BlackRock e la sua Rivoluzione nel sistema finanziario, economico e politico globale

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Accordo Ue, svolta dell’Europa. Il coro è quasi unanime. Mentre BlackRock esorta gli investitori a puntare sul Vecchio Continente, più avanti rispetto agli Usa. Come stupirsi? Dietro alla ‘svolta’ a ben vedere c’è lo zampino – o zampone – della Roccia Nera, che negli Usa a marzo si è aggiudicata la gestione totale del salvataggio miliardario delle imprese americane da parte della Federal Reserve, diventando ormai la “quarta branca del governo”. Non solo.

La Ue da parte sua , nel suo piano di aiuti da €1000 miliardi emetterà bond comuni ed elargirà fondi e prestiti ai paesi membri, ma lo farà in cambio di riforme, ovvero di interventi nelle politiche fiscali dei governi europei. Una rotta globale indicata giusto un anno nel corso del meeting annuale a Jackson Hole dei banchieri centrali, dietro proposta di emissari della Roccia Nera, sulla base del suo Documento o Libro Bianco pubblicato una settimana prima. Un piano in atto, che un anno dopo Black Rock nell’Outlook sul suo sito definisce <una Rivoluzione>.

Il Covid-19 poi ha aiutato, capitando come si usa dire ‘ a fagiolo’. E oggi Black Rock oltre a gestire gli stress test delle banche europee per conto della Bce, è diventata pure consulente dell’Ue su come incorporare le pratiche ambientali, sociali e di governance nella gestione del rischio da parte delle banche, di gran parte delle quali è azionista e quasi tutte sue clienti. Pratica in cui peraltro eccelle.

Un protagonismo ormai anche politico, quello del maggior gestore di attivi del mondo, che impensierisce non poco gli osservatori più attenti, nel generale silenzio mediatico. In un quadro in cui tre soli grandi giganti gestori di assets- i Big Three, in testa Black Rock con Fidelity e State Street –non solo gestiscono una grandissima parte degli investimenti globali ma detengono quote, anche di controllo, in un numero grandissimo e crescente di corporations e imprese, dentro e fuori dagli Usa a partire dall’Europa, con diritto di voto. Mentre il fondatore e CEO della Roccia Nera Larry Fink è in predicato per diventare Segretario al Tesoro in una eventuale amministrazione di Joe Biden.

Ma ricominciamo dall’inizio.

Black Rock, l’irresistible ascesa. Sulla scia di un articolo di Limes (a firma del prof Germano Dottori) Underblog si era già occupato della Roccia Nera nel 2015, chiedendosi se davvero il ‘Moloch della finanza globale’ fosse responsabile del cambio di scena in Italia nel 2011, quando Deutsche Bank, di cui BlackRock era azionista di controllo, aveva per prima ritirato i suoi capitali nei titoli di Stato italiani, spingendo il nostro paese sull’orlo del famigerato ‘baratro’. Non era Berlino, non erano i poteri di Francoforte a provocare il tracollo, era molto probabilmente stata la RocciaNera, concordava Underblog. Quasi certamente, a giudicare dai fatti successivi.

La Roccia nera era già un gigante e gestiva i rischi di $15.trilioni di attivi segnalava l’Economist che già nel 2103 le aveva dedicato una copertina con una gigantesca roccia nera incombente sull’orizzonte.

Nel contesto della finanziarizzazione globale promossa da Reagan e poi da Clinton, BlackRock aveva visto la luce nel 1988, in partnership al 50% con BlackStone, la mega finanziaria globale di private equity, che qualcuno vede connessa con i Rothschild (il barone Nathaniel Jacob in ogni caso entra nel 2007 nel board), nota dopo il 2008 per essersi impossessata a prezzi stracciati di case pignorate durante la crisi poi rivendute a prezzi gonfiati, racconta Ellen Brown (giugno 2020), avvocato e attivista favore delle banche pubbliche, autrice di vari libri. Che nel raccontare Jackson Hole 2019, ne riassume anche la storia.

<Staccatasi nel1995 dalla partner, BlackRock negli anni ’90 e 2000 accresce i suoi bilanci promuovendo gli MBS, i mutui cartolarizzati ovvero titoli garantiti da ipoteca che hanno fatto crollare l’economia nel 2008. Conoscendo bene il business dall’interno nel 2008-9 era stata incaricata dalla Fed di acquistare i titoli tossici fuori mercato da Bear Stearns e AIG, cosa che la Fed non avrebbe potuto fare da sé>. Le fortune della Roccia Nera sono tuttavia legate soprattutto agli ETF, titoli comprati e venduti come azioni ma che operano come fondi indicizzati, seguendo passivamente indici specifici come l’S&P 500, l’indice delle big corporations in cui investe la maggior parte della gente. Con gli ETF BlackRock si è assicurata trilioni di attivi, in particolare dopo aver acquisito la serie di iShares quando si è impossessata di Barclay Global Investors nel 2009. Al 2020 iShares comprende 800 fondi e $1.9 trilioni di attivi in gestione diretta.

