miliardari”, sfotte David Axelrod a lungo consigliere di Obama. Già. Ma sono miliardari diversi da quelli di riferimento dei liberals.Un sito noto per le teorie cospirazioniste, la negazione del climate change, le campagne fake, a partire dalla storia di Obama nato in Kenia e musulmano . Temi che rimbalzano su blog ad hoc e social, grazie a professionisti esperti in movimenti dal basso che, stato per stato, istruiscono gli attivisti. E il Tea Party cresce e si afferma, sempre più dirottato verso tematiche care ai finanziatori o comunque più capaci di attirare consensi.

“L’IMPORTANTE E’ VINCERE”. “Se vuoi riprenderti il paese devi mettere da parte le differenze in nome del nazionalismo economico: si tratta di vincere, nient’altro conta”, ha spiegato Bannon qualche mese fa a una convention Rep in California (7) . Flessibile e senza scrupoli nel rivolgersi a destra e a manca. Ogni somiglianza ai ‘populisti’ nostrani è puramente casuale.“Abbiamo vinto grazie a un lavoro di squadra: abbiamo messo insieme populisti nazionalisti, cristiani evangelici, conservatori e repubblicani per far vincere Trump” che per quanto non particolarmente apprezzato (Bannon e i finanziatori preferivano Ted Cruz) “era il solo in grado di battere la Clinton”.Alt-right antisemita? “Disprezzano gli ebrei liberal quanto la destra israeliana detesta gli ebrei di sinistra” ha scritto Haaretz. Bannon ritiene Breitbat News il sito oggi più vicino a Israele. Rigetta anche le accuse di razzismo.

E boccia il liberismo internazionalista in nome del primato della politica sull’economia: “Non siamo un’economia, siamo un Paese”.“Il nazionalismo economico non ha a che fare con la razza, il genere, la religione, l’etnia o le preferenze sessuali. E non si tratta di redistribuire la ricchezza ma di non dover competere con la concorrenza sleale della Cina” . Bush è “ il presidente più distruttivo della storia americana per aver permesso alla Cina di crescere e entrare nel WTO: un errore strategico dalle conseguenze incalcolabili” .

Una posizione, quella illustrata da Bannon, che comporta un progetto geopolitico diverso da quello Atlantista-Russofobo proposto dai media, quasi tutti di imporonta Democratica.“La Russia appartiene al nostro mondo euroamericano che deve invece guardarsi dai veri avversari ovvero Cina, Iran e Turchia”: tre nazioni, frutto di civiltà antiche e combattive, tutte estranee alla cultura giudeo-cristana”, ribadisce a Molinari. Il NYT ipotizza che Bannon prossimamente potrebbe dirottare l’attenzione delle destre nazionaliste europee su questo tema strategico, dal momento che dell’immigrazione si stanno occupando i governi. Ma è un tema popolare?

SOSTENITORI & FINANZIATORI: gli anti Bilderberg? La conquista repubblicana della Camera nel 2010 convince della bontà della strategia. E’ qui che Bannon entra in scena, porta a Breitbart News nuovi finanziatori e dal 2012, con la morte di Andrew, diventa presidente della società. Dal quartier generale di Los Angeles il sito si espande, moltiplica le sezioni per coprire a tutto campo le news trascurate/distorte dai media classici (Hollywood, sicurezza nazionale, governo, esteri, media, terrorismo, e sport, tech, radio). E sezioni regionali: edizioni specifiche per California, Florida, Texas, Londra dove collabora Nigel Farage, dal 2014 Gerusalemme e il Cairo. Diventerà popolarissimo, più del Washington Post. Nel 2011, anno della svolta, nella proprietà entra la famiglia Mercer con una dote di $11 milioni. Parliamo di Robert Mercer lo schivo miliardario la cui notorietà è legata a Cambridge Analytica, la società che ha fatto scandalo per aver utilizzato i dati Facebook di 50 milioni di utenti, 230 con quelli degli amici. Mercer l’ha fondata negli Usa nel 2013 insieme a Bannon – che ne ha inventato il nome – per profilare elettori – grazie a dati raccolti nel web, sofisticati algoritmi e metodi psicografici messi a punto all’Università di Cambridge – così da influenzarne il voto con messaggi mirati. Metodi che faranno buona prova nelle elezioni presidenziali americane del 2016 ma a quanto pare già nelle votazioni sulla Brexit . CA nega, un’inchiesta è in corso in UK. Del resto la casa madre di CA è l’inglese SCL Group che tra i finanziatori ha due ex ministri Tory, si occupa comunicazione, strategie e modifiche del comportamento – aka propaganda e psy-op – per conto di governi, partiti e militari, ha fra i suoi clienti la Difesa Britannica e sostiene di aver seguito le campagna elettorali in molti paesi del mondo. Sempre da destra.

I MERCER. Il 71 enne Mercer non è soltanto un miliardario, è un matematico. PhD in Computer science, a lungo all’IBM dove lavorava a un progetto di intelligenza artificiale per il riconoscimento del linguaggio, ha ideato un modello probabilistico che aprirà la strada al deep learning oggi tanto in voga e gli varrà nel 2014 il massimo riconoscimento da parte dell’ ACL- Association of Computational Linguistic. Nel ’93 lascia IBM per entrare in Renaissance Technologies, non un hedge fund qualunque, tra i primi a credere nella matematica applicata alla finanza, diventato la più formidabile macchina per far soldi del mondo. E’ così che Mercer, dal 2009 Co-CEO, diventa miliardario. Miliardario anomalo anche per la sua passione per la politica.

Di fede repubblicana, grande donatore del GOP ($34.9 milioni dal 2006), il maggiore nel 2016, l’anno prima il WaPo lo aveva indicato fra i 10 personaggi più influenti. Mercer però la pensa a modo suo, disdegna il lato establishment del GOP, troppo vicino a Big Business e a Wall Street, scrive Bloomberg (8). Per esempio critica il sistema bancario basato sulla riserva frazionale, lo preoccupano le ingerenze governative nel sistema monetario, crede nel gold standard. Considera il climate change una bufala della scienza corrotta, pensa altrettanto male della medicina ufficiale.

I KOCH. Idee non molto diverse da quelle da Charles e David alla cui rete di donatori, fondamentale nel successo del Tea Party, Mercer inizialmente si unisce, racconta uno studio del Brookings Institute, finché non si fa una Foundation di famiglia. Valutati da Forbes $82 miliardi, anche i fratelli Koch amano l’ombra, sebbene siano da tempo tra i grandi finanziatori Rep riuscendo pian piano a selezionare candidati vicini alle loro idee: in origine libertarie, comunque ultraliberiste, a favore di uno stato leggero, poche regole a cominciare da ambiente e clima (vedi Underblog. 9) .

Un’agenda che corrisponde ai loro interessi. Industriali dell’energia fossile con raffinerie e oleodotti, più società di ogni genere ma con solida base negli Usa, i Koch fanno parte della lobby dei petrolieri (Oil &Gas), alleata alla lobby chimico-farmaceutica contraria alle regole quanto loro, hanno a cuore le manifatture e le infrastrutture americane, e poco da spartire con megabanche e finanza, ben più vicine ai liberal come lo sono telecomunicazioni e mass media, hi-tech e web economy : i ‘lord della tecnologia della Silicon Valley”, come li chiama Bannon. Tutti “feudi”, questi, dei Dem, non a caso fautori delle energie rinnovabili e del globalismo, mentre i Koch &C. sono nazionalisti, freddi verso l’Europa che minaccia gli interessi nazionali americani – un’Europa che non controllano e a cui sono sostanzialmente estranei. Tranne la Russia che, con le sue riserve di gas e petrolio, è un’alleata ‘naturale’.

Gli ‘anti-Bilderberg’ che mirano a scalzare la centenaria egemonia dei Rockefeller, Rothschild & C? Forse, e non sarebbe cosa da poco. L’unico settore comune è la Difesa, sebbene il Financial Times che con l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca disegnava i settori tendenzialmente up and down, lo considerasse in ascesa . Infatti Trump ne aumenta subito il budget, così come dà il via libera a un oleodotto bloccato da Obama, si ritira dagli accordi di Parigi. E taglia massicciamente le tasse alle imprese.

La rete dei Koch conta una quantità di fondazioni caritatevoli e organizzazioni ad hoc, think tank come Heritage Foundation, classico pensatoio Rep, o fondati da loro come Cato Institute, Mercatus Center, Freedom Works e American for Prosperity, fondamentali nel lancio del Tea Party, sia negli US sia in Europa. “Loro” uomini sono finiti dritti nell’amministrazione di Trump: l’ultraconseratore Mike Pence diventato vicepresidente; Mike Pompeo, il politico più finanziato dai Koch da quando era attivo nel Tea Party, nominato capo della CIA e Segretario di Stato dopo l’uscita di scena di Rex Tillerson, già AD di Exxon Mobil. Nell’orbita Koch è anche Paul Ryan, dal 2015 speaker della House grazie al suo decisivo ruolo di unificatore delle varie anime repubblicane (Underblog sulle diverse anime nell’amministrazione Trump. (10).

ALTRI SUPPORTERS. Multinazionali europee della chimica/farmaceutica come le tedesche BASF, Bayer e la belga Solvay già nel 2010 hanno dato più dei Koch a senatori ‘amici’ per sabotare regolamenti ambientali globale (11) Guardian).Taxpayer Alliance, inflluente gruppo di pressione contro tasse e spesa pubblica, è stata aiutata da Freedom Works nel destabilizzare Obama attraverso la mobilitazione dei suoi 800.000 aderenti. AIPAC. La potente lobby israelita americana è tra i supporters della destra nazionalista? Vari i segnali. Favori e finanziamenti della lobby secondo Opensecrets si sono via via spostati dai Dem ai Repubblicani, specie nel 2016. E alla freddezza di Obama verso Netanyahu e la sua politica fa seguito l’indubbia vicinanza di Trump che lo segue sulla capitale a Gerusalemme e sulle critiche all’accordo sul nucleare Iraniano staccandone gli US contro gli alleati europei.

Del resto i temi anti-islam e anti-immigrazione e diventano centrali già nel Tea Party dove proliferano gruppi anti-Islamisti, come l’International Civil Liberties Alliance contro la Sharia, Atlas Shrugs guidato da Pamela Geller alla testa della protesta contro la presunta moschea a Ground Zero (in realtà un centro culturale) e siti come Jihad Watch. Anti–islam anche gruppi Cristiano Evangelici ai quali si rivolgerà Bannon . Tutti citati dal Guardian nella sua inchiesta del 2010 sul Tea Party in Europa, ripresa a suo tempo da Underblog (12).

