BlackRock e la sua Rivoluzione nel sistema finanziario, economico e politico globale

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Accordo Ue, svolta dell’Europa. Il coro è quasi unanime. Mentre BlackRock esorta gli investitori a puntare sul Vecchio Continente, più avanti rispetto agli Usa. Come stupirsi? Dietro alla ‘svolta’ a ben vedere c’è lo zampino – o zampone – della Roccia Nera, che negli Usa a marzo si è aggiudicata la gestione totale del salvataggio miliardario delle imprese americane da parte della Federal Reserve, diventando ormai la “quarta branca del governo”. Non solo.

La Ue da parte sua , nel suo piano di aiuti da €1000 miliardi emetterà bond comuni ed elargirà fondi e prestiti ai paesi membri, ma lo farà in cambio di riforme, ovvero di interventi nelle politiche fiscali dei governi europei. Una rotta globale indicata giusto un anno nel corso del meeting annuale a Jackson Hole dei banchieri centrali, dietro proposta di emissari della Roccia Nera, sulla base del suo Documento o Libro Bianco pubblicato una settimana prima. Un piano in atto, che un anno dopo Black Rock nell’Outlook sul suo sito definisce <una Rivoluzione>.

Il Covid-19 poi ha aiutato, capitando come si usa dire ‘ a fagiolo’. E oggi Black Rock oltre a gestire gli stress test delle banche europee per conto della Bce, è diventata pure consulente dell’Ue su come incorporare le pratiche ambientali, sociali e di governance nella gestione del rischio da parte delle banche, di gran parte delle quali è azionista e quasi tutte sue clienti. Pratica in cui peraltro eccelle.

Un protagonismo ormai anche politico, quello del maggior gestore di attivi del mondo, che impensierisce non poco gli osservatori più attenti, nel generale silenzio mediatico. In un quadro in cui tre soli grandi giganti gestori di assets- i Big Three, in testa Black Rock con Fidelity e State Street –non solo gestiscono una grandissima parte degli investimenti globali ma detengono quote, anche di controllo, in un numero grandissimo e crescente di corporations e imprese, dentro e fuori dagli Usa a partire dall’Europa, con diritto di voto. Mentre il fondatore e CEO della Roccia Nera Larry Fink è in predicato per diventare Segretario al Tesoro in una eventuale amministrazione di Joe Biden.

Ma ricominciamo dall’inizio.

Black Rock, l’irresistible ascesa. Sulla scia di un articolo di Limes (a firma del prof Germano Dottori) Underblog si era già occupato della Roccia Nera nel 2015, chiedendosi se davvero il ‘Moloch della finanza globale’ fosse responsabile del cambio di scena in Italia nel 2011, quando Deutsche Bank, di cui BlackRock era azionista di controllo, aveva per prima ritirato i suoi capitali nei titoli di Stato italiani, spingendo il nostro paese sull’orlo del famigerato ‘baratro’. Non era Berlino, non erano i poteri di Francoforte a provocare il tracollo, era molto probabilmente stata la RocciaNera, concordava Underblog. Quasi certamente, a giudicare dai fatti successivi.

La Roccia nera era già un gigante e gestiva i rischi di $15.trilioni di attivi segnalava l’Economist che già nel 2103 le aveva dedicato una copertina con una gigantesca roccia nera incombente sull’orizzonte.

Nel contesto della finanziarizzazione globale promossa da Reagan e poi da Clinton, BlackRock aveva visto la luce nel 1988, in partnership al 50% con BlackStone, la mega finanziaria globale di private equity, che qualcuno vede connessa con i Rothschild (il barone Nathaniel Jacob in ogni caso entra nel 2007 nel board), nota dopo il 2008 per essersi impossessata a prezzi stracciati di case pignorate durante la crisi poi rivendute a prezzi gonfiati, racconta Ellen Brown (giugno 2020), avvocato e attivista favore delle banche pubbliche, autrice di vari libri. Che nel raccontare Jackson Hole 2019, ne riassume anche la storia.

<Staccatasi nel1995 dalla partner, BlackRock negli anni ’90 e 2000 accresce i suoi bilanci promuovendo gli MBS, i mutui cartolarizzati ovvero titoli garantiti da ipoteca che hanno fatto crollare l’economia nel 2008. Conoscendo bene il business dall’interno nel 2008-9 era stata incaricata dalla Fed di acquistare i titoli tossici fuori mercato da Bear Stearns e AIG, cosa che la Fed non avrebbe potuto fare da sé>. Le fortune della Roccia Nera sono tuttavia legate soprattutto agli ETF, titoli comprati e venduti come azioni ma che operano come fondi indicizzati, seguendo passivamente indici specifici come l’S&P 500, l’indice delle big corporations in cui investe la maggior parte della gente. Con gli ETF BlackRock si è assicurata trilioni di attivi, in particolare dopo aver acquisito la serie di iShares quando si è impossessata di Barclay Global Investors nel 2009. Al 2020 iShares comprende 800 fondi e $1.9 trilioni di attivi in gestione diretta.

I Big Three. Oggi il settore ETF comprende circa la metà di tutti gli investimenti in azioni Usa ed è altamente concentrato. Il settore è dominato dai tre maggiori gestori di denaro al mondo, i cosiddetti Big Three: Black Rock, Vanguard e State Street, con BlackRock leader assoluto: insieme detengono l’80% di tutti i fondi indicizzati.

Come si vede dalla tabella sui top money managers (non solo di ETF) pubblicata nel recente articolo di BloombergQuint, società indiana partecipata al 30% da Bloomberg News in un articolo recente. Black Rock in testa con $7.4 trilioni di assets globali sotto controllo (un terzo di quali in Europa, e $625 miliardi di piani pensione), seguita da Vanguard Group con $6.2 trilioni , State Street Global Adv con $5.1 trilioni, seguono Fidelity Investment ($3.2) e JP Morgan Asset Mgt ($2.4).

“The spectre of the Giant Three” titolava un anno fa uno studio di due docenti di Harvard, ben riassunto in italiano da Startmag.it, e sui Big Three è oggi puntato l’occhio dell’antitrust americana. Da notare gli intrecci azionari fra gli stessi Big Three, oltre che con le maggiori mega banche, come riferiva già nel 2015 Underblog, citato sopra.

Non solo. <Al 2017 i Big Three sono diventati anche i maggiori singoli azionisti nel 90% delle società S&P 500, comprese Apple, Microsoft, Exxon Mobil, General Electric, Coca Cola ecc, per restare negli Usa . La Roccia nera detiene inoltre principali interessi in quasi ogni mega banca e nei media più importanti.> Così la Brown, cui fa eco Le Monde Diplomatique, gennaio 2020:

<Insieme i tre giganti nella gestione di attivi comulano 15.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente del PIL della Cina, e controllano un blocco maggioritario di azioni nel 90% delle imprese S&P 500, ma gli altri non sono che nani davanti al Leviatano finanziario, che investe in 5 continenti e, con un giro di affari superiore a $15.000 miliardi ($15 trilioni) e quasi 14.000 collaboratori in 30 paesi, gestisce da sola oltre $6000 miliardi, due volte e mezzo il Pil francese>.

Le quote nelle imprese S&P 500 sono solo la punta dell’iceberg. <La società di Larry Fink ha quote nel 40% di tutte le imprese americane e vota in 17.000 cda, possiede più azioni in Google, Amazon, Apple, Microsoft  dei fondatori di tali società>.

La mira, spiega Le Monde Diplomatique, è acquisire un peso sufficiente nel capitale in concorrenza nello stesso settore, consentendole di influire sulle decisioni: come è accaduto per i prezzi nelle società aeree Usa, che fanno capo alla Roccia Nera. E in Europa? Lo vedremo più avanti

Aladdin. E’ la carta vincente della Roccia Nera, per la precisione di Black Rock Solutions: una piattaforma software iper sofisticata, “una rete di codici, scambi commerciali, chat, algoritmi, modelli predittivi”, che funziona come una Intelligenza Collettiva, spiega sul suo sito, (vedi anche Seekingalpha), ma anche sorta di oracolo . Attraverso tale rete la Roccia Nera scopre le vulnerabilità e valuta e prevede opportunità e rischi per i suoi clienti, diretti indiretti, piccoli e grandi, privati e istituzionali come governi, assicurazioni e quant’altro- compresi i gestori di assets suoi rivali (come Bloomberg LP, parente di Bloomberg News), monitorando ben $20 trilioni – $20.000 miliardi – di assets nel mondo. Niente a che vedere con le Mille e una Notte, il nome è l’acronimo di Asset, Liability, Debt and Derivative Investment Network)

L’incarico dalla Fed . Non sorprende che <quando la Fed ha avuto bisogno di aiuto per la sua missione di salvataggio pandemico si sia rivolta direttamente a Larry Fink, diventato il più importante suggeritore industriale del governo>, scrive BloomberQuint. Espertise e capacità di azione immediata hanno guidato la scelta nell’urgenza, ha ammesso il presidente Fed Jerome Powell in audizione.

In marzo la  Roccia Nera si è così aggiudicata, senza gara e senza alcun dibattito al Congresso, un contratto in base alla legge CARES (Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security Act) per utilizzare $454 miliardi di fondi sciolti assegnati dal Tesoro insieme alla Fed. Questi fondi potrebbero avere un effetto leva per fornire oltre $ 4000 miliardi di crediti Fed. <Mentre il pubblico era distratto da proteste, sommosse e lockdown – commenta Ellen Brown – Black Rock è di colpo emersa come “quarta branca del governo” – secondo la definizione del prof Willam Birdthistle, del Law College dell’università di Chicago – gestendo il controllo sul denaro stampato su richiesta dalla banca centrale>.

Il nuovo compito assegnato a Black Rock è molto più vasto di quello svolto durante la crisi del 2008. La prima parte, in atto dal 12 maggio, consiste nell’acquisto di ETF. E che gli ETF e i bond sottostanti siano al cuore della crisi da Covid e avessero bisogno di un salvataggio lo riconoscono esperti citati da Brown. Ma la società potrebbe finire per comprare i fondi che gestisce – come sta già accadendo per il 47% degli ETF acquistati – con evidenti conflitti di interesse.

La Roccia nera si difende sostenendo di non averne la proprietà ma di agire come mera custode. A differenza delle banche non fa investimenti per sé. “Agiamo come fiduciario della Fed di New York  (il cuore della banca centrale) afferma un portavoce della società”.

Con i suoi ultimi incarichi è un argomento difficile da far valere, osserva Graham Steele dall’Università di Stanford, che è ha lavorato per la Fed di S.Francisco, citato da BloombergQuint. “Sono così intrecciati nel mercato e col governo che è un groviglio di conflitti davvero interessante”.

 “Perché assegnare tutto il denaro da gestire a una sola società?”, chiede Birdthistle. E polemiche, anche sull’assegnazione dei fondi ai grandi di Wall Street , ce ne sono già se Powell il 29 luglio scorso ha tenuto a dichiarare che “Black Rock è solo il nostro agente, le decisioni le prendiamo noi, BlackRock esegue i nostri piani”. Nessuna replica dalla diretta interessata.

<BR gestirà i portafogli dei corporate bonds e dei debiti ETF. Farà lo stesso per i nuovi bond, talvolta agendo come unico compratore- e fino al 25% dei prestiti sindycated dalle banche. E acquisterà gli MBS da agenzie semigovernative come Fannie Mae e Freddie Mac. Otterrà $48 milioni annui di compensi, poco per una società i cui profitti l’anno scorso ammontavano a $4.5 miliardi – ulteriormente saliti del 21% nel primo trimestre 2010 – ma potrà cementare i legami dei suoi gestori con i politici>. Peraltro già assai forti.

Larry Fink e i suoi tentacoli. <La sfera di influenza di BlackRock  – che si è costruito anche un potente ufficio legale – va oltre la banca centrale e comprende avvocati, presidenti e capi di agenzie governative di entrambi i partiti, sebbene più volto ai Democratici>, secondo BloombergQuint. <Solo un pugno di executives vengono dall’amministrazione di George W Bush, più di una dozzina da quella di Obama, sonocompreso il consigliere per la Sicurezza nazionale di Obama, il consigliere per la politica del clima, l’ex vicepresidente della Fed, e numerosi economisti della Casa Bianca, del Tesoro e della stessa Fed.>

Fink, il fondatore e CEO di BlackRock è da sempre considerato più vicino ai Dem. <Nel 2012 era nella lista per sostituire il segretario al Tesoro Tim Geithner in uscita. E ora è ampiamente considerato per quel posto in una eventuale amministrazione Biden, anche se non è chiaro come sarebbe visto dall’ala sinistra dei Dem, per quanto abbia la stima di membri di Wall Street amici del partito>, è ancora Bloomberg Quint a scrivere.

Del resto il business primario della società, la gestione di ETF, è stato acclamato in quanto rende gli investimenti più facili ed economici. E, per quanto Fink sia la bestia nera degli ambientalisti perché alcuni dei suoi fondi detengono quote di società di energie fossili, ha messo le mani avanti per prepararsi al contrasto del cambiamento climatico. Scrivendo lui stesso una lettera di impegni, di cui ha dato notizia anche Startmag.it.

<La sua influenza va ben al di là degli Usa. La Bank of Canada in marzo lo ha preso come consulente per i suoi acquisti di commercial papers, il debito che le società fanno per finanziare giorno per giorno le loro spese. E il mese scorso la UE lo ha assunto per consulenze su come integrare le pratiche ambientali, sociali e di governance nei modi in cui le banche gestiscono il rischio>.

BlackRock in Europa. <Larry Fink, il capo dei più potenti fondi mondiali, è nel suo aereo, destinazione Europa. Sull’Atlantico, chiede al comandante di collegarsi con la Germania. Chiede al suo responsabile regionale a Francoforte ed esige un incontro con Angela Merkel. Possibilmente entro cinque ore dal suo atterraggio>. Comincia con questo aneddoto, raccontato da una ex dipendente, un articolo del del 2018 del sito di investigazione e opinione francese Mediapart intitolato “BlackRock, il Leviatano della finanza che pesa sulle scelte europee”. Il seguito per abbonati.

Attac-54 ne riassume i punti salienti, dopo varie cifre sulla dimensione del gigante, con clienti in 100 paesi, e un terzo degli assets sotto il suo controllo in Europa: <Contemporaneamente consigliere delle banche centrali e principale azionista dei fiori all’occhiello industriali, mormora all’orecchio degli Stati europei. Punti chiave: contrastare ogni regolamentazione finanziaria e imporre pensioni private a capitale per tutti>.

Dopo la crisi finanziaria ha accresciuto il suo potere ben al di là della gestione di attivi: lo si ritrova come uditore delle banche a richiesta delle autorità di regolazione, come consigliere di Stati sulle privatizzazioni. Nell’autunno 2017 è stato invitato dal governo francese a presiedere il comitato CAP2022 volto a designare i futuri contorni dello Stato.

BlackRock propone ad altre entità finanziarie di mettere a loro disposizione i suoi strumenti per la gestione del rischio. Ma offre anche servizi alle autorità finanziarie. Che lo sollecitano a valutare la salute di grandi istituti bancari considerati sistemici.

Solo in Francia è azionista tra il 5 e il 10% di una serie di grandi industrie (esempi) e spesso l’azionista principale di almeno 172 società quotate nella Borsa francese, oltre ad avere il voto in 17.000 imprese del mondo. Quanto all’Italia, Underblog nel 2015 aveva fatto un elenco delle sue partecipazioni. L’articolo più recente trovato oggi è di Financecommunity.it, 29 luglio 2020, dedicato alla squadra italiana.

<La presenza italiana del gigante Usa risale al 2000, nel 2006 la fusione con la banca di investimenti Merryl Linch gli porta in dote vari manager fra i quali il capo dell’attuale squadra italiana Andrea Viganò, già responsabile del Sud Europa. A fine 2013, in Italia gli asset in gestione da parte di BlackRock  valevano 52 miliardi di dollari con 8 miliardi raccolti nel corso dell’anno. Oggi i fondi esteri controllano il 38% di Piazza Affari, e il primo investitore estero, secondo in assoluto dietro lo Stato italiano, è la Roccia Nera che, attraverso 156 società, ha partecipazioni per 20 miliardi di euro, con un controvalore delle azioni italiane raddoppiato rispetto a un anno fa. Negli ultimi mesi la società ha aumentato le quote, in particolare nel settore bancario, in cui è presente con il 5% circa di Intesa Sanpaolo e Unicredit e il 6,8% del Banco Popolare>.

Ma torniamo a Mediapart, che segnala gli interventi europei di BlackRock già durante e dopo la crisi del 2008. In Irlanda, la banca centrale gli aveva chiesto di valutare lo stato di sei banche irlandesi, la Grecia, sotto pressione della Troika, si era rivolta alla società di Fink per dissequestrare i portafogli di prestiti di 18 banche (2011) poi ancora delle quattro maggiori (2013).

Anche l’Olanda aveva chiamato BlackRock per analizzare il portafoglio di ING, banca sull’orlo del fallimento, di cui il gigante Usa deteneva il 5%. Dijsselbloem, ministro delle finanze e allora presidente dell’Eurogruppo, si era giustificato. Sebbene, ironia, la banca centrale olandese da 2007 avesse assegnato proprio alla Roccia Nera la gestione dei fondi pensione dei suoi impiegati.

E a Bruxelles? Da una fonte interna all’Europarlamento si apprende che BlackRock organizza “giornate di informazione” per gli assistenti parlamentari scrive Attac54 raccontando Mediapart (nel 2018 ricordiamo). E fosse solo questo. Viene citata Daniela Gabor, docente di macroeconomia all’università di Bristol, che dal 2013 ha seguito i dibattiti sulla regolazione finanziaria quando il Commissario Michel Barnier prometteva di rinforzare le regole sul sistema finanziario (come oggi conta di fare Paolo Gentiloni equilibrando i sistemi fiscali e ridimensionando i paradisi, vedremo):

Ho capito che ad avere il potere non erano più le banche ma i gestori di attivi “, ha osservato Gabor, citata anche da Ellen Brown. Secondo la quale BlackRock riflette la rinuncia al welfare state da parte dello Stato. Il suo potere crescente si accompagna con i cambiamenti strutturali in corso, nella finanza ma anche nella natura dei contratti sociali fra i cittadini e lo Stato. E la BCE, che sollecita BlackRock come uditore delle banche, non ha alcun potere su quella società”.

<Il potere acquisito dalla Roccia nera sugli Stati è orizzontale, in quanto azionista di imprese a priori in concorrenza può spingere verso concentrazioni, specializzazioni, cessioni. Come accade già nella Chimica dove domina il settore con partecipazioni in tutti i grandi gruppi mondiali>.

Alle stesse conclusioni arrivava del resto nel 2018 l’articolo Blackrock – The Company That Owns the World del gruppo di ricerca multinazionale Investigate Europe, che rimandava poi a Mediapart.

In sintesi: <Minacce alla concorrenza attraverso il possesso di quote in società in competizione, offuscamento dei confini fra capitale privato e affari pubblici lavorando accanto ai regolatori, battaglie per la privatizzazione dei piani pensione così da canalizzare i risparmi nei suoi fondi>.  E sulle pressioni per riformare le pensioni europee insiste molto Le Monde Diplomatique .

La Roccia Nera consulente della BCE. Nel dicembre 2018 il Sole24Ore se ne usciva con la “rivelazione” dell’incarico a Black Rock da parte della Bce di eseguire gli stress test bancari. Una prassi non nuova, quella di esternalizzare tale compito per mancanza di tecnici qualificati. “Se ne accorge solo ora?”, commentava Startmag.it.

La notizia peraltro era stata pubblicata in ottobre da Don Qujones, pseudonimo di un analista economico su cose europee e non solo collaboratore del noto sito californiano Wolfstreet. Con considerazioni sui precedenti ben più interessanti.

<Nel 2014 la Bce ha assunto BlackRock Solutions come consulente su come implementare l’acquisto di titoli garantiti da attivi delle banche centrali europee. In altre parole – spiegava- prima di imbarcarsi in uno dei più vasti programmi di QE della storia, la Bce ha cercato i consigli del maggior gestore di asset, la società che più ha investito negli attivi che intendeva acquistare>.

La Bce era presieduta da Mario Draghi, che a gennaio 2015 lancerà l’atteso programma di Quantitative Easing da €60 miliardi.   

Nel 2016 la Roccia Nera viene di nuovo assunta dalla banca centrale europea, questa volta per condurre gli stress test. L’incarico del 2018 è un’estensione di quel contratto. Il costo, rivelato dalla stessa Bce dopo le pressioni tedesche, è relativamente basso: €8.2 milioni. <Ma l’importanza dell’incarico è nelle informazioni privilegiate che BlackRock si assicura su banche di molte delle quali, se non tutte, detiene pacchetti di azioni e in due terzi delle quali figura come consulente, aiutandole nelle verifiche>.

La società di Larry Fink esclude conflitti di interesse, e parla di una ’muraglia cinese’ tra le diverse branche della società stessa (dove peraltro per passare da un settore all’altro a un manager bastano solo due settimane di sospensione, scrive la Brown). Non tutti non tutti sono convinti . “Le dimensioni di BlackRock danno luogo a un potere di mercato che nessuno Stato è più in grado di controllare” aveva osservato il parlamentare tedesco Michael Theurer, membro dell’europarlamento dal 2009 al 2017, citato da Wolfstreet. Fosse solo un potere di mercato. La “piovra vampira”, vampire squid, definizione coniata a suo tempo da Matt Taibbi in un celebre pezzo su Goldman Sachs, è vista da alcuni come un vero e proprio “governo ombra”.

<Come Goldman Sachs, BlackRock sta estendendo i suoi tentacoli attraverso l’Europa e spende grandi somme in lobbying e nel catturare politici e funzionari come l’ex presidente della Swiss National Bank, la banca centrale svizzera, Phillip Hildebrand diventato vicepresidente con ruoli di primissimo piano nella società e l’ex capo del Tesoro britannico George Osborne>, racconta BloombergQuint.

A Jackson Hole, 2019. Non sorprende a questo punto la notizia data da Ellen Brown e riportata all’inizio di questo post, protagonista proprio Hildebrand.

<L’importanza e il peso politico di BlackRock sono apparsi evidenti quando quattro dei suoi manager esecutivi, capeggiati dall’ex capo della Swiss National Bank Phillip Hildebrand hanno presentato una proposta meeting annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole dell’agosto 2019>. Un incontro come sempre dalla natura dichiaratamente economica e politica.

<Essendo a conoscenza che i banchieri centrali non avevano più munizioni per controllare la fornitura di denaro e l’economia, BlackRock ha detto che era tempo che le banche centrali abbandonassero l’indipendenza a lungo vantata e affiancassero alla politica monetaria (compito usuale delle banche centrali) una politica fiscale (compito tradizionale dei legislatori)>. La crisi del Covid ha offerto l’opportunità perfetta, scrive Brown, che mette in relazione quanto sopra con il piano americano di salvataggio, gestito da BlackRock. Un approccio che appare limitato.

Un governo ombra globale? E’ infatti significativo che quella della Roccia Nera non fosse semplicemente una “proposta”. Bensì un vero e proprio Piano, molto articolato, presentato il 15 agosto, qualche giorno prima del simposio di Jackson Hole, come si può leggere sul suo sito, a cui rimandiamo. Un Piano globale, ambiziosamente intitolato Dealing with the next downturn, ovvero come affrontare la prossima fase discendente. Che appariva già ben chiara un anno fa. Covid o meno.

Il Piano è stato messo in pratica, come la stessa BlackRock spiega sul suo sito nell’Outlook dell’11 giugno 2020, compiacendosi del fatto che <in questi due mesi la politica macroeconomica ha visto niente di meno di una Rivoluzione>. Parola chiave su cui insiste anche più avanti. Policy revolution, Rivoluzione delle politiche, è del resto il titolo.

<La risposta politica odierna è di una scala completamente diversa da quella data nella crisi finanziaria del 2008. Non solo è stata più rapida e di una ampiezza ben superiore a quella di ogni altro momento storico, ma i cardini delle strutture della politica globale e dei mercati finanziari sono stati del tutto trasformati>, viene spiegato, anche con tabelle. Aggiungendo già nel sottotitolo che <Senza appropriate barriere di sicurezza e una strategia di uscita, vediamo una china scivolosa>.

BlackRock indica tre aspetti della rivoluzione. In estrema sintesi: *dare liquidità direttamente a famiglie e business * politiche monetarie e fiscali mescolate esplicitamente *sostegno alle imprese con condizioni stringenti, aprendo le porte a un intervento senza precedenti nel funzionamento dei mercati finanziari e di governance delle imprese. Seguono maggiori dettagli.