I Big Three. Oggi il settore ETF comprende circa la metà di tutti gli investimenti in azioni Usa ed è altamente concentrato. Il settore è dominato dai tre maggiori gestori di denaro al mondo, i cosiddetti Big Three: Black Rock, Vanguard e State Street, con BlackRock leader assoluto: insieme detengono l’80% di tutti i fondi indicizzati.

Come si vede dalla tabella sui top money managers (non solo di ETF) pubblicata nel recente articolo di BloombergQuint, società indiana partecipata al 30% da Bloomberg News in un articolo recente. Black Rock in testa con $7.4 trilioni di assets globali sotto controllo (un terzo di quali in Europa, e $625 miliardi di piani pensione), seguita da Vanguard Group con $6.2 trilioni , State Street Global Adv con $5.1 trilioni, seguono Fidelity Investment ($3.2) e JP Morgan Asset Mgt ($2.4).

“The spectre of the Giant Three” titolava un anno fa uno studio di due docenti di Harvard, ben riassunto in italiano da Startmag.it, e sui Big Three è oggi puntato l’occhio dell’antitrust americana. Da notare gli intrecci azionari fra gli stessi Big Three, oltre che con le maggiori mega banche, come riferiva già nel 2015 Underblog, citato sopra.

Non solo. <Al 2017 i Big Three sono diventati anche i maggiori singoli azionisti nel 90% delle società S&P 500, comprese Apple, Microsoft, Exxon Mobil, General Electric, Coca Cola ecc, per restare negli Usa . La Roccia nera detiene inoltre principali interessi in quasi ogni mega banca e nei media più importanti.> Così la Brown, cui fa eco Le Monde Diplomatique, gennaio 2020:

<Insieme i tre giganti nella gestione di attivi comulano 15.000 miliardi di capitalizzazione, l’equivalente del PIL della Cina, e controllano un blocco maggioritario di azioni nel 90% delle imprese S&P 500, ma gli altri non sono che nani davanti al Leviatano finanziario, che investe in 5 continenti e, con un giro di affari superiore a $15.000 miliardi ($15 trilioni) e quasi 14.000 collaboratori in 30 paesi, gestisce da sola oltre $6000 miliardi, due volte e mezzo il Pil francese>.

Le quote nelle imprese S&P 500 sono solo la punta dell’iceberg. <La società di Larry Fink ha quote nel 40% di tutte le imprese americane e vota in 17.000 cda, possiede più azioni in Google, Amazon, Apple, Microsoft  dei fondatori di tali società>.

La mira, spiega Le Monde Diplomatique, è acquisire un peso sufficiente nel capitale in concorrenza nello stesso settore, consentendole di influire sulle decisioni: come è accaduto per i prezzi nelle società aeree Usa, che fanno capo alla Roccia Nera. E in Europa? Lo vedremo più avanti

Aladdin. E’ la carta vincente della Roccia Nera, per la precisione di Black Rock Solutions: una piattaforma software iper sofisticata, “una rete di codici, scambi commerciali, chat, algoritmi, modelli predittivi”, che funziona come una Intelligenza Collettiva, spiega sul suo sito, (vedi anche Seekingalpha), ma anche sorta di oracolo . Attraverso tale rete la Roccia Nera scopre le vulnerabilità e valuta e prevede opportunità e rischi per i suoi clienti, diretti indiretti, piccoli e grandi, privati e istituzionali come governi, assicurazioni e quant’altro- compresi i gestori di assets suoi rivali (come Bloomberg LP, parente di Bloomberg News), monitorando ben $20 trilioni – $20.000 miliardi – di assets nel mondo. Niente a che vedere con le Mille e una Notte, il nome è l’acronimo di Asset, Liability, Debt and Derivative Investment Network)

L’incarico dalla Fed . Non sorprende che <quando la Fed ha avuto bisogno di aiuto per la sua missione di salvataggio pandemico si sia rivolta direttamente a Larry Fink, diventato il più importante suggeritore industriale del governo>, scrive BloomberQuint. Espertise e capacità di azione immediata hanno guidato la scelta nell’urgenza, ha ammesso il presidente Fed Jerome Powell in audizione.

In marzo la  Roccia Nera si è così aggiudicata, senza gara e senza alcun dibattito al Congresso, un contratto in base alla legge CARES (Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security Act) per utilizzare $454 miliardi di fondi sciolti assegnati dal Tesoro insieme alla Fed. Questi fondi potrebbero avere un effetto leva per fornire oltre $ 4000 miliardi di crediti Fed. <Mentre il pubblico era distratto da proteste, sommosse e lockdown – commenta Ellen Brown – Black Rock è di colpo emersa come “quarta branca del governo” – secondo la definizione del prof Willam Birdthistle, del Law College dell’università di Chicago – gestendo il controllo sul denaro stampato su richiesta dalla banca centrale>.