IL TEA PARTY SBARCA IN EUROPA. In quell’inchiesta e in altri articoli il giornale britannico segnalava i legami fra il Tea Party americano e i movimenti di destra, nazionalisti e contrari a immigrazione e islam che spuntavano in Europa, dalla Germania alla Svezia, all’Olanda dove il PVV(Partito della Libertà) di Geert Wilders era già al 15%, all’Austria, al Belgio Fiammingo. In Gran Bretagna si punta inizialmente sull’EDL, l’English Defense League che cerca di allargarsi in Europa. (All’ EDL si era avvicinato Anders Breivik, autore del massacro del luglio 2011 dove morirono 77 persone. Un caso che in Norvegia in maggio fosse arrivato il presidente di American for Prosperity per insegnare a mettere in piedi in quattro e quattr’otto un movimento destrorso dal basso, come raccontava Voxeurop.eu ? ) .

Nel 2014 i sostenitori di EDL confluiranno poi nell’Ukip di Nigel Farage, nato proprio nel 2010, meno destrorso ma apertamente euroscettico, protagonista della Brexit. Farage l’avevamo incontrato come collaboratore del sito di Bannon. E proprio nel 2014 Beppe Grillo tenterà di legare il M5S all’Ukip a Strasburgo, suscitando reazioni negative interne e da parte del Fattoquotidiano. Il Guardian sottolinea i legami diretti e i finanziamenti da parte di think tank e organismi conservatori: in sostanza quelli della rete Koch di cui sopra (l’elenco è poi stato espunto dal post aggiornato, è rimasto in quello di Underblog).

E giunti attraverso la Chambre of Commerce, vicina al GOP: lo aveva già denunciato Obama criticando multinazionali e privati che per quella via finanziavano senatori del Tea Party. La ritroveremo parlando del M5S.Il giornale liberal britannico enfatizza anche il ruolo della potente World Taxpayers Alliance, presente in 60 stati del mondo, molti in Europa fra cui l’Italia. E il suo attivismo europeo sui temi cari: stato leggero, poche regole, ampie privatizzazioni dei servizi pubblici, no tasse, ecc . Sono gli anni in cui Marine Le Pen diventa presidente del Front National (2011) dopo averlo reso meno estremo ma più apertamente anti-islam. Raccogliendo per la prima volta il favore della comunità ebraica francese desiderosa di “far fronte contro un nemico comune”, scriveva Le Point (13).

E raccontava come Le Pen, volata negli Usa, si fosse recata in Florida per incontrare William Diamond, responsabile della sinagoga di Palm Beach e soprattutto membro dell’AIPAC. L’incontro era stato combinato grazie a tal Guido Lombardi, “un italo-americano francofono esponente della Lega Nord ben introdotto nella comunità ebraica americana”. Nonché direttore della North Atlantic League: “un’ associazione no profit che promuove la cultura italiana negli Usa e le relazioni fra Italia, Usa e Israele”, dirà lui stesso al Sole 24Ore che lo intervista (14) dopo averlo ritrovato attivista nella campagna di Trump. Con Le Pen dice di essere amico da molti anni “me la presentò Francesco Speroni”.

Il nuovo Front di Le Pen è vicino al PVV di Wilders, al tedesco AFD e ai partiti nazionalisti anti-immigrazione e critici verso l’UE che si affermano in Austria, Slovacchia, Ungheria, nonché alla nostrana Lega di Matteo Salvini (2013), all’Ukip di Farage, il primo politico europeo che sarà ricevuto dal neo-eletto Trump. Farage e Speroni avevano dato vita nel 2009 a Strasburgo al gruppo EFD- Europa per la Libertà e la Democrazia, nel 2014 Farage incontra Grillo e malgrado le polemiche M5S e Ukip fanno parte insieme dell’EFD diventato EFDD: Europa per la Libertà e la Democrazia Diretta. Mentre la Lega fuoriesce e dà vita col Front National a Europa delle Nazioni e della Libertà, gruppo più destrorso, e per un’uscita dall’euro, presieduto da Matteo Salvini.

LEGA e M5S PARI SONO? Per gli Atlantisti russofobi lo sono, o almeno lo erano fino a poco tempo fa. “Salvini e Di Maio spingono l’Italia verso la Russia?” titolava ancora l’11 marzo un editoriale sul NYT esplicitando i “timori per uno spostamento dell’asse di riferimento dell’Italia verso Putin (E’ proprio così? Mette in dubbio Formiche.net (15).

Qualche mese prima l’ex vice di Obama Joe Biden e John Carpenter avevano firmato un articolo accusatorio su Foreign Affairs rilanciato in Italia (qui Underblog) dalla solita Stampa, che è poi andata avanti sulle relazioni (viaggi, interviste ecc) sia di Salvini sia di Grillo (tra il 2014 e il 2015) con esponenti russi. La Lega dal 2013-14 avrebbe pure rapporti con l’associazione Lombardia-Russia e perfino firmato un accordo di cooperazione con‘Russia Unita’, il partito di Putin.

Le colpe di entrambi i partiti sarebbero l’avversare le sanzioni contro Mosca e aver detto che in Ucraina “ci fu un colpo di stato” (Di Maio). Oltre a un atteggiamento ‘sovranista’ verso l’UE, attribuito anche questo a un’influenza russa destabilizzatrice piuttosto che a relazioni con la destra nazionalista americana, di cui poco o nulla si dice o si scrive. Siti Web vicini e in contatto. Il Report sulla Disinformazione n 1 del PD (16) basandosi sull’inchiesta di un blogger citava un sito – Adessobasta.org – con una molto frequentata pagina FB e link diretti con account FB e TW vicini alla Lega e/o al M5S che si scambiano condivisioni e hanno amministratori comuni o con nomi fasulli.

Il sito fa parte di una rete di siti internazionali anti Brexit, anti islam. Legati a Putin? Affatto. I tre citati, dai portali quasi identici, fanno capo a una società di propaganda di estrema destra basata in Texas (Conservative Post LLC, Dallas). Legata alla rete Breitbart?

Cambridge Analytica. Sul sito della società c’è una scheda sull’Italia: “Nel 2012”, si legge, “CA ha realizzato un progetto per un partito italiano che stava rinascendo e che aveva avuto successo per l’ultima volta negli anni ‘80”. Usando l’Analisi dell’ Audience Target, CA ha rimesso gli attuali e i passati membri del partito assieme con i potenziali simpatizzanti per sviluppare una riorganizzazione della strategia che soddisfacesse i bisogni di entrambi i gruppi. La struttura organizzativa moderna e flessibile emersa dal lavoro ha suggerito riforme che hanno consentito al partito di ottenere risultati molto superiori alle aspettative in un momento di grande turbolenza politica in Italia”.

Sembra la fotografia della Lega, dal 2013 a guida Salvini che la rivoluziona con successo. E’ vero che CA è stata costituita nel 2013. Ma nella scheda si nota una certa sovrapposizione fra CA e SCL Group, casa-madre inglese di SCL Elections che di CA è co-proprietaria. Sia Maroni sia Salvini negano qualsiasi rapporto con entrambe le società, secondo il post AGI di Riccardo Luna citato sopra.

L’ENDORSEMENT DI BANNON. Mentre era in Italia Bannon non avrebbe incontrato l’impegnatissimo Salvini. Ma ha parlato con i giornalisti. Il nostro paese a suo dire è “il cuore della rivoluzione” perché di partiti espressione della “rivolta dei disagiati” stritolati dalla tenaglia convergente di libero commercio e immigrazione, in Europa e Usa, ve ne sono ben due: Cinquestelle e Lega. <Il mio sogno è vederli governare assieme” in quanto <sono espressioni diverse dello stesso fenomeno e superano la metà dei votanti”. Ma preferisce Matteo Salvini “perché il leader leghista rappresenta il Nord, ovvero tre quarti del Pil nazionale, mentre Di Maio propone il reddito di cittadinanza, una versione dell’economia sussidiata che manderà in fallimento le casse pubbliche in meno di due anni>.

Secondo La Stampa sarebbero stati i collaboratori di Salvini a far conoscere meglio a Bannon la realtà politica ed economica italiana. Lui godeva già di buoni rapporti in Vaticano, avendo sempre avuto stretti contatti con Raymond Burke, il cardinale Usa intransigente punto di riferimento del mondo tradizionalista, oppositore di Papa Francesco con un seguito nel clero statunitense. Un mondo al quale si è molto avvicinato Salvini, che contesta le posizioni di apertura nei confronti degli immigrati di Papa Francesco e fa ormai parte di questa sorta di internazionale nazional-populista. Così la Stampa che sembra saperla lunga.

E LA SVOLTA DEL M5S Appare più ambiguo della Lega fin dalle origini, in un certo modo pionieristiche. Dall’incontro di Beppe Grillo con Casaleggio Sr, che il comico presenta subito ad Antonio Di Pietro, l’ex PM di Mani Pulite che ha posto fine alla prima Repubblica azzerandone i partiti. Teorie complottiste hanno ipotizzato relazioni poco chiare con gli Usa. La Casaleggio Associati nel 2005 ne diventa consulente e cura il sito di Italia dei Valori, insieme al blog di Grillo.

Solo nel 2009, dopo il successo dei Vaffa Day e del blog (9° tra i più influenti al mondo nel 2008 secondo l’Observer) Grillo si mette in proprio dando vita con Casaleggio al M5S. Aiutati (e magari finanziati) dall’esterno? Chissà. Si è scritto dei rapporti con l’American Chambre of Commerce, sorta di lobby delle corporations legata alla destra Repubblicana, che negli Usa era stata accusata da Obama di finanziare candidati del Tea Party (Guardian). In Italia trait d’union con il M5S ne è stato a lungo Enrico Sassoon, che siede ancora nel folto board of directors pur avendo lasciato il M5S. Partner strategico della Casaleggio Ass è da subito la Enamics, società americana leader in Business Technology Management con una rete di relazioni aziendali di alto livello (Vedi Underblog nel 2012 (17) .