<Questa rivoluzione politica era inevitabile, data l’insufficienza delle politiche monetarie nel rispondere a una significativa, drammatica fase discendente> – dell’economia globale si presume.  Una discesa invero poco raccontata nelle cronache mediatiche, sempre propense all’ottimismo, e a presentare gli Stati Uniti, guardando essenzialmente a Wall Street, come un solido blocco economico, a dispetto di allarmi da parte degli economisti più avveduti. Le ricette di BlackRock sono rivolte anche all’Europa.

Conclusioni. Che il sistema sempre più globalizzato e intrecciato sia ormai gestito dalle banche centrali, con la Fed in primo piano e con un ruolo di guida, era da tempo evidente, così come il crescente peso di BlackRock come gestore di asset e consulente, dominante nell’ambito dei Big Three.

La novità sembra essere l’approdo della RocciaNera a pianificatore e controllore globale, con l’avvallo delle banche centrali stesse. Mentre il ruolo dei governi, e della stessa Ue, sembra scivolare quasi in secondo piano. A dispetto dei sovranisti, che se la prendono con falsi bersagli.

Un destino inesorabile e inevitabile, nel tentativo di puntellare la supremazia occidentale? Probabilmente sì.

Con buona pace degli analisti anche i più critici che si attardano ancora a puntare il dito sui conflitti di interessi, e della stessa Brown . Dopo aver sottolineato come le politiche pubbliche siano oggi condotte a favore del mercato azionario, considerato il barometro dell’economia sebbene abbia ben poco a che fare con l’economia reale e che BlackRock sia ormai nelle condizioni di controllare l’economia, e aver assodato, col citato Peter Ewart, che “oggi il sistema economico non è più il capitalismo classico ma un capitalismo monopolistico dove i confini fra Stato e oligarchia finanziaria sono virtualmente inesistenti”, da strenua fautrice del pubblico nell’economia e nelle stesse banche, Brown avanza una proposta utopica, o quanto meno irrealistica :

<Se tali oligarchi sono troppo grandi e strategicamente importanti per essere spezzati secondo le leggi antitrust, dovrebbero essere nazionalizzati e messi al servizio del pubblico. Quanto a BlackRock dovrebbe per lo meno essere regolato come un istituto Finanziario di importanza Sistemica (cosa che è finora riuscita ad evitare per sfuggire alle pur blande regole della legge Dodd-Frank, aggiungiamo). Meglio ancora regolarla come una utility pubblica. Quale amministrazione lo farà mai?

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Cinese o americano o…? Il giallo del coronavirus uscito da un laboratorio si allarga.

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Sul virus “fabbricato” o meglio, fuoriuscito da un laboratorio ora indagano i Five Eyes, le intelligence che fanno capo ai paesi anglofoni. E chissà che non saltino fuori sorprese interessanti, ancorché diverse dalle aspettative di Trump, disperatamente in caccia di capri espiatori per il disastro pandemico nel suo paese e ansioso guadagnare credito in vista del voto di novembre.

La Virus Connection appare infatti assai più ampia di quanto l’abbia descritta l’ottimo recente articolo di Alberto Negri.

Pipistrelli catturati e spediti qua e là per via aerea in Australia, virus che viaggiano da un continente all’altro dal Canada, legalmente o meno, ma anche negli US, ricercatori cinesi al lavoro in laboratori occidentali e laboratori cinesi con finanziamenti americani e francesi, virus vecchi e nuovi replicati e conservati per anni ovunque, manipolazioni e ingegnerizzazioni genetiche azzardate. E discusse, bloccate negli US dopo vari incidenti, e permesse di nuovo.

Vicende che vanno avanti da tempo, come ammmette infine una ricerca americana.

Dal 2002, quando nella provincia cinese del Guandong è comparso il virus della SARS, sindrome acuta respiratoria severa, un’epidemia con oltre 8000 casi e 774 vittime in 17 paesi ma quasi tutti tra Cina, Hong Kong e Singapore, si sono mobilitati ricercatori di Canada, Francia, Rotterdam, Usa  e naturalmente Cina. Soprattutto, la SARS ha lanciato ricerche a tutto campo sui coronavirus da pipistrelli, prima ignorate.

Tanto più dopo che nel 2014 spunta misteriosamente a Jedda un altro coronavirus, ancora più letale, il MERS-CoV, detto Sindrome respiratoria Mediorientale in quanto si è propagato soltanto in Medio Oriente (il che ha rafforzato le teorie complottiste su virus mirati geneticamente, cosa in teoria possibile, a quanto pare).

Intanto epidemie di virus influenzali zoonotiche si susseguono con effetti anche gravi, dall’H5N1 “aviaria”, nota da fine secolo, alla pandemia dell’H1N1 “suina” del 2009-2010, che produce milioni di infettati e decine di migliaia di morti, quasi tutti nel continente americano, oltre a valanghe di polemiche per i molti milioni spesi da molti Stati (Italia compresa) per vaccini inutili comprati su indicazione dell’OMS.

Progetti di studi e grandi Piani di Prevenzione con finanziamenti pubblici si infittiscono, insieme ad esperimenti di ingegneria genetica. In una gara spasmodica verso test diagnostici, farmaci e soprattutto vaccini, business miliardario. In primo luogo negli Usa a partire dal 2009. Ma anche altrove, e in Cina naturalmente, che oggi si vanta di essere in testa a una produzione vaccinale per il SARS-CoV2 con tre progetti molto avanzati.

INIZIO. Da Jedda a Winnipeg via Rotterdam, e poi in Cina. Chissà se le intelligence troveranno interessante la rocambolesca vicenda lanciata dal sito alternativo filo-Trump Zerohedge già il 26 gennaio 2020, pochi giorni dopo il lockdown di Wuhan, col titolo provocatorio “La Cina ha rubato un coronavirus dal Canada e l’ha armato?”.

Una storia ambigua, che ha però alcuni punti fermi, e comincia il 13 giugno del 2012. Quando da un paziente saudita 66enne ricoverato all’ospedale di Jedda con febbre e sintomi respiratori gravi, Mohammed Zaki, virologo egiziano noto per aver identificato il virus MERS, isola un coronavirus SARS sconosciuto. E contatta Ron Foucher, eminente virologo dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam per un consiglio. Foucher lo sequenzia usando un campione mandatogli da Zaki.   

Il virologo olandese è esperto del ramo. Fa esperimenti di ingegneria genetica sui virus e, raccontava il Corriere della sera nel 2011, <ha scoperto che bastano cinque variazioni genetiche per trasformare il virus dell’aviaria – H5N1- in un agente patogeno altamente contagioso, tale da poter uccidere metà della popolazione mondiale>.

Se /quali nuove manipolazioni vengono fatte all’Erasmus su quel nuovo coronavirus SARS non è dato sapere. Fatto sta che 4 maggio 2013 quel virus lo ritroviamo in Canada, acquisito da Frank Plummer, direttore scientifico del Laboratorio Nazionale di Microbiologia (NML) di Winnipeg. Dove il coronavirus viene replicato in quantità per ricerche su test diagnostici, e su quali animali sono più soggetti ad essere infettati. Cose sulle quali quel lab ha esperienza.

Plummer morirà misteriosamente nel febbraio 2020 in Kenia, dove collaborava con due università keniote sull’HIV, di questo virus era specialista e lavorava da tempo a un vaccino. (Di qui le ipotesi indiane sul SARS-Cov2 combinato con pezzi di HIV poi smentite dagli scienziati?)

La storia di Zerohedge continua raccontando il caso di un virus pericoloso finito in Cina dal Canada nel marzo 2019 e di come, a suo dire, l’indagine sia ancora in mano ad esperti di guerra batteriologica. Il NML di Winnipeg è l’unico lab di massimo livello di sicurezza (BSL4), uno dei pochissimi in Nord America (un altro è il laboratorio militare Usa di Fort Dietrick, Maryland , chiuso improvvisamente lo scorso agosto, su cui hanno ricamato alcuni post complottisti uno dei quali russo, smentiti da un altro sito altrettanto alternativo-complottista).

Si tratta sempre di quel coronavirus SARS-CoV o addirittura modificato, come insinua ZH? Contrabbandato da agenti cinesi o magari semplicemente trasferito per scopi di ricerca?

Al centro della scena c’è la dr. Xianguo Qio, scienziata laureata nell’Hubei e ma nel 1985 in Canada, dove è rimasta al NML, dal 2006 al lavoro sui virus più a rischio insieme al marito cinese pure lui. Responsabili del presunto ‘contrabbando’? Mah.  La dott Xianguo Qio, che in una foto si vede ritratta con colleghi, fra i quali uno di Harvard, tra il 2017 e il 2018 risulta essersi recata almeno cinque volte in Cina, proprio nel National Biosafety Laboratory dell’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV), BSL4 dal 2015. Sul quale oggi si è appuntata l’attenzione mediatica, dal momento che proprio in quella città è scoppiato il COVID-19.

L’ISTITUTO VIROLOGIA DI WUHAN (WIV) e LA FRANCIA. Fondato nel 1956 da due scienziati cinesi sotto l’egida dell’Accademia Cinese delle Scienze, come Istituto di Microbiologia, diventa WIV nel 1978. Ma il salto di qualità lo fa nel 2004, quando nell’ambito dei buoni rapporti fra Chirac e Hu Jintao, deciso dopo la SARS a dare impulso alla lotta contro le infezioni, progetta di trasformarlo in un laboratorio di massima sicurezza.

L’accordo viene firmato da Michel Barnier, allora ministro degli Esteri. Ma poi non succede nulla, e Sarkozy, annuncia l’inizio dei lavori solo nel 2010, quando sono già stati varati Piani e Progetti da parte degli Stati Uniti, ai quali US Sarko’ è certo più legato del suo predecessore. Il WIV avrà il suo laboratorio BSL-4 soltanto nel 2015 (costo $44 milioni) fra varie polemiche in Francia, sulle aziende francesi inadatte, i 55 ricercatori del lab di Lione previsti ma mai arrivati, i sospetti sulla Cina dei servizi francesi e americani – secondo Le Figaro e Challenges.fr. In Cina da tre anni c’è ormai Xi Jinping, forse più interessato a buoni rapporti con gli US.

E GLI SPECIALISTI DI PIPISTRELLI. Al WIV le intelligences indagheranno certo su Peng Zhou, che tra il 2011 e il 2014 ha speso ben tre anni  all’Australian Animal Health Laboratory di Victoria dove era stato spedito dalla Cina per completare il suo dottorato, preso al WIV. Lì svolge ricerche, dandosi da fare per trasportare pipistrelli vivi dal Queensland  ( o dalla Cina? azzardiamo) alla struttura di bio contenimento di quel lab di Victoria, dove sono stati vivisezionati e per studiare virus letali in ricerche finanziate dal CSIRO, agenzia governativa federale australiana responsabile della ricerca scientifica e dall’Accademia Cinese delle Scienze. Così racconta il Daily Telegraph australiano.

Diventato il massimo specialista nel sistema immunologico dei pipistrelli – “come mai quei mammiferi che sono i serbatoi naturali di coronavirus non si ammalano?” Si era chiesto, ancora studente di bio ingegneria, dopo aver contratto la SARS nel 2003 – Zhou ritorna a Wuhan e, con 30 pubblicazioni scientifiche anche su riviste internazionali, diventa capo del  Bat Virus Infection and Immunization Group al National Biosafety Lab del WIV.

 “C’è quest’uomo dietro la pandemia globale di coronavirus?” Titolava di nuovo Zerohedge il 29 gennaio, insinuando dubbi su di lui senza uno straccio di prova, l’articolo corredato da una foto schifosissima dell’ormai famigerato mercato Huanan di pesci e animali selvatici vivi, chiuso dal 1 gennaio, dal quale si ipotizzava fosse originato il nuovo virus . Un post che a ZH è costato la sospensione da Twitter, previa denuncia di Buzzfeed  – sito sospetto che in pieno Russiagate aveva pubblicato il famigerato dossier fake di Christopher Steel: un segnale del mescolarsi di notizie, provocazioni e perduranti conflitti fra pezzi di intelligence.

La Bat Woman. Indagano certo i Five Eyes sulla dottoressa Shi Zheng-Li, che nel medesimo WIV dirige il Center for Emerging Infectious Diseases. Con lei Peng Zhou collabora attivamente da anni, anche nella ricerca di pipistrelli “ferro di cavallo” (horseshoe bats) nelle grotte dello Yunnan e del Guanxi, le regioni del sudest della Cina dove si trovano queste specie portatrici di coronavirus simil-SARS, come hanno scoperto.

Shi Zheng-Li, 55 anni, è la maggiore esperta al mondo di coronavirus & pipistrelli, nella sua carriera oltre a importanti articoli ha messo insieme una banca ragguardevole di dati, virus e campioni fecali ragguardevole, tanto da essere soprannominata Bat Woman, o la Signora dei pipistrelli, nel più gentile appellativo di Negri. Dottorato a Montpellier nel 2000, dove ha speso qualche anno, la Francia l’ha in seguito onorata del titolo di Chevalier de l’Ordre del Palmes academiques. Non sappiamo se per ricerche comuni.

Anche Shi Zheng-Li comunque usa muoversi fuori dalla Cina.

Dal 22 febbraio al 21 maggio del 2006 per esempio era in Australia, è sempre il Telegraph a raccontare. E poi chissà. Fatto sta che nel 2019 la dottoressa diventerà membro dell’American Academy of Microbiology. E’ormai la beniamina della ricerca USA sui coronavirus. Come dimostra il lungo articolo divulgativo che le ha da poco dedicato Scientific American, con molte foto (qui in italiano) elogiando le sue qualità e capacità. Indubbie.

Dimenticando tuttavia di citare non solo il suo soggiorno in Australia. Ma altre ricerche e, soprattutto, un passaggio delicato e molto controverso: la creazione di un virus chimera, un coronavirus nuovo frutto di ingegneria genetica. Un esperimento condotto nel 2014 insieme a un team internazionale, la cui premessa è però un’altra importante ricerca longitudinale che si snoda negli anni precedenti. E dopo ancora.  

Il percorso scientifico di Shi. Dopo aver scoperto per prima già nel 2005 che il coronavirus della SARS veniva da un pipistrello (Science e Journal of General Virology 2005), la dottoressa Zheng-Li era andata in caccia di pipistrelli portatori di quel virus setacciando grotte e villaggi nelle regioni del sud est della Cina, Yunnan e Guanxi, da sola e insieme a Peng Zhou. Finalmente ne trovano una dozzina con anticorpi di virus SARS: sono pipistrelli di un tipo particolare, “a ferro di cavallo” (horseshoebat), che diventeranno centrali nelle successive ricerche. 

Dal 2011 al 2012 Zhang-Li conduce quindi una ricerca longitudinale su diversi coronavirus simil-Sars raccolti in 117 campioni fecali in una colonia di pipistrelli a Kunmig, Yunnan, un villaggio dove diversi minatori si erano infettati da un fungo cresciuto su guano di pipistrello.

Alla fine da quei pipistrelli “ferro di cavallo” identifica e sequenzia due coronavirus, i più vicini mai trovati al SARS-Cov, il virus della SARS: al 99,9%, con altre caratteristiche uguali. E inoltre da un campione fecale isola un primo virus vivo simil-SARS, praticamente identico al SARS-CoV (99,9%, con altre caratteristiche uguali).

Risultati che provano con grande forza: 1. che i pipistrelli cinesi horseshoe sono i serbatoi naturali dei coronavirus SARS (che sono più d’uno); e 2. Che ospiti intermedi possono non essere necessari per infettare gli uomini, come di solito non succede con i Coronavirus.

C’è il condizionale: il contagio diretto è ancora una possibilità.

La ricerca successiva, quella più controversa, prosegue su quella linea. Partendo dalla mera possibilità di una trasmissione diretta dal virus nel pipistrello horseshoe all’uomo, produce il virus chimera inserendo la proteina di quel coronavirus nel genoma di un virus adattato a crescere nei topi . E dimostra che quel coronavirus è veramente in grado di infettare cellule umane in vitro.

Suggerendo che virus in circolazione in certi pipistrelli in Cina sono potenzialmente capaci di infettare l’uomo. Anche senza mutare e passare da un altro animale, come si credeva necessario.

<Quel virus ibrido ci ha permesso di valutare la capacità della nuova proteina spike di causare infezioni indipendentemente da altre mutazioni adattive nel suo ‘ospite’ naturale> spiegherà, in difesa, Ralph Baric, dell’University of North Carolina, nel dibattito che ne è seguito, rilanciato quest’anno quando di quella ricerca si è ricominciato a discutere a fine febbraio, quando narrazioni mediatiche ipotizzavano la natura artificiale, manmade del virus portatore del COVID-19, smentite con forza su Lancet da un pool di scienziati.

Alla Cina veniva addirittura imputato di aver prodotto una bio-arma e di essersi lasciata sfuggire quel virus, che veniva fatto coincidere con quello odierno che causa il COVID-19. Ipotesi che arrivate pure in Italia, via Business Insider e riprese più tardi via Rai Tgr Leonardo (cavalcate persino da Salvini per dare addosso alla Cina, e magari farsi bello con Trump)

L’ipotesi viene smentita recisamente dai ricercatori in quanto il virus odierno NON è quello ingegnerizzato di quella ricerca. <Se quel virus chimerico fosse sfuggito dal laboratorio, la sua sequenza dovrebbe essere identica o per lo meno simile al coronavirus del COVID-19 > ha spiegato Antonio Lanzavecchia, immunologo italiano a Zurigo. Intervistato dal Manifesto dopo le polemiche sul Tgr. Resta il fatto che, come vedremo, ingegnerizzazioni del genere sono ad alto rischio per la popolazione, dovessero quei virus saltar fuori da qualche parte per errore.

Ma cosa c’entrano Baric e Lanzavecchia? C’entrano eccome, in quanto non si tratta affatto di ricerche cinesi, quanto meno non soltanto cinesi.

PROGRAMMI e FINANZIAMENTI USA. La prima ricerca appare su Nature, 30 ottobre 2013, firmata da Shi Zheng-Li insieme a Peter Doszak, zoologo americano esperto in malattie infettive degli animali, ma soprattutto presidente dell’EcoHealth Alliance, “organizzazione di ricerca globale” no profit di New York dal nome tranquillizzante, oltre a un altro scienziato dell’Animal Health Institute di Victoria, Australia e vari altri.

Alla seconda prende parte la solita Shi Zheng-Li (Laboratory of Special Pathogens and Biosafety, Wuhan Institute of Virology, Chinese Academy of Sciences, Wuhan, China, si legge). Ma il coordinatore, è Ralph Baric, del Department of Epidemiology, University of North Carolina, Chapel Hill, con vari ricercatori della stessa università americana, un altro della Harvard Medical School, oltre all’italiano Lanzavecchia, del Bellinzona Institute of Microbiology di Zurigo, come elenca Nature, 9 novembre 2015 .

Nessuno dei due studi può dunque dirsi cinese. Sebbene cinesi siano sicuramente i virus e i pipistrelli, compresi i campioni fecali, che il Wuhan Institute of Virology conserva con cura, specie da quando il suo laboratorio nel 2015 è diventato BLS 4.

Ma dove si sono svolte le ricerche, in particolare quella del virus chimera? In un laboratorio americano o cinese? A Wuhan o in North Carolina, o nel laboratorio della FDA (Food and Drug Administration, che fra l’altro licenzia i nuovi farmaci) in Arkansas, come insinua un sito ‘alternativo’?  Da Nature non risulta nulla.

Quel che è certo è che anche la ricerca in questione ha avuto finanziamenti statunitensi, come precisa un “Addendum” di Nature Medicine del 20 novembre 2015 che accenna a una dimenticanza precedente e cita: “USAID-EPT-PREDICT funding from EcoHealth Alliance”.

Decrittiamo: PREDICT è uno dei quattro progetti dell’Emerging Pandemc Threat (EPT), vasto programma dell’USAID – United States Agency for International Developement (collegato alla CIA, secondo alcuni), in partnership con l’Eco Health Alliance l’organizzazione caritatevole globale finanziata al 91% da grants governativi presieduta da  Peter Deszak, quello della ricerca del 2012-13, vedi sopra.

Un programma vasto, globale e ambizioso lanciato già nel 2009 – amministrazione Obama, in continuità con un altro del 2005 varato dopo l’influenza aviaria H5N1, che seguiva la SARS. Con lo scopo di prevenire pandemie virali, individuando in anticipo nuove infezioni e preparando risposte. Finanziato ogni 5 anni, dal 2019 al 2019 ($200 milioni) ha raccolto 145.000 campioni animali e umani scoperto 931 nuovi virus e analizzato 218 conosciuti, addestrato 6000 persone in 30 paesi-si legge sul sito. Un ombrello dietro il quale c’è di tutto. Comprese le ricerche finanziate da istituti o centri che fanno capo al NIH, il National Institute of Health  americano che comprende vari centri.

Fra i quali spicca il NIAID- National Institute of Allergy and Infectious Deseases diretto da Antony Fauci fin dal 1984, in continuità con tutti presidenti da Ronald Reagan in poi. Immunologo distintosi per il suo lavoro su HIV/AIDS nel 1990, Fauci è membro del Consiglio che supervisiona il Global Vaccine Action Plan lanciato nel 2010 dalla Gates Foundation, la fondazione di Bill e Melinda Gates, nonché il Decennio di Collaborazione sui Vaccini della stessa fondazione.

E’ con il sostegno del NIAID che passa il finanziamento del NIH di $3.7 milioni all’Istituto di Virologia di Wuhan per le ricerche sul coronavirus. La seconda fase, dal 2019, per altri 5 anni, ne prevedeva altri $3.7 milioni. E tralasciamo un altro importante studio della dr. Zheng-Li con Peter Deszack e altri ricercatori cinesi, apparso nel 2017 su Journals.plos.org

Finché Trump non blocca il tutto nel marzo 2020. Proprio mentre un funzionario dell’amministrazione chiede alla Cina di poter <lavorare direttamente con laboratori di Wuhan con ricerche sul nuovo coronavirus, per salvare vite globalmente>, racconta Reuters.

LA MORATORIA USA SULLE RICERCHE A RISCHIO. E GLI INCIDENTI. Nel frattempo era successo qualcosa di importante. Nell’ottobre 2014, l’amministrazione Obama aveva <sospeso temporaneamente nuove ricerche che rendono certi virus più letali o più trasmissibili> chiedendo espressamente ai ricercatori di valutare il rapporto rischi/benefici di ricerche spinte e su virus manipolati in laboratorio di influenza, SARS e MERS. Vedi Nature, che ne discute, dopo aver dato la notizia .

Con la moratoria vengono stoppati 21 progetti, chiusi due laboratori del CDC (il centro USA per il controllo e la prevenzione delle malattie), fermata la spedizione di campioni biologici.

La ricerca di Baric & Zheng Li, è in corso, rientra fra quelle e l’anno dopo susciterà infatti un mucchio di critiche, come dal successivo articolo di Nature rilanciato oggi.

Sotto accusa è il cosiddetto metodo “Gain of Function” (GOF), in sostanza gli esperimenti di ingegneria genetica volti ad accrescere la trasmissibilità e la virulenza del patogeno: <per capirne meglio caratteristiche, debolezze e potenzialità, così da riuscire a identificare i bersagli di nuovi farmaci antivirali per prevenire infezioni nei soggetti a rischio o trattarle meglio>, li difendeva il dr Fauci già nel 2011, quando questo dibattito è cominciato.

Ma ben 200 scienziati si opponevano, sottolineando i rischi di bio-sicurezza di queste ricerche, in grado di provocare vere e proprie pandemie in caso di incidenti, ricorda oggi Newsweeek in un articolo durissimo dal titolo significativo: Dr Fauci backed controversial Wuhan Lab.

E di incidenti ce ne sono stati eccome negli USA, culminati in quell’anno 2014 in cui Obama decide lo stop, informa Sciencemag.org , citato da Asiatimes qui. La chiusura dei due laboratori federali del CDC e l’alt ai trasferimenti avviene dopo l’accidentale invio di virus dell’antrace e la scoperta di sei fiale contenenti vaiolo dimenticati, scoperte in un magazzino refrigerato in un lab della Federal Drug Administration e del NIH a Bethesda, Maryland.  

In un altro incidente un pericoloso ceppo di influenza era stato accidentalmente inviato da un laboratorio all’altro: magari è proprio il virus ingegnerizzato da quello H5N1 dell’influenza aviaria che si diffonde per via aerea nei furetti di cui scrive Nature nel dare la notizia della moratoria. 

Un laboratorio CDC dove si studiano i virus influenzali a metà marzo 2014 ha spedito un ceppo poco patogeno di H9N2 a un laboratorio del Dipartimento dell’Agricoltura che studia il pollame. Salvo scoprire poi che era contaminato con il ceppo H5N1 dell’aviaria, molto più virulenta e capace di infettare anche gli uomini.