Il nuovo compito assegnato a Black Rock è molto più vasto di quello svolto durante la crisi del 2008. La prima parte, in atto dal 12 maggio, consiste nell’acquisto di ETF. E che gli ETF e i bond sottostanti siano al cuore della crisi da Covid e avessero bisogno di un salvataggio lo riconoscono esperti citati da Brown. Ma la società potrebbe finire per comprare i fondi che gestisce – come sta già accadendo per il 47% degli ETF acquistati – con evidenti conflitti di interesse.

La Roccia nera si difende sostenendo di non averne la proprietà ma di agire come mera custode. A differenza delle banche non fa investimenti per sé. “Agiamo come fiduciario della Fed di New York  (il cuore della banca centrale) afferma un portavoce della società”.

Con i suoi ultimi incarichi è un argomento difficile da far valere, osserva Graham Steele dall’Università di Stanford, che è ha lavorato per la Fed di S.Francisco, citato da BloombergQuint. “Sono così intrecciati nel mercato e col governo che è un groviglio di conflitti davvero interessante”.

 “Perché assegnare tutto il denaro da gestire a una sola società?”, chiede Birdthistle. E polemiche, anche sull’assegnazione dei fondi ai grandi di Wall Street , ce ne sono già se Powell il 29 luglio scorso ha tenuto a dichiarare che “Black Rock è solo il nostro agente, le decisioni le prendiamo noi, BlackRock esegue i nostri piani”. Nessuna replica dalla diretta interessata.

<BR gestirà i portafogli dei corporate bonds e dei debiti ETF. Farà lo stesso per i nuovi bond, talvolta agendo come unico compratore- e fino al 25% dei prestiti sindycated dalle banche. E acquisterà gli MBS da agenzie semigovernative come Fannie Mae e Freddie Mac. Otterrà $48 milioni annui di compensi, poco per una società i cui profitti l’anno scorso ammontavano a $4.5 miliardi – ulteriormente saliti del 21% nel primo trimestre 2010 – ma potrà cementare i legami dei suoi gestori con i politici>. Peraltro già assai forti.

Larry Fink e i suoi tentacoli. <La sfera di influenza di BlackRock  – che si è costruito anche un potente ufficio legale – va oltre la banca centrale e comprende avvocati, presidenti e capi di agenzie governative di entrambi i partiti, sebbene più volto ai Democratici>, secondo BloombergQuint. <Solo un pugno di executives vengono dall’amministrazione di George W Bush, più di una dozzina da quella di Obama, sonocompreso il consigliere per la Sicurezza nazionale di Obama, il consigliere per la politica del clima, l’ex vicepresidente della Fed, e numerosi economisti della Casa Bianca, del Tesoro e della stessa Fed.>

Fink, il fondatore e CEO di BlackRock è da sempre considerato più vicino ai Dem. <Nel 2012 era nella lista per sostituire il segretario al Tesoro Tim Geithner in uscita. E ora è ampiamente considerato per quel posto in una eventuale amministrazione Biden, anche se non è chiaro come sarebbe visto dall’ala sinistra dei Dem, per quanto abbia la stima di membri di Wall Street amici del partito>, è ancora Bloomberg Quint a scrivere.

Del resto il business primario della società, la gestione di ETF, è stato acclamato in quanto rende gli investimenti più facili ed economici. E, per quanto Fink sia la bestia nera degli ambientalisti perché alcuni dei suoi fondi detengono quote di società di energie fossili, ha messo le mani avanti per prepararsi al contrasto del cambiamento climatico. Scrivendo lui stesso una lettera di impegni, di cui ha dato notizia anche Startmag.it.

<La sua influenza va ben al di là degli Usa. La Bank of Canada in marzo lo ha preso come consulente per i suoi acquisti di commercial papers, il debito che le società fanno per finanziare giorno per giorno le loro spese. E il mese scorso la UE lo ha assunto per consulenze su come integrare le pratiche ambientali, sociali e di governance nei modi in cui le banche gestiscono il rischio>.

BlackRock in Europa. <Larry Fink, il capo dei più potenti fondi mondiali, è nel suo aereo, destinazione Europa. Sull’Atlantico, chiede al comandante di collegarsi con la Germania. Chiede al suo responsabile regionale a Francoforte ed esige un incontro con Angela Merkel. Possibilmente entro cinque ore dal suo atterraggio>. Comincia con questo aneddoto, raccontato da una ex dipendente, un articolo del del 2018 del sito di investigazione e opinione francese Mediapart intitolato “BlackRock, il Leviatano della finanza che pesa sulle scelte europee”. Il seguito per abbonati.

Attac-54 ne riassume i punti salienti, dopo varie cifre sulla dimensione del gigante, con clienti in 100 paesi, e un terzo degli assets sotto il suo controllo in Europa: <Contemporaneamente consigliere delle banche centrali e principale azionista dei fiori all’occhiello industriali, mormora all’orecchio degli Stati europei. Punti chiave: contrastare ogni regolamentazione finanziaria e imporre pensioni private a capitale per tutti>.