La svolta.Per anni il Vaffa è a 360°, dalla Nato all’UE, dalle banche all’euro, dalla casta alle istituzioni “da aprire come scatolette di tonno”. Fino alla “svolta atlantista “inaugurata a novembre 2017 dal candidato premier del M5S a Washington e proseguita alla Link University a Roma. Titoli: <Di Maio vola a Washington, “Fedeli agli Usa, non a Mosca>, <Torna istituzionale e tranquillizza gli Usa>, <Vuol far l’Americano>. <La svolta di Di Maio: ‘Noi al centro, Garanti per la Lega’>. L’ aspirante premier è anche a favore di un’UE “più bilanciata ed inclusiva”.

Una giravolta il cui punto di riferimento, secondo la solita Stampa sarebbe stato Paolo Gentiloni, “custode dell’alleanza con gli Usa” (18).“Dobbiamo essere i garanti per i nostri alleati e per l’UE, sia della permanenza nella Nato sia dell’euro, soprattutto se ci alleeremo con la Lega”, ragiona Di Maio in margine al convegno di Ivrea della Casaleggio (7 aprile) e secondo fonti dell’ambasciata Usa a Roma. Dove il candidato del M5S ha incontrato l’ambasciatore Lew Eisenberg (amico personale di Trump ma Rep moderato nonché ex tesoriere del GOP), al quale ha fatto “un’ottima impressione”. Migliore di quella di Salvini, che a colloquio al Quirinale aveva difeso le ragioni di Putin. Di Maio ne aveva preso le distanze.

Dopo che la partecipazione a un governo si allontana Grillo rispolvera l’idea di un referendum sull’euro . Un nuovo dietro front? “Grillo è un libero pensatore”, replica l’ineffabile candidato premier a Lucia Annunziata riferendosi al Garante del suo Movimento. E aggiunge: “Se i vincenti verranno lasciati fuori dal governo sarà nostro diritto consultare gli italiani”. L’UE deve preoccuparsi? <L’UE è molto ‘elastica e tollerante>, risponde Mario Monti intervistato a ruota. <Orban da anni partecipa alle riunioni del Consiglio Europeo, e fa capo al PPE come la CDU di Angela Merkel e Forza Italia>.

CONCLUSIONI. 1. Rapporti, influenze e ‘donazioni’ da parte di partiti/istituzioni straniere sono da sempre all’ordine del giorno. L’importante sarebbe saperlo. Il fatto che il M5S sia un partito ‘privato’, proprietà della Casaleggio Associati non aiuta. Tanto più dopo che la demagogica battaglia pseudo anti-casta dei pentastellati ha spinto all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Senza che sia stata neppure varata una legge sui partiti come enti giuridici responsabili, primo passo verso norme che impongano la trasparenza ed eventuali conflitti di interesse. Strano che il Fatto Quotidiano così attento alla legalità non se ne sia fatto promotore. 2. Contrapposizioni nette fra Atlantisti e Russofili hanno poco senso. Lo scenario è ben più variegato, complesso e contraddittorio. 3. Come stanno i nazionalisti? “La presa di Goldman Sachs sulla Casa Bianca questa volta è fallita”, titolava il NYT a fine gennaio.

Dei 5 alumni Goldman nell’amministrazione ne è rimasto solo uno, Steve Mnuchin al Tesoro. “Ci si chiedeva in che misura i liberals di New York avrebbero cambiato Trump … Chi avrebbe dominato la Casa Bianca, se sarebbe stato Bannon o la mafia di Manhattan ” diceva il destrorso Newt Gingrich al NYT. Un anno dopo è chiaro che è Trump”, conclude il NYT. Per ora, e non è detto sia un vantaggio.

Bannon, di nuovo vicino a Trump , è ottimista. “Se ci manterremo uniti vinceremo per altri 50 anni”. Ma un altro colpo ai nazionalisti è stato il recente polverone su Cambridge Analytica. Facebook, la vittima apparente, ne è uscito indenne mentre la società di Bannon e Mercer, sotto inchiesta in UK e abbandonata dai clienti, ha chiuso. Resta da vedere che fine faranno i dati e i profili dei milioni di elettori. Intanto Bannon si è buttato sull’Europa. E sicuramente festeggerà se a palazzo Chigi ci sarà un emissario di Lega e M5S. Il primo governo integralmente nazional-populista, ha scritto qualcuno. Sarà davvero così?

LINKS(1) http://www.huffingtonpost.it/2018/02/28/in-italia-un-selezionato-gruppo-delite-gestisce-leconomia-a-discapito-della-gente-ritorno-del-neofascismo-fake-news_a_23373357/ (2) http://www.lastampa.it/2018/03/01/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/lex-stratega-di-trump-arriva-a-roma-sedotto-dalle-scelte-sovraniste-della-lega-pOR5KWZZCUuY893MZYfsxM/pagina.html (3) http://www.lastampa.it/2018/03/11/esteri/steve-bannon-cinquestelle-e-lega-in-italia-il-cuore-della-nostra-rivoluzione-8wHGjOtueiNykKRXWNgIPJ/pagina.html (4) https://www.nytimes.com/2018/03/09/world/europe/horowitz-europe-populism.html (4-A) https://www.agi.it/politica/salvini_bannon_cambridge_analytica_facebook-3676464/news/2018-03-24/(5) Limes, Lo Stato del Mondo, 4/2018, pag 37 e pag 51(6) https://www.vox.com/2018/1/14/16875288/bannon-breitbart-conservative-media (7) https://rivoluzioneromantica.com/2017/10/21/bannon-leuropa-e-un-protettorato-americano-neanche-ci-prova-a-difendersi-da-sola-video/ (8) https://www.bloomberg.com/news/features/2016-01-20/what-kind-of-man-spends-millions-to-elect-ted-cruz- Vedi anche : https://www.theguardian.com/politics/2017/feb/26/robert-mercer-breitbart-war-on-media-steve-bannon-donald-trump-nigel-farage ; e anche https://www.agi.it/estero/cambridge_analytica_facebook_trump_partito_italiano-3639342/news/2018-03-18/ che riassume il caso Cambridge Analytica(9)http://www.lastampa.it/2016/11/27/blogs/underblog/trump-erede-del-tea-party-miliardari-e-lobbies-allorigine-dei-neopopulismi-usa-e-ue-i-koch-i-mercer-ecc-WSixTUxkiLEwnxEjMgJVjK/pagina.html (10) https://www.facebook.com/notes/underblog/chi-governa-lamerica-dopo-che-trump-%C3%A8-stato-sopraffatto-dal-partito-della-guerra/1455817147821002/(11) https://www.theguardian.com/world/2010/oct/24/tea-party-climate-change-deniers (12) http://www.lastampa.it/2010/11/01/blogs/underblog/i-tea-party-sbarcano-in-europa-d11SDXItjbufoPQfZt6wPN/pagina.html (13) http://www.lepoint.fr/politique/marine-le-pen-fait-la-cour-aux-juifs-03-12-2011-1403435_20.php (14) http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-01-31/io-donald-e-destra-europea-225513.shtml?uuid=AEzYLRL (15) http://formiche.net/2018/03/salvini-di-maio-italia-russia-new-york-times/ (16) https://www.democratica.com/focus/report-pd-fake-news-1/ . Il post del blogger citato é https://www.davidpuente.it/blog/2017/12/04/il-sito-adessobasta-org-la-mano-della-propaganda-di-estrema-destra-americana/ (17) nel 2012http://www.lastampa.it/2012/09/10/blogs/underblog/grillo-casaleggio-e-le-illusioni-di-democrazia-diretta-zTCHPooVOmVif1zlL9qwUN/pagina.html(18) http://www.lastampa.it/2018/04/08/italia/la-svolta-atlantista-di-di-maio-noi-al-centro-garanti-per-la-lega-u8j6rFuQZ2dvnzwJqQBPQP/premium.html

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Di chi sono le banche dell’eurozona e chi le governa. Bruegel, e oltre. Italia terra di conquista.

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In tutto il gran parlare che si è fatto sulle banche durante le audizioni della Commissione di Inchiesta parlamentare poco si è sottolineato il peso di regole, vincoli e imposizioni a livello europeo, per quanto Bankitalia e Consob ne abbiano fatto cenno. Tanto meno si è colta l’occasione per allargare lo sguardo esaminando le tendenze in atto nel settore delle banche, in generale in Europa, e in Italia. Tendenze non proprio neutrali forse.

Prendiamo lo studio di Bruegel (1), think tank di economia e politica internazionale basato a Bruxelles. Il titolo è asettico: “Di chi sono le banche dell’eurozona e chi le governa”. Ma sotto le classificazioni che propone, basate su dati BCE e non solo, l’orientamento sotteso è chiaro: La struttura bancaria dell’eurozona è insostenibile. Le banche dell’eurozona sono ancora troppo dipendenti da interferenze governative e politiche e da quello che viene definito il circolo vizioso fra banche e soggetti sovrani. Andrebbero ricondotte al mercato generalizzando il modello di public company a proprietà dispersa delle consorelle anglosassoni. Sebbene i ricercatori in fondo esplicitino un rischio – non di poco conto – in questo modello. Lo vedremo alla fine.

“Si sottovaluta la peculiare proprietà e struttura di governance delle banche europee . Si assume che siano ‘public companies’ con una proprietà dispersa ‘ come le banche di USA, UK, Australia e Canada. Ma non è così. Le banche con una proprietà dispersa [fra azionisti con piccole quote ] sono un’eccezione fra le Banche Significative, specie al di là dei maggiori gruppi bancari . In maggioranza sono possedute dal governo o da cooperative o sono influenzate da uno o più grandi azionisti e comunque sono prone all’influenza politica.” Le conseguenze secondo Bruegel sono: bassa trasparenza in molte banche; bassa disciplina di mercato; pochi incentivi a privilegiare il profitto; abilità nel puntellare i bilanci; insufficiente flessibilità del capitale ; tendenza ad assumere rischi non necessari per via di influenze politiche.

I legami col governo perpetuano il circolo vizioso fra banche e soggetti sovrani .Ciò premesso si espone la classificazione delle banche dell’eurozona secondo la BCE.

In base al Meccanismo di Supervisione deciso nel 2014 l’area euro può essere considerata una singola giurisdizione per le politiche del settore bancario. Intanto, le banche nell’eurozona secondo Bruegel sono in tutto 3290 (dati riferiti al 2015) e hanno €27,699 miliardi di assets. Ma tra loro ci sono profonde differenze.