Si citano poi gli esperimenti di Yoshiro Kawaoka dell’Università del Wisconsin, a Madison, sulla trasmissione aerea tra mammiferi di un virus che combina l’H1N1 con geni simili al ceppo dell’influenza Spagnola.

Per dire l’andazzo degli esperimenti ad alto rischio, compiuti a volte a mero scopo dimostrativo. Come la ricostruzione in laboratorio del virus del vaiolo ormai scomparso (ma conservato negli US e in Russia) : finanziata non da fondi federali ma da una azienda farmaceutica di New York con soli $100mila, viene però condotta nel 2017, in Canada, da un virologo dell’Università di Alberta, David Evans, incollando come in un puzzle frammenti di DNA comprati su Internet, dove viene poi divulgata. Segue polemica.

E che dire dei dubbi avanzati nell’ormai lontano nel 2009 sul virus dell’influenza suina H1N1, quello della pandemia proclamata anzi tempo dall’OMS e dei milioni di vaccini fatti comprare – inutilmente – ai governi mezzo mondo, Italia compresa? Secondo tre ricercatori australiani potrebbe essere stato un prodotto artificiale, magari solo frutto di un “errore” di laboratorio. All’esame genetico, quel virus secondo loro risultava infatti prodotto da tre linee virali suine diverse, apparsi in tre diversi continenti e in anni diversi.

RICERCHE OUTSOURCED? Dopo la messa al bando delle ricerche su virus potenzialmente pandemici, Fauci decide di esternalizzare gli studi più rischiosi sui coronavirus nell’istituto di virologia di Wuhan al quale vengono garantiti finanziamenti. Ne parla Asiatimes ma pure Newsweek. E non si tratta solo della ricerca di Baric & Zheng Li, e della successiva del 2017 della stessa BatWoman con altri.

Altri studi vengono compiuti, come quello dell’aprile 2018 che identifica un nuovo coronavirus che fa strage di suini in Cina, collaborazione fra WIV, EcohealthAlliance, Duke-NUS Medical School e altri, finanziamento arrivato dal NIAID di Fauci.

Si spiega allora come mai nel gennaio 2018 l’ambasciatore Usa in Cina invii due cables allarmati a Washington, per i livelli di sicurezza a suo dire scarsi nel laboratorio del WIV di Wuhan dove avrebbe fatto compiere un’ispezione, come ha “rivelato” in aprile il Washington Post con grande pompa. Notizia inspiegabile senza conoscere il contesto.   

Nel dicembre 2017amministrazione Trump– la moratoria era stata infatti sospesa, sia pure con nuove regole: i progetti pericolosi possono riprendere dopo che un panel di esperti avesse valutato se i rischi sono giustificati. Ma le valutazioni restano segrete. E dopo che Science scopre il via libera dato a due progetti su virus dell’influenza usando i famigerati metodi GOF, scienziati contrari denunciano con violenza queste ricerche in un editoriale sul Washington Post

Successive ricerche erano previste dal 2019 sui coronavirus- continua Newsweek –  con esperimenti ingegneristici in vitro e in vivo e analisi dei recettori umani ACE2,  per predire le potenzialità di spillover, ovvero la capacità di quei virus di saltare direttamente dagli animali agli uomini.

Finché Trump non blocca quella nuova tranche di progetti e finanziamenti federali. E, nel tentativo di considerare la Cina responsabile della pandemia Covid-19, sulla scia di analoghe richieste da parte di alcuni Stati americani si spinge a minacciare cause legali alla Cina da parte degli Stati Uniti con richieste di rimborsi miliardari.

E tuttavia, osserva AsiaTimes, non è chiaro quali ramificazioni legali vi potrebbero essere se il virus che ha causato la pandemia attuale fosse sì uscito da un laboratorio Cinese, ma come esito di un progetto di ricerca esternalizzato e finanziato dal governo americano.

Di più. Dei ceppi di coronavirus non potrebbero invece provenire da laboratori americani, dal momento che la moratoria sulle ricerche GOF è stata sospesa dalla fine del 2017 e che da allora le ricerche su quei virus di a rischio pandemico sono poi andati avanti negli stessi US ?

L’accusa in ballo non è la creazione artificiale del SARS-CoV2  ma la fuoriuscita del virus da un laboratorio, per un errore umano.  Un incidente.

Eventualità che per quanto riguarda il WIV viene negata recisamente da Shi Zheng-Li, tanto più dopo aver controllato uno a uno tutti i campioni di virus conservati nelle sue banche virali, nessuno dei quali coincide o è compatibile con il SARS-CoV2, afferma.

IL SECONDO LAB DI WUHAN. Ma a Wuhan non c’è solo quel laboratorio. E chissà se le intelligence indagheranno anche su quello del Wuhan Center for Disease Control & Prevention, il CDC di Wuhan. L’ipotesi che il virus del COVID-19 possa essere fuoriuscito da lì, in alternativa al WIV, era stata avanzata da due ricercatori cinesi già a febbraio, ripresa da Zerohedge e circolata in UK e pure in Italia, ben raccontata da Wired:

Botao Xiao, della South China University of Technology di Guangzhou, e Lei Xiao della Wuhan University of Science and Technology ne avevano parlato in un breve report pubblicato in pre-print.

Osservavano: 1. che il SARS-CoV-2 è geneticamente identico tra l’89 al 96% a quello scoperto nei pipistrelli horseshoebat che abitano in province – Yunnan e Zhejiang – distanti ben 900 km da Wuhan, dove pipistrelli non se ne vendono né se ne consumano. Potrebbe essere arrivato a infettare gli umani dopo essere passato, mutando, attraverso qualche altro animale – come affermano vari scienziati, animali finiti magari su banchi del famigerato mercato Huanan di animali vivi, che però secondo altre ricerche non sarebbe all’origine del virus. Ai due ricercatori non pare probabile.

 2. Nel lab CDC di Wuhan, che sorge ad appena 280 metri dal mercato, i due ricercatori hanno accertato l’utilizzo proprio di quel tipo di pipistrelli. Una ricerca in particolare ne avrebbe coinvolti circa 150 , catturati nella provincia di Zhejiang, sui quali sarebbero state effettuate operazioni chirurgiche e biopsie e i cui prodotti di scarto, se smaltiti in modo sub-ottimale, rappresenterebbero una possibile fonte di infezione situata ad appena pochi passi dall’ epicentro dell’epidemia. Quel laboratorio, a differenza del WIV, ha un livello di sicurezza BLS2, non 4 come afferma il professor Pregliasco su Wired.

Aggiungiamo tre coincidenze significative: il report dei due ricercatori è poi scomparso (anche se ancora reperibile) e uno dei due si poi tirato indietro; anche la dr: Zheng-Li si era meravigliata che il nuovo coronavirus fosse apparso proprio a Wuhan; il CDC di Wuhan appare il responsabile dei ritardi nella comunicazione al Centro di Pechino dello strano virus, non ancora identificato ma che sembrava causare quelle nuove gravi infezioni polmonari osservate e segnalate da diversi medici locali, in primis l’oftalmologo Li Wenliang che, inizialmente screditato, alla fine ne morirà diventando un eroe in Cina e fuori. Tanto che Xi Jinping ne azzererà i vertici.  

Come dire che, se proprio si vuole puntare su un errore della Cina, bisognerebbe guardare lì? Chissà.

Un articolo di Kristian Andersen  (Scripps Research Institute, La Jolla, California) e altri americani, apparso il 17 marzo su Nature-Medicine, pretende di dire l’ultima parola sulle origini del SARS-CoV-2.

<Ricerche di base che comportano il passaggio di coronavirus di pipistrelli simili ai SARS-CoV in culture e/o modelli animali sono andate avanti per molti anni in laboratori di livelli di sicurezza 2 in giro per il mondo – afferma citando proprio la ricerca di Zhen-Li e Derszak del 2013 – e ci sono documentati esempi di fughe da laboratori di virus SARS-CoV. Dobbiamo quindi esaminare la possibilità di una fuoriuscita inavvertita del SARS-CoV-2 >.

Una ammissione molto grave, appena sminuita dal giudizio successivo:

<Sebbene le evidenze mostrino che il SARS-CoV2 non è un virus manipolato di proposito, è attualmente impossibile provare o negare le altre teorie descritte sulle sue origini>. Servono altri studi.

Le intelligence hanno insomma materia su cui indagare. E torniamo in testa al post: la Virus Connection è davvero grande.

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La campagna anti-Cina e la (falsa) narrazione sugli Uiguri detenuti nei campi.

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Il premio Sakharov assegnato dall’Europarlamento a un attivista cinese pro Uiguri ha irritato Pechino. L’ambasciatore all’UE Zhang, veterano della diplomazia cinese, lo ha citato nelle sue rimostranze per le crescenti tensioni che minano i rapporti commerciali con l’UE e gli investimenti cinesi, invitando ad agire secondo i principi del libero mercato e il multilateralismo.

Ilham Thoti, il premiato, difensore della Comunità Musulmana Uigura, è da anni in carcere per aver promosso l’indipendenza dello Xinjiang, la regione semi-autonoma del nord est della Cina dove vivono 8.6 milioni di Uiguri – etnia turcofona di religione islamica sunnita- insieme a Tibetani, Tagichi, Hui e Han.

Proteste anche maggiori da parte di Pechino e dei media cinesi ha poi suscitato la dichiarazione del calciatore di origine turca dell’Arsenal sul trattamento che la Cina riserverebbe agli Uiguri, incitando i musulmani nel mondo a protestare. Peraltro, stante i rapporti economici di tanti paesi musulmani con la Cina, l’appello è caduto nel vuoto, con l’eccezione, cauta, della Turchia.

La campagna anti-Cina a tutto campo degli Usa di Trump da un pezzo ha messo in primo piano la questione degli Uiguri, musulmani che paradossalmente questa volta l’America difende in nome dei “diritti umani, al pari delle rivolte di Hong Kong. Secondo i media occidentali ben 1 milione di Uiguri sarebbero detenuti in “campi di rieducazione” ovvero “di concentramento” cinesi. Vedremo più avanti il fondamento di tali accuse, sulle quali Underblog si era già soffermato.

LO XINJIANG E LA VIA DELLA SETA. Ma l’aspetto più interessante lo segnala un recente post di Global Research : quel che accade oggi nello Xinjiang, che confina con ben cinque paesi, fra i quali Afghanistan e Pakistan, va visto nel contesto dei mutamenti in corso nell’Asia Centrale.

Lo Xinjiang, territorio desertico largamente disabitato e sottosviluppato, è dotato di riserve petrolifere e minerali ed è fonte primaria di gas naturale per la Cina.

Eppure il punto chiave è ancora un altro: è il fatto che lo Xinjiang rappresenta il centro logistico dell’ambiziosa iniziativa cinese della Belt and Road (BRI). Quell’arida e spopolata regione è la porta di accesso all’Asia Centrale e Occidentale, e ai mercati dell’Europa.

La ferrovia Southern Xinjiang Railway che corre verso la città di Kashgar nell’ovest cinese è oggi collegata alla rete ferroviaria del Pakistan nel Corridoio Economico Cina-Pakistan, progetto della BRI, noto anche come Nuova Via della Seta in omaggio agli antichi percorsi carovanieri che univano Asia ed Europa. Vedi la mappa.

Il governo americano è profondamente ostile a questo grande progetto di sviluppo economico – scrive Global Research – e sta facendo tutto il possibile per sabotare i piani di Pechino. La campagna USA è parte della strategia militare “Pivot to Asia” insieme alle minacce navali nel Sud Est Cinese e al sostegno ai movimenti separatisti di Hong Kong, Taiwan e Tibet” (quest’ultima regione peraltro aspira soltanto ad un’autonomia culturale).

UN MILIONE DI UIGURI PRIONIERI? Non è vero, secondo il post. Che nega quel che il governo americano e i media in genere vanno scrivendo: ovvero che la fonte della notizia del milione di detenuti in campi “di concentramento”, in gran parte Uiguri, sia l’ONU.

Il post cita la smentita fatta in un dettagliato report investigativo da Ben Norton e Ajit Singh intitolato “No, l’ONU non ha riferito che la Cina ha vasti campi di internamento per i musulmani Uiguri’ (Grayzone.com, 23 agosto2018). Il report racconta come questa asserzione molto pubblicizzata sia interamente basata su non provate accuse di un singolo membroamericano –  tal Gay Mc Dougall, di un “comitato indipendente” dal titolo “Comitato Onu per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali”.

 L’Ufficio ONU dell’Alto Commissario per i Diritti Umani del resto ha confermato che nessun corpo ONU o  comunque ufficiale ha mosso queste accuse alla Cina.

NARRAZIONE PILOTATA. <Dopo che questa fraudolenta storia ha ricevuto ampia copertura mediatica, è stata seguita da report del Network of Chinese Human Rights Defenders, rete dei difensori dei diritti umani che ha base a Washington. Un gruppo che riceve la maggioranza dei suoi fondi da sovvenzioni governative, in particolare dalla NED, National Endowment for Democracy legata alla CIA, fonte di finanziamenti per operazioni di ‘regime change’ nel mondo>.Notoriamente, aggiungiamo.

Da notare che il Network of Chinese Human Rights Defenders – segnala il post – ha lo stesso indirizzo di Human Rights Watch, la nota Ong americana per la difesa dei diritti umani, <che è stata la maggior fonte di attacchi a governi presi di mira dagli US, come Venezuela, Nicaragua, Cuba, Siria e Cina. E da tempo chiede sanzioni contro Pechino>.

Ancora. Le fonti del Network di cui sopra comprendono Radio Free Asia, un’agenzia di notizie finanziata da decenni dal governo US, il World Uighur Congress, altra origine di reports sensazionalistici, finanziato anch’esso dalla NED. Il governo americano è anche dietro all’ International Uighur Human Rights and Democracy Foundation e all’Uighur American Association.

Una rete capillare e ben sovvenzionata che secondo Grayzone genera report falsi. Ma apparentemente si presenta come un insieme di gruppi imparziali della società civile, Ong, think tanks e con la copertura dei diritti umani promuove interventi e sanzioni.

UIGURI MERCENARI. Il post continua raccontando come la CIA – che aveva cominciato nel 1979 a operare con l’ISI, intelligence Pakistana, e con fondi sauditi, reclutando Mujiaeiddin in Afghanistan per abbattervi il governo – <per decenni insieme all’ISI ha poi assoldato mercenari Uiguri, pianificando di usarli come forza terroristica in Cina. E atti terroristici e attentati in Xinjiang ne sono stati infatti compiuti diversi, vedi Underblog citato.

<Per la stessa ragione ha arruolato Ceceni dalla regione Russa del Caucaso. Entrambi i gruppi sono stati poi incanalati in Siria per il regime change in quel paese. Queste forze fanatiche, insieme a altri gruppi etnici, hanno formato l’ossatura di Al Quaida e  dell’Islamic State Group. Salvo che dopo l’11 settembre queste forze sono poi state considerate nemiche>.

Gli Uiguri dello Xinjiang furono fra i prigionieri di Al Quaida catturati in Afghanistan e imprigionati per anni a Guantanamo, senza accuse. E nelle peggiori condizioni di detenzione, secondo vari ricorsi legali.

La copertura mediatica sullo Xinjiang intende distogliere l’attenzione dai crimini delle guerre americane, dall’Afghanistan all’Irak alla Siria? Se lo chiede il post, che cita i 27.000 prigionieri detenuti dagli US in 100 luoghi segreti del mondo, come da inchiesta Onu [ricordate le extraordinary renditions?]. E le migliaia di files e video fatti filtrare da Wikileaks che  a suo tempo hanno documentato le torture, esecuzioni sommarie e altri crimini perpetrati in Irak [Abu Grahib eccetera], rivelazioni costate carissime a Chelsea Manning e Assange. E che del dire del CIA Torture Report del Senato americano (2014) che ha confermato il programma di Detenzioni e Interrogatori approvato dai vertici. Su 6000 pagine ne sono state rilasciate solo 525.

Ma torniamo agli Uiguri.

UIGURI IN SIRIA. <Nel tentativo di regime change più di 100.000 mercenari stranieri e forze fanatiche ben equipaggiate, rifornite e ben pagate sono confluite nel paese, dove un terzo della popolazione verrà sradicata e milioni saranno i profughi.

A partire dal 2013 migliaia di combattenti Uiguri furono fatti entrare clandestinamente in Siria per addestrarsi insieme al gruppo estremista Uiguro noto come Turkisstan Islamic Party. Combattendo con unità di Al-Qaida e di Al-Nusra, queste forze hanno avuto ruoli chiave in diverse battaglie>.

Come riferito da Reuters, Associated Press e Newsweek, che hanno parlato di oltre 5000 combattenti Uiguri presenti in vari gruppi militanti in Siria.

Secondo i media Siriani una colonia Uigura ha trasformato la cittadina di Zanbaka, al confine turco, in un campo trincerato per 18.000 persone. Molti combattenti Uiguri erano stati fatti arrivare nella zona di confine turco con le loro famiglie. Parlando turco anziché cinese avevano i sostegno dei servizi segreti turchi.

LA VIA CINESE ALLA RIEDUCAZIONE. Dopo che, fino dagli anni ’90 attacchi terroristici ed esplosioni hanno ucciso centinaia di civili in zone commerciali, treni affollati, stazioni di autobus, la Cina ha infine deciso di adottare nei confronti dei gruppi fanatici ‘armati’ di estremismo religioso un approccio diverso. E ha dato vita grandi centri professionali di educazione e di addestramento.

Anziché peggiorare le situazioni di sottosviluppo con campagne di bombardamenti e arresti, cerca di impegnare la popolazione nell’istruzione, nello sviluppo di capacità e in un rapido miglioramento economico e infrastrutturale. Da quando la campagna è iniziata nel 2017 gli attacchi terroristici nello Xinjiang sono finiti.

POSIZIONI CONTRO E A FAVORE. Lo scorso luglio 22 paesi, per lo più europei più Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda hanno spedito una lettera al Consiglio ONU per i Diritti Umani criticando la Cina per le detenzioni arbitrarie e altre violazioni nei confronti dei Musulmani nello Xinjiang. Nessun firmatario da uno stato musulmano, sottolinea il post.

Qualche giorno più tardi, un gruppo di 34 paesi – diventati poi 54 – hanno sottoscritto una lettera in difesa delle politiche di Pechino, a sostegno delle misure di contro-terrorismo e de-radicalizzazione in Xinjiang. Tra i firmatari figurano più di una dozzina di paesi dell’Organization of Islamic Cooperation dell’ONU.

Secondo un ulteriore comunicato del 31 ottobre (2019) al Terzo Comitato dell’Assemblea Generale ONU un certo numero di diplomatici organismi internazionali, funzionari e giornalisti si sono recati nello Xinjiang per testimoniare il progresso dei diritti umani e gli esiti del controterrorismo e della de-radicalizzazione. “Quel che hanno visto e udito in Xinjiang contraddice completamente quel che riferiscono i media “, si legge nel comunicato.

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Donald, Bibi and Soleimani 2). Secondo Haaretz.

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Trump voleva riprendere negoziati con Teheran. E Israele si sentiva tradita e minacciava di fare da sola. E’, in estrema sintesi, quanto emerge con chiarezza da svariati articoli pubblicati da Haaretz, quotidiano israeliano abbastanza liberal. Articoli di metà dicembre che ho ritrovato in una email di segnalazioni da parte del giornale che avevo trascurato. Le considerazioni di Underblog su Donald, Bibi e Soleimani nell’ultimo post non erano poi così ingenue. Anzi. E stupisce che i vari giornalisti e commentatori dei giorni scorsi abbiano ignorato il tema.

Gli articoli di Haaretz, news, analisi, opinioni, parlano da soli. Ci limitiamo a riproporne titoli (in maiuscolo), occhielli e prime righe (in corsivo), con traduzione sottostante e i dovuti link (nelle date). Purtroppo la lettura completa è riservata ai soliti abbonati, ma quanto emerge pare sufficiente e significativo.

15 dicembre, News :

ISRAEL WATCHES WARILY AS TRUMP AGAIN TALKS ABOUT IRAN NEGOTIATIONS – Iran threatens destruction, Israel invokes Vietnam – and one Mideast country fears getting caught in the middle .

U.S. President Donald Trump this week brought back into discussion an idea that had almost completely disappeared in recent months: negotiations with Iran…

Traduzione: ISRAELE OSSERVA CAUTAMENTE TRUMP CHE NUOVAMENTE PARLA DI NEGOZIATI CON L’IRAN – L’Iran minaccia distruzione, Israele invoca il Vietnam – e un paese del Medio Oriente teme di essere preso nel mezzo. [a quale paese allude? Forse l’Irak ]

Il presidente US Donald Trump questa settimana è tornato indietro nel discutere un’idea completamente scomparsa nei mesi recenti: negoziati con l’Iran…

16 dicembre, Analisi:

TRUMP IS ACTUALLY UNDERMINING AMERICA’S RELATIONSHIP WITH ISRAEL – Despite offering a veneer of commitment to Israel, the White House is shaping an environment that is less stable and less safe for the Jewish state .

The modern State of Israel was born in the aftermath of World War II, alongside what is now known as the rules-based international order, a liberal global system created in large part by the United States and…

Traduzione: TRUMP STA OGGI MINACCIANDO LE RELAZIONI DELL’AMERICA CON ISRAELE. – A dispetto dell’apparente impegno verso Israele, la Casa Bianca sta dando forma a un ambiente meno stabile e meno sicuro per lo stato Ebraico.

Il moderno stato di Israele nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale, seguendo quello che oggi è conosciuto come un ordine internazionale basato su regole, un sistema globale liberale creato in larga parte dagli Stati Uniti e …

16 dicembre, Opinione:

ISRAELIS LOVE TRUMP. THEY ARE NOT THE FIRST TO FALL FOR HIS FALSE PROMISES.

If he’s re-elected, Trump won’t need to appease eagerly pro-Israel evangelicals anymore. He’ll able to indulge his natural inclinations, which might not be quite as friendly toward the Jewish state

U.S. President Donald Trump enjoys support from more than two thirds of Israelis a level of approval he could only hope for among Americans…

Traduzione: GLI ISRAELIANI AMANO TRUMP. NON SONO I PRIMI A CASCARE PER LE SUE FALSE PROMESSE. [GLI ISRAELIANI DOVREBBERO ESSERE MOLTO PIU’ SCETTICI SU TRUMP, si legge nel link] – Se sarà rieletto, Trump non avrà più bisogno di ingraziarsi entusiasticamente gli Evangelici pro Israele. Sarà in grado di seguire le proprie inclinazioni, che potrebbero non essere così amichevoli

Il presidente US Donald Trump gode del sostegno di più di due terzi degli Israeliani, un livello di approvazione che  fra gli Americani può soltanto sperare…

17 dicembre , News:

HOW TRUMP AND NETANYAHU SPLIT WAYS ON IRAN PUSHING ISRAEL TO ACT ALONE.- Though many on the pro-settler right still think Trump is a divine miracle, senior Israeli officials have come to the disquieting realization that, in its hour of need, Israel can’t rely on the president

In very few countries have hopes regarding the Trump administration s foreign policy been as evident as in Israel. And now, the increasing disappointment with Donald Trump is hardly ever expressed publicly by…

Traduzione:

COME TRUMP E NETANYAHU DIVIDONO LE LORO STRADE SULL’IRAN, SPINGENDO ISRAELE AD AGIRE DA SOLA – Sebbene in molti, sul diritto a favore degli insediamenti, ancora pensino che Trump rappresenti un miracolo divino, alti funzionari Israeliani sono arrivati all’inquietante conclusione che, nell’ora del bisogno, Israele non può fare affidamento sul presidente.

In molti pochi paesi le speranze riguardo alla politica estera dell’amministrazione Trump sono state così evidenti come in Israele. E ora, la crescente delusione nei confronti di Donald Trump viene espressa pubblicamente a fatica da ….

18 dicembre, Analisi:

IF ISRAEL HAS TO MANAGE WITHOUT HIS STRATEGIC PARTNER IT WILL STILL SURVIVE – As the Israeli economy has grown, the need for American assistance has decreased and the actual costs for Israel of a dependency on American arms are becoming more evident

The grandiose opening ceremonies of the Olympic Games often serve as a useful venue for informal meetings between world leaders. The Beijing Olympics in August 2008 was no exception. Vladimir Putin (at the…

Traduzione:

SE ISRAELE DEVE GESTIRSI SENZA IL SUO PARTNER STRATEGICO, SOPRAVVIVERA’ LO STESSO – Dal momento che l’economia Israeliana è cresciuta, la necessità di un’assistenza Americana è diminuita e per Israele i costi attuali di una dipendenza dalle armi Americane stanno diventando più evidenti.

Le grandiose cerimonie di apertura dei Giochi Olimpici spesso servono da utili convegni per incontri informali fra i leader del mondo. Le Olimpiadi di Pechino nell’Agosto 2008 non hanno fatto eccezione. Vladimir Putin (al … [peccato qui non leggere il seguito].