Dopo la crisi finanziaria ha accresciuto il suo potere ben al di là della gestione di attivi: lo si ritrova come uditore delle banche a richiesta delle autorità di regolazione, come consigliere di Stati sulle privatizzazioni. Nell’autunno 2017 è stato invitato dal governo francese a presiedere il comitato CAP2022 volto a designare i futuri contorni dello Stato.

BlackRock propone ad altre entità finanziarie di mettere a loro disposizione i suoi strumenti per la gestione del rischio. Ma offre anche servizi alle autorità finanziarie. Che lo sollecitano a valutare la salute di grandi istituti bancari considerati sistemici.

Solo in Francia è azionista tra il 5 e il 10% di una serie di grandi industrie (esempi) e spesso l’azionista principale di almeno 172 società quotate nella Borsa francese, oltre ad avere il voto in 17.000 imprese del mondo. Quanto all’Italia, Underblog nel 2015 aveva fatto un elenco delle sue partecipazioni. L’articolo più recente trovato oggi è di Financecommunity.it, 29 luglio 2020, dedicato alla squadra italiana.

<La presenza italiana del gigante Usa risale al 2000, nel 2006 la fusione con la banca di investimenti Merryl Linch gli porta in dote vari manager fra i quali il capo dell’attuale squadra italiana Andrea Viganò, già responsabile del Sud Europa. A fine 2013, in Italia gli asset in gestione da parte di BlackRock  valevano 52 miliardi di dollari con 8 miliardi raccolti nel corso dell’anno. Oggi i fondi esteri controllano il 38% di Piazza Affari, e il primo investitore estero, secondo in assoluto dietro lo Stato italiano, è la Roccia Nera che, attraverso 156 società, ha partecipazioni per 20 miliardi di euro, con un controvalore delle azioni italiane raddoppiato rispetto a un anno fa. Negli ultimi mesi la società ha aumentato le quote, in particolare nel settore bancario, in cui è presente con il 5% circa di Intesa Sanpaolo e Unicredit e il 6,8% del Banco Popolare>.

Ma torniamo a Mediapart, che segnala gli interventi europei di BlackRock già durante e dopo la crisi del 2008. In Irlanda, la banca centrale gli aveva chiesto di valutare lo stato di sei banche irlandesi, la Grecia, sotto pressione della Troika, si era rivolta alla società di Fink per dissequestrare i portafogli di prestiti di 18 banche (2011) poi ancora delle quattro maggiori (2013).

Anche l’Olanda aveva chiamato BlackRock per analizzare il portafoglio di ING, banca sull’orlo del fallimento, di cui il gigante Usa deteneva il 5%. Dijsselbloem, ministro delle finanze e allora presidente dell’Eurogruppo, si era giustificato. Sebbene, ironia, la banca centrale olandese da 2007 avesse assegnato proprio alla Roccia Nera la gestione dei fondi pensione dei suoi impiegati.

E a Bruxelles? Da una fonte interna all’Europarlamento si apprende che BlackRock organizza “giornate di informazione” per gli assistenti parlamentari scrive Attac54 raccontando Mediapart (nel 2018 ricordiamo). E fosse solo questo. Viene citata Daniela Gabor, docente di macroeconomia all’università di Bristol, che dal 2013 ha seguito i dibattiti sulla regolazione finanziaria quando il Commissario Michel Barnier prometteva di rinforzare le regole sul sistema finanziario (come oggi conta di fare Paolo Gentiloni equilibrando i sistemi fiscali e ridimensionando i paradisi, vedremo):

Ho capito che ad avere il potere non erano più le banche ma i gestori di attivi “, ha osservato Gabor, citata anche da Ellen Brown. Secondo la quale BlackRock riflette la rinuncia al welfare state da parte dello Stato. Il suo potere crescente si accompagna con i cambiamenti strutturali in corso, nella finanza ma anche nella natura dei contratti sociali fra i cittadini e lo Stato. E la BCE, che sollecita BlackRock come uditore delle banche, non ha alcun potere su quella società”.

<Il potere acquisito dalla Roccia nera sugli Stati è orizzontale, in quanto azionista di imprese a priori in concorrenza può spingere verso concentrazioni, specializzazioni, cessioni. Come accade già nella Chimica dove domina il settore con partecipazioni in tutti i grandi gruppi mondiali>.

Alle stesse conclusioni arrivava del resto nel 2018 l’articolo Blackrock – The Company That Owns the World del gruppo di ricerca multinazionale Investigate Europe, che rimandava poi a Mediapart.

In sintesi: <Minacce alla concorrenza attraverso il possesso di quote in società in competizione, offuscamento dei confini fra capitale privato e affari pubblici lavorando accanto ai regolatori, battaglie per la privatizzazione dei piani pensione così da canalizzare i risparmi nei suoi fondi>.  E sulle pressioni per riformare le pensioni europee insiste molto Le Monde Diplomatique .

La Roccia Nera consulente della BCE. Nel dicembre 2018 il Sole24Ore se ne usciva con la “rivelazione” dell’incarico a Black Rock da parte della Bce di eseguire gli stress test bancari. Una prassi non nuova, quella di esternalizzare tale compito per mancanza di tecnici qualificati. “Se ne accorge solo ora?”, commentava Startmag.it.