La BCE distingue infatti fra banche Significative a livello Sistemico le SIs – e altre meno significative, ovvero Less Significative – le LSIs – che hanno un peso locale. Appartengono alla prima categoria –SIs – i gruppi bancari con quartier generali nell’area euro + le filiali/consociate di gruppi acquartierati altrove, che hanno almeno €30 miliardi di assets.La BCE supervisiona direttamente solo le SIs, mentre le LSIs sono supervisionate dalle autorità nazionali, con una ‘supervisory oversight’ della banca centrale europea.

LSis sono 3,168, la grandissima maggioranza, ma hanno in tutto solo €4,695 miliardi di assets, il 17% del totale. Sono banche piccole o piccolissime con ruoli locali che possono essere importanti per l’economia del paese.

Le SIs sono soltanto 122– eliminando i doppioni [oggi sono salite a 125 secondo la stessa BCE, vedi lista] – ma hanno assets per €23. 004 miliardi, l’83% del totale. Sono le banche di livello nazionale, ma con differenze importanti.

Tra queste banche sistemiche il Financial Stability Board distingue le “Globalmente Sistemiche” – GSIs – che sono solo 9 ma gestiscono ben €10.895 miliardi (39,2%) di assets, quasi quanto le restanti 89 SIs (€11.253 miliardi, il 40,6%). Sono le banche le cui attività attraversano vari paesi.

A queste si aggiungono 29 SIs filiali o branche possedute da gruppi dell’eurozona o di altri paesi (9 SW, 6 UK, 4 USA, 2 Russia, 1 ciascuna possedute da gruppi DK, CH, Venezuela) per complessivi €965 miliardi.

Ciò detto Bruegel entra nel merito dei diversi tipi di proprietà e di governance distinguendo sei tipologie:

1)’Proprietà ‘diffusa’ o dispersa, public companies in cui [in teoria] “non c’è un azionista capace di alterare unilateralmente direzione e strategie. E’ il modello anglosassone che piace di più ai ricercatori. Questa categoria comprende anche le Banche Popolari italiane che sono fra le euro SIs, precisano, con l’eccezione della BP di Sondrio.

2) Influenza di minoranza, nessun azionista ha una maggioranza di controllo ma un azionista – privato, non statale o no profit – ha un peso significativo.

3) Controllo privato: un azionista privato (individui, famiglie, fondazioni, fondi di investimento, assicurazioni, gruppi industriali) ha più del 50% e il controllo. 4) Cooperative: il capitale o la maggioranza è detenuto tecnicamente dai clienti, con diversi schemi. A differenza degli Usa, in Europa sono cooperative anche banche grandi, persino due GSIs , banche sistemiche globali, entrambe francesi: Credit Agricole e BCPE.

5)Banche nazionalizzate, sotto il controllo statale dopo essere state salvate, ma il governo conta di privatizzarle, es Dexia.

6) Settore pubblico: banche create da governi nazionali o locali che curano interessi pubblici di vario genere: finanziano attività pubbliche locali ma anche sviluppo internazionale, innovazione . Si citano banche francesi, fra cui la Banque Postale, e “l’elaborata rete delle banche di risparmio tedesche”, le Sparkasse e le Landesbank regionali, o la Caixa Geral in Portogallo.

BANCHE EUROPEE FRA PUBBLICO E PRIVATO. Scorrendo il lunghissimo elenco di tutte le banche dell’eurozona fornito dalla BCE (2), si possono vedere quali banche di quali paesi appartengono alle 125 SIs, e alle LSIs, con le banche di loro appartenenza. Ma è andando oltre Bruegel e guardando meglio il Settore Pubblico che Bruegel contesta che si notano differenze significative, forse non notissime ai non esperti.

GERMANIA. Ha 20 Banche Sistemiche. Ma ha soltanto una banca Globalmente Sistemica, Deutsche Bank, capitale di oltre 1000 miliardi ($1676, in dollari secondo Business Insider). Le altre hanno capitali relativamente modesti, e persino Commerz Bank e DZ Bank viaggiano tra i 500 e i 1000 euro di capitale. In compenso colpisce la quantità enorme di banche pubbliche, di proprietà statale e municipale, le Sparkasse e le Landesbank. In un’Eurozona in cui pure, a differenza che in Usa e UK, le banche di proprietà pubblica esistono e contano, il sistema bancario della Germania rappresenta un’anomalia ed è considerato un modello da parte dei fautori del pubblico. Come Ellen Brown, alla quale dobbiamo l’analisi e i dati seguenti, per quanto del 2011 (3). Brown attribuisce anche a questo sistema bancario la capacità della Germania di risollevarsi dopo la II Guerra Mondiale diventando leader mondiale nella produzione e nel commercio.

Alla base del sistema produttivo tedesco c’è il suo Mittelstand, sistema di medie e piccole imprese supportato da un forte sistema bancario regionale che concede prestiti anche per finanziare ricerca e sviluppo. Le Landesbanken svolgono una funzione di banche universali, che operano in tutti i settori del mercato dei servizi finanziari. Sono tutte controllate da governi statali e operano come amministratori centrali di migliaia di Casse di risparmio di proprietà municipale, le Sparkassen (e non solo, vedi elenco BCE delle LSIs). Comprendendo anche gli istituti di credito immobiliare la META’ del sistema bancario tedesco, secondo Brown, appartiene al settore pubblico. Mentre la quota di mercato delle banche private tedesche – dominato da Deutsche Bank – è solo il 28,4% (era addirittura il 20% nel 199, contro il 40% delle banche fin Francia, Spagna, paesi nordici, Benelux).

Non sorprende che il sistema tedesco sia malvisto da FMI e Commissione UE, e che le banche pubbliche tedesche siano state oggetto di attacchi da parte di gruppi privati e della stessa Commissione UE, che vi vede una violazione della concorrenza e a un certo punto ha imposto l’eliminazione delle garanzie statali. Poste sotto pressione, le Landesbanken si sono anche aperte ai derivati e CDO – terreno privilegiato di Deutsche Bank – perdendo miliardi in Goldman Sachs, Deutsche Bank e Lehman Brothers. Ma già nel 2010 la Germania è cresciuta del 3,6% grazie anche al suo sistema bancario .

FRANCIA. Una vasta rete di Casse e banche popolari la troviamo anche in Francia, ma organizzate in modo diverso, come cooperative. Come abbiamo visto lo stesso Groupe BCPE, una delle GSIs globali con un capitale di oltre 1000 miliardi ($1302) è una cooperativa con sotto di sé un lungo elenco di Casse locali . Idem Credit Agricole (colosso da $1817 miliardi) ma anche Confederation Nationale de Credit Mutuel, molto più piccola . La Francia, con 12 Banche Sistemiche, ha il maggior numero di banche GSIs, e con grandi capitali: oltre alle due citate, Societé Générale ($1454 di asset, comprende oltre 1000 SFIL- Caisses Francaise de financement Local) e BNP Paribas ($2.190 miliardi, la seconda in Europa per grandezza secondo la classifica di BS che include banche svizzere e britanniche). Ha anche alcune banche statali, Banque Postale, Caisse de depots, Credit Municipale de Paris, Agence Francaise de Developement, banca solidale impegnata in investimenti in paesi emergenti, Caisse de Refinacement de l’Habitat.

SPAGNA. 13 SIs, fra le quali svetta Banco Santander ($1413 miliardi) potente istituto fondato da Emilio Botin e oggi in mano ai suoi eredi, banca Globalmente Sistemica – con forti legami con banche britanniche (dietro l’acquisto deleterio di Antonveneta da parte di MPS c’era Botin). Seguono Banco di Bilbao e Caixa Bank, importante banca della Catalogna da poco traslocata da Barcellona a Valencia. Un certo numero di Casse locali fanno capo al Banco de Credito Social Cooperativo. Molte altre sono classificate tra le LSIs, le meno sistemiche. OLANDA. 6 SIs, una sola GISs ING, che è anche la maggiore (€500-1000mld). Ma la seconda Rabobank (500-1000) è una cooperativa. Terza è ABN AMRO (300-500). Tra le SIs anche una banca minore VolksholdingBV che raggruppa le banche Popolari Volksbank.

ITALIA. Ha 13 Banche Sistemiche (sicuramente due in meno, dopo i recenti rivolgimenti che hanno visto sparire Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, acquisite da Banca Intesa; Monte dei Paschi di Siena, finita sotto il controllo pubblico non sappiamo se è ancora una SIs). Le maggiori per capitalizzazione sono due, Intesa San Paolo ($764 miliardi) e Unicredit (da 500 a 1000 miliardi per BCE, $863 miliardi per Business Insider – 4 ) che è anche l’unica Banca Sistemica Globale italiana.

Le altre SIs italiane sono banche medie o piccole, quanto a capitale almeno. La maggiore era MPS (€150-300 mld secondo BCE) e a scendere: BPM (125-300), UBI (100-125), BPER, già Banco Popolare dell’Emilia Romagna (50-75); Mediobanca (50-75, ma è una banca d’affari, con partecipazioni in molte società); le altre hanno assets da 30 a 50 miliardi. Fra queste citiamo ICCREA – Istituto centrale del Credito Cooperativo (30-50) a cui fanno capo 154 banche di credito cooperativo, ma è una Spa. Tra le LSIs – le meno sistemiche – troviamo ancora un certo numero di Casse di Risparmio locali e Casse Rurali .

Tutte private, riteniamo, dal momento che la legge Amato del 1990 aveva sancito sia la costituzione delle Fondazioni, sia la privatizzazione delle Casse, appunto. Anziché aggregarle come banche di Credito Cooperativo come auspicavano molti fra cui la CISL che lo scorso dicembre denunciava l’acquisizione di due storiche banche romagnole da parte di Credit Agricole e Intesa – che possiede già diverse Casse.

L’Italia sembra aver seguito un modello opposto a quello tedesco, ma anche francese, verso una progressiva concentrazione e privatizzazione che va avanti tutt’oggi. Senza un vero piano di accorpamenti e riorganizzazione, a quanto sembra. E senza una gran fortuna (bassi capitali, poco credito a imprese, molti NPL, banche in risoluzione,31 miliardi il costo dei salvataggi di sette banche). Ma non entriamo nel merito. Nel 2007 da Bankitalia Anna Maria Tarantola – “Dalla proprietà pubblica a quella privata, concorrenza ed efficienza” (5) – ne tracciava con orgoglio la storia cominciata a fine anni ’80 e proseguita nei ‘90 col recepimento di direttive comunitarie e la trasformazione in Spa di banche di enti pubblici e fondazioni, passate da 186 nel ’92 a 41 nel 2006 (il 9% del mercato).