Per completezza aggiungiamo un articolo (Opinione) che Haaretz aveva pubblicato l’8 dicembre, per quanto ci sembri allusivo ed enigmatico, specie alla luce dei successivi. La traduzione ne risente.

THE ONE MOVE TRUMP SHOULD MAKE TO ACTUALLY DEFEND ISRAEL – Israel’s defense establishment has always been cool to the idea of a defense treaty with America. But a formal pact is now urgent – and strategically vital

Between salvos of Hamas rockets, Netanyahu shenanigans and Trump s antics, you may have missed the really big news, an issue which will have lasting effects on the U.S.- Israel relationship: are the two states…

Traduzione:

L’UNICA MOSSA CHE TRUMP DOVREBBE FARE PER DIFENDERE DAVVERO ISRAELE – . L’establishment della Difesa di Israele è sempre stato freddo sull’idea di un trattato di difesa con l’America. Ma un patto formale è oggi urgente – e strategicamente vitale.

Tra i fuochi dei razzi di Hamas, i trucchi (o imbrogli, forse relativi alle accuse di corruzione) di Netanyahu e le buffonate di Trump, potreste aver perso la notizia davvero importante, un tema che avrà effetti duraturi sulle relazioni fra US e Israele: due stati sono…

Infine, alcuni articoli pubblicati DOPO il raid di cui Trump si assunto la sola paternità.

5 gennaio, News:

AS QASSEM SOLEIMANI’S MEGALOMANIA GREW; HE BECAME LESS GROUNDED IN REALITY – The late commander of the Iranian Revolutionary Guards’ Quds force believed he was capable of creating a Shi’ite empire in the Middle East .

Qassem Soleimani, the commander of the Iranian Revolutionary Guards’ Quds force, who was killed Friday in Baghdad in an American operation, earned respect for his courage and his close ties to Iran’s supreme leader, Ali Khamenei. He commanded some 15,000 men, a relatively small component of the Revolutionary Guards, and was actually subordinate to the Revolutionary Guards commander, Gen. Hossein Salami. But in practice, he was his country’s No. 1 general, because Khamenei treated him as his adopted son and appointed him his special adviser… [articolo disponibile a tutti]

Traduzione:

Col CRESCERE DELLA SUA MEGALOMANIA, QASSEM SOLEIMANI E’ DIVENTATO MENO ANCORATO ALLA REALTA’- Il comadante delle forze Quds delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane credeva di essere capace di creare un impero Sciita nel Medio Oriente.

Qassem Soleimani, il comandante delle forse Quds delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, ucciso Venerdì a Bagdad in un’operazione Americana, si era conquistato rispetto per il suo coraggio e il suo stretto legame con il supremo leader dell’Iran, Ali Khamenei. Comandava 15.000 uomini, una componente relativamente piccola delle Guardie Rivoluzionarie, ed era in realtà sottoposto al comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Gen. Hossein Salami. Ma in pratica era il N1 del  suo paese, perché come Khamenei lo trattava come un figlio adottivo e lo aveva nominato suo consigliere speciale.

5 gennaio, Analisi:

TRUMP EXPLOITED SOLEIMANI’S MISTAKE, AND NETANYAHU GAINS THE MOST – Like his predecessors over the last half-century, from Nixon to Obama, Trump discovered that the Middle East imposes itself on American foreign policy even when it is no longer dependent on oil from the region

U.S. President Donald Trump wanted to avoid getting entangled in another war in the Middle East after the American failure in Iraq and the 18-year war in Afghanistan. He knew that American public opinion…

Traduzione:

TRUMP HA SFRUTTATO L’ERRORE DI SOLEIMANI, E A GUADAGNARCI DI PIU’ E’ NETANYAHU – Come i suoi predecessori nell’ultima metà del secolo, da Nixon a Obama, Trump ha scoperto che il Medio Oriente si impone sulla politica estera americana anche quando non dipende più dal petrolio della regione.

Il presidente US Donald Trump voleva evitare di restare impigliato in un’altra guerra in Medio Oriente dopo il fallimento americano in Irak e i 18 anni di guerra in Afganistan. Sapeva che l’opinione pubblica americana….

5-6 gennaio, un’Opinione di segno opposto:

TRUMP’S IMPULSIVE SOLEIMANI STRIKE HARMS U.S INTERESTS, AND BENEFIT IRAN – The abruptness of Trump’s decision to target Qassem Soleimani – who deserved his fate – is a burden for Israel and another blow to U.S. strategy in Iraq and Syria, if not the wider Middle East

Traduzione:

L’IMPULSIVO ATTACCO DI TRUMP A SOLEIMANI DANNEGGIA GLI INTERESSI US E BENEFICIA L’IRAN – L’improvvisa decisione di Trump di prendere di mira Soleimani – che si è meritato tale sorte – è un peso per Israele e un altro colpo alla strategia US in Irak e in Siria, se non nell’intero Medio Oriente.

Non è dello stesso parere Daniel Pipes, esponente dei neocon americani ed ex consigliere di George Bush jr. Intervistato su La Stampa del 5 gennaio dichiarava: < L’uccisione di Qassem Soleimani rappresenterà un punto di svolta solo se sarà l’inizio di una nuova strategia più dura sul piano militare che indebolisca l’apparato delle forze di sicurezza iraniane aiutando i cittadini che vogliono provocare la caduta degli ayatollah dall’interno>.

Un punto di vista non proprio rassicurante.

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Considerazioni (ingenue?) su Donald, Bibi e Soleimani

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Nei molti commenti seguiti all’uccisione di Soleimani si cita poco o niente Israele, che pure è un player importante se non decisivo nella regione medio orientale.

Bibi (Nethanyhau) si è subito congratulato con Donald (Trump) per l’azione riuscita. A ragione, dal suo punto di vista. Del resto, come è noto, fra i due i legami sono saldissimi, sia diretti, sia via la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner e via i falchi neoconservatori, l’ala più guerrafondaia e filo Israele dei Repubblicani.

Pur non considerando l’antico progetto del Grande Israele, non sappiamo se messo o no definitivamente da parte, non è un mistero che Israele sia da sempre preoccupato – ossessionato forse – per la sua “Sicurezza” e ostile a chiunque non condivida tale incubo, o fissazione.

Sicurezza che include ovviamente il controllo assoluto ed esclusivo dei territori già assegnati ai Palestinesi –di quel che ne resta (sempre meno). Ma comprende anche una ferma volontà di impedire a qualunque paese di farsi egemone, e una sorta di “supervisione” dei paesi confinanti e vicini: dal Libano all’Irak, alla Siria, meglio se spezzati in staterelli minori, magari su base etnica.

Un’aspirazione non certo estranea agli interventi in quei paesi promossi dagli americani dopo l’11 settembre, spartiacque di una politica aggressiva sponsorizzata dai neocon, autori del PNAC, il Project for a New American Century. Oltre alle motivazioni strategiche legate agli interessi energetici nella regione (oleodotti e gasdotti) pur meno rilevanti oggi dopo l’autonomia energetica americana ottenuta dal fracking, e dai giacimenti in acque israeliane (e Palestinesi? Giammai).

L’Iran, o Persia, è un’altra cosa. Paese di antica cultura, 90 milioni di abitanti, non arabo, grandi giacimenti di petrolio e gas naturale, non si piega facilmente. E’ ostile all’America almeno dal tempo dell’”operazione Aiax”, il golpe con cui UK e USA nel 1953 buttarono giù il governo democratico di Mossadeq installandovi lo Scia’ Reza Palhavi, poi detronizzato dalla rivoluzione del 1979 che portò l’ayatollah Komeini al potere, e alla crisi diplomatica  con gli Usa, umiliati dalla presa in ostaggio di 54 americani nell’ambasciata presa d’assalto e dal fallimento Usa della missione per liberarli, un anno dopo. Un sgarbo mai digerito del tutto.

Da allora l’Iran ha sempre appoggiato i Palestinesi e contrastato i piani americani e israeliani nella regione, diventando per Israele il Nemico per eccellenza. Accumunati in questo sentiment dall’Arabia Saudita, da sempre vicina a UK, USA e sotto traccia a Israele, nonché rivale dell’Iran da cui la divide anche la religione: sunnita wahabita (estremista musulmana) in Arabia, sciita in Iran. Una differenza religiosa su cui i media hanno insistito anche troppo., tralasciando il resto.

Che l’Iran, anche per ragioni interne, aiuti le forze che nella regione si oppongono a Israele e USA  non è un mistero. In Palestina vicini ad Hamas, in Libano a Hezbollah, in Irak agli sciiti (il 60% della popolazione) e ostili alla presenza militare americana, rimasta nel paese. Per non dire della Siria, dove l’arrivo dei Russi, chiesto dallo stesso Soleimani – e avallato dagli USA – per contrastare l’ISIS, ha finito per mantenere saldamente in sella l’amico Assad che americani e israeliani contavano di spodestare.

Tutto ciò ha rafforzato Teheran, che ha stretto accordi di cooperazione militare con Turchia, Pakistan, Afghanistn, Turkmenistan, e si è avvicinato al Qatar, tanto che le basi USA di Al Udeid in Qatar e di Incirlink in Turchia non vengono più considerate sicure (vedi qui recente e Underblog 19/7/19).

Ma ha sempre più impensierito Bibi. Il quale aveva esplicitamente rimproverato Obama per l’accordo 5+1 sul nucleare iraniano del 2015, criticato invece da Donald già in campagna elettorale. Un accordo giudicato “troppo accomodante”. Bibi, che con Obama non aveva buoni rapporti, pretendeva “in cambio” la rinuncia di Teheran ad intervenire fuori dai suoi confini.

Cosa che l’Iran non ha mai fatto. Tanto più che a Obama è seguito Trump, che quell’accordo ha poi disdetto nel 2018, indurendo le sanzioni che già strangolavano l’Iran e di cui l’accordo sul nucleare prevedeva la fine. E minacciando i paesi che non sottostanno al diktat  (vedi Underblog 25/5/19).

Né la pavida Europa, che ancor oggi richiama a parole il rispetto di quell’accordo che Teheran ha dichiarato di non voler più onorare, ha avuto il coraggio di opporsi ai ricatti di Trump che avrebbero colpito le sue banche e le sue industrie. Eppure avrebbe potuto, ne aveva gli strumenti, spiegava in tv  Gianpiero Gramaglia, dell’Istituto Affari Internazionali.  Lo farà adesso, proponendo qualcosa di concreto al ministro degli Esteri iraniano Zarif che l’Alto rappresentante UE ha invitato a Bruxelles? Ne dubitiamo.

A Soleimani, politico accorto oltre che valido generale, tutto ciò – e molto altro -era certo ben presente. E probabilmente sapeva di essere nel mirino. Ma non era il tipo da tirarsi indietro. Anzi.

Con un Libano divenuto più instabile e un Irak dove l’ostilità agli Usa si intreccia con un crescente rigetto di interferenze esterne, forse anche iraniane, a quanto raccontano inviati solitamente corretti come Lorenzo Cremonesi del Corriere, in questi giorni a Bagdad, Soleimani avrebbe cercato di approfittarne? Donald, ma in primis Bibi, molto probabilmente lo temevano.

L’assalto di massa all’ambasciata Usa nella super protetta Zona verde è stato forse il pretesto per mettere in atto un’azione certo non improvvisata, ma da tempo preparata. Un momento e un movente di cui approfittare.

Un gesto a cui si può supporre che lo stesso Pentagono non fosse favorevole. Deciso “da Trump”, è stato infatti detto. Da solo o consultandosi con l’amico Bibi?

Un successo di entrambi, tutti e due sotto elezioni? E’ presto per dirlo. E il mondo segue preoccupato gli sviluppi.

L’assassinio di Soleimani sembra aver ricompattato l’Irak, il cui Parlamento ha appena votato l’espulsione di tutti i militari stranieri, americani e loro alleati, ma anche di altri paesi compreso  l’Iran.  E pure l’Iran , poco tempo fa attraversato da tensioni interne economiche e non solo, a quanto appare dalle immani folle che hanno accompagnato l’arrivo della bara del generale, e dall’orgoglio patriottico alle stelle.

Mentre il fronte occidentale è diviso, con gran parte dell’UE perlessa se non del tutto critica. Al punto che la NATO ha convocato una riunione urgentissima. Vedremo. Certo il venir meno di una mente politica accorta e a suo modo equilibrata come Soleimani lascia un vuoto a Teheran, al di là dello scambio di minacce di ritorsioni, a cui Trump ha risposto per le rime.

E’ un fatto invece l’annunciata ripresa a tutti gli effetti del programma nucleare iraniano di arricchimento dell’uranio in vista di una bomba atomica, che potrebbe indurre i falchi americani (e israeliani) a spingere verso altre avventure.

Non resta di sperare nelle capacità diplomatiche…di Putin e Xi Jin Ping.

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Dietro i progetti del Green New Deal. Follow the money

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“Il Clima. Chi l’avrebbe mai detto. Le mega multinazionali e i mega miliardari già dietro la globalizzazione dell’economia del mondo, la cui ricerca del massimo valore azionario e della riduzione dei costi hanno arrecato tanti danni al nostro ambiente sia nel mondo industrializzato sia alle economie sotto-sviluppate di Africa, Asia, America Latina, sono oggi i principali sostenitori del movimento “dal basso” per la decarbonizzazione, dalla Svezia alla Germania, agli USA, UE e oltre. Effetto di improvvisi sensi di colpa o potrebbe esserci un’agenda più profonda per la finanziarizzazione dell’aria che respiriamo, e più ancora? “.

Così esordisce ironicamente il pur controverso Willam Engdahl, “analista specialista in questioni energetiche e geopolitiche” che i suoi detrattori bollano come “scrittore americano cospirazionista”.

In un post peraltro ben documentato, sia pure controcorrente, getta luce – e ombre – sul cosiddetto Green New Deal: i piani per una ‘economia sostenibile’ di cui sempre più spesso si parla. Post rilanciato da Global Research, sito canadese alternativo ma serio e con moltissimi collaboratori, ma in origine pubblicato da NEO, sito di analisi e notizie che detrattori come EUvsDisinfo.eu (niente a che vedere con l’UE) sostengono sia gestito dall’Istituto di Scienze Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, e comunque ispirato dalla Russia: che da grande esportatrice di gas e petrolio, va aggiunto, non è affatto impegnata sul cambiamento climatico. Precisazioni necessarie.

Che il clima della terra stia mutando sia una realtà è innegabile, le conseguenze le stiamo già vivendo, le divergenze riguardano caso mai il peso del fattore umano e la velocità del cambiamento in atto. Che delle azioni vadano messe in campo è in ogni caso auspicabile. Ma quali azioni? Da parte di chi, con quali effetti e quali costi per i cittadini?

Engdhal non entra nel merito. Analizza invece la Finanza Green, i suoi protagonisti, i suoi recenti ‘testimonial’, la svedese Greta Thunberg e l’americana Alexandria Ocasio-Cortez, e la ‘vera agenda economica’ che a suo dire sta dietro a tutto questo affaccendarsi. Incrociando altri post simili. Dubbi da respingere nell’emergenza in cui siamo proiettati? Complottismi? Accettiamo il rischio.

Più che complottista l’autore ci appare assai scettico. <Qualunque cosa si pensi dei pericoli della CO2 e del rischio che il riscaldamento climatico provochi la catastrofe globale di un aumento della temperatura da 1.5° a 2°, vale la pena di mettere in luce chi sta promuovendo l’attuale flusso di propaganda e di attivismo climatico>, conclude nella premessa. Dubitando però dei reali interessi di tali ‘benefattori’. Magari sbaglia. E tuttavia vedremo come tanto attivismo per ora non sembri produrre grandi effetti nel mitigare il cambiamento climatico in atto che allarma tanti giovani nel mondo. E non solo loro.

LA FINANZA GREEN. <I giganti della finanza hanno cominciato a individuare schemi su come convogliare centinaia di miliardi di futuri fondi in investimenti “green”- in società spesso prive di un valore“climatico”, aggiunge Engdahl – già da qualche anno, ben prima che Al Gore e altri decidessero di usare una giovane studentessa Svedese come manifesto di un’urgenza climatica e dell’appello di Alexandria Ocasio-Cortez per riorganizzare l’economia intorno a un Green New Deal>.

2013. La Climate Bonds Initiative, CBI ,charity creata a Londra. <Dopo anni di attenta preparazione una società immobiliare Svedese, Vasakronan, in marzo emette il primo corporate Green Bond – obbligazione verde – seguita da altri come Apple, SNFC (società delle ferrovie francesi) e Credit Agricole. In novembre Tesla Energy emette il primo derivato solare>.

Il sito della CBI è ancora più preciso. Scrive. <Il mercato dei green bonds parte nel 2007 con una emissione da parte di istituzioni multilaterali come BEI – Banca Europea degli Investimenti e Banca Mondiale. Ma decolla solo nel marzo 2013 dopo che il primo miliardo di dollari viene venduto a un’ora dall’emissione da parte dell’IFC- International Financial Corporation>. La svolta avviene in novembre con l’emissione dei bonds Vasakronan (di cui sopra). Seguita da SNFC, Apple, Credit Agricole ma anche Berlin Hyp (grande banca immobiliare tedesca), Engie (energetica francese), ICBC – Industrial and Commercial Bank of China. Si sottolinea come nel mercato dei green bonds siano entrati Stati e province americani, Città come Johannesburg, una provincia Argentina, governi locali vari e sempre più numerosi.  Il primo derivato solare emesso da Tesla Energy è stato seguito da altri derivati verdi, ad averne emessi più di tutti è Fannie Mae, la società federale americana di mutui a suo tempo coinvolta della crisi del 2008. All’iniziativa aderisce anche Borsa Italiana.

<Secondo Climate Bonds Initiative i più di $ 500 miliardi di green bonds di oggi sono considerevoli>. I creatori dell’idea dichiarano che il loro scopo è conquistare una grande quota dei $45 trilioni (45.000 miliardi) di assets gestiti globalmente indirizzandoli verso entità che si sono nominalmente impegnate a investire in “progetti climate friendly” >, scrive Engdahl.

<Pubblicamente impegnati in investimenti climatici e responsabili>, precisa CBI, secondo la quale i Greens Bonds possono aiutarli a soddisfare tali impegni>. La CBI enfatizza l’enorme domanda per queste obbligazioni verdi- che a differenza delle obbligazioni normali promettono un uso specifico dei proventi – le cui sottoscrizioni sono superiori alle emissioni. Ma chi sono i maggiori investitori?

A guardare gli esempi citati dalla stessa CBI, viene in realtà qualche dubbio: si parte infatti da megainvestitori istituzionali come State Street e BlackRock – due dei decisivi azionisti delle prime megabanche del mondo e partecipi in molte altre banche e aziende, il secondo è uno dei maggiori gestori globali di assets, pari a $7 trilioni; AXA e Aviva, due delle più grandi compagnie di assicurazioni globali e di gestione di fondi, Amundi che gestisce anche fondi pensione, controllata da Credit Agricole. E poi Mirova e Actiam, sempre gestori di assets, e la banca d’affari francese Natixis. In un’altra categoria troviamo Apple e Barclays, megabanca britannica. Quindi governativi come la Banca Centrale del Perù e il Tesoro della California. Infine vengono citate sottoscrizioni da parte di investitori al dettaglio (di risparmiatori) come International Finance Corporation, Tesla Energy  attraverso Incapital, investitore in prodotti a rischio, e la stessa Banca Mondiale che si avvale di Merril Lynch e Morgan Stanley.

Tutti folgorati dalla CO2 e convertiti al bene climatico dell’umanità?

2015. Ma torniamo a Engdalh, che racconta come a promuovere “strumenti finanziari verdi”, primi fra i quali i Green Bonds, siano stati il principe Carlo d’Inghilterra, futuro monarca [e noto ambientalista], la Bank of England, banca centrale britannica, e la City of London, il cuore della finanza globale. Con lo scopo di re-indirizzare i piani pensionistici e i fondi comuni di investimento verso progetti Green. Un ruolo chiave nel collegare le istituzioni finanziarie lo ebbe Mark Carney, che nel 2015 presiedeva il Financial Stability Board della BRI (la Banca dei Regolamenti Internazionali, BIS in inglese (bis.org, nota come “la Banca delle Banche Centrali”, che riferisce anche al G20) quando a dicembre 2015 proprio  il Financial Stability Board dette vita alla Task Force on Climate related Financial Disclosure  o TCFD, (qui in it) tradotto: Task Force per la ‘divulgazione’ finanziaria relativa al clima, per consigliare investitori, prestatori e assicurazioni sui rischi connessi al clima. <Un tema assai bizzarro per delle banche centrali>, osserva Engdahl.

Nel 2016 la TCFD, insieme alla City of London Corporation e al governo britannico hanno iniziato la Green Finance Initiative, per incanalare trilioni di dollari in investimenti ‘green’. E i banchieri centrali del Financial Stability Board hanno nominato le 31 persone della Task Force. Questa, presieduta da Michael Bloomberg, il multimiliardario fondatore dell’agenzia di notizie finanziarie e già sindaco Rep di New York, che oggi aspira a candidarsi per i Dem  alla presidenza Usa, comprende persone provenienti da JP Morgan, BlackRock, Barclays Bank, HSBC- la banca di Londra e Hong Kong più volte multata per riciclaggio di fondi neri e della droga – Swiss Re,  assicurazioni seconde al mondo, Tata Steel (mega gruppo Indiano), Dow Chemical, ENI Oil (la nostra ENI), il gigante minerario BHP Billington e David Blood della Al Gore’s Generation Investment LLC.

Nel luglio 2019. Carney, oggi governatore della Bank of England, è stato anche un attore chiave nello spingere la City di Londra nel cuore della finanza green. Il Cancelliere dello Scacchiere uscente Philip Hammond ha pubblicato un Libro Bianco intitolato ‘Strategia della Finanza Verde: trasformare la Finanza per un Futuro Verde’ in cui sottolinea che “una delle più influenti iniziative emergenti è il settore privato (?) del Financial Stability Board, la Task Force per la divulgazione Finanziaria collegata al Clima [la TCFD di cui sopra] sostenuta da Mark Carney e presieduta da Michael Bloomberg. Questa – aggiunge – è appoggiata da istituzioni che rappresentano $118 trilioni di assets globalmente”.

<Sembra esserci un piano >, osserva a questo punto Engdahl. Secondo lui si tratterebbe di <un piano per la ‘finanziarizzazione’ dell’intera economia mondiale usando la paura e lo scenario di una fine del mondo per raggiungere scopi – a suo dire arbitrari – come “l’emissione zero dei gas serra”>. E’ davvero così? Ne discuteremo alla fine.

Certo, il sostegno alla Task Force -TCFD da parte di ben 898 organizzazioni, quasi raddoppiato nel 2019 dopo l’One Planet Summit di New York del settembre 2018, è significativo ma anche sintomatico. Scorrendo il lunghissimo elenco spiccano tutte le megabanche e i megainvestitori istituzionali (i BlackRock, State Street, più Vanguard e Fidelity ), ancora banche, banche d’affari e gestori di assets di molti paesi- compresa la China Assets Management – e assicurazioni, fondi pensione privati, servizi finanziari, più un gran numero di corporations, compagnie aeree, società petrolifere, di automotive, informatica, energia e gas, acciao (anche Arcelor Mittal); presente il settore pubblico, con autorità di controllo e governi. Molto USA, Europa e Giappone ma anche Cina. Per l’Italia: Intesa SanPaolo, Borsa italiana, Leonardo, Snam.

Engdahl a questo punto sottolinea il ruolo chiave di Goldman Sachs – Carney come del resto Draghi sono ex Goldman- la megabanca più politica e controversa – che ha appena pubblicato il primo Global Index delle principali azioni ambientali, elaborato con il CDP- già Carbon Disclosure Project, tra i cui finanziatori compaiono JPMorgan, HSBC, Merril Linch,Bank of America, Goldman Sachs, State Street – i soliti, insomma.

<Il nuovo indice chiamato CDP Environment EW e CDP Europa EW, ha lo scopo di attrarre fondi di investimento e sistemi pensionistici statali e indurli ad investire in società scelte accuratamente. Fra le compagnie incluse nell’Indice troviamo Alphabet che possiede Google, Microsoft, ING Group, Philips, Danone … e ovviamente Goldman Sachs>.

Precisamo che il Carbon Disclosure Project, Ong basata a Londra – tanto er cambiare – era nato nel 2010, aveva iniziato chiedendo alle maggiori aziende del mondo di condividere informazioni sulle loro emissioni di CO2 e delle azioni intraprese per gestirle, l’82% aveva risposto, ma il progetto che mirava a creare incentivi finanziari era stato molto criticato e non era poi decollato. Ha quindi cambiato strada.