La notizia peraltro era stata pubblicata in ottobre da Don Qujones, pseudonimo di un analista economico su cose europee e non solo collaboratore del noto sito californiano Wolfstreet. Con considerazioni sui precedenti ben più interessanti.

<Nel 2014 la Bce ha assunto BlackRock Solutions come consulente su come implementare l’acquisto di titoli garantiti da attivi delle banche centrali europee. In altre parole – spiegava- prima di imbarcarsi in uno dei più vasti programmi di QE della storia, la Bce ha cercato i consigli del maggior gestore di asset, la società che più ha investito negli attivi che intendeva acquistare>.

La Bce era presieduta da Mario Draghi, che a gennaio 2015 lancerà l’atteso programma di Quantitative Easing da €60 miliardi.   

Nel 2016 la Roccia Nera viene di nuovo assunta dalla banca centrale europea, questa volta per condurre gli stress test. L’incarico del 2018 è un’estensione di quel contratto. Il costo, rivelato dalla stessa Bce dopo le pressioni tedesche, è relativamente basso: €8.2 milioni. <Ma l’importanza dell’incarico è nelle informazioni privilegiate che BlackRock si assicura su banche di molte delle quali, se non tutte, detiene pacchetti di azioni e in due terzi delle quali figura come consulente, aiutandole nelle verifiche>.

La società di Larry Fink esclude conflitti di interesse, e parla di una ’muraglia cinese’ tra le diverse branche della società stessa (dove peraltro per passare da un settore all’altro a un manager bastano solo due settimane di sospensione, scrive la Brown). Non tutti non tutti sono convinti . “Le dimensioni di BlackRock danno luogo a un potere di mercato che nessuno Stato è più in grado di controllare” aveva osservato il parlamentare tedesco Michael Theurer, membro dell’europarlamento dal 2009 al 2017, citato da Wolfstreet. Fosse solo un potere di mercato. La “piovra vampira”, vampire squid, definizione coniata a suo tempo da Matt Taibbi in un celebre pezzo su Goldman Sachs, è vista da alcuni come un vero e proprio “governo ombra”.

<Come Goldman Sachs, BlackRock sta estendendo i suoi tentacoli attraverso l’Europa e spende grandi somme in lobbying e nel catturare politici e funzionari come l’ex presidente della Swiss National Bank, la banca centrale svizzera, Phillip Hildebrand diventato vicepresidente con ruoli di primissimo piano nella società e l’ex capo del Tesoro britannico George Osborne>, racconta BloombergQuint.

A Jackson Hole, 2019. Non sorprende a questo punto la notizia data da Ellen Brown e riportata all’inizio di questo post, protagonista proprio Hildebrand.

<L’importanza e il peso politico di BlackRock sono apparsi evidenti quando quattro dei suoi manager esecutivi, capeggiati dall’ex capo della Swiss National Bank Phillip Hildebrand hanno presentato una proposta meeting annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole dell’agosto 2019>. Un incontro come sempre dalla natura dichiaratamente economica e politica.

<Essendo a conoscenza che i banchieri centrali non avevano più munizioni per controllare la fornitura di denaro e l’economia, BlackRock ha detto che era tempo che le banche centrali abbandonassero l’indipendenza a lungo vantata e affiancassero alla politica monetaria (compito usuale delle banche centrali) una politica fiscale (compito tradizionale dei legislatori)>. La crisi del Covid ha offerto l’opportunità perfetta, scrive Brown, che mette in relazione quanto sopra con il piano americano di salvataggio, gestito da BlackRock. Un approccio che appare limitato.

Un governo ombra globale? E’ infatti significativo che quella della Roccia Nera non fosse semplicemente una “proposta”. Bensì un vero e proprio Piano, molto articolato, presentato il 15 agosto, qualche giorno prima del simposio di Jackson Hole, come si può leggere sul suo sito, a cui rimandiamo. Un Piano globale, ambiziosamente intitolato Dealing with the next downturn, ovvero come affrontare la prossima fase discendente. Che appariva già ben chiara un anno fa. Covid o meno.

Il Piano è stato messo in pratica, come la stessa BlackRock spiega sul suo sito nell’Outlook dell’11 giugno 2020, compiacendosi del fatto che <in questi due mesi la politica macroeconomica ha visto niente di meno di una Rivoluzione>. Parola chiave su cui insiste anche più avanti. Policy revolution, Rivoluzione delle politiche, è del resto il titolo.

<La risposta politica odierna è di una scala completamente diversa da quella data nella crisi finanziaria del 2008. Non solo è stata più rapida e di una ampiezza ben superiore a quella di ogni altro momento storico, ma i cardini delle strutture della politica globale e dei mercati finanziari sono stati del tutto trasformati>, viene spiegato, anche con tabelle. Aggiungendo già nel sottotitolo che <Senza appropriate barriere di sicurezza e una strategia di uscita, vediamo una china scivolosa>.