Dal 1990 le 650 operazioni concentrazione hanno lasciato 87 gruppi bancari a cui fanno capo 227 banche che rappresentano il 90% degli attivi totali (ma i primi 5 pesano per il 53%) . Accanto ai 2 grandi gruppi, ai 4 medio-grandi e a 45 gruppi e banche minori, restavano 596 piccoli istituti specializzati in intermediazioni con le economie locali ma lasciati a loro stessi. Dalle odierne liste BCE delle LSIs sembrano diminuiti molto sia questi piccolissimi istituti sia le LSIs in generale, con la risoluzione di B.Marche, Carichieti, Carife, B. Etruria. Col decreto del governo Renzi sulle Banche Popolari, tutte quelle con attivi sopra gli € 8mld dovranno trasformarsi in Spa.

PROPRIETA’ DISPERSA E OPACHI INTRECCI CON LE MEGABANCHE AMERICANE. E’ Bruegel a segnalare correttamente il dibattito in corso sui rischi del modello di banca ‘public company’ la cui proprietà è ripartita in molte piccole quote, il modello anglosassone preferito da Bruegel – e dagli organismi internazionali. “Banche di questa categoria possono essere soggette a più sottili forme di controllo”, scrive, alludendo ai fondi ‘passivi’ che detengono quote significative di proprietà in diverse società nello stesso settore e possono minarne la concorrenza”.

“Investitori come BlackRock, Capital Group, Norges Bank Investment Menagement , State Street Global Adviser, Vanguard hanno quote ciascuna di poche percentuali in molte società a proprietà dispersa sia nell’area euro sia negli Usa – come in parte documentato nelle appendici A e B”, aggiunge Bruegel che non vuole però pronunciarsi nel merito. Precisiamo che in società a proprietà dispersa quote che ai non addetti sembrano irrisorie hanno invece un peso, specie quando sono le quote maggiori.

Non possiamo che rinviare a un post di Underblog del 2015 (6) su BlackRock e gli opachi intrecci fra mega-fondi e mega-banche, che si stanno comprando tutto. Colosso degli investimenti, gestisce oltre $5000 miliardi, ha centri di formazione e di strategie anche politiche. En passant è nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, Moody e S&P, e spende in lobbying $1 milione l’anno. Ma questi sono dettagli. La sua quota del 5,1% in Deutsche Bank , poi 6,62%, ha fatto ipotizzare la sua longa manus nei fatti del 2011( dismissione dei titoli italiani da parte di DB che provocarono la crisi italiana, con caduta del governo Berlusconi) , come ha avanzato Germano Dottori in un articolo su Limes da cui Underblog aveva preso le mosse. Ancora più interessante sottolineare quel che Underblog aveva riscontrato andando a indagare sulla proprietà di BlackRock e allargando lo sguardo.

Quel che emergeva – sintetizziamo – è che proprio i mega fondi citati da Bruegel – in particolare State Street, Vanguard, Norges Bank , più FMR Fidelity non solo li ritroviamo nell’azionariato di Blackrock ma, attraverso scatole cinesi compaiono, insieme alla Roccia Nera, tra gli azionisti di maggior rilievo delle prime quattro megabanche americane, le cosiddette Big Four: JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo. La quinta è Goldman Sachs. Megabanche che si stanno comprando quote di banche e aziende di ogni genere, negli Stati Uniti come in Europa, come rilevava già nel 2014 il blogger Matt Taibbi su RollingStone (7). Acquisti probabilmente favoriti, per quanto riguarda le banche, dagli improvvisi crolli delle Borse (speculativi?) come quello del Venerdì Nero post Brexit del giugno 2016, che ha fatto precipitare le quotazioni azionarie di tutte le banche europee, in primis le italiane (8).

Un processo che si somma ai nuovi equilibri di potere nel capitale finanziario determinati dalla crisi, con le banche americane che ormai dominano nel ruolo di banche di investimento globali, mentre le banche europee arretrano e giocano un ruolo sempre più modesto (9).

ITALIA TERRA DI CONQUISTA.Intesa e Unicredit sono le azioniste di gran lunga maggiori di Bankitalia, che pure è un istituto di diritto pubblico. Anche per questo colpiscono le trasformazioni in atto (10).Unicredit, la principale banca del paese, è ormai una banca straniera, anzi, americana. Aabar, il fondo sovrano di AbuDhabi ha il 5,038% del capitale e fondi sovrani di Norvegia e Libia hanno in mano il 10,52% della banca. Non solo.

Il 62% dei soci sono fondi di investimento e banche d’affari straniere. Per il 49% provengono dagli Usa – con una quota sopra il 5% c’è Capital Group – per il 17% dal Regno Unito, per il 22% dall’Europa. Gli italiani sono solo il 2%. Intesa San Paolo ha azionisti più tradizionali e italiani (Ass Generali, Compagnia San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondaz Cassa Risparmio Padova e Rovigo – dati Consob di aprile scorso. Quel che resta, il 78% è in mano al mercato “ma la banca non ha specificato provenienza e tipologia”.

Dal 21 aprile Goldman Sachs ha il 5,176%, risulta da un altro articolo. E già nel 2010 State Street – gigante da $18.000 miliardi – ne aveva comprato l’attività di banca depositaria. BPM, diventata la terza banca italiana per asset tra i suoi azionisti rilevanti ha Norges Bank, il fondo sovrano di Norvegia. UBI Banca è controllata da due fondazioni, ma con una quota oltre il 5% spicca un fondo di investimento britannico, Silchester International Investors. MPS, dopo la Stato, il secondo azionista è AXA, assicurazioni francesi. BNL e Cariparma sono francesi da vari anni. Norges Bank e con BlackRock sono tra i conquistatori più attivi negli ultimi tempi – e ci limitiamo qui alle banche.

La Roccia Nera è secondo azionista nelle prime 5 banche italiane (Unicredit, Intesa, MPS, B Popolare, UBI) e ha quote in Generali e Mediobanca (dati 2014). Norges Bank ha quote superiori al 2 o al 5% in molti settori , compresi i servizi finanziari Fineco e Azimut, e partecipazioni sopra il 2% in Banco BPM; BPER, Anima Holding, Banca Ifis). Molto attivo è anche Fidelity, che tra l’altro gestisce un maxi fondo da un miliardo specializzato negli investimenti azionari in Borsa Italiana.Come si vede i nomi che ricorrono sono sempre gli stessi, quelli citati da Bruegel – e da Underblog 2015.

La conquista va ben oltre le banche e si estende in molti alti comparti, per lo più strategici. Vedi questo articolo dell’aprile 2017. Che si concludeva citando la Consob, “che di recente ha mostrato come dalla crisi sia aumentato a vista d’occhio il peso degli investitori stranieri in Italia”. E lo scorso dicembre Unimpresa denunciava che il 50% della Borsa italiana è in mani straniere (11). Un trend che non riguarda solo l’Italia ma qui appare particolarmente vistoso, favorito da indebitamento, debolezza del settore produttivo causa austerità , mancanza di credito, privatizzazioni. Eppure la politica non sembra preoccuparsene, anzi, va ripetendo il mantra degli ‘investitori esteri’ da attrarre nel paese.

(1) http://bruegel.org/wp-content/uploads/2017/05/PC-15-2017-290517.pdf (2)https://www.bankingsupervision.europa.eu/ecb/pub/pdf/list_of_supervised_entities_201701.en.pdf?fa67031bce20d0ce07da37a4c0685435 (3) https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40704 (4) http://uk.businessinsider.com/sp-global-biggest-banks-in-europe-2017-4?IR=T/#2-bnp-paribas-france-2190-trillion-21 (5) https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2007/Tarantola_200707.pdf (6) http://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html (7) http://www.rollingstone.com/politics/news/the-vampire-squid-strikes-again-the-mega-banks-most-devious-scam-yet-20140212 (8) https://wolfstreet.com/2016/06/25/brexit-blowback-hits-italian-spanish-banks/ (9) http://fromtone.com/2008-changed-the-the-concentration-of-global-finance-capital/ (10) https://www.panorama.it/economia/aziende/le-banche-italia-quante-quali-la-situazione/ ; https://www.panorama.it/economia/soldi/banche-italiane-ecco-ora-chi-controlla/ ; https://www.panorama.it/economia/aziende/ecco-dove-investono-i-grandi-fondi-stranieri-in-italia/ (11) https://www.unimpresa.it/borsa-unimpresa-oltre-50-spa-quotate-in-mano-a-fondi-esteri/16182

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La narrazione dominante anti-Russia: inganni, omissioni, falsi e i rischi della nuova Guerra Fredda.

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La narrazione anti-Russia/anti-Putin che da tempo domina i media mainstream americani, e a cascata quelli europei, sta assumendo i toni di una vera e propria crociata. Una ‘chiamata alle armi’ – da parte dell’America agli alleati affinché combattano i (presunti) tentativi di Putin di “destabilizzare le democrazie occidentali”. “Come ergersi di fronte al Kremlino. Difendere la democrazia contro i suoi nemici”, è l’esplicito titolo dell’articolo del falco Dem Joe Biden, ex vice di Obama, e dell’ex assistente alla Difesa Michael Carpenter su Foreign Affairs (1), rivista del Council of Foreign Relations che per decenni ha forgiato la politica estera americana.

L’articolo, rilanciato in prima dalla Stampa (2), ha suscitato da noi varie reazioni per la pretesa – non suffragata da prove – che il Kremlino si accinga ad influenzare le prossime elezioni italiane, come avrebbe già fatto in altri paesi europei, dalla Brexit alle consultazioni in Francia e Germania. E in Italia nel caso del referendum costituzionale.

Su questo Biden è stato subito smentito dai servizi segreti italiani, Aisi e Aise, sentiti dal Copasir: “Nessuna evidenza di ingerenze straniere sul voto italiano . C’è un attento monitoraggio sulle fakenews”(3). La Stampa che ha scritto il contrario già nel titolo se ne farà una ragione. Come ci influenzerebbe Putin nei prossimi mesi? “Appoggiando” due partiti italiani (Lega Nord e M5S) che verso la Russia hanno certo posizioni più sfumate e dialoganti, contrari per esempio alle sanzioni imposte dagli Usa (che danneggiano gli interessi economici italiani). Come se i partiti non avessero il diritto di sostenere linee politiche scelte da loro: sta agli elettori votarli.