GRETA e ALEXANDRIA. <A questo punto entrano in scena gli attivisti del clima, la 16enne svedese Greta Thunberg e la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez che lancia il Green New Deal. Per quanto possano entrambe essere sincere, dietro a loro c’è una ben oliata macchina finanziaria e mediatica che le promuove>, afferma Engdahl.

E’ il “fenomeno Greta”, andata a parlare al recente Summit sul Clima dell’ONU dopo che le mobilitazioni globali suscitate dal suo Friday for Future hanno riempito le piazze di milioni – letteralmente – di giovani e giovanissimi in ogni angolo del pianeta. Cronologia delle proteste, eventi, numeri, adesioni nel puntuale School Strike for the Climate di Wikipedia.

Engdahl però non ne accenna. Racconta invece come la giovane svedese faccia parte di un network ben strutturato collegato all’organizzazione di Al Gore – il candidato Dem alla presidenza Usa nel 2000, sconfitto da Bush – da anni attivo finanziariamente in campo ambientale, presidente del Generation Investment Group LLC. Il suo partner David Blood, ex Goldman anche lui, è un membro della Task Force TCFD di cui sopra creata dalla Banca Internazionale dei Regolamenti . <Greta e il suo amico del clima, il 17enne Jaime Margolin, sono entrambi “giovani consiglieri speciali e membri del consiglio di amministrazione “della Ong Svedese We don’t have time fondata dal suo direttore esecutivo Ingmar Rentzhog.  Il quale è membro del Climate Reality Organization Leaders di Al Gore e fa parte dell’European Climate Policy Task Force. Venne addestrato da Al Gore nel marzo 2017 e a Berlino nel giugno 2018. We don’t have time è partner del Climate Reality Project di Al Gore> (con tutte queste organizzazioni c’è da perdersi).

Il nostro autore ricorda questi legami di Greta, rimandando ai post della canadese Cory Morningstar, citati a lungo dal blog italiano Valigia Blu ma per criticarli purendendosela col Messaggero, raro foglio italiano non di destra  (come la Verità, ripreso da Dagospia, molto più fazioso, e Libero, anche recentemente) ad aver dato spazio ai dubbi sulla ‘spontaneità’ del fenomeno Greta davanti al clamore mediatico suscitato. “Quelle connessionipur reali, ammetteValigia Blu – sarebbero la prova che dietro il fenomeno Greta ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie a una narrazione catastrofista secondo la quale ‘non abbiamo tempo’, la catastrofe umanitaria è imminente. Ma è vermente così?” Si chiede. E risponde di no, bollando i critici di complottismo.

Aggiungiamo che altri post come quello di Tony Cartalucci, sul controverso NEO (vedi sopra) ma solitamente attendibile, punta il dito sui sostenitori e finanziatori di Fridays for Future : oltre ad Amnesty, Greenpeace,WWF – ovvii – vi sarebbe 350.org, a sua volta supportata da 200 diverse fondazioni fra le quali spicca la Oak Foundation dietro la quale si muoverebbero l’immancabile George Soros con la sua Open Society Foundation e soprattutto la NED, la National Endowment for Democracy, organismo americano di soft power nato nel 1983 per promuovere la democrazia all’estero, in effetti implicata nelle varie ‘rivoluzioni colorate’ made by US.

Il post racconta anche come il Climate Resistance Handbook , manuale volto a consigliare agli attivisti climatici come organizzarsi, prefazione di Greta, pubblicato da 350.org citi esplicitamente come esempio a cui rifarsi la Serbia, dove protagonista delle rivolte fu il movimento Otpor, ampiamente finanziato dagli USA), come ha riconosciuto lo stesso New York Times (linkato).

Complottismi? Engdahl passa ora alla Ocasio-Cortez che, <appena entrata al Congresso – è la più giovane parlamentare – ha subito fatto scalpore rivelando il progetto di un Green New Deal per riorganizzare completamente l’economia degli US al costo forse di $100 trilioni. Lei stessa ha ammesso in un’intervista che deve tutto a due organizzazioni Dem, Justice Democrats e Brand New Congress che le hanno chiesto di candidarsi. Ora tra i suoi consiglieri c’è il co-fondatore di Justice Democrats, Zack Exley, già membro della Open Society Fondation (Soros) che insieme alla Ford Fundation ha assicurato i fondi per l’organismo volto a reclutare nuovi parlamentari.

LA VERA AGENDA E’ECONOMICA, secondo Engdahl, che aggiunge altri retroscena. <Nel Febbraio 2019, dopo il discorso di Greta alla Commissione Europea a Bruxelles, l’allora presidente Jean Claude Junker dopo aver galantemente baciato la mano alla giovane attivista, ha detto in conferenza stampa che l’UE dovrebbe spendere centinaia di miliardi di euro per combattere il cambiamento climatico nei prossimi dieci anni. Tra il 2021 e il 2027, ha proposto, “ogni 4 euro spesi nel budget UE devono mitigare il climate change. Quel che Junker non ha detto è che la decisione non ha niente a che vedere con la causa di Greta.. E’ stata presa insieme alla Banca Mondiale un anno prima, nel settembre 2018, al One Planet Summit, insieme a World Economic Forum, Bloomberg Foundations, e altri. Junker ha solo sfruttato l’attenzione mediatica verso la giovane Svedese per promuovere l’agenda climatica>.

<Il 17 Ottobre 2018, pochi giorni dopo l’adesione UE al One Planet Summit, Junker ha firmato un Memorandum of Understanding con Breakthrough Energy-Europe i cui membri avranno accesso preferenziale a ogni finanziamento. Tali membri comprendono Richard Branson di Virgin, Jack Ma di Alibaba, Marck Zuckerberg di Facebook, il Principe Al-Waleed bin Talal, imprenditore multimiliardario della famiglia reale saudita, il fondatore del Carlyle Group David Rubenstein, Bill Gates, George Soros, qui in veste di finanziere, presidente del Soros Fund Management LLC, Masayoshi Son, fondatore della Softbank giapponese>.

Gates il 17 ottobre scorso ha incontrato l’alta rappresentante europea Federica Mogherini per discutere piani comuni di sviluppo umano – e digitale – in Africa. L’UE e Gates hanno anche firmato un impegno congiunto per investire $100 milioni in società europee che si dedicano a contrastare il cambiamento climatico, vedi qui.

UE. Aggiungiamo recenti notizie dall’UE.

BEI. “La Banca Europea degli Investimenti diventa la prima Banca Climatica”, raccontava il Financial Times il 15 novembre scorso. Dopo 11 ore di discussione, ha deciso di cancellare ogni investimento in combustibili fossili, compreso il gas, entro il 2021 (Germania a favore, Ungheria e Polonia contrari). La BEI diventa così il primo prestatore multilaterale al mondo a limitare investimenti in base a preoccupazioni climatiche.

Budget. Sul tavolo la proposta di €168.3 miliardi per il 2020, +1.3%. Alcuni Stati membri vogliono tagliare €1.5 miliardi, tagliando anche i salari. Europarlamentari chiedono invece di aumentare il budget di €2.7 miliardi da spendere per il clima e la ricerca.

BCE. La nuova presidente Christine Lagarde rispondendo all’Europarlamento ha fatto capire il suo orientamento (qui l’articolo di Business Insider e qui il Rapporto collegato) sulla “transizione ecologica”. Ne emerge un gran cautela ma una volontà precisa.

“La discussione sul se come le banche centrali e i supervisori possano contribuire a mitigare il cambiamento climatico è ai primi passi, ma deve essere considerata una priorità”, afferma Lagarde. La BCE – aggiunge – “si è concentrata sul sostegno dei partecipanti al mercato, dei legislatori e di coloro che definiscono gli standard per identificare i rischi del climate change e fornire uno schema per riorientare i flussi finanziari”.

Finora nel suo programma di acquisti di asset la Banca si è rifatta al principio di neutralità del mercato, senza penalizzare o favorire assets specifici. Tuttavia la Commissione si sta muovendo per arrivare a una definizione e cassificazione di Assets Green, la cosiddetta Tassonomia. La BCE sostiene queste iniziative (…). Appena tale tassonomia verrà concordata dovrà decidere se e come applicarla al suo programma di acquisti di assets.

Per quanto riguarda i green bonds, la cautela aumenta. <Questo segmento costituisce per ora una piccola porzione dell’universo degli assets finanziari>. Inoltre – come si è detto- <la classificazione degli assets green è a uno stadio preliminare>. I bonds verdi detenuti dalla Bce <sono oggi una piccola quantità>.

La BCE partecipa al Network di Banche Centrali e Supervisori (NGFS) volto a rendere più verde il sistema finanziario – l’unico forum del genere al mondo mirante a <capire e governare rischi finanziari e opportunità del climate change, e mobilitare la finanza mainstream per sostenere la transizione verso un’economia sostenibile>. Interessante la provenienza dei presidenti dei tre gruppi che lavorano su tre aspetti: Supervisione, presieduto da Bank of China; Macrofinanza, presieduto da Bank of England; Finanza Green Mainstream, presieduto dalla tedesca Bundesbank.

COSA DEDURRE? Engdahl non ha dubbi. <I legami fra i maggiori gruppi finanziari del mondo, le banche centrali e le corporations globali e l’attuale spinta verso una radicale strategia climatica volta ad abbandonare i combustibili fossili in favore di una vaga e non spiegata Economia Verde, a quanto sembra, ha poco a che vedere con una preoccupazione genuina di rendere il pianeta pulito e l’ambiente salutare e vivibile. Appare piuttosto un’agenda intimamente collegata all’Agenda ONU 2030 per un’economia ‘sostenibile’, e per sviluppare letteralmente trilioni di dollari in nuova ricchezza per le banche globali e i giganti finanziari che costituiscono i reali poteri di oggi>.

<Non sbagliate – insiste più avanti – Quando le più influenti corporations multinazionali, i maggiori investitori istituzionali come BlackRock e Goldman Sachs, l’ONU, la Banca Mondiale, la Bank of England e altre banche centrali della Banca dei Regolamenti Internazionali si allineano dietro il finanziamento di una tale Agenda Verde, la chiamino Green New Deal o in altro modo, è tempo di guardare dietro la superficie delle campagne di attivisti e osservare la ‘vera agenda’. Il quadro che emerge è il tentativo di riorganizzazione finanziaria dell’economia mondiale, usando il clima – una cosa con cui il sole e la sua energia hanno ordini di grandezza più attinenti con l’umanità da sempre – per convincere noi, popolo qualunque a fare sacrifici non specificati per ‘salvare il nostro pianeta’>.

GLI OPPOSITORI. E’proprio così? Hanno ragione allora i grandi oppositori , i think tank libertari anti-stato, i mega industriali dell’energia fossile come Charles Koch e l ‘American Fuel e Petrochemical Manufactures, sostenitori di Trump, che fanno lobby per indebolire gli standard dei carburanti delle auto, una delle politiche climatiche di Obama, e per contrastare gli scienzati del clima, come raccontava il New York Times?

Ben altro e ben di più sostengono in realtà i pensatori della destra trumpiana. Come la Heritage Foundation, che arriva a parlare di Climate Change Industrial Complex – in analogia con il Military Industrial Complex – per irridere il catastrofismo del cambiamento climatico (che non si spinge al punto di negare) alimentato da scienziati (migliaia nel mondo, in realtà) che sarebbero pagati per alimentare un’imminene Apocalisse – andrebbero licenziati – e per denunciare la quantità di denaro pubblico speso in ricerca e in interventi pubblici che starebbero già costando ogni anno ai contribuenti americani il doppio del progetto Apollo, il tutto all’unico scopo di eliminare i combustibili fossili – mentre il clima peggiora. Da notare che la Heritage si guarda bene dal citare banche e finanza. Colpevole è lo Stato.

Posizioni riscontrabili fra i nostri “negazionisti“, commentatori italiani della destra leghista e non solo, che prendono in giro Greta e i giovani nelle piazze, mettendo talvolta in dubbio persino il cambiamento climatico.

Engdahl non sta certo da quella parte, per quanto lo si accusi di cospirazionismo. Sembra voler solo aprirci gli occhi.

Ma azzardiamo un’altra ipotesi, un po’ diversa: che cavalcando l’onda di reali preoccupazioni dei cittadini per il clima che muta, l’obiettivo di finanza e corporations sia rilanciare il sistema economico globale, che tanti economisti vedono languire e sull’orlo di nuove crisi (la stessa OCSE prevede una non-crescita globale nel 2020, con un arretramento di Cina e anche di USA e UE, poco meglio nel 2021). Rilanciarlo, ma perpetuando e anzi rafforzando e dilatando il proprio dominio sul mondo, anziché riformare il sistema rendendolo sia ecologicamente che socialmente sostenibile, diminuendo le disuguaglianze: obiettivo raggiungibile soltanto sottoponendo a nuove regole la finanza, come suggeriscono economisti liberal, poco ascoltati, come James K. Galbraith in The Unsustainability of Inequality, l’Ineguaglianza insostenibile (vedi anche Underblog).

Una proposta molto simile la avanza in Europa la Commissione Indipendente per l’Uguaglianza Sostenibile di cui sono copresidenti il danese P.Rasmussen e la greca L.Katseli, in un documento presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018, redatto da una trentina di esperti europei di cui fanno parte Fabrizio Barca e Enrico Giovannini. Un’iniziativa promossa dall’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo.

IL TRATTATO SUL CLIMA NON FUNZIONA. Lo denunciano intanto vari osservatori e ricercatori, in un articolo riportato dal sito inglese Truepublica.org.uk : <Tre nazioni su quattro che hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015 per contenere il riscaldamento globale “ben sotto i 2° entro la fine del secolo hanno fallito nel promuovere impegni che dovrebbero ridurre le emissioni [di CO2] almeno del 40% entro il 2030>.

A Parigi nel 2015 un totale di 195 paesi hanno convenuto che quell’azione era vitale (link). Da allora solo 36 paesi hanno fatto qualche passo per raggiungere gli obiettivi sui quali concordavano, secondo un nuovo studio dell’Universal Ecological Fund (link). E una nazione ha annunciato che si ritirerà del tutto da quell’accordo (gli USA). “Finora gli impegni si sono rivelati troppo piccoli e troppo tardivi” sostiene uno degli esperti citati.

Il report Proceedings of the National Academy of Sciences (link) esamina l’impatto futuro nell’ipotesi che tutte le nazioni onorino gli impegni. Le conclusioni non sono confortanti. I ricercatori concordano che <le emissioni globali di gas serra da Parigi al 2030 sarebbero sufficienti per vedere innalzato il livello del mare di 20 cm>. Ma aggiungono un allarme peggiore a lungo termine.  Scrivono: <20 cm sono tanti, corrispondono all’aumento del livello del mare osservato nell’intero XX secolo. Provocarlo in soli 15 anni è sbalorditivo>. Non solo. Quello che si verifica oggi ha conseguenze che si prolungano nel tempo. <Secondo un nuovo studio americano-tedesco, se pure le nazioni onorassero i loro impegni entro il 2030, i livelli del mare del globo continuerebbero a salire e a restare più alti per migliaia di anni>. Consolante.

<Che l’Accordo di Parigi fosse sostenuto da impegni insufficienti a contenere un aumento della temperatura globale di 1.5° del resto era chiaro fin dall’inizio, gli scienziati avevano avvisato che se non fossero aumentati il riscaldamento sarebbe salito a lungo termine di 3°sopra la media>.

NUOVI ALLARMI. E la situazione peggiora. Con nuovi allarmi che derivano dallo scioglimento del Permafrost (lo strato di ghiaccio che ricopre le terre artiche, e non solo) finora sottostimato. L’articolo ne spiega le conseguenze. Poi prosegue:

<Cina e India si erano impegnate a ridurre le loro emissioni relativamente al loro PIL, ma poiché le loro economie continuano a crescere, anche le emissioni crescono>.

<La Cina è responsabile di oltre il 26% delle emissioni globali di gas serra, l’India del 7%, gli USA, che contribuiscono per il 13%, si ritireranno dall’Accordo di Parigi nel 2020 e hanno già annullato molte leggi sul clima. La Russia, responsabile per il 4.6% di tutto il CO2 non ha sottoscritto impegni. Le 28 nazioni UE e altre 7 – le più virtuose – hanno promesso riduzioni del 40% entro il 2040.

<Dei restanti 152 paesi, responsabili di oltre il 36%, 127 hanno sottoscritto piani ma hanno bisogno di assistenza tecnica e finanziamenti dalle nazioni ricche per metterli in pratica. Ma USA e Australia hanno stoppato ogni fondo>.

Circa il 70% delle emissioni derivano dai combustibili fossili, in particolare il carbone – che produce il doppio di CO2 del gas: un’azione di successo richiederebbe la chiusura di 2400 centrali elettriche che utilizzano il carbone. Nella realtà 250 nuove centrali a carbone sono oggi in costruzione, molte delle quali in Cina, dove il carbone è la prima fonte energetica – come in India e in misura minore in Polonia, Rep Ceca e persino in Germania. Quelle centrali andrebbero riconvertite, ma i costi sono alti. Solo gli USA lo hanno fatto, ma per puntare sullo shale gas e lo shale oil, altrettanto nocivi all’ambiente per il metano emesso e per altri motivi.

<Il messaggio è che i governi stanno facendo troppo poco, e troppo lentamente, innescando orribili future conseguenze>, conclude l’articolo.

E tuttavia, se l’attivismo interessato di banche, corporations e stati, al di là dei loro poco altruistici fini, portasse comunque a migliorare la situazione innescando una svolta, non sarebbe in ogni caso un passo avanti? Il condizionale è d’obbligo.

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Pompeo ad Atene: la Grecia sarà una Piccola Potenza Nato in funzione anti-Russia?

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L’Italia è stata solo un antipasto, per Mike Pompeo. Il piatto forte del suo viaggio oltre Atlantico è la Grecia, buona ultima dopo le tappe balcaniche in Montenegro e Nord Macedonia dove il tema era la Nato: il primo vi è appena entrato, la seconda vi si accinge . Ma è ad Atene che lo attendeva la trattativa più delicata e cruciale, peraltro già avviata.

Secondo un report esclusivo pubblicato sul sito Rizospastis.gr la settimana scorsa, nell’ambito di un Accordo di Mutua Cooperazione di Difesa Grecia USA- Greece-USA Mutual Defense Cooperation Agreement – i due paesi hanno concordato di espandere ed aumentare le installazioni militari americane nel Mediterraneo. Un progetto che segue il recente annuncio da parte dell’ambasciatore americano in Grecia Geoffrey Pyatt dell’intenzione degli US di “privatizzare” Alessandropoli, piccolo porto collocato in una posizione strategica, nella Macedonia greca al confine con la Turchia e in prossimità dello stretto di Dardanelli. Facendone in pratica una base Usa, primo passo verso una escalation geopolitica volta a creare un corridoio Nato greco-centrico.

Tutto questo viene raccontato da Paul Antonopoulos, direttore del Multipolarity Research Center, in due interessanti post di settembre sul non meno interessante infobrics.org, sito di analisi e notizie sui cinque paesi BRICS.

Gli Usa mirano insomma a tirare la Grecia, tradizionale rivale della Turchia, più decisamente dalla loro parte in una fase in cui Ankara continua a sfidare la Nato rafforzando i suoi rapporti con la Russia – vedi il recente acquisto degli S-400 – e ponendosi nel novero dei molti paesi della regione non ostili per non dire vicini all’Iran, a partire da Qatar e Pakistan, con cui la Turchia ha un accordo di cooperazione militare.

“Una nuova alleanza fra Qatar,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita” scriveva il sito russo RT, ma sulla scorta di post di Middle East Eye e di AsiaTimes. Sulla stessa lunghezza d’onda l’americanissimo Antlantic Council : vedi Underblog del 19 luglio scorso.

Le relazioni fra Turchia e Stati Uniti per molti anni ottime negli ultimi anni si sono infatti sempre più deteriorate a causa della questione curda, come ammette un recente articolo di Foreign Affairs citato da Underblog. Ovvero a causa del supporto americano dato all’YPG, estensione siriana del PKK del Curdistan che Ankara, e ipocritamente gli Stessi US, considerano un’organizzazione terroristica. Ciò ha spinto la Turchia verso la Russia, il maggior avversario della Nato di cui pure Ankara continua a far parte. Per ora.

Al contrario la Grecia nei confronti della Nato è stata spesso poco obbediente, in particolare durante la guerra nella ex Jugoslavia . Antonopoulos entra nel merito e cita tutti i casi, che qui tralasciamo.

Non solo. La Grecia è l’unico paese europeo dove la Russia è ben vista dalla grande maggioranza della popolazione: il 63% secondo un sondaggio Pew. Al contrario della Turchia. Mosca negli anni scorsi non ha approfittato di tale favore da parte dei cittadini e degli apparati politici, militari e di intelligence, mediando per esempio nei crescenti contrasti fra Atene e Ankara. Come Antonopoulos nel primo post supponeva potesse fare di fronte alle profferte americane verso la Grecia. Un’occasione perduta.

La Turchia d’altra parte viola quotidianamente lo spazio aereo e marittimo greco; minaccia continuamente di invadere la metà di Cipro; Erdogan si è scagliato recentemente contro isole greche; ha rimosso dalla mappa online della regione l’isoletta di Kastellorizo per reclamare la sovranità della Turchia sulle riserve di petrolio e gas dell’area; e minaccia spesso di inondare la Grecia di profughi e migranti illegali.

Nei confronti della Turchia la Grecia può insomma dire di avere un problema di sicurezza, ignorato sia da Washington sia da Mosca. Ed è a questo problema che farà appello il governo di Kyriakos Mitsotakis, esponente della destra uscita vincitrice nelle ultime elezioni, disponibile ad aprire alle proposte di Washington alle quali il precedente governo Syriza aveva resistito.

Il Segretario alla Difesa americano Mark Esper ha da poco presentato al Congresso una lista di 127 progetti per espandere, rinnovare e costruire nuove infrastrutture militarie basi Usa all’estero, molte delle quali in Grecia.

Questo suggerisce che gli Stati Uniti stanno rafforzando la Grecia come mezzo per bloccare la Russia nel Mar Nero, dove Mosca possiede il suo unico porto libero da ghiacci – Sebastopoli, in Crimea – che non ha nessunissima intenzione di lasciare . Con il peggioramento dei rapporti fra US e Turchia, che controlla lo stretto che collega il Mar Nero al Mar Egeo/Mediterraneo, gli US ora puntano a coinvolgere la Grecia nel Piano B di contenimento della Russia nel Mar Nero, ce ne fosse mai bisogno.

La Grecia, oltre a una storica esperienza nella navigazione fra le miriadi di isole e isolette è seconda tra i paesi Nato nella spesa militare in rapporto al Pil, il che la rende già una Piccola Potenza nel Mediterraneo dell’Est e nella regione Balcanica. Ha infatti una forza aerea e navale formidabile, superiore a quella della Turchia e forse sufficiente a bloccare la Russia con l’assistenza Usa in una ipotetica situazione di necessità.

Malgrado la sua opinione pubblica favorevole nei confronti della Russia il governo greco non solo tollera i piani americani ma li incoraggia – scrive Antonopoulos. E nel suo storico sforzo di assicurarsi una sicurezza nei confronti delle minacce turche sta diventando anche una Piccola Potenza che può essere armata contro la Russia.

Tuttavia al momento non ci sono prove che il nuovo governo Greco sia anti-Russo, o che sarebbe disposto ad appoggiare una aggressione americana nei confronti di Mosca malgrado una maggiore presenza militare Usa in Grecia, che Atene vede in primo luogo in funzione anti Turchia. Mentre Washington guarda ovviamente anche alla Russia.

Di tutto ciò è presumibile che Pompeo abbia anche discusso, magari cautamente per ora, ad Atene.

http://infobrics.org/post/29373/ Will the US use Greece to block Russia in the Black Sea? 18/9

http://infobrics.org/post/29394/ Is Greece Becoming A Weaponized Anti-Russian Small Power? 27/9

https://www.state.gov/u-s-relations-with-greece/ Dipartimento di Stato sulle relazioni US-Grecia

https://www.reuters.com/article/us-usa-greece-pompeo-mitsotakis/greek-pm-asks-pompeo-for-us-help-to-calm-turkish-offshore-tensions-idUSKCN1WK04I

https://www.facebook.com/notes/underblog/perch%C3%A9-contro-liran-una-guerra-convenzionale-trump-non-la-pu%C3%B2-lanciare/2286277178108324/ Underblog citato, 19/7

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Perché contro l’Iran una guerra convenzionale Trump non la può lanciare (ma continua a pattugliare il Golfo)

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22 giugno2019. Il presidente Trump in uno dei suoi tweet si vanta di aver sventato all’ultimo momento un attacco contro tre obiettivi iraniani, come rappresaglia al drone abbattuto da Theeran, e i misteriosi attacchi a due petroliere straniere nel Golfo Persico, che gli US avevano imputato all’Iran. Il mondo tira un sospiro di sollievo, un conflitto sembrava imminente. Molte compagnie aeree avevano già dato ordine di non volare sui cieli del Golfo. Su Twitter i bene informati sostengono che sia stato lo stesso Pentagono a bloccare iniziative belliciste inopportune. Sostenute dai falchi dell’amministrazione? Non è dato sapere. La verità è che una guerra convenzionale nei confronti dell’Iran gli Usa non se la potrebbero permettere. Questa almeno è la tesi di una lunga dettagliata analisi del prof Michel Chossudovsky su Global Research, il centro canadese di ricerche da lui fondato molti anni fa. Il professore è assai ostile agli US, ma sempre documentato.