BlackRock indica tre aspetti della rivoluzione. In estrema sintesi: *dare liquidità direttamente a famiglie e business * politiche monetarie e fiscali mescolate esplicitamente *sostegno alle imprese con condizioni stringenti, aprendo le porte a un intervento senza precedenti nel funzionamento dei mercati finanziari e di governance delle imprese. Seguono maggiori dettagli.

<Questa rivoluzione politica era inevitabile, data l’insufficienza delle politiche monetarie nel rispondere a una significativa, drammatica fase discendente> – dell’economia globale si presume.  Una discesa invero poco raccontata nelle cronache mediatiche, sempre propense all’ottimismo, e a presentare gli Stati Uniti, guardando essenzialmente a Wall Street, come un solido blocco economico, a dispetto di allarmi da parte degli economisti più avveduti. Le ricette di BlackRock sono rivolte anche all’Europa.

Conclusioni. Che il sistema sempre più globalizzato e intrecciato sia ormai gestito dalle banche centrali, con la Fed in primo piano e con un ruolo di guida, era da tempo evidente, così come il crescente peso di BlackRock come gestore di asset e consulente, dominante nell’ambito dei Big Three.

La novità sembra essere l’approdo della RocciaNera a pianificatore e controllore globale, con l’avvallo delle banche centrali stesse. Mentre il ruolo dei governi, e della stessa Ue, sembra scivolare quasi in secondo piano. A dispetto dei sovranisti, che se la prendono con falsi bersagli.

Un destino inesorabile e inevitabile, nel tentativo di puntellare la supremazia occidentale? Probabilmente sì.

Con buona pace degli analisti anche i più critici che si attardano ancora a puntare il dito sui conflitti di interessi, e della stessa Brown . Dopo aver sottolineato come le politiche pubbliche siano oggi condotte a favore del mercato azionario, considerato il barometro dell’economia sebbene abbia ben poco a che fare con l’economia reale e che BlackRock sia ormai nelle condizioni di controllare l’economia, e aver assodato, col citato Peter Ewart, che “oggi il sistema economico non è più il capitalismo classico ma un capitalismo monopolistico dove i confini fra Stato e oligarchia finanziaria sono virtualmente inesistenti”, da strenua fautrice del pubblico nell’economia e nelle stesse banche, Brown avanza una proposta utopica, o quanto meno irrealistica :

<Se tali oligarchi sono troppo grandi e strategicamente importanti per essere spezzati secondo le leggi antitrust, dovrebbero essere nazionalizzati e messi al servizio del pubblico. Quanto a BlackRock dovrebbe per lo meno essere regolato come un istituto Finanziario di importanza Sistemica (cosa che è finora riuscita ad evitare per sfuggire alle pur blande regole della legge Dodd-Frank, aggiungiamo). Meglio ancora regolarla come una utility pubblica. Quale amministrazione lo farà mai?

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Dietro i progetti del Green New Deal. Follow the money

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“Il Clima. Chi l’avrebbe mai detto. Le mega multinazionali e i mega miliardari già dietro la globalizzazione dell’economia del mondo, la cui ricerca del massimo valore azionario e della riduzione dei costi hanno arrecato tanti danni al nostro ambiente sia nel mondo industrializzato sia alle economie sotto-sviluppate di Africa, Asia, America Latina, sono oggi i principali sostenitori del movimento “dal basso” per la decarbonizzazione, dalla Svezia alla Germania, agli USA, UE e oltre. Effetto di improvvisi sensi di colpa o potrebbe esserci un’agenda più profonda per la finanziarizzazione dell’aria che respiriamo, e più ancora? “.

Così esordisce ironicamente il pur controverso Willam Engdahl, “analista specialista in questioni energetiche e geopolitiche” che i suoi detrattori bollano come “scrittore americano cospirazionista”.

In un post peraltro ben documentato, sia pure controcorrente, getta luce – e ombre – sul cosiddetto Green New Deal: i piani per una ‘economia sostenibile’ di cui sempre più spesso si parla. Post rilanciato da Global Research, sito canadese alternativo ma serio e con moltissimi collaboratori, ma in origine pubblicato da NEO, sito di analisi e notizie che detrattori come EUvsDisinfo.eu (niente a che vedere con l’UE) sostengono sia gestito dall’Istituto di Scienze Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, e comunque ispirato dalla Russia: che da grande esportatrice di gas e petrolio, va aggiunto, non è affatto impegnata sul cambiamento climatico. Precisazioni necessarie.

Che il clima della terra stia mutando sia una realtà è innegabile, le conseguenze le stiamo già vivendo, le divergenze riguardano caso mai il peso del fattore umano e la velocità del cambiamento in atto. Che delle azioni vadano messe in campo è in ogni caso auspicabile. Ma quali azioni? Da parte di chi, con quali effetti e quali costi per i cittadini?

Engdhal non entra nel merito. Analizza invece la Finanza Green, i suoi protagonisti, i suoi recenti ‘testimonial’, la svedese Greta Thunberg e l’americana Alexandria Ocasio-Cortez, e la ‘vera agenda economica’ che a suo dire sta dietro a tutto questo affaccendarsi. Incrociando altri post simili. Dubbi da respingere nell’emergenza in cui siamo proiettati? Complottismi? Accettiamo il rischio.