I suddetti partiti e/o lo stesso Kremlino in proprio, sono accusati di diffondere su temi come l’Europa, euro e l’immigrazione narrazioni divergenti da quelle mainstream pro UE e pro NATO, se non addirittura fakenews attraverso siti web pagine Fb e troll . E si parla dei contatti/interviste di Grillo e Salvini con esponenti Russi. Rasmussen, ex segretario generale NATO, sulla Stampa ha sostenuto che Putin vuole utilizzare l’Italia per dividere l’Unione Europea e abbattere le sanzioni. “Anche da voi alcuni partiti utili idioti”, ribadisce . E rincara: “Da Mosca attacchi cyber o l’hacking. E fakenews per seminare dubbi sulla legittimità dei nostri leader e istituzioni”. La Stampa, ormai punta di lancia, segue e precede. Vedi (4).

La crociata anti-Putin va di pari passo col Russiagate, dove le accuse di interferenze sulle elezioni americane sono rimaste finora senza prove sostanziali . E con quella, sempre più ossessiva, contro le fakenews – anche queste attribuite prevalentemente al Kremlino. E’ ancora la Stampa a scrivere del piano della Commissione Ue (non nuovo, vedi Underblog (5) ) e della task force imminente. L’Europarlamento ha appena votato la relazione annuale sulla politica estera in cui chiede agli Stati e all’UE di “contrastare le notizie false e la disinformazione”. Ed esisterebbe pure un rapporto di intelligence sulle ‘ingerenze della Russia in Europa’, in particolare sulla disinformazione, consegnato ai leader del Consiglio europeo.

La narrazione falsata e i rischi della nuova Guerra Fredda. Nessun analista o commentatore tuttavia sembra preoccuparsi dei rischi di questa nuova guerra, per ora fredda, impliciti in tale escalation, non solo narrativa. Tanto meno si interroga sulla veridicità degli argomenti presentati in questa narrazione (o propaganda?) anti-Russa. Dando per scontata l’’autorevolezza’ di riviste, giornali e tv americane. E in ogni caso temendo di contraddirle, come accade del resto anche negli Usa.

A preoccuparsi e a denunciare, non da oggi, la degradazione dei media nel suo paese è Stephen F. Cohen, professore emerito di storia della Russia moderna a Princeton e alla NY University, già editorialista del Washington Post (pre-Bezos) e collaboratore di The Nation. Underblog lo aveva incrociato durante la crisi Ucraina del 2014 quando aveva smontato pezzo a pezzo la narrazione mediatica americana, attirandosi accuse di anti-patriottismo, russo-filia e anche peggio (6). Alle quali aveva risposto qualche mese dopo, intervistato da NewsWeek (7) .Il suo ultimo articolo, The Nation ottobre 2017 (8), denuncia i rischi della Guerra Fredda a suo dire già in atto, e più virulenta di quella passata. E fra le narrazioni più estreme addita “quelle di una organizzazione che si professa bi-partisan, la cui co-autrice è un’ex funzionaria della Difesa di Obama, Evelyn Farkas”.

E’ la lunga analisi, sorta di manifesto della suddetta crociata (9), di Third Way, think-tank a suo dire ‘centrista progressista’, a cui si sono ispirati Biden&Carpenter (che Cohen non aveva ancora potuto leggere) e forse anche la Stampa. Seguiamo Cohen prendendo dai tre articoli citati, integrando con articoli e rivelazioni recenti. Per semplicità raggruppiamo gli argomenti in alcuni punti.

1) L’ESPANSIONE NATO HA TRADITO LE ASSICURAZIONI ALLA RUSSIA. Da USA, UK e Germania. Scrive Cohen, ott 2017: “L’epicentro del confronto con la Russia oggi non avviene più nella lontana Berlino o il ‘Terzo Mondo’ ma direttamente ai confini della Russia, dagli stati del Baltico e dell’Europa dell’Est all’Ucraina e al Mar Nero, dove la NATO continua a crescere con sempre maggiori truppe, armamenti, aerei, navi e installazioni missilistiche. La NATO considera questo vasto fronte come un suo ‘territorio’. Nessuna potenza militare è mai stata così vicina alla Russia dai tempi dell’invasione nazista del 1941. E infatti la Russia si percepisce come ‘sotto aggressione’.”

Cohen ricorda di aver messo a suo tempo sull’avviso gli Usa sui rischi che una tale estensione della NATO a est avrebbe comportato. Lo stesso aveva fatto del resto persino Warren Christopher, segretario di Stato di Bill Clinton in un editoriale sul Washington Post del 1994 (10) . “Prima delle interferenze americane nelle elezioni Russe del 1996 e del 2011”, sottolinea Glenn Greenwald, che in un tweet ripropone il pezzo, recuperato dal WaPo. “La Russia ritiene che l’Occidente abbia infranto le sue promesse di non espandere la NATO verso Est .

La NATO da parte sua considera la rottura di tali promesse un mito”- esordisce Bloomberg il 13 dicembre scorso (11 – Poi anche fabiusmaximus.com -12) . L’interessante articolo, ignorato dai media, dà conto di un recente studio della George Washington University volto a chiarire la questione, in base a una mole di documenti in gran parte declassificati di recente. A quel che risulta erano state ben di più di semplici promesse.

I documenti mostrano che alti funzionari di Usa, UK e Germania hanno tutti offerto assicurazioni a Gorbaciov e al ministro degli Esteri Eduard Shevardnadze che la NATO non si sarebbe allargata verso i confini Russi . Nemmeno nel territorio della Germania Est. Le assicurazioni non sono mai state messe su carta”, aggiunge Bloomberg. Sintetizziamo la storia, che risale al 1990.

Il ministro degli Esteri della Germania Ovest H.D.Gensher, incaricato di ottenere il consenso preliminare della Russia alla riunificazione della Germania, aveva capito che la garanzia di non espansione della NATO sarebbe stata la condizione del successo della sua missione. E ne parlò ai cittadini tedeschi e ai suoi alleati, come il collega britannico Hurd. Gli Usa preferivano una Germania nella NATO a una neutrale. Il segretario di Stato Baker (presidente H.W.Bush) parlò al corrispettivo sovietico Shevardnadze (frasi riportate). Con vari distinguo sulla NATO, organizzazione politica più che militare (sic) Baker strappa a Gorbaciov la concessione di una Germania parte della NATO ma con ‘garanzie di ferro che nè giurisdizione né forze NATO sarebbero avanzate verso est’, nemmeno di un centimetro’.

La stessa proposta viene parallelamente fatta dal direttore CIA Robert Gates al suo omologo sovietico.Dopo la riunificazione tedesca – marzo 1991 – altre assicurazioni arrivarono dal premier britannico John Major al ministro della Difesa sovietico Yazov – che pochi mesi dopo partecipa al colpo di Stato contro Gorbaciov. E poi dallo stesso Segretario NATO Woerner a Eltsin.

Interessante notare che i sovietici proponevano una struttura di sicurezza comune europea basata sull’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europa di due decenni prima. Ma gli occidentali volevano mantenere la NATO. Come che sia, l’URSS era dissolta. Ciò nonostante Bloomberg conclude accreditando l’ambiguità di Putin, “che continua a negare l’azione militare in Ucraina e offre false concessioni in Siria, irritando gli occidentali che lo considerano un interlocutore inaffidabile”. Un tributo alla linea mainstream?

2) UCRAINA: INVASIONE O COLPO DI STATO? Secondo Biden con Putin il Kremlino ha lanciato contro l’occidente “un attacco coordinato, militare, politico, economico, informazionale, con vari sistemi palesi e coperti”…”Nei casi estremi, come in Georgia e in Ucraina, ha invaso paesi vicini per bloccare la loro integrazione nella NATO e nell’UE e mandare un messaggio ai paesi vicini”. Di ‘invasione’ dell’Ucraina tout court parla ancora più nettamente il manifesto di ThirdWay, citato sopra.

Come sono andate le cose? La Crimea invasa? Cohen nel febbraio 2014 faceva le pulci ai report mediatici di allora, che già parlavano di invasione russa, minimizzano gli estremisti della destra estrema, omettevano la presenza di gruppi Nazisti e anti-semiti, scrivevano di ‘gente che parla russo’, ignorando che l’Ucraina è un paese diviso da storia, geografia, lingua, religione, cultura. Quanto alla Crimea: “Da studioso mi attengo ai fatti . Ci sono 9000 militari in Crimea per le strade, a custodia di edifici. C’è una base Russa lì. E per legge, per contratto la Russia ha tutto il diritto di esserci. Ha un esercito che protegge le sue strutture strategiche. Le truppe presenti sono quelle della base (come Cohen riteneva) o ne hanno mandate altre attraverso il confine russo? Non lo sappiamo, così se usiamo la parola ‘invasione’ dobbiamo essere cauti. Putin potrebbe aver rotto i termini del contratto che aveva col governo Ucraino” . Dopo di che, l’Ucraina ormai divisa in due con la sollevazione del Donbass russofono – ci sarà il referendum e la Crimea diventerà parte alla Russia.

Tre le teorie, secondo un pezzo di Foreign Affairs (2016- (13)): Putin difensore, temeva che il nuovo governo [filo-Usa] di Kiev potesse togliergli l’importante base di Sebastopoli; Putin imperialista e aggressore, progetta di espandersi e riprendersi i territori ex Urss; Putin improvvisatore: ha risposto alla defenestrazione di Yanukovich, il presidente eletto. Tutte e tre sono vere, è la tesi. Ma sui media MSM domina la seconda.

I cecchini di Maidan erano georgiani anti-russi reclutati per seminare il caos? “Ma avete sentito parlare dei cecchini?”, chiede il prof intervistato da Newsweek . Il riferimento è al massacro del 20/21 febbraio 2014, che segnò la svolta a Kiev.Le manifestazioni a favore di un’associazione dell’Ucraina all’UE erano cominciate a fine novembre 2013 in modo pacifico, andando avanti in una situazione sempre più violenta e confusa. Mentre era in ballo una proposta europea di accordo. Finché quella sera in piazza Maidan scoppia il caos, con spari che non si capiva da dove venissero.