“Nelle condizioni attuali un intervento come quello in Iraq che comporti forze di terra, d’aria e navali sarebbe impossibile in Iran – è la sintesi . Per diverse ragioni. L’egemonia degli Stati Uniti nel Medio Oriente si è estremamente indebolita, in conseguenza dell’evolversi della struttura delle alleanze militari. Gli US non sarebbero in grado di portare avanti un tale progetto”.

I temi di fondo sono due, ma è il secondo ad essere approfondito.

Le forze militari dell’Iran, ovvero la sua capacità (forze di terra, navali, aeree, di difesa) di resistere e rispondere. Le sue forze di terra, navali, aeree sono consistenti, ha un’industria bellica e sta per ricevere il potente sistema missilistico russo di difesa S-400. Con 534.000 persone attive tra esercito, marina e aeronautica e il corpo speciale delle Guardie Islamiche Rivoluzionarie (IRGC) è considerato la ‘maggior potenza militare’ del Medio Oriente. In caso di attacco potrebbe colpire i siti militari US nel Golfo Persico.

L’evolversi della struttura delle alleanze militari (2003-2019, largamente a detrimento degli Stati Uniti. E’ il punto decisivo, su quale di solito poco si riflette. Diversi alleati tra i più fedeli ‘dormono con il nemico’.Paesi che confinano con l’Iran come il Pakistan e la Turchia hanno accordi di cooperazione militare con l’Iran. Ciò in sé esclude la possibilità di una guerra di terra, ma influenza la capacità di US e alleati di pianificare operazioni navali e aeree. Eppure fino a tempi recenti entrambe – la Turchia è un membro NATO di peso – erano tra i più fedeli alleati dell’America, di cui ospitano basi militari importanti.

Da un più vasto punto di vista militare, la Turchia coopera attivamente sia con l’Iran che con la Russia. Di più. Ankara ha appena acquisito il sistema di difesa missilistico S-400, stato dell’arte della Russia, ponendosi di fatto fuori dal sistema di difesa aereo integrato US-Nato-Israele. Tra luglio e agosto operatori del sistema verranno addestrati in Russia. Inoltre, in Siria US e Turchia combattono su fronti opposti. Secondo un recente articolo di Foreign Affairs – aggiungiamo – la questione curda è stata la prima causa della rottura fra i due paesi e dell’avvicinamento di Ankara alla Russia.

Non c’è bisogno di sottolineare che il Trattato di Organizzazione Nord Atlantica è in crisi. Lo stesso Chossudowsky approfondisce la questione in un successivo post del 13/ 7, arrivando a chiedersi se l’uscita della Turchia dalla Nato non sia imminente.Anche l’Iraq ha indicato che non collaborerà con gli US in caso di guerra contro l’Iran. Ancor più significativo il fatto che nessuno degli stati vicini all’Iran, dai suddetti Turchia e Pakistan ad Afghanistan, Iraq, Turkmenistan, Azerbaijan e Armenia consentirebbe a forze di terra americane e alleate di transitare sul loro territorio. Né coopererebbero con gli US in una guerra aerea.

L’Azerbajan, che durante la guerra fredda era un alleato degli US nonché membro della ‘partnership for peace’ della Nato, ha cambiato fronte. E lo scorso dicembre ha firmato un accordo di collaborazione militare e di intelligence con l’Iran, che a sua volta collabora anche con il Turkmenistan. L’alleanza post sovietica GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbajan, Moldavia) è virtualmente defunta.Quanto all’Afghanistan, con i Taliban che controllano la maggior parte del territorio, la situazione non favorisce certo un dispiegamento di forze di terra americane/alleate al confine con l’Iran.

In conclusione, la politica di aggiramento strategico nei confronti dell’Iran formulata alla vigila della guerra con l’Iraq (2003) non funziona più. L’Iran ha relazioni amichevoli con i paesi vicini un tempo sotto l’influenza americana.

In queste condizioni lanciare una guerra convenzionale di teatro con truppe di terra sarebbe un suicidio, conclude il nostro. Aggiungendo tuttavia che ciò non significa che una qualche forma di intervento diretto contro l’Iran non sia possibile. E non sia nei piani del Pentagono. Chossudovsky ne fa un elenco:

*varie forme di ‘guerra limitata’, es attacchi missilistici;*sostegno a gruppi terroristi paramilitari da parte di US/alleati;*cosiddette ‘bloody nose operations’, vale a dire forme di intervento preventivo, già prese seriamente in considerazione verso la Corea del Nord nel 2018;*destabilizzazione politica, ‘rivoluzioni colorate’;*attacchi false flag e minacce unilaterali;*guerra alettromagnetica e/o climatica (ENMOD);*cyberwarfare;*attacchi chimici o biologici;*sabotaggi, confische di asset finanziari, sanzioni economiche massicce.

[Queste ultime sono quelle che Trump ha già attuato e ha ulteriormente minacciato di estendere recentemente, dopo l’annuncio di Teheran di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio motivato dal blocco economico che ha colpito l’Iran dopo l’abbandono da parte degli US di Trump dell’accordo del 2015].

I quartier generali dell’US Central Command situati in territori diventati nemici. E’ la considerazione forse più grave nell’evoluzione della struttura militare americana. L’USCENTCOM è il Comando combattente a livello di teatro per tutte le operazioni nella più vasta regione del Medio Oriente, dall’Afghanistan al Nord Africa. E’il più importante Combat Command della struttura Unified Command. Ha condotto e coordinato i maggiori teatri di guerra in Medio Oriente dall’Afghanistan (2001) all’Iraq (2003) ed è anche convolto in Siria.In caso di guerra all’Iran le operazioni in M. O. sarebbero coordinate dal US Central Command nel quartier generale di Tampa, Florida in collegamento permanente con il quartier generale dell’CENTCOM, che si trova in Qatar.

Il punto chiave è questo.Dopo l’abbattimento del drone da parte di Teheran, a fine giugno scorso, quando Trump annunciò di aver bloccato l’imminente attacco all’Iran il CENTCOM confermò il dispiegamento degli F-22 stealth nella base di Al-Udeid, in Qatar ”in difesa delle forze e degli interessi americani” Ne ha parlato Michel Welch, sullo stesso Global Research il 30/6/2019).“La base è tecnicamente proprietà del Qatar e ospita i quartier generali dell’US Central Command. Con 11.000 militari americani, viene descritta come ‘una delle basi più durature e strategicamente posizionata del pianeta’ (Washington Times). Ospita l’US Air Force’s 379th Air Expeditionary Wing, considerata ‘il più vitale commando aereo dell’America all’estero’ “.

Quello che i media e gli analisti militari dimenticano di far sapere – sottolinea Chossudovsky – è che il quartier generale avanzato per il Medio Oriente dell’US CENTCOM presso la base militare di al-Udeid vicino a Doha di fatto “si trova in territorio nemico”. Come si è arrivati a tanto?

Il progetto di Trump era dar vita a una Middle East Strategic Alliance (MESA), una sorta di ‘NATO Araba’ sotto la supervisione saudita, che avrebbe compreso Egitto e Giordania insieme ai membri del Gulf Cooperation Counci [l’alleanza fra i paesi del Golfo – Arabia Saudita, UAE, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman – che data dal 1981 ma fra vari disaccordi non è riuscita a crescere a più livelli come si proponeva].La dichiarazione di Riyad, il 21 maggio 2017, alla fine dello storico summit con Trump nella capitale saudita, annunciava la costituzione della MESA – senza il Qatar, ma mantenendo intatto il GCC – per contrastare l’egemonia dell’Iran.

Due giorni dopo, scatta un embargo verso il Qatar.L’Arabia Saudita blocca il suo confine terrestre col Qatar, accusato di sostenere il terrorismo e di collaborare con Theheran. E insieme a Emirati (UAE) e Bahrein dà vita a un embargo aereo e navale verso Doha.

E però il Qatar, apparentemente isolato, trova subito nuovi amici nella Turchia e nell’Oman, il sultanato che insieme all’Iran controlla lo stretto di Hormutz. Turchia, Iran e Pakistan [che è alleato della Cina] accrescono i commerci col paese, grazie ad accordi bilaterali. Ankara stabilisce anche una presenza militare in Qatar, ricevendo in cambio investimenti per $20 miliardi [il Qatar non lesina denari agli amici]. “Oggi il paese brulica di uomini d’affari iraniani, personale ed esperti dell’industria petrolifera, per non menzionare la presenza di russi e cinesi, scrive Chossudovski.

Da quel maggio 2107 il Qatar diventa un convinto alleato sia dell’Iran che della Turchia – che è anche alleata dell’Iran ed è sempre più vicina alla Russia – pur non avendo nessun accordo militare ‘ufficiale’ con Teheran. Notare che Qatar e Iran condividono la proprietà del giacimento marittimo di gas naturale più grande al mondo.E Russia, Iran e Qatar messi insieme possiedono oltre la metà delle riserve di gas conosciute.

[Lo ricordava fra l’altro una approfondita analisi sul sito russo RT.com del marzo scorso che, sulla scorta di interessanti recenti post di Asia Times e Middle East Eye esordiva: “Una nuova alleanza fra Qatar ,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita . La conseguenza di otto anni di guerra in Siria hanno modificato le dinamiche regionali in un modo certamente mai immaginato dagli Stati Uniti e dai loro alleati”].

Interpretazione Russa? Affatto. Che il Qatar sia ormai un solido alleato di Iran e Turchia, lo conferma l’Atlantic Council, think tank vicino a Pentagono e Nato. Chossudovsky ne cita anche alcune frasi:“ Il 15 giugno il presidente Rouhani ha sottolineato che rafforzare i rapporti con il Qatar è un’alta priorità per i politici iraniani. All’Emiro qatariota ha detto che ‘stabilità e sicurezza nei paesi della regione sono interconnesse’. In cambio il capo di stato del Qatar ha affermato che Doha mira a una stretta alleanza con la Repubblica Islamica’” . L’evoluzione politica e militare della Turchia preoccupa molto l’occidente, come abbiamo visto sopra citando Foreign Affaris, la rivista del Council of Foreign Relations che lega l’allontanamento dagli US al problema dei Curdi.

Ma è tutta la strategia americana in Medio Oriente ad essere in crisi, come emerge dal nuovo viaggio di Trump a Riyad lo scorso aprile 2019. Ai Sauditi, pur indeboliti dall’affair Kashoggi, viene affidato il rilancio della MESA formulata nel 2017, a dispetto del fatto che tre membri del GCC – Qatar ma anche Kuwait e Oman sono ormai impegnati nel normalizzare i rapporti con l’Iran. In più l’Egitto del presidente al-Sisi decide di sfilarsi dalla proposta di una Nato Araba obiettando che “creerebbe tensioni con l’Iran”.

Insomma, se l’obiettivo US era creare un ‘blocco Arabo’ in funzione anti-Iran, il risultato è una tacita spaccatura dello stesso GCC e la creazione dell’asse Iran Turchia Qatar di cui sopra, con Ankara alleata dell’Iran e sempre più vicina alla Russia e il Pakistan, alleato della Cina, diventato il maggior partner del Qatar. L’Oman neutrale come pure il Kuwait, che non è più allineato all’Arabia Saudita, pur mantenendo buoni rapporti con Washington, di cui ospita facilities militari. Trump ha finito per ritrovarsi con una ‘mezza MESA’ con Arabia Saudita, Bahrein e Giordania. Senza nemmeno l’Egitto, con Kuwait e Oman neutrali, e il Qatar in braccio al nemico.Secondo Chossudowsky il progetto della Nato Araba con supervisione Saudita contro l’Iran appare insomma definitivamente saltato, e la prospettiva di un intervento militare in Iran, impossibile.

Il tutto sembra avvenire molto sotto traccia. Il Pentagono ha in apparenza deciso di mantenere ufficialmente il quartier generale dell’US Central Command in Qatar, ma avrebbe intenzione ricollocare parte degli aerei, personale, e funzione di comando altrove. In Arabia Saudita? Probabilmente. Non è chiaro chi abbia ordinato l’embargo al Qatar, conclude Chossudowsky: a suo parere i Sauditi non l’avrebbero fatto senza l’avvallo di Washington.

Gli US poliziotti del Golfo, ma sempre più soli. E’ un altro capitolo, che aggiungiamo. L’egemonia US nella regione come si è visto risulta assai indebolita.In questa situazione anche il transito delle navi da guerra verso il quartier generale della V Flotta in Bahrein è potenzialmente minacciato. Per non dire delle operazioni navali nel Golfo. Lo stretto di Hormutz, ingresso nel Golfo Persico, è sotto il controllo del nemico Iran e del neutrale Sultanato di Oman.Trump appare isolato anche nella funzione di ‘vigilanza’ del traffico del petrolio dal Golfo Persico .

L’11 luglio scorso gli “US hanno annunciato che continueranno a vigilare, malgrado le proteste di Trump”. Così titolava il Financial Times. Proteste? Dopo i misteriosi attacchi alle due navi cisterna, una giapponese e una norvegese, attribuiti dagli US all’Iran (che ha recisamente negato), il presidente aveva chiesto agli alleati e ai paesi importatori di petrolio asiatici di contribuire alla sicurezza di una rotta cruciale per il greggio globale: un quinto del petrolio del mondo passa infatti dallo stretto di Hormutz.In un tweet Trump ha criticato Cina e Giappone e “molti altri paesi” per non contribuire abbastanza alla sicurezza delle forniture di petrolio.

Un appello che riecheggia quello da parte di presidente degli Stati maggiori US Joseph Dunford rivolto esplicitamente agli alleati Nato. Ma i paesi asiatici appaiono riluttanti a prendere una posizione ostile all’Iran, scriveva il FT, citando un professore di Harvard di turno, per il quale India, Corea del Sud e Giappone hanno meno probabilità di unirsi agli US di Sauditi, Emirati ed europei. Ma anche questi nicchiano. Gli europei avranno riserve ad aderire ufficialmente a una coalizione marittima US dopo che Trump si è ritirato dall’accordo nucleare con Theheran .

L’unico alleato collaborativo – aggiungiamo – è l’UK, che l’anno scorso ha aperto una base in Bahrein e ha navi che pattugliano lo stretto. E’ stato l’unico paese a spalleggiare gli US nelle accuse all’Iran alle petroliere e sostiene addirittura di aver respinto un tentativo iraniano di impedire il passaggio di una petroliera BP (per rappresaglia dopo il blocco inglese di una nave iraniana a Gibilterra, racconta un post di gulfnews.comdedicato al nuovo mistero di una petroliera scomparsa, aggiungendo che dopo le minacce iraniane a petroliere britanniche gli US prevede scorte navali.

D’altra parte gli US non possono rinunciare a fare i poliziotti del Golfo dove passa un quinto del traffico mondiale di petrolio. Il perché lo spiega un’analisi molto interessante su TomDispatch.com di Michael T. Klare, collaboratore abituale del sito, professore emerito dell’università dell’Hampshire, autore di vari testi. Al cuore dei conflitti in medio Oriente, inclusa la crisi con l’Iran– è la sua tesi – ci sono tre semplici lettere: oil, ovvero c’è da sempre il petrolio.

Il punto è politico. Per quanto gli US non dipendano più se non in minima parte dalle importazioni di petrolio, da quando il fracking assicura loro il 75% del fabbisogno (nel 2008 era il 35%), alleati chiave della Nato e rivali come la Cina tuttora continuano a dipendere dall’oil del Medio Oriente. E l’economia, mondiale, di cui l’America è la prima beneficiaria, è legata al flusso petrolifero ininterrotto dal Golfo persico, per tenere basso il prezzo.

Nonostante le accuse ai combustibili fossili di contribuire al cambiamento climatico, secondo l’ultimo report di BP il petrolio nel 2018 ha rappresentato ancora il 33,6% del consumo globale di energia, seguito dal 27.2% dal carbone, 23,9% del gas naturale, 6,8 energia idroelettrica, 4,4% nucleare e un misero 4% di rinnovabili.E il consumo di petrolio è previsto in salita. Due terzi del petrolio vengono ancora oggi consumati dai paesi industrializzati, ma nel 2040 secondo l’IEA le proporzioni sono destinate a ribaltarsi a vantaggio dei paesi emergenti non OCSE. La quota della regione Asia-Pacifico al 28% nel 2000, si prevede salirà al 44% grazie alla crescita di Cina, India e altri paesi asiatici.Da dove prenderanno il petrolio necessario? Gli esperti non hanno dubbi: si rivolgeranno all’unico luogo capace di soddisfare la loro richiesta. :il Golfo Persico.

Ci fermiamo qui. Ma è evidente che il controllo di questo traffico è strategicamente cruciale. Rinunciarvi per gli US significherebbe abdicare al loro ruolo egemonico, sia pure declinante.

Aggiunta interessante.La reazione all’indebolimento degli US in Medio Oriente, cominciata in Siria dove il regime change è clamorosamente fallito, passa per un piano di contenimento della Turchia da parte di Arabia, Emirati più Israele e Egitto che paradossalmente prevede fra l’altro una riabilitazione di al Assad in Siria (dove gli Emirati hanno appena riaperto l’ambasciata) , che verrebbe fatto entrare nella Lega Araba . Ma in cambio l’Egitto pretende che la Siria consideri nemici Turchia, Qatar e Fratellanza Musulmana. Guarda a caso sono gli stessi due fronti che in Libia sostengono da una parte il generale Haftar, dall’altra al Serraj. Per dire quanto sono intrecciati i fronti.A rivelare il piano è stato un report esclusivo di Middle East Eye che racconta un summit al quale ha partecipato il Mossad. Ci torneremo.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2019/06/21/iran-da-trump-ok-attacchi-poi-lo-stop_ca67290f-4f36-4ada-a7f4-8a434b1acb5b.html

https://www.globalresearch.ca/a-major-conventional-war-against-iran-is-an-impossibility-crisis-within-the-us-command-structure/5682514 Prof Michel Chossudovsky , 8/7/ 2019

https://www.globalresearch.ca/shifting-alliances-is-turkey-now-officially-an-ally-of-russia-acquires-russias-s-400-exit-from-nato-imminent/5683458 stesso autore, 13/7

https://www.ft.com/content/22481dd8-a302-11e9-974c-ad1c6ab5efd1 11/7US will keep policing the Gulf despite Trump protests |President’s call for help in Hormuz Strait likely to be ignored by Asian countries.

https://af.reuters.com/article/worldNews/idAFKCN1U5118 10/7 Trump threatens to ‘substantially’ increase sanctions on Iran – Reuters

https://www.foreignaffairs.com/articles/turkey/2019-07-09/why-turkey-turned-its-back-united-states-and-embraced-russia Why Turkey turned its back on the Us and embraced Russia

http://www.tomdispatch.com/post/176584/tomgram%3A_michael_klare%2C_it%27s_always_the_oil/#moreThe Missing Three-Letter Word in the Iran Crisis. Oil’s Enduring Sway in U.S. Policy in the Middle East . By Michael T. Klare

https://www.rt.com/op-ed/454512-alliance-iran-qatar-turkey-saudi/ New Turkey-Iran-Qatar axis is rising in Middle East, and it has Saudi Arabia furious 22/3/19

https://cms.ati.ms/2018/01/americas-syrian-humiliation-worse-looks/ 26/1/2018

https://www.middleeasteye.net/news/revealed-how-gulf-states-hatched-plan-israel-rehabilitate-assad gennaio 2019

https://www.lettera43.it/petroliera-emirati-arabi-iran/ 17 lugliohttps://gulfnews.com/opinion/editorials/the-mystery-of-the-missing-tanker-1.65275294

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Le guerre economiche di Trump colpiscono l’UE insieme a Cuba, Iran Venezuela… Gli Europei meditano reazioni