Più che complottista l’autore ci appare assai scettico. <Qualunque cosa si pensi dei pericoli della CO2 e del rischio che il riscaldamento climatico provochi la catastrofe globale di un aumento della temperatura da 1.5° a 2°, vale la pena di mettere in luce chi sta promuovendo l’attuale flusso di propaganda e di attivismo climatico>, conclude nella premessa. Dubitando però dei reali interessi di tali ‘benefattori’. Magari sbaglia. E tuttavia vedremo come tanto attivismo per ora non sembri produrre grandi effetti nel mitigare il cambiamento climatico in atto che allarma tanti giovani nel mondo. E non solo loro.

LA FINANZA GREEN. <I giganti della finanza hanno cominciato a individuare schemi su come convogliare centinaia di miliardi di futuri fondi in investimenti “green”- in società spesso prive di un valore“climatico”, aggiunge Engdahl – già da qualche anno, ben prima che Al Gore e altri decidessero di usare una giovane studentessa Svedese come manifesto di un’urgenza climatica e dell’appello di Alexandria Ocasio-Cortez per riorganizzare l’economia intorno a un Green New Deal>.

2013. La Climate Bonds Initiative, CBI ,charity creata a Londra. <Dopo anni di attenta preparazione una società immobiliare Svedese, Vasakronan, in marzo emette il primo corporate Green Bond – obbligazione verde – seguita da altri come Apple, SNFC (società delle ferrovie francesi) e Credit Agricole. In novembre Tesla Energy emette il primo derivato solare>.

Il sito della CBI è ancora più preciso. Scrive. <Il mercato dei green bonds parte nel 2007 con una emissione da parte di istituzioni multilaterali come BEI – Banca Europea degli Investimenti e Banca Mondiale. Ma decolla solo nel marzo 2013 dopo che il primo miliardo di dollari viene venduto a un’ora dall’emissione da parte dell’IFC- International Financial Corporation>. La svolta avviene in novembre con l’emissione dei bonds Vasakronan (di cui sopra). Seguita da SNFC, Apple, Credit Agricole ma anche Berlin Hyp (grande banca immobiliare tedesca), Engie (energetica francese), ICBC – Industrial and Commercial Bank of China. Si sottolinea come nel mercato dei green bonds siano entrati Stati e province americani, Città come Johannesburg, una provincia Argentina, governi locali vari e sempre più numerosi.  Il primo derivato solare emesso da Tesla Energy è stato seguito da altri derivati verdi, ad averne emessi più di tutti è Fannie Mae, la società federale americana di mutui a suo tempo coinvolta della crisi del 2008. All’iniziativa aderisce anche Borsa Italiana.

<Secondo Climate Bonds Initiative i più di $ 500 miliardi di green bonds di oggi sono considerevoli>. I creatori dell’idea dichiarano che il loro scopo è conquistare una grande quota dei $45 trilioni (45.000 miliardi) di assets gestiti globalmente indirizzandoli verso entità che si sono nominalmente impegnate a investire in “progetti climate friendly” >, scrive Engdahl.

<Pubblicamente impegnati in investimenti climatici e responsabili>, precisa CBI, secondo la quale i Greens Bonds possono aiutarli a soddisfare tali impegni>. La CBI enfatizza l’enorme domanda per queste obbligazioni verdi- che a differenza delle obbligazioni normali promettono un uso specifico dei proventi – le cui sottoscrizioni sono superiori alle emissioni. Ma chi sono i maggiori investitori?

A guardare gli esempi citati dalla stessa CBI, viene in realtà qualche dubbio: si parte infatti da megainvestitori istituzionali come State Street e BlackRock – due dei decisivi azionisti delle prime megabanche del mondo e partecipi in molte altre banche e aziende, il secondo è uno dei maggiori gestori globali di assets, pari a $7 trilioni; AXA e Aviva, due delle più grandi compagnie di assicurazioni globali e di gestione di fondi, Amundi che gestisce anche fondi pensione, controllata da Credit Agricole. E poi Mirova e Actiam, sempre gestori di assets, e la banca d’affari francese Natixis. In un’altra categoria troviamo Apple e Barclays, megabanca britannica. Quindi governativi come la Banca Centrale del Perù e il Tesoro della California. Infine vengono citate sottoscrizioni da parte di investitori al dettaglio (di risparmiatori) come International Finance Corporation, Tesla Energy  attraverso Incapital, investitore in prodotti a rischio, e la stessa Banca Mondiale che si avvale di Merril Lynch e Morgan Stanley.

Tutti folgorati dalla CO2 e convertiti al bene climatico dell’umanità?