Alla fine 80 morti e centinaia di feriti fra poliziotti e civili. “Tutti hanno incolpato Yanukovich finché il ministro dell’Estonia di ritorno da Kiev ha informato l’UE, via Catherine Ashton, che appartenevano ai movimenti di destra estrema che occupavano le strade. “Non sappiamo se sia vero”, scriveva Cohen. Né Ashton avvia un’indagine.Ebbene – dopo che un post di Global Research aveva escluso che a sparare fosse stata la polizia speciale governativa Bakrut – di recente un’inchiesta in onda in un programma del TG5 ha intervistato due di quei cecchini, protagonisti e testimoni di quel massacro. Georgiani anti-russi militanti e attivisti del partito di Saakashvili.

E un terzo testimone, un ex tiratore scelto dell’esercito georgiano, anche lui attore nella sparatoria di Maidan . Reclutati alla fine del 2013 da un consigliere militare di Saakashvili (tralasciamo i nomi, la vicenda raccontata da Remocontro.it -(14)) . Citiamo:“La rivolta Ucraina nel 2013 era simile alla “Rivoluzione rosa” avvenuta in Georgia, organizzata e finanziata dalla fondazione Soros e alleati atlantici, britannici e tedeschi . I nostri, aggregati a vari gruppi di volontari, ricevono dei passaporti con nomi falsi e un anticipo. Mille dollari a testa con la promessa di altri cinquemila più in là” .
“Il nostro compito – spiega uno dei tre – era organizzare provocazioni per spingere la polizia a caricare la folla”. Prima molotov, scudi e bastoni. Poi arrivano le armi. Compare un militare americano, Brian Christopher Boyenger, ex ufficiale e tiratore scelto della 101esima divisione aviotrasportata statunitense. E compaiono borse piene di armi distribuite ai gruppi di militanti georgiani e lituani che risiedono nell’Hotel Ucraina, l’albergo affacciato sulla piazza usato come quartier generale dall’opposizione” . Da lì arrivano i colpi mortali.I media MSM non rilanciano l’inedito servizio, ad eccezione del Giornale, tanto meno all’estero, nota un tweet in inglese .

Il ruolo USA: Nuland e McCain. Ne hanno scritto molto siti e blog alternativi con accluse foto, compreso Underblog (15). Torniamo a Cohen, 2014:“Nessun dubbio sulle reali intenzioni dell’amministrazione Obama: la registrazione della telefonata fra Victoria Nuland – assistente per Europa e Eurasia di Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, a cui Nuland è vicina – e l’ambasciatore americano a Kiev è nota. Ma i media si sono soffermati sull’origine del leak [i soliti Russi] e sulla gaffe della Nuland – ‘Fuck the EU’ . Mentre la rivelazione essenziale riguardava il fatto che funzionari Usa di alto livello stavano tramando per dar vita a un nuovo governo anti-Russia in Ucraina, cacciando o neutralizzando il presidente eletto democraticamente. E questo è un colpo di stato”.

Yanukovich , “che i media dipingono come ‘un dittatore’, mentre sulla sua elezione democratica nessuno ebbe mai dubbi”, fugge e vengono insediati gli uomini voluti da Nuland. “Il senatore John McCain è stato a Kiev a incontrare il leader di un partito di estrema destra nazionalista e fascista e gli ha messo perfino un braccio intorno alle spalle [varie foto] perché male informato dai media o i media hanno cancellato questa parte della storia per via della follia di McCain?”, ironizzava Cohen. Gli Usa appoggiano i neo-Nazi in Ucraina? Titolava il sito liberal Salon (16).

Aggiungiamo che Nuland in una conferenza del dicembre 2013 (17) aveva raccontato che per ‘democratizzare’ l’Ucraina gli Usa avevano investito negli anni ben $5 miliardi. Che la corruzione non è affatto diminuita in Ucraina, il cui Pil dal 2012 è precipitato da $183 a $93miliardi. [Qui – (18) altri post di siti alternativi su Ucraina, attacco alla Russia e Guerra Fredda in quel cruciale febbraio 2014, e oltre).

3) IL DEGRADO DEI MEDIA COMINCIA CON ELTSIN NEI PRIMI ’90. “Anche nei venerabili NYTimes e WashingonPost report, editoriali e commenti non adottano più gli standard giornalistici tradizionali, spesso omettono fatti e contesti essenziali, non fanno distinzione fra report e analisi, non riferiscono visioni differenti di politici o esperti sugli sviluppi delle situazioni né opinioni diverse negli editoriali. Risultato: i media americani sulla Russia sono meno obiettivi, meno equilibrati, più conformisti e altrettanto ideologici di quando scrivevano sulla Russia Sovietica durante la Guerra Fredda”. Le rare voci contrarie allora non erano additate come ‘complici’ o peggio. Esistevano organismi a favore di una distensione, come l’American Commettee on East West Accord, a cui partecipavano parlamentari, editorialisti e businessmen come il manager della Pepsi Co. e il capo dell’IBM .

“La storia di questo degrado è altrettanto chiara: comincia nei primi anni ’90, dopo la fine dell’URSS, quando i media Usa adottano la narrazione di Washington: qualsiasi cosa facesse Eltsin era “una transizione dal comunismo alla democrazia” nel miglior interesse dell’America. Compresa la sua “terapia shock” economica e il saccheggio da parte degli oligarchi dei beni pubblici essenziali, che hanno distrutto le vite di decine di milioni di russi; la distruzione armata di un parlamento eletto dal popolo e l’imposizione di una costituzione ‘presidenziale’ che ha inferto un colpo alla democratizzazione e oggi dà potere a Putin; la guerra brutale in Cecenia, che ha fatto nascere il terrorismo nel Caucaso del Nord; le elezioni truccate da Eltsin del 1996 e la sua approvazione a una cifra nel 1999, la disintegrazione di un paese con armi di distruzione di massa . Eppure la maggior parte dei giornalisti americani continuavano a dare l’impressione che Eltsin fosse il leader Russo ideale … Ci piaceva perché era ubriaco e diceva sempre di sì”. Recentemente Atlantide di Andrea Purgatori (La7) riproponeva ancora la stessa narrazione.

4) PUTIN DEMONIZZATO. “Dai primi anni 2000 i media hanno seguito una narrazione sempre leader-centrica ma opposta, che evita un’analisi sfaccettata per abbracciare una demonizzazione implacabile di Putin, con poco riguardo ai fatti . Se la Russia di Eltsin era stata presentata come un paese con legittimi interessi politici e nazionali, ora ci viene fatto credere che la Russia di Putin non ne ha affatto, all’interno come all’estero – finanche ai suoi confini come in Ucraina”. “Hillary Clinton è arrivata a paragonare Putin a Hitler (“Ed è candidata alla presidenza, come potrebbe poi dialogare con lui?”, notava Cohen ) e anche Obama lo ha definito un ‘bambino viziato’. Di nessun leader sovietico si è mai parlato in questo modo. Breznev non ci piaceva perché non ci stava bene il suo sistema politico, non era una cosa personale. Nixon aveva instaurato con lui buoni rapporti. Le relazioni con Mosca sono state così ‘Putinizzate’ che la Russia sembra non aver più alcun legittimo interesse nazionale. Gli ultimi tre presidenti hanno condotto una politica estera fallimentare, tre guerre rovinose: c’entrerà per caso un po’ di invidia?” ironizza Cohen.“E che dire della decisione di Obama di mandare alle Olimpiadi di Sochi una delegazione di basso livello, compresi atleti gay in pensione?

Eppure in agosto Putin ha virtualmente salvato la presidenza Obama persuadendo Bashar al Assad ad eliminare le sue armi chimiche, consegnandole a un organismo internazionale. E ha aiutato a facilitare le aperture verso l’Iran [che porteranno all’accordo sul nucleare iraniano]. Oltre ad aver facilitato i rifornimenti delle truppe americane in Afghanistan. Obama non avrebbe dovuto andare lui stesso a Sochi sia come segno di gratitudine, sia per mostrare che davanti al terrorismo internazionale i due leader sono insieme? “Da parte loro i media americani hanno parlato molto dei diritti gay violati in Russia (vero solo in parte), dei $54 miliardi spesi da Putin per le Olimpiadi con accuse non provate di corruzione – “ma $44 miliardi erano per infrastrutture della regione”, puntualizza Cohen.

UNA NUOVA GUERRA FREDDA? Nel post più recente il prof Cohen indica i punti di crescente frizione che comportano rischi. L’espansione NATO fino ai confini Russi, a cui si aggiunge il proposito di Washington di mandare altre armi a Kiev . L’Ucraina divisa è tuttora in guerra e il governo, che aveva subito abolito il russo come seconda lingua ufficiale, “ha fatto a pezzi l’accordo di Minsk adottando una legislazione incompatibile”. A onor del vero, la Russia aiuta i separatisti del Donbass. Mosca è in allarme. Sempre più media e alti funzionari ritengono che tutto ciò costituisca ’un’aggressione americana contro la Russia’ . “Paragonate questo allarme con le accuse del #Russiagate secondo le quali il Kremlino ‘ha attaccato l’America’ durante le elezioni presidenziali del 2016, accuse per le quali non c’è ancora nessuna prova empirica e immaginate il potenziale per una guerra accidentale o intenzionale in questa diffusa e crescente percezione Russa”.

La demonizzazione di Putin esaspera le relazioni. E ha effettivamente paralizzato il presidente Trump in ogni eventuale negoziazione con Putin. “Immaginate se John Kennedy fosse stato dipinto come ‘burattino del Kremlino’ durante la crisi di Cuba in cui si sfiorò la guerra”.La Siria, dove la guerra non è ancora del tutto finita. Il ministro degli esteri russo Lavrov continua a denunciare gli aiuti americani alle milizie anti-Assad, comprese quelle dell’ISIS che, confluite recentemente a sud nella zona di Idlib, combattono l’esercito siriano sostenuto dai Russi.