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Il caso dell’Iran è solo l’ultimo salito alla ribalta della cronaca, con le nuove ulteriori sanzioni su ferro acciaio alluminio e rame varate dal presidente Trump. Poche ore prima il presidente della Repubblica Islamica Hassan Rouhani aveva annunciato che l’Iran ricomincerà ad arricchire l’uranio per fini militari se entro 60 giorni le diplomazie internazionali non interverranno per salvare l’accordo sul nucleare, o JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action, del 2015, dal quale gli Usa di Trump si sono ritirati giusto un anno fa. Un accordo raggiunto con i paesi del gruppo “5+1”, i cinque che hanno potere di veto nel Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Russia Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania. E l’Unione Europea. Formalmente riconosciuto anche dall’ONU.
Commenti preoccupati, immediati sul Financial Times, poi a ruota su vari media e siti, l’escalation americana potrebbe portare a un incidente in grado di scatenare una guerra regionale, che nessuno in realtà vorrebbe a parte i falchi Usa come Mike Pompeo e soprattutto John Bolton, il consigliere per la Sicurezza.
Il problema va oltre l’Iran e riguarda le guerre economiche di Trump che – insieme ai dazi e alle tariffe con cui colpisce a destra e a manca in un crescendo tale da farlo definire “dangerously addicted”(1), pericolosamente dipendente, da un commentatore non nemico come Ambrose Evans Pritchard – utilizza l’arma delle sanzioni in un gran numero di paesi compresi Cuba, Venezuela e Siria, Sudan, Nord Corea, più naturalmente Russia, eccetera. Sanzioni la cui legittimità è discussa, sicuramente illegali quando hanno una portata extraterritoriale, quando cioè l’effetto di leggi americane viene esteso a paesi terzi. Primi gli alleati europei.
Del resto “La logica dell’amministrazione americana è proprio quella di utilizzare il diritto per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti ed eliminare i concorrenti”, si osserva in vari post dell’IRIS, think tank francese molto impegnato su questo fronte (2). Utilizzare il diritto, forzarlo o scavalcarlo? Dipende.
L’Unione Europea scalpita e minaccia rappresaglie. Ma cosa può fare in concreto? Poco, come vedremo, stretta com’è tra la Nato, i Trattati e la supremazia del dollaro. Poco, soprattutto, se divisa al suo interno, con ogni paese preoccupato a difendere il suo orticello, e i paesi al confine est satelliti degli US. Il tema dei rapporti interni all’impero americano è attualissimo, Limes vi ha dedicato l’ultimo numero, vol4/2019 : Antieuropa, l’impero europeo dell’America(3)
Intanto diamo uno sguardo ai luoghi più caldi di questa guerra economica combattuta da Trump in nome dell’America First, dove “il Tesoro è ormai uno strumento di politica estera più potente del Pentagono, con tutte le sue portaerei e droni” (Patrick Cockburn, Counterpunch). Tesoro, il cui ‘comandante in capo’ en passant è Steven Mnuchin, ex Goldman Sachs.
CUBA. Dal 2 maggio scorso l’amministrazione americana può citare in giudizio le società straniere presenti a Cuba, applicando il titolo III di una legge del 1996 i cui effetti erano stati fino a oggi sospesi. La legge bipartisan Helms-Burton, di portata extraterritoriale promulgata sotto Bill Clinton consente infatti di perseguire imprese o persone che hanno investimenti, interessi legali o affari in corso di vario genere che si sospetta abbiano a che fare con beni nazionalizzati da Fidel Castro nel lontano 1959 (4)
In pratica le molte società canadesi ed europee –in primo luogo francesi e spagnole – impegnate a Cuba, saranno costrette ad andarsene per non essere sanzionate negli Usa. In ballo asset per un paio di miliardi di dollari, capitali di cui Cuba ha grande bisogno per ricostruirsi e rilanciarsi.
Francesi furibondi, Spagnoli a seguire. Trump “ha lanciato la più grande guerra economica contro l’Europa utilizzando Cuba come pretesto”, ha dichiarato un parlamentare transalpino.
La Francia ha già avuto occasione di assaggiare il carissimo prezzo delle ritorsioni americane nel 2014, quando BNP Paribas, una delle due maggiori banche francesi, fu multata per ben $9 miliardi per aver operato transazioni per conto di entità Cubane, Iraniane e Sudanesi nella lista nera degli US. La banca perse anche il diritto a cambiare valuta straniera in dollari per un intero anno. Lo racconta un post didascalico curato dal Council of Foreign Relationsvolto a dare qualche informazione nell’intricata materia sanzionatoria (5).
Come vedremo la dimensione extraterritoriale delle sanzioni americane va oltre il caso Cuba, che però resta un simbolo, nella strategia d Trump mirante ad annientare i residui paesi “socialisti” per riconquistare il predominio assoluto nell’America latina.
Nello stesso giorno in cui il Segretario di Stato Mike Pompeo annunciava la riattivazione del Titolo III venivano varate nuove misure restrittive nei confronti di Nicaragua e Venezuela, gli altri due componenti della “troika della tirannia. Prese di mira le banche centrali dei due paesi, oltre a interdizioni a varie personalità, e altro.
VENEZUELA. Forse memore del caso di BNP Paribas, Macron ha fatto recentemente marcia indietro sulle sanzioni al Venezuela. Nell’agosto 2018, aveva infatti annunciato che il successivo novembre non avrebbe aderito al prolungamento di un altro anno delle misure restrittive prese dall’UE nel 2017 su richiesta Usa. Un gesto di insubordinazione significativo, quello francese, molto apprezzato in quella parte del sud America che ancora resiste (6).
Se ne compiaceva un sito sudamericano citando BBC World: “I paesi hanno deciso le sanzioni al Venezuela per compiacere gli Usa”. La Francia in un primo tempo avrebbe tentato di proporsi come ‘facilitatore’ per stabilire un dialogo. Secondo ADN Radio dal Cile anche la Spagna si sarebbe detta contraria.
Era stato del resto lo stesso presidente Trump a chiedere all’UE di sanzionare il governo Maduro nel settembre 2017. In quanto parte di un piano su larga scala, ha spiegato il Segretario di Stato Mike Pompeo, ex direttore CIA, a una conferenza dell’American Enterprise Institute .
Le sanzioni comprendono un ampio ventaglio di divieti, il congelamento di beni di funzionari, a partire dal presidente, nonché la proibizione di fornire sostegno tecnico o finanziario al Venezuela. Secondo Maduro le misure adottate da US e UE impedirebbero al paese persino di approvvigionarsi di cibo e di medicine.
I boicottaggi sono arrivati al punto che Bank of England ha rifiutato di rimpatriare 14 tonnellate, valutate $570 milioni, delle riserve venezuelane che la banca centrale britannica detiene per un valore pari a $1.2 miliardi, su richiesta del presidente. Per evitare il riciclaggio, hanno spiegato dalla banca centrale inglese. Ma secondo il Timesil motivo vero era il timore di Maduro di nuove ulteriori misure. Solo negli ultimi giorni la tranche richiesta è stata sbloccata.
Fatto sta che Macron ha fatto marcia indietro. In cambio di qualcosa da parte di Trump probabilmente, magari in Libia. Ma a scapito della sua immagine di paese relativamente “indipendente”, secondo il sito latinoamericano.
IRAN. E’ ancora il Trump – chi altri sennò? – l’autore di nuove mosse aggressive che colpiscono anchel’Europa. Non solo ha aggiunto nuove sanzioni su ferro, acciaio, alluminio, rame ma ha anche cancellato le deroghe concesse ad otto paesi importatori di petrolio iraniano – tra i quali l’Italia e Grecia – che li esentavano temporaneamente dalle durissime sanzioni decise lo scorso novembre che avevano colpito società di navigazione ma soprattutto banche e petrolio. Deroghe dettate dal timore di destabilizzare il prezzo dell’oil, venuto meno dopo i recenti accordi con i Sauditi.
E’ l’ultimo atto – peraltro ormai ininfluente, di una aggressione che mira ad annientare ogni ripresa del paese ilquale, sotto sanzioni Usa dal 1979 , contava di risorgere dopo l’accordo del 2015. Quello dal quale Trump ha fatto carta straccia nel 2018, con grande soddisfazione di Israele, sodale dell’America di Trump, e dell’alleata Arabia Saudita. The Donald lo aveva promesso in campagna elettorale, attaccando a testa bassa Obama.
Da allora è stato un crescendo di ostilità: la Guardia Repubblicana di Teheran, un corpo di Stato, è stata dichiarata organizzazione terroristica e lo scorso 19 agosto, in occasione dell’anniversario del rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq da parte della CIA, il segretario di Stato Pompeo, che della CIA è stato capo tra il 2017 e il 2018, ha dato vita all’ Action Group for Regime Change in Iran (7)
Nel frattempo imprese europee e multinazionali (Daimler, Total, British Airways, Air France, banche varie ecc) sospendevano le loro relazioni commerciali col paese sottostando silenziosamente alle sanzioni nel timore di ritorsioni sul mercato americano, e non si capiva più che fine avrebbe fatto l’accordo.
Fino all’annuncio di Rouhani che ha di colpo alzato il livello dello scontro. E ha passato la palla passa agli altri firmatari. Compresa la UE.
Da Bruxelles nell’anno trascorso dal ritiro di Trump i segnali sono stati misti (8). Dure le parole. La Commissione è arrivata a invocare lo” statuto di blocco” una misura europea del 1996, mai utilizzata, che proteggerebbe le società dell’Unione dalle sanzioni extraterritoriali americane (lo vedremo).
Nessuna azione concreta però è stata intrapresa, tra rimandi ed equivoci. L’alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si è limitata a fare pressioni su Trump per assicurare esenzioni che consentissero ai paesi UE relazioni con l’Iran. Richieste ignorate da Washington. Né hanno ottenuto risultati gli umilianti viaggi alla Casa Bianca di Merkel e Macron, rimasti infatti su posizioni ambigue dopo il recente annuncio di Rouhani.
“Insieme confermiamo il nostro impegno all’JCPOA, un accordo importante per la nostra comune sicurezza” hanno dichiarato con la May qualche giorno fa. Chiedendo a tutte le parti in gioco di continuare a rispettare gli impegni sottoscritti. Ma guardandosi dal deprecare le mosse di Trump al di là di un vago ‘rincrescimento e preoccupazione’; e senza accennare alla ripresa di una normale attività diplomatica, economica, finanziaria e commerciale in Iran. Come se questa parte non fosse compresa negli accordi sottoscritti: come possono continuare ad essere validi se a rispettarli sono solo alcuni dei contraenti?
SANZIONI UE e USA. L’ESCALATON DI TRUMP. Le sanzioni non sono una novità. Ma fino al 1980 erano state adottate solo verso la Rodesia (1965), il Sud Africa dell’apartheid (1977), poi all’Iran (1979). In passato però si trattava per lo più di sanzioni dell’ONU, legittime, legali e globali in sé.
UE. Dagli anni 1990, con la fine della guerra fredda, le sanzioni sono diventate uno strumento di politica estera sempre più utilizzato (9). Da 6 sanzioni nel 1991 la UE è arrivata ad applicarne oggi circa 30, con varie motivazioni, persino a “sostegno della democrazia”.
Del resto la maggior parte sono adottate in tandem con gli USA, sebbene quelle europee siano solitamente più blande (verso la Siria e l’Ucraina per es colpiscono un numero minore di beni/organizzazioni, verso la Russia consentono di continuare i vecchi progetti, come in Nord Stream). Segno della scarsissima indipendenza dell’Unione in materia di politica estera, come vedremo .
USA. A d utilizzare l’arma delle sanzioni in modo sempre più massiccio dal crollo dell’URSS in poi sono gli Stati Uniti, che hanno via via trasformato questo strumento politico poco costoso e poco rischioso rispetto, a metà strada fra la diplomazia e la guerra economica. Non solo il numero delle sanzioni è infatti molto cresciuto ma è profondamente cambiata la loro ‘qualità’. Due le novità: le sanzioni finanziarie e quelle extraterritoriali. Spiega il post del Council of Foreign Relations citato sopra:
Immediatamente dopo l’11/9 – “di concerto con gli alleati – gli USA “hanno dato vita a una campagna concentrata sull’accesso al sistema finanziario globale – le banche internazionali. Il 23 settembre G.W. Bush con un ordine esecutivo assegna al Tesoro l’autorità di congelare beni e transazioni finanziarie di individui e altre entità sospettate di sostenere il terrorismo. Poco più tardi in base al Patriot Act lo stesso Bush Jr amplia i poteri del Tesoro che può indicare anche istituzioni o paesi come dediti al riciclaggio in base a semplici sospetti – non servono prove.
Nasce così l’OFAC- Office of Foreign Assets Control, dipartimento speciale del Tesoro che oggi amministra la maggior parte dei 26 programmi americani di sanzioni. Il Segretario di Stato può indicare un gruppo come ‘organizzazione terroristica’ o etichettare un paese come ‘sponsor del terrorismo’, e le misure scattano. L’OFAC di routine aggiorna la sua lista nera che conta oltre 6000 individui, società e gruppi i cui asset vengono bloccati e con le quali a persone e imprese americane, comprese le filiali straniere, è vietato fare transazioni.
Nel 2017 gli USA hanno deciso regimi di sanzioni onnicomprensive (verso paesi in quanto tali, anche questa è una relativa novità) nei confronti di Cuba, Iran, Sudan, Siria. Mentre il Congresso ha deciso e il presidente ha firmato – pur riluttante –precisa stranamente il CFR – sanzioni a Russia e Nord Corea e di nuovo all’Iran.
Una vera e propria escalation dell’amministrazione Trump, che sfrutta alla grande l’impostazione economica dell’arma sanzionatoria.
Una svolta che si era rivelata profonda. “Con questo approccio, che al contrario delle classiche misure del passato prende di mira il comportamento di istituzioni finanziarie, le decisioni politiche del governo non sono così persuasive quanto il calcolo basato sul rischio delle banche”, spiega nel suo libro l’alto funzionario dell’amministrazione Bush architetto di quel sistema (Juan Zarate, Treasury’s War, 2013).
“Gli esperti sostengono che queste misure hanno ridisegnato completamente l’ambiente normativo finanziario, alzando grandemente i rischi per le banche e altre istituzioni impegnate in attività sospette, anche senza volerlo. La centralità di New York e del dollaro per il sistema finanziario globale comporta che queste politiche Usa abbiano ripercussioni globali”. A sottolinearlo è lo stesso CFR.
Le penalità per violazioni possono essere gravi in termini di multe, perdita di affari, danni alla reputazione, aggiunge, ammettendo che “negli ultimi anni le autorità federali sono state particolarmente rigorose”. E a riprova inserisce nel post una tabella con tutte le banche penalizzate (francesi, tedesche, britanniche, svizzere, olandesi, lussemburghesi, giapponesi) e i milioni pagati dal 2010 al 2015. In testa BNP Paribas di cui sopra, la maggior multa -miliardaria – mai elargita.
Il caso di BNP e gli altri simili mettono in luce la seconda fondamentale novità: le sanzioni extraterritoriali, o secondarie, che non si limitano a vietare a cittadini e imprese del proprio paese che di fare affari con entità presenti in una lista nera, come nelle sanzioni tradizionali. Ma sono disegnate per limitare l’attività economica di governi, affaristi e cittadini di paesi terzi. “Così che molti governi le considerano una violazione della loro sovranità e del diritto internazionale”, osserva il CFR.
Vedi le sanzioni all’Iran e a Cuba, volte a isolare quei paesi e insieme a colpire gli Stati che commerciano con loro. “Gli Usa possono punire banche ovunque, perfino nei paesi dove l’Iran è forte come il Libano o l’Iraq” scrive Patrick Coburn(10). Convinto che in un’escalation del conflitto iraniano gli europei saranno spettatori.
Sanzioni e imposizione di dazi e tariffe si sovrappongono e si intrecciano nelle guerre economiche ingaggiate da Trump per rilanciare la centralità di un’America sempre meno influente in un mondo ormai multipolare. Esemplare il caso Huawei. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e manager dell’azienda, è bloccata da sei mesi Canada, dove è stata arrestata per presunta violazione delle sanzioni (americane!) all’Iran.
REAZIONI E MINACCE UE. In questo scenario paesi UE appaiono sempre più insoddisfatti e riottosi. La riattivazione del Titolo III della legge del 1996 su Cuba ha suscitato numerose reazioni in ambito UE e segnatamente in Francia. I 28 secondo l’IRIS minaccerebbero rappresaglie.
L’Unione sarebbe intenzionata a usare tutti i mezzi a disposizione. Si vagheggiano misure apparentemente fantasiose come trasferimenti in denaro elettronico capaci di sfuggire al sistema finanziario ufficiale (blockchain?) o deleghe alle banche centrali nazionali della funzione di intermediazione nel trading.(11)
Più concreto il ricorso all’WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dal momento che le sanzioni americane sarebbero illegali e contrarie al suo regolamento, rappresentando elementi di distorsione del commercio mondiale. Opinioni discordi. Secondo alcuni potrebbe portare a ripercussioni a catena, con pignoramenti in reciprocità di beni statunitensi nell’Unione, e addirittura aprire un varco a rivendicazioni da parte di società danneggiate dal blocco americano verso paesi terzi (12).
Altri (l’IRIS)obiettano che sarebbe probabilmente un’arma spuntata: gli americani potrebbero tranquillamente decidere di uscire da quell’istituzione ormai superata: dazi e tariffe minacciati e messi in atto dall’amministrazione Trump in modo sempre più aggressivo – c’è chi li considera alla pari di vere e proprie sanzioni – hanno ormai modificato il panorama di una globalizzazione governata da regole condivise.
Ritorsioni europee potrebbero arrivare al blocco di asset americani nel continente. Ma” si tratta di pura teoria”, convengono i ricercatori dell’IRIS. Le sanzioni americane hanno un effetto estremamente dissuasivo nella misura in cui nemmeno una impresa può infischiarsene di perdere il mercato americano. Tra un (piccolo) mercato cubano potenziale e l’immenso mercato Usa, la scelta è presto fatta. Se non cooperate è <no deal>. Il caso dell’Iran insegna.
A disposizione dell’UE vi sarebbe il cosiddetto “Statuto di blocco” nei confronti degli Usa previsto dal sistema sanzionatorio comunitario (13). Una normativa creata nel 1996 in parallelo alla legge americana Helms -Burton varata in occasione delle sanzioni a Cuba, che “spunterebbe ogni arma a Washington”, secondo l’IRIS. Una misura mai invocata finora, ma aggiornata proprio nel 2018. Per applicare questa come del resto le altre sanzioni- serve tuttavia una decisione del Consiglio europeo all’unanimità.
Lo prescrivono le regole del TFEU – trattato che applica il TEU, Trattato dell’Unione Europea che ha aggiornato quello di Maastricht – che prevedono una doppia procedura: un voto a maggioranza per la parte economica delle sanzioni, e uno unanime per quel che riguarda la politica estera. Come nei desiderata dell’alleato di Oltreatlantico.
I VINCOLI DELLA POLITICA ESTERA UE – Un articolo recente di Thierry Meyssan (14) su Voltairenet intitolato “L’Unione Europea costretta a prendere parte alle guerre Usa” – che ho linkato su Twitter suscitando reazioni perplesse o indignate – sosteneva che i membri dell’UE, compresi i paesi neutrali, non possono fare a meno di uniformarsi alle sanzioni decise da Pentagono e Tesoro In quanto Washington già 25 anni fa si è cautelata dalla possibilità che l’allora a nascente Unione europea potesse avere una politica estera e di difesa indipendente dalla Nato. Imponendo di fatto una ‘clausola ad hoc’ nel trattato di Maastricht. Tanto da far intendere che l’unica via per uscirne è liberarsi dai Trattati e del comando integrato Nato. E’ così?
Che la politica estera e di difesa dell’UE debba rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alla Nato è una realtà, così come è indubbio che tali vincoli sono sanciti nei Trattati costitutivi dell’Unione.
La “clausola” in questione si riferisce evidentemente al Titolo V, Cap 2 del Trattato dell’Unione Europea -TEU – che ha aggiornato quello Maastricht dopo Lisbona, dedicato alla Politica estera e di sicurezza (15).
In particolare l’articolo 42 comma 2 vincola esplicitamente tale politica comune al rispetto degli impegni con la Nato presi dai suoi membri, mentre l’art 24 prescrive fra l’altro votazioni del Consiglio all’unanimità in politica estera, comprese eventuali decisioni in tema di difesa comune. (16)
Anche il fatto che gli Stati Uniti in quei medesimi anni post crollo dell’URSS in cui definivano la loro geopolitica di superpotenza unica abbiano premuto sulla nascente Unione appare ben più che una supposizione.
“Dobbiamo prevenire l’emergere di accordi di sicurezza esclusivamente europei che possano minacciare la NATO”, si leggeva nel Defense Planning Guidance, il documento del Pentagono poi noto come “Dottrina Wolfowitz”, da Paul Wolfowitz, il neocon vice di Dick New York alla Difesa con George W:H.Bush (citazione dal New York Times marzo 1992, che Meyssan linka col Washington Post (17). Praticamente in contemporanea con il Trattato di Maastricht che gettava le basi nell’UE.
Era la definizione della strategia degli Usa superpotenza unica dopo il crollo dell’URSS, che tra l’altro già prevedeva l’intervento in Iraq. Gli US si impegnavano a difendere dalla Russia le nazioni europee dell’ex Patto di Varsavia. E chiedevano alla comunità europea di fare diventare membri dell’Unione i paesi dell’Est “il prima possibile”. Richiesta esaudita. Così come, contravvenendo alle assicurazioni date a Gorbaciov in occasione dell’unificazione della Germania, la Nato si è poi allargata a Est, dalle Repubbliche Baltiche alla Polonia, dove saranno presto installate otto batterie di missili Patriot puntati sulla Russia e stanno per arrivare gli F-35.
I paesi europei devono liberarsi dei Trattati e del comando integrato della Nato, dove non contano nulla (18), suggerisce Meyssan indicando l’esempio della Gran Bretagna che ha optato per la Brexit. Ma dimenticando che l’UK non solo resta ben salda nella Nato ma ne è la punta più forte e avanzata.
I paesi europei avrebbero più peso nei confronti dello strapotere americano isolati che uniti? Sembra una pia illusione. Tanto più se in aggiunta ai vincoli imposti da Nato e UE si aggiunge l’appartenenza al sistema economico-finanziario egemonizzato dagli Stati Uniti e ormai governato dal network delle banche centrali occidentali, in testa la Federal Reserve.
IL SISTEMA DOLLAROCENTRICO E IL TACITO RICATTO. A legare le mani ai paesi europei nei confronti di sanzioni che nuocciono loro direttamente non sono (sol)tanto i Trattati o i vincoli Nato quanto la supremazia economico-finanziaria degli USA prima potenza mondiale sia pure in declino, col dollaro moneta internazionale negli scambi commerciali, oltre che di riserva. Ad ammetterlo, come abbiamo visto, è lo stesso Council of Foreign Relations, organismo informale che dal dopoguerra ha sempre indirizzato la politica estera dell’impero.
“Gli US si autorizzano ad imporre le loro decisioni a tutto il mondo e a minacciare di fatto tutte le imprese e gli individui che hanno in un modo o nell’altro interessi negli USA. Un concetto di legalità quanto meno discutibile”. Ma essendo il dollaro moneta internazionale più utilizzata e l’economia americana al centro di quella mondiale il loro potere è immenso. Dal momento che si commercia in dollari si è legati e si dipende da quel paese”.
“Oggi è indispensabile rettificare il tiro sviluppando meccanismi e modelli ad hoc e orientando la globalizzazione in un senso più multipolare così da limitare il potere assoluto americano” arriva a proporre Francois Perrin, Direttore di Ricerca di quel think tank francese (19).
Obiettivo molto ambizioso, che a personaggi indubbiamente minori come Muhammar Gheddafi e Saddam Hussein ha portato malissimo. L’UE ha i mezzi per rispondere?
“L’UE è la seconda potenza economica del mondo, davanti alla Cina, dietro gli Usa, certo. E’un partner di primo piano per il US. Quando, dopo la legge Helms-Burton del 1996, gli europei hanno subito votato il “regolamento di blocco, gli americani non hanno poi dato seguito alle loro minacce. Il che prova che l’UE ha una forza economica e ha un peso politico quando lo desidera. Ma per opporsi e avere una strategia comune bisogna essere uniti e condividere la stessa diagnosi e la stessa volontà politica”.
“Europa, perla dell’Impero Americano” titola Dario Fabbri nell’ultimo Limes citato. Gli europei se ne rendono conto?
DISACCORDI CRESCONO IN SENO ALLA NATO. Dalla Turchia, Paese chiave dell’alleanza, che acquista i missili Russi S-400, al primo ministro italiano Conte che si è detto contrario alle sanzioni alla Russia imposte nel 2014 per i fatti dell’Ucraina, in quanto danneggiano l’economia italiana; argomenti ripresi anche dal primo ministro dell’Ungheria Orban, e da Belgio, Repubblica Ceca , Bulgaria, Grecia , sempre più critici nei confronti della strategia americana basata sulle sanzioni.
Lo segnalava un post di un esperto del Cato Institute, think tank liberista-libertario inizialmente vicino a Trump. (Il presidente si è dimostrato tepido verso l’UE ma anche verso la Nato che secondo i più estremi – es George Friedman su Limes – non servirebbe nemmeno più agli Usa che possono contare sui Five Eyes, i cinque paesi del mondo di lingua inglese uniti da vincoli speciali)
Gli alleati Nato sarebbero ancor meno entusiasti delle misure militari verso Mosca. Il vicepresidente americano Mike Pence lo ha toccato con mano quando Frau Merkel in febbraio ha rifiutato di spedire navi tedesche nello stretto di Kerch, tra mar Nero e mar d’Azov, nel braccio di ferro tra Mosca e Kiev.
Del resto Germania e Francia avevano resistito fermamente quando Bush a suo tempo aveva spinto per portare Georgia e Ucraina nella Nato. Più recentemente gli alleati si sono rifiutati di subentrare in Siria alle forze americane che Trump voleva ritirare o almeno ridurre a 200 uomini.
“Gli interessi americani ed europei si sovrappongono fino a un certo punto, su Russia e Iran hanno interessi incompatibili” scrive uno studioso del Cato Institute – think tank liberista-libertario, a suo tempo(1974) fondato da Charles Koch (il miliardario dell’energia già sostenitore di Trump). Sul suo sito molti articoli critici sulla Nato.
UNA NUOVA COMUNE POLITICA ESTERA e DI SICUREZZA. “La politica estera dell’UE non funziona. Questo è quel che pensano nove membri dell’Unione, a partire da Francia e Germania. Non lo dicono ad alta voce ma il messaggio è chiaro, da quel che si legge in un paper in circolazione, proprio per discuterne nelle conversazioni che i ministri degli Esteri avranno in giugno”. Così un recentissimo articolo del Financial Times che ha potuto vedere lo scarno ma significativo documento. I suoi autori, che comprendono anche Danimarca, Svezia e Finlandia, ritengono che l’UE deve ancora dare concretezza al suo potenziale ruolo di attore globale.
La sua unità è sempre più messa alla prova da dinamiche interne ed esterne all’UE, osservano, pur insistendo sull’unità e la forza dell’Europa sul palcoscenico globale. Le preoccupazioni sarebbero accresciute dalle “relazioni sempre più complesse” (eufemismo diplomatico dei paesi o del FT?) dell’UE con Cina Russia e Stati Uniti.
Tre le ansie principali della diplomazia europea: i muscoli finanziari del blocco europeo non si traducono in influenza nelle crisi globali – con l’eccezione dell’accordo del 2015 con l’Iran, oggi in crisi; la solidarietà europea è stata messa alla prova in varie aree, dalle sanzioni alla Russia alle ambizioni territoriali di Pechino nel mare a Sud della Cina; il servizio diplomatico europeo (leggi: Federica Mogherini) non ha legato come sperato col lavoro dei ministri europei.
Punto chiave nel cambiare la politica estera e di sicurezza UE è superare le votazioni all’unanimità, procedura prevista dal Trattato Europeo su richiesta degli Stati Uniti. Perfino Manfred Weber, candidato del Ppe alla presidente della prossima Commissione UE, nel recentissimo confronto tv fra gli Spitzenkandidatsha espressamente detto che all’unanimità va sostituita la maggioranza qualificata. Sarebbe un primo importante passo. Una condizione non sufficiente, ma sicuramente necessaria.
Un tema caldissimo, quello della politica estera UE, che incrocia quello della comune Difesa europea – reso ancora più urgente dalle richieste di Trump di aumentare i contributi dei paesi europei alla Nato, subito al 2% del Pil, percentuale raggiunta solo da cinque paesi su 29 (Italia all’1.1% nel 2017), in prospettiva al 4%.(20) E di far pagare agli Stati che le ospitano i costi delle forze americane ivi stanziate “per proteggerli”, secondo il Piano di Trump ‘Cost Plus 50’ ben analizzato sul Manifesto (21).
Un argomento che si sovrappone a quello dei rapporti interni alla Nato, del suo funzionamento o addirittura della sua radicale rimessa in discussione. Come chiede il Comitato No Guerra No Nato (ne fanno parte storici come Franco Cardini accanto a Gino Strada, padre Zanotelli, il generale Mini ecc ecc), che in occasione del 70° anniversario l’aprile scorso ha organizzato un convegno a Firenze, con partecipanti italiani e stranieri .
  1. https://www.telegraph.co.uk/business/2019/05/16/trump-becoming-dangerously-addicted-tariffs-permanent-trade/
  2. http://www.iris-france.org/136209-politique-de-sanctions-americaines-vers-une-nouvelle-guerre-commerciale/
  3. https://www.ibs.it/limes-rivista-italiana-di-geopolitica-libro-vari/e/9788883717505?lgw_code=1122-B9788883717505&gclid=Cj0KCQjwrJ7nBRD5ARIsAATMxssuy96OUFOIMpdGVGdsmH5ruTdkYzk5vrKU-pNWiACf9-Qs1i5KO0MaArT3EALw_wcB
  4. http://www.iris-france.org/136037-loi-helms-burton-contre-cuba-lextraterritorialite-du-droit-americain/
16. In particolare l’articolo 42 comma 2 prescrive esplicitamente che la politica di sicurezza e difesa dell’UE – che è parte integrante della politica estera comune, campo nel quale ogni decisione va presa all’unanimità – “non deve pregiudicare” la politica di certi Membri e “deve rispettare gli impegni” di certi Membri che vedono la loro difesa realizzata nella NATO, sotto il trattato Nord Atlantico ed “essere compatibile con la politica di sicurezza e difesa comuni stabiliti in quella cornice”.