2015. Ma torniamo a Engdalh, che racconta come a promuovere “strumenti finanziari verdi”, primi fra i quali i Green Bonds, siano stati il principe Carlo d’Inghilterra, futuro monarca [e noto ambientalista], la Bank of England, banca centrale britannica, e la City of London, il cuore della finanza globale. Con lo scopo di re-indirizzare i piani pensionistici e i fondi comuni di investimento verso progetti Green. Un ruolo chiave nel collegare le istituzioni finanziarie lo ebbe Mark Carney, che nel 2015 presiedeva il Financial Stability Board della BRI (la Banca dei Regolamenti Internazionali, BIS in inglese (bis.org, nota come “la Banca delle Banche Centrali”, che riferisce anche al G20) quando a dicembre 2015 proprio  il Financial Stability Board dette vita alla Task Force on Climate related Financial Disclosure  o TCFD, (qui in it) tradotto: Task Force per la ‘divulgazione’ finanziaria relativa al clima, per consigliare investitori, prestatori e assicurazioni sui rischi connessi al clima. <Un tema assai bizzarro per delle banche centrali>, osserva Engdahl.

Nel 2016 la TCFD, insieme alla City of London Corporation e al governo britannico hanno iniziato la Green Finance Initiative, per incanalare trilioni di dollari in investimenti ‘green’. E i banchieri centrali del Financial Stability Board hanno nominato le 31 persone della Task Force. Questa, presieduta da Michael Bloomberg, il multimiliardario fondatore dell’agenzia di notizie finanziarie e già sindaco Rep di New York, che oggi aspira a candidarsi per i Dem  alla presidenza Usa, comprende persone provenienti da JP Morgan, BlackRock, Barclays Bank, HSBC- la banca di Londra e Hong Kong più volte multata per riciclaggio di fondi neri e della droga – Swiss Re,  assicurazioni seconde al mondo, Tata Steel (mega gruppo Indiano), Dow Chemical, ENI Oil (la nostra ENI), il gigante minerario BHP Billington e David Blood della Al Gore’s Generation Investment LLC.

Nel luglio 2019. Carney, oggi governatore della Bank of England, è stato anche un attore chiave nello spingere la City di Londra nel cuore della finanza green. Il Cancelliere dello Scacchiere uscente Philip Hammond ha pubblicato un Libro Bianco intitolato ‘Strategia della Finanza Verde: trasformare la Finanza per un Futuro Verde’ in cui sottolinea che “una delle più influenti iniziative emergenti è il settore privato (?) del Financial Stability Board, la Task Force per la divulgazione Finanziaria collegata al Clima [la TCFD di cui sopra] sostenuta da Mark Carney e presieduta da Michael Bloomberg. Questa – aggiunge – è appoggiata da istituzioni che rappresentano $118 trilioni di assets globalmente”.

<Sembra esserci un piano >, osserva a questo punto Engdahl. Secondo lui si tratterebbe di <un piano per la ‘finanziarizzazione’ dell’intera economia mondiale usando la paura e lo scenario di una fine del mondo per raggiungere scopi – a suo dire arbitrari – come “l’emissione zero dei gas serra”>. E’ davvero così? Ne discuteremo alla fine.

Certo, il sostegno alla Task Force -TCFD da parte di ben 898 organizzazioni, quasi raddoppiato nel 2019 dopo l’One Planet Summit di New York del settembre 2018, è significativo ma anche sintomatico. Scorrendo il lunghissimo elenco spiccano tutte le megabanche e i megainvestitori istituzionali (i BlackRock, State Street, più Vanguard e Fidelity ), ancora banche, banche d’affari e gestori di assets di molti paesi- compresa la China Assets Management – e assicurazioni, fondi pensione privati, servizi finanziari, più un gran numero di corporations, compagnie aeree, società petrolifere, di automotive, informatica, energia e gas, acciao (anche Arcelor Mittal); presente il settore pubblico, con autorità di controllo e governi. Molto USA, Europa e Giappone ma anche Cina. Per l’Italia: Intesa SanPaolo, Borsa italiana, Leonardo, Snam.

Engdahl a questo punto sottolinea il ruolo chiave di Goldman Sachs – Carney come del resto Draghi sono ex Goldman- la megabanca più politica e controversa – che ha appena pubblicato il primo Global Index delle principali azioni ambientali, elaborato con il CDP- già Carbon Disclosure Project, tra i cui finanziatori compaiono JPMorgan, HSBC, Merril Linch,Bank of America, Goldman Sachs, State Street – i soliti, insomma.

<Il nuovo indice chiamato CDP Environment EW e CDP Europa EW, ha lo scopo di attrarre fondi di investimento e sistemi pensionistici statali e indurli ad investire in società scelte accuratamente. Fra le compagnie incluse nell’Indice troviamo Alphabet che possiede Google, Microsoft, ING Group, Philips, Danone … e ovviamente Goldman Sachs>.

Precisamo che il Carbon Disclosure Project, Ong basata a Londra – tanto er cambiare – era nato nel 2010, aveva iniziato chiedendo alle maggiori aziende del mondo di condividere informazioni sulle loro emissioni di CO2 e delle azioni intraprese per gestirle, l’82% aveva risposto, ma il progetto che mirava a