Qui il rischio di un confronto militare è più acuto – osserva Cohen, in ottobre. Sebbene Putin, che ha poi annunciato la sua ricandidatura alle elezioni del 2018, non veda l’ora di chiudere con l’intervento in Siria, mal sopportato in Russia. E sia protagonista di un’attività diplomatica a tutto campo per arrivare a un nuovo assetto condiviso – come spiega bene un’analisi molto equilibrata Foreign Affairs, la stessa rivista del CFR che ha ospitato Biden & Carpenter. Il confronto mediatico: Non solo “ a differenza dagli anni ’60-’70 e ’80 non esistono virtualmente media, politici e politiche nel mainstream contrari alla nuova Guerra Fredda. Ma gli Usa hanno costretto RT- RussiaToday, canale tv internazionale anche online e sito internazionale di news in inglese, spagnolo e arabo e presto in francese, creato 12 anni fa da Putin, e il sito Sputnik, anch’esso governativo, a registrarsi come agenti stranieri. Misura che Putin ha poi adottato con Voice of America e Radio Free Europe (sia i media russi che quelli Usa sono propagandistici, secondo Cohen). Qui (19) cosa comporta.

Putin ha pure bandito dalla Russia le ONG notoriamente legate all’intelligence americana. RT è un pericolo per gli Usa e l’Occidente? Abbandoniamo Cohen. E con un certo stupore apprendiamo da un’ indagine di IPSOS (del 2016, dati del 2015) in 38 paesi che RT – Russia Today è fra i canali internazionali più seguiti: 70 milioni di individui alla settimana, 35 milioni al giorno. La maggior parte degli utenti in Europa: 36 milioni ogni settimana, in Africa l’audience è di 11 milioni, negli Usa pur con soli 8 milioni si colloca tra i cinque network internazionali più visti. Utile un confronto generale: BBC World, il canale tv internazionale più noto e popolare, nei 38 paesi ha 76 milioni di vewers, pochi di più di RT; Deutsche Welle 55 milioni, France 24 ne ha 45.9 milioni alla settimana. Quanto ai siti, quello di RT e il canale Youtube sono stati visitati 49 milioni volte nel novembre 2015. Più di Al Jazeera e Voice of America. Il seguito maggiore lo ha negli Usa. Tanto che l’US Broadcasting Board of Governors, agenzia di Washington, denuncia preoccupata la ‘propaganda russa’. Così secondo un post della stessa RT, secondo la quale il canale è accessibile a 700 milioni di utenti in 100 paesi. Questo lo racconta il NYT di qualche mese fa (20), che accanto ai dati IPSOS, non riferiti in dettaglio come fa invece un post dello stesso RT (21) con link all’indagine, ne riporta altri inferiori.

LE CIRCOSTANZE ODIERNE: I MITI, parte integrante della narrazione dominante anti-Russa. Debolezza? Capitolazione prossima? Scrive Cohen: “La Russia sarebbe troppo debole per sopportare economicamente una prolungata Guerra Fredda e finirebbe per capitolare. E’ la logica dietro lo tsunami di sanzioni contro Mosca ordinate dal 2014. Lasciamo stare che diversi organismi internazionali hanno riconosciuto la ripresa economica della Russia negli ultimi due anni. La Russia per esempio si accinge a diventare il principale esportatore di grano al mondo [nella classifica del ‘Doing Business della Banca Mondiale la Russia dal 2012 al 2015 è passata dal 118° al 50° posto e punta al 20° nel 2018, l’economia era calata del 37% nel 2015 ma dal 2017 cresce di nuovo] . E lasciamo stare la quantità di risorse naturali, umane e territoriali. Ricordiamo invece che nella storia moderna la Russia non ha mai capitolato, non importa quanto alti siano stati i costi”.

Isolamento internazionale? Niente di meno vero, a dispetto della sospensione di Mosca dal G8. “Se il ‘Blocco Sovietico’ dell’Est Europa nella prima Guerra Fredda era un’alleanza forzata, foriera di crisi e economicamente pesante, oggi gli alleati e i partner della Russia sono tali per espressa volontà e interesse, dai paesi BRICS alla Cina”, osserva il professore. E aggiunge:“A dir il vero oggi è la ‘sfera di influenza’ americana che sembra frantumarsi, come appare dal Brexit e dalla Catalogna (i cui referendum mettono in una nuova luce quello in Crimea appoggiato dalla Russia ).

E come interpretare l’avvicinamento della Turchia, membro NATO, alla Russia o la storica recente visita del re Saudita a Mosca, che ha prodotto accordi per acquisti e investimenti miliardari in armi e energia?” Il ruolo della Cina, la potenza emergente. “Durante la precedente Guerra Fredda era rivale dell’URSS e una ‘carta’ da giocare contro Mosca. Oggi il partner politico, economico e potenzialmente militare della Russia – si veda la prossima esercitazione navale congiunta [poi avvenuta ]. Una nuova circostanza destinata ad avere un effetto profondo altrove, in India, Giappone e persino in Afghanistan”.

“La maggior parte di questi fattori nuovi e senza precedenti non vengono minimamente discussi a Washington, non solo a causa dell’’isteria’ del Russiagate. Il ‘trionfalismo’ americano dalla caduta dell’URSS nel 1991 gioca un ruolo importante, così come il cronico provincialismo talvolta definito ‘eccezionalismo’. Nel frattempo delle tre minacce alla sicurezza nazionale americana – terrorismo nucleare, proliferazione nucleare e attacchi cibernetici in grado di innescare inavvertitamente una guerra atomica , non si cura nessuno. E la verità è che nessuna di queste minacce può diminuire senza una partnership con la Russia”.

IL CONTROLLO MEDIATICO MAINSTREAM IN CRISI? Al di là delle considerazioni geopolitiche, il palese e crescente calo di affezione, fiducia e credibilità dei media mainstream negli Usa e nel mondo è davvero attribuibile alla penetrazione mediatica e politica Russa e ai suoi presunti attacchi cyber o ha altre cause, compresa la sempre più degradata e distorta informazione mainstream e la parallela capacità della gente di trovare sul web fonti alternative? E’ un punto chiave. E forse è proprio questa progressiva perdita di controllo, esplosa dopo Brexit e Trump, una delle motivazioni profonde dell’escalation mediatica nei confronti della Russia di Putin a cui assistiamo. E delle prossime nuove misure contro la ‘disinformazione’ e contro la net neutrality . Servirebbe un post ad hoc.

(1) https://www.foreignaffairs.com/articles/2017-12-05/how-stand-kremlin?cid=nlc-emc-fa_paywall_free_joebiden_jf2017-20171206

(2) http://www.lastampa.it/2017/12/08/italia/politica/biden-il-cremlino-interfer-in-italia-sul-referendum-costituzionale-kga1zMpSJhKCS2yv3aMdMN/pagina.html Il giorno dopo la risposta dalla portavoce del Kremlino: http://www.lastampa.it/2017/12/09/esteri/mosca-le-accuse-di-biden-sono-falsit-s4Y3LWnHqVKgdmhOqb1ZWI/pagina.html

(3)https://www.remocontro.it/2017/12/14/interferenze-russe-sullitalia-chi-conta-balle/

(4) http://www.lastampa.it/2017/12/09/esteri/troll-bot-e-associazioni-culturali-cos-la-russia-ha-sabotato-il-referendum-in-italia-UQYGNBTGDD7wZpNdSyo6dO/pagina.html ; http://www.lastampa.it/2017/12/09/italia/politica/tv-e-web-ecco-i-canali-tra-mosca-e-ms-0kMD7ZMcM5LP1ITqw8BzCM/pagina.html ; http://www.lastampa.it/2017/12/15/esteri/la-cia-c-la-regia-del-capo-del-cremlino-dietro-gli-attacchi-alle-presidenziali-LQDVJdaKr2tYhatLhZkHwI/amphtml/pagina.amp.html?__twitter_impression=true

(5) http://www.lastampa.it/2017/01/14/blogs/underblog/fakenewspropaganda-pitruzzella-anello-delloffensiva-usaue-contro-le-narrazioni-difformi-hGTc0XbXDr23xTarepipYM/pagina.html il primo post; http://www.lastampa.it/2017/01/19/blogs/underblog/fakenewspropaganda-le-liste-di-proscrizione-il-centro-di-impegno-globale-contro-la-disinformazione-nemica-e-i-precedenti-nato-PTEfLnvPc5ZC521DdH0Y9J/pagina.html il secondo.

(6) https://www.thenation.com/article/distorting-russia/

(7) http://www.newsweek.com/american-who-dared-make-putins-case-231388

(8) https://www.thenation.com/article/the-new-cold-war-is-already-more-dangerous-than-was-its-predecessor/

(9) http://www.thirdway.org/report/the-last-straw-responding-to-russias-anti-western-aggression

(10) https://www.washingtonpost.com/archive/opinions/1994/01/09/nato-plus/88b3d1a6-8111-4491-bbf0-e6267b0dae95/?utm_term=.86c78c01989c

(11) https://www.bloombergquint.com/view/2017/12/13/the-story-behind-putin-s-mistrust-of-the-west

(12) https://fabiusmaximus.com/2017/12/16/about-american-lies-to-betrayal-of-russia/

(13) https://www.foreignaffairs.com/articles/ukraine/2016-04-18/why-putin-took-crimea

(14) https://www.remocontro.it/2017/11/20/ucraina-golpe-rivoluzione-quei-cecchini-maidan/

(15) http://www.lastampa.it/2014/02/26/blogs/underblog/ukraina-dove-vanno-gli-oligarchi-Zk6aJTSITKB8ixUNCpfFlL/pagina.html e http://www.lastampa.it/2014/03/06/blogs/underblog/ucraina-se-il-nuovo-corso-filooccidente-include-lultradestra-neonazista-2YWGk0SQMvsmnG3qTLVmbO/pagina.html

(16)https://www.salon.com/2014/02/25/is_the_us_backing_neo_nazis_in_ukraine_partner/

(17) http://www.informationclearinghouse.info/article37599.htm

(18) Washington Orchestrated Protests Are Destabilizing Ukraine , Paul Craig Roberts feb 13 2014; Russia Under Attack. “Neocon Ideologues are Pushing the World toward Destruction”, idem, feb 15 ; Washington’s Response to Leaked Victoria Nuland Call Confirms US-EU Regime-Change Plot in Ukraine, Alex Lantier, February 08 ; http://www.washingtonsblog.com/2014/04/west-marches-east-u-s-nato-strategy-isolate-russia.html aprile; http://www.washingtonsblog.com/2014/06/u-s-re-started-cold-war-backstory-precipitated-ukraines-civil-war.html, Eric Zuess giugno.

(19) http://blog.ilgiornale.it/sacchelli/2017/12/05/usa-russia-guerra-dei-media/

(20) https://www.nytimes.com/2017/03/08/world/europe/what-is-rt.html (21) https://www.rt.com/news/335123-rt-viewership-ipsos-study/

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