18. https://www.globalresearch.ca/exiting-war-system-nato/5677546

“The North-Atlantic Council has established the NATO rules in which “there is no vote or majority decision”.Decisions are taken unanimously and by mutual agreement”, meaning in agreement with the United States of America…”

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Dietro la #Brexit che non quaglia, la battaglia sui derivati, lo scenario ‘Singapore sul Tamigi’ e le pressioni Transatlantiche

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Nell’estenuante saga della Brexit ormai quasi alla fine, ci sono cose di cui si parla poco o niente. Eppure si tratta di temi cruciali per il futuro del Regno Unito e dell’Europa e, oseremmo dire, del sistema economico-finanziario globale. Temi e scenari che forse gettano anche luce sulle contorsioni della Brexit a cui si è assistito nei trentatrè mesi dal referendum. Col dubbio che il no deal verso cui si corre, fosse in realtà il Piano A. Di una parte, almeno.

Al cuore della faccenda c’è infatti la City e il suo ruolo centrale nella gestione dei flussi finanziari globali, leciti e illeciti. Un ruolo che in un dopo Brexit soft potrebbe venir limitato da accordi con le autorità europee, come quello con l’ESMA (Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati) sottoscritto poco più di un mese fa. Oppure, nel caso di una Brexit dura, senza accordo, potrebbe invece venir “rilanciato” o piuttosto “spinto” verso una deriva di deregolamentazione totale, trasformando Londra in un centro off hore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie UE e di New York: lo scenario della Singapore sul Tamigi auspicato dai conservatori più radicali sulle due sponde dell’Atlantico – eppure quasi temuto da esponenti della stessa City che paventano ritorsioni UE e fuga di molti business .

LA BATTAGLIA SUI DERIVATI. Uno di questi temi lo ha tirato fuori un recente breve articolo del Financial Times (1) e riguarda <lo stato del gigantesco mercato Londinese dei derivati dopo l’uscita dall’UE> – un argomento di cui < (quasi) nessun politico britannico si preoccupa di discutere>, osserva l’autrice. < Un tema arcano – prosegue – eppure importante non solo perché i derivati hanno implicazioni sulla stabilità finanziaria ma anche perché la questione getta luce su eclatanti battaglie dietro le quinte, ora con conseguenze transatlantiche>.

Dietro le quinte appunto. E che vedono di mezzo gli Usa. Per quanto cauto, il FT non si esime.

<La posta in gioco gira intorno alle compensazioni nelle transazioni di derivati [mediazioni che avvengono in ‘stanze di compensazione’ virtuali chiamate Clearing Houses]. Negli anni recenti la London Clearing House ha dominato il settore degli swaps e dei futures [i derivati più comuni], intermediando regolarmente più di $3 trilioni di transazioni ogni giorno, un quarto dei quali denominati in euro, e quasi la metà in dollari>. Fra questi, la maggior parte dei ‘contratti ‘ (swaps) sui tassi di interesse [con i quale si gestisce il rischio ma si fanno anche lucrose scommesse, quelli sull’Italia e il rischio sovrano sono tra i più trattati].

<I politici europei del continente hanno sempre detestato il fatto che così tanti affari in euro si facessero a Londra. Ma l’hanno sempre tollerato perché il Regno Unito era nell’UE. Mentre i regolatori Americani, anch’essi a disagio per il fatto che un pezzo tanto grande del mercato si svolgeva fuori dal loro territorio, accettavano il dato di fatto perché le autorità britanniche concedevano una sufficiente supervisione su quel business alla Commodities Futures Trading Commission (CFTC), la loro autorità in materia>.

<Ora non più. I politici europei hanno dichiarato che se la London Clearing House vuole intermediare gli euro quando (o se) ci sarà la Brexit, quel business dovrà trasferirsi nell’Europa continentale oppure essere regolato dall’Autorità Europea competente, l’ ESMA basata a Parigi>.

Il FT ricorda come, con sollievo della City – e delle banche – l’ESMA un mese fa abbia dichiarato che lascerà che sia Londra a gestire questi scambi, anche dopo una hard Brexit [senza accordo], finché verranno accettate le regole dell’ESMA. <Il che non è senza peso – nota FT: scindere il business delle compensazioni sarebbe molto costoso per gli attori di quelle partite, come il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha puntualizzato, accettando l’accordo con gli Europei>.

Ne ha dato conto Bloomberg a gennaio (2) , compiacendosi sia pure con cautela per <il passo fatto verso la creazione di una rete di sicurezza post-Brexit per il mercato globale dei derivati da $400 trilioni che è stato a lungo a rischio di sconvolgimenti in caso di Brexit senza accordo (…) E’ vero che agli elettori poco importa come multinazionali, banche e assicurazioni gestiscono il rischio finanziario – aggiungeva Bloomberg – ma i regolatori sanno bene che la natura interconnessa della finanza globale può ritorcersi sui cittadini quando le cose si mettono male, vedi Lehman Brothers>.

La visione a lungo termine dell’UE sui modi in cui limitare i rischi per la stabilità finanziaria dopo la Brexit comporta definire regole più stringenti e affidare maggiori poteri all’ESMA. Come ultima ratio costringere le clearing houses a trasferirsi sul territorio europeo. E però una UE così assertiva su quel che accade fuori dal suo territorio rischia di urtare gli Usa, anticipava Bloomberg. Ed è quel che è accaduto.

<C’è un ostacolo da un trilione di dollari che è completamente fuori dal controllo del parlamento britannico: gli Usa>, osserva FT. E racconta che la CFTC americana ha fatto sapere all’Europa che non accetterà che l’ESMA controlli il business londinese degli swaps fintanto che invade i mercati in dollari e le banche Usa>.<Di mezzo c’è l’orgoglio nazionale ma anche una diversità ideologica – spiega. I regolatori britannici e americani tendono a confidare nella forza del mercato e ritengono che nel settore privato i partecipanti debbano essere lasciati liberi di decidere quanto collaterale mettere nelle transazioni per cautelarsi dai rischi di default>.

<Ma che sia soltanto il mercato a decidere quanto collaterale chiedere, specie durante una crisi finanziaria, non piace affatto ai regolatori europei. Memori di quanto accadde nella crisi del 2011 quando la London Clear House (e altri) imposero certe margin calls [avvisi di rischio] sugli asset di Spagna e Italia – ricorda l’articolo del FT, pur difendendo quelle scelte [caute o speculative?]. Quelle vicende – che hanno visto messa in mezzo anche la BCE – bruciano ancora in Europa. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, aggiungiamo notando che FT ignora il caso della Grecia.

Il risultato è quello previsto da Bloomberg. Regolatori e politici europei vogliono imporre controlli più stringenti “ Dobbiamo poter avere una gestione legale chiara” ha detto recentemente Benoit Coeuré, membro della BCE. Ma gli americani si oppongono con forza, e minacciano rappresaglie. <In un discorso insolitamente duro il commissario della CFTC Christopher Giancarlo ha fatto sapere che se l’ESMA interferirà troppo con il business in dollari di Londra, gli americani “faranno i passi disponibili per proteggere in mercati Usa e i loro partecipanti. Per esempio, cacciare i partecipanti europei dal Chicago Mercantile Exchange [la piattaforma più grande e importante al mondo nel trading di materie prime e derivati, che opera anche nel mercato Over The Counter -OTC- non regolamentato, che ha dimensioni addirittura maggiori di quello regolamentato].

<Roba allarmante>, commenta FT.

Rinvio al 2021? <La soluzione non è ovvia. Dipende dalla cornice politica per gestire le compensazioni europee che emergerà dalle nuove regole che la UE ha promesso per il 2021. Usa e Bruxelles hanno annunciato che la CFTC parteciperà a questi preparativi. La vera battaglia è probabilmente rinviata – conclude FT aggiungendo le due lezioni da trarre da questa saga: 1. Mostra in quale grado la Brexit non è soltanto un affare fra le due sponde della Manica; 2. Rivela la debolezza politica di Londra che non è in grado di gettare il suo peso nella controversia, che verrà decisa nello scontro ideologico e territoriale fra Washington e Bruxelles>.

UNA SINGAPORE SUL TAMIGI? Le regole europee, di una UE che tenta di svincolarsi da subordinazioni troppo a lungo subite, sono più che mai in ballo nel cosiddetto Singapore on Thames Scenario <volto a trasformare la City in una sorta di Eldorado finanziario basato su scambi commerciali e finanziari deregolamentati e una tassazione soft per le società. Londra diventerebbe [ancor più di quanto non lo sia già, e da un pezzo] un paradiso fiscale al pari delle Cayman, delle Bermuda, delle Virgin, delle Isole del Canale della Manica. Un centro offshore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie dell’Unione Europea e quella di New York. Una “pazza idea” che si fa largo negli ambienti politici ed accademici conservatori della Gran Bretagna>, raccontava a luglio 2018 Angelo Mincuzzi nel suo blog del Sole24Ore (3).

Mincuzzi aggiunge come di questa ipotesi si discutesse nel maggio 2017 in un report del Cityperc (City political economy research center) della City University of London. Mentre a tornare un anno dopo sull’argomento è il fondatore del Tax Justice Network John Christensen in un paper del think tank britannico Ippr (The Progressive Policy). Nonché in un articolo recente su Truepublica.org (4).

In quest’ultimo Christensen non esita a collegare questa strategia estrema alla nuova regolamentazione europea contro evasione, elusione e dumping fiscale che contrastano con il funzionamento del mercato, frutto di una direttiva UE (la 2016/1164) che, messa a punto fra il 2015 e il 2016, è stata presentata dalla Commissione il 28/1, adottata dal Consiglio il 20/6 ed è entrata in vigore dal 1 gennaio 2019. Stranamente se ne parla poco: in attesa degli esiti elettorali?

Le nuove norme mirano ad incidere sui trattamenti fiscali di favore che certi paesi, Olanda Irlanda e Lussemburgo in testa, riservano alle multinazionali e alle banche, consentendo loro di eludere una massa di tasse pari a 160/190 miliardi di euro l’anno,secondo la stima di lavoceinfo.com ripreso dal Sole24Ore. Con pesanti effetti economici e su concorrenza e investimenti nei diversi paesi UE.

<Nel libro Brexit – A Corporate Coup d’Etat, un intero capitolo è dedicato alla minaccia della regolamentazione UE, che sarà rinforzata nel 2019 e distruggerebbe il dominio della GB come leader globale nel business dei paradisi fiscali e del riciclaggio>, esordisce Christensen su Truepublica.<Londra è già un paradiso fiscale… conosciuta a Mosca come Londongrad, ha molto da offrire a oligarchi e riciclatori di denaro. La pura verità è che la città è considerata la capitale del riciclaggio di denaro del mondo> afferma ancora Christensen, citato anche dal blog del Sole24Ore.

Su Truepublica va più a fondo. E racconta l’antica preoccupazione dei governi britannici, dei Tories in particolare e l’atteggiamento in questa materia, che ha fatto da freno in Europa. <Negli anni l’UK ha sempre votato contro la creazione di un corpo inter-governi in grado di definire regole che rafforzino la cooperazione internazionale in materia fiscale. Ed ha resistito con successo alle pressioni internazionali per contrastare i paradisi fiscali, come quelli nelle Dipendenze della Corona (es le isole del Canale) e nei Territori d’Oltremare (Cayman, Bermuda ecc.) che insieme alla City controllano il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore. <Le giurisdizioni segrete britanniche formano una ragnatela progettata per facilitare un flusso finanziario illecito verso la City, dove ogni anno verrebbero riciclati 90 miliardi di sterline>.

<Le nuove misure UE anti-abuso che entrano in vigore nel 2019 rafforzerebbero le restrizioni sugli intermediari basati in GB (City of London e al) che prendono parte all’off-shore e all’evasione/elusione fiscale di cui la GB è leader globale – nel caso che la GB resti membro dell’UE>, afferma Christensen. E’ una storia vecchia, quella delle preoccupazioni britanniche, intensificata negli ultimi anni. Vale la pena di accennarne perché illuminante anche sull’origine del referendum Brexit.

<Nel 2015 i Tories hanno rigettato i piani annunciati da Bruxelles per combattere “l’evasione fiscale su scala industriale delle maggiori multinazionali”. La GB aveva già creato una sorta di paradiso fiscale per loro abbassando la tassazione dal 28% al 19% per le corporations con consociate finanziarie offshore (con la previsione di scendere al 17%). Col risultato che un certo numero di esse ha già dato vita a quartier generali (virtuali) in UK.(…) . Sempre nel 2015 europarlamentari conservatori, di UKIP e DUP hanno votato contro i piani UE per combattere l’elusione (…) Mentre i Conservatori hanno bloccato la legislazione, Laburisti, Liberaldemocratici, Verdi e altri hanno votato a favore>.

<Cameron si era appellato già nel 2103 al presidente della Commissione UE Van Rompuy per evitare che i trust offshore fossero trascinati in una ampia repressione dell’evasione fiscale. La questione dei paradisi fiscali britannici e degli accordi con multinazionali e industria bancaria era diventata così seria che Cameron si rivolse persino a OCSE e G20 perché si accordassero su una cornice globale in materia di trasparenza>. <Falliti i suoi sforzi, Cameron si accorse che l’UE andava avanti e che l’offshoring e l’evasione fiscale massiccia nei territori di Sua Maestà erano davvero in pericolo. Trilioni vengono riciclati, nascosti e mascherati attraverso la rete di facilitatori tra la City di Londra le Dipendenze della Corona>.

Anche per questo, premuto dall’UKIP il cui fondatore Nigel Farage, secondo Steve Bannon, “ha più influenza con Trump di Theresa May sulla Brexit (6), Cameron ha inopinatamente lanciato il referendum? Christensen non lo dice esplicitamente.

Di Brexit e del futuro dei paradisi fiscali ha invece ha recentemente parlato davanti all’Europarlamento. Tre le tematiche proposte da altrettante slides. UNO. Riguarda il trading nei servizi finanziari e le relazioni reciproche in questo campo con i 27 paesi UE dopo una Brexit effettiva. Si discute di riconoscimento di standard regolatori in base al principio di equivalenza, di standard minimi di trasparenza, di impegni ad accettare controlli regolari, anche per evitare che la GB si impegni in guerre fiscali e competizioni normative. Temi che secondo Christensen acquistano senso in relazione ai due successivi.

DUE. <La strategia della Singapore sul Tamigi è stata indicata da ministri del governo britannico nel 2017, quando la premier May e il Cancelliere Hammond l’hanno fatta diventare la bandiera di una strada potenziale da intraprendere. Da allora altri ministri, compresi il Segretario agli Esteri Jeremy Hunt e quello agli Interni Sajid Javid hanno indicato questo come il modello da seguire nel dopo-Brexit>.TRE. Il contesto: Singapore in dieci anni ha rapidamente esteso il suo ruolo di centro finanziario offshore ed è diventato 5°nel Financial Secrecy Index con un punteggio di 67 che riflette la debolezza del regime di trasparenza corporate e il basso livello di impegno nel contrastare l’evasione fiscale. Tanto per capire a cosa mirano i politici londinesi.

< Il signor Javid- un serio candidato a sostituire Theresa May come leader dei Conservatori, già banchiere a Singapore [nonché direttore di Deutsche Bank, aggiungiamo] -ha parlato di tagli fiscali e deregolamentazione come armi in una strategia di ‘shock and awe’ [colpisci e terrorizza, di ‘Bushana’ memoria, strategia peraltro fallita in Iraq e altrove ].Segue elenco di provvedimenti prevedibili, fra i quali tagli di tasse per corporations e i ‘mobile rich’ [espressione che sembra definire i ricchi transnazionali], misure varie per attrarre investimenti in UK, deregulation per rimuovere le protezioni sociali e ambientali, scarsa o nulla obbedienza alle norme antiriciclaggio, golden visa a garanzia di cittadini di diversa nazionalità da quella britannica, purché ricchi.

Tanto da indurre Christensen a concludere ironizzando sulla contraddizione fra <il mondo dominato da programmi di rigenerazione industriale auspicato dai milioni di cittadini ‘lasciati indietro’ che secondo molti commentatori hanno appoggiato il referendum; e un mondo semplicemente trasformato in un paradiso fiscale per ricchi e potenti>.

Già. Scrive Mercuzzi: <È ampiamente riconosciuto che i paradisi fiscali contribuiscono all’impoverimento di paesi ricchi e poveri, consentendo il riciclaggio di denaro, la cleptocrazia, l’evasione fiscale e l’elusione. L’entità delle perdite derivanti da questi diversi tipi di furti, illegali e legalizzati, è difficile da calcolare; la miglior stima delle perdite di entrate globali dovute esclusivamente allo spostamento degli utili aziendali ammonta a 500 miliardi di dollari all’anno>. Due economisti [citati], stimano lo stock accumulato di capitali fuoriusciti dall’Africa subsahariana pari a $944 miliardi circa cinque volte più del debito estero di quella regione. Secondo altri studi le ricchezze personali conservate nei centri offshore sarebbero pari a $21 trilioni>. Cifre pazzesche che palesano l’ipocrisia di tante dichiarazioni e programmi di aiuti all’Africa.

CITY & C ,PERPLESSI. Eppure non è certo per il bene dei cittadini del mondo che esponenti dell’industria dei servizi finanziari, banche d’affari e la stessa City si mostrino più perplesse e caute della politica davanti a uno scenario di deregolamentazione spinta in chiave nazionale Singapore style caldeggiato da alcuni politici. Temono di perdere fette di business e di rendere più complesse e costose le operazioni per i clienti. La City nel 2016 avrebbe addirittura votato per il Remain.

Una divergenza emersa già in un importante meeting nel settembre 2017, dopo le elezioni che hanno visto sconfitta Theresa May e i Tories costretti ad allearsi col DUP nordirlandese dopo aver perso la maggioranza. Presenti all’incontro la premier May, il cancelliere Hammond, il segretario alla Brexit Davis col suo consigliere Lord Hill, quello agli Esteri Hunt e quello agli Interni Javid; insieme al presidente di Royal Bank of Scotland, al capo di Morgan Stanley Europe, al direttore della Borsa Londinese e al ministro della City. <Al meeting i ministri hanno dato l’impressione di essersi impegnati a garantire un periodo di transizione di due o tre anni in cui continuino a valere le regole attuali. “Avete bisogno dello status quo” ha detto un banchiere>.

Così il solito ben informato FT (7). Che notava come <Dal referendum nella City molti ritengono che mantenere una qualche forma di equivalenza con Bruxelles sarebbe un modo per fare restare a Londra una serie di servizi finanziari che altrimenti migrerebbero nel continente>.<Il Regno Unito deve restare allineato a regole globali, ma sarebbe sbagliato se si legasse irrevocabilmente a una cornice legislativa europea sulla quale non avesse alcun controllo>, ha insistito Lord Hill.

Ma le banche d’affari non sembrano convinte. <Le banche sono coscienti delle conseguenze globali e non vogliono vedere l’UK in una corsa ad abbandonare gli standard dell’equivalenza regolamentale. Per banche di investimento e assicurazioni mantenere un livello minimo di base è cruciale perché assicura un mutuo accesso ai mercati e rende più facile la gestione che con regimi diversi>.

<Prima delle elezioni del 2017 May e Hammond assicuravano che se non si fosse ottenuto un buon accordo con l’UE, il Regno Unito avrebbe avuto un’altra opzione: fare marcia indietro e competere con l’UE con una regolamentazione minima e basse tasse Singapore Style. Ma dopo le elezioni May ha abbandonato questa strada. Mentre Hammond ha continuato a ribadire che l’UK in futuro non è costretta a soggiacere a norme che non controlla>. E’ un caso che il meeting in questione fosse ospitato nella magione di campagna di Boris Johnson, il Tory ultra-falco leader dei conservatori più estremi, che Bannon ha detto di considerare ‘un modello’, un primo ministro ideale quanto il nostro Salvini?

PRESSIONI TRANSATLANTICHE. No, non è stato un caso. Nella lunga saga della Brexit in gioco non ci sono solo GB e UE, ma un “fronte transatlantico, come lo definisce eufemisticamente FT, che va ben oltre il tema dei derivati. “Economic Regime Change – US Groups Continue Raise Millions For Hard Brexit”, titola un articolo di Robert Woodward, di febbraio ma postato da Truepublica soltanto in questi ultimissimi giorni (8). In parallelo con un altro post dal titolo ugualmente significativo (9): Was a hard Brexit always a plan A? che fra l’altro parla della segretezza intorno alle misure e ai piani accurati che il governo sta predisponendo per una Brexit senza accordo.

Dagli Stati Uniti arriverebbero insomma, e non da oggi, forti pressioni, e finanziamenti, per una Brexit “dura” senza accordi con l’Unione Europea. Quel no deal Brexit che sarebbe stato fin dall’inizio il Piano A delle correnti economiche e politiche che hanno sostenuto Trump e da anni spingono per una vasta deregulation a tutti livelli nel Regno Unito ( e non solo) – compresa la sanità e le norme a difesa di ambiente e consumatori – e oggi non si rassegnano a veder sfumare i loro piani.

Il famoso giornalista del caso Watergate parte dal recente Collins Report, del deputato Tory Damen Collins, che attribuisce alla Russia interferenze nella politica britannica e nel referendum. <In realtà – scrive – dietro quelle intromissioni c’erano miliardari e organismi Americani. Questo oggi è un fatto come è un fatto che media mainstream e politici lo abbiano taciuto>. Da un’inchiesta del Guardian Woodward cita con dovizia i numerosi think tank di destra, fondazioni, front charities e organismi di fund raising dei due lati dell’Atlantico, tra i più forti sostenitori di accordi di libero scambio e regolamentazioni ridotte – che beneficiano i business Americani – e si oppongono a norme europee più strette fin dal 2008. Con nomi e cognomi.

Centinaia di milioni spesi in quella che dovrebbe essere definita <una campagna per un regime change economico – conclude Woodward con una espressione efficace – da parte di una potenza straniera. Una potenza che si chiama America>. Alla fine ricorda una pièce satirica della CNN che invitava a chiamare il referendum Brexit per quello che è: “Un’opportunità per diventare il 51° Stato Americano. La perdita dell’UE è il nostro guadagno. Chiamiamolo Brentrance>, gioco di parole fra Britain e entrance.

1) https://www.ft.com/content/ab751f8a-499c-11e9-bbc9-6917dce3dc62 2) https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2019-02-06/brexit-an-uneasy-truce-in-400-trillion-derivatives-fight

3) https://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2018/07/18/londra-come-singapore-la-pazza-idea-che-contagia-i-duri-della-brexit/

4) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/brexit-britain-government-negotiating-singapore-on-thames-right-now/

5) https://ec.europa.eu/taxation_customs/business/company-tax/anti-tax-avoidance-package/anti-tax-avoidance-directive_en e https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-01-18/quanto-ci-costa-l-elusione-fiscale-multinazionali-155259.shtml?uuid=AED7k0HH (spiegazione)

6) https://www.theneweuropean.co.uk/top-stories/steve-bannon-on-donald-trump-nigel-farage-theresa-may-and-boris-johnson-1-5943606 7) https://www.ft.com/content/582ca822-9e06-11e7-8cd4-932067fbf946 8) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/economic-regime-change-us-groups-continue-raise-millions-for-hard-brexit/

9) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/was-a-hard-brexit-always-plan-a/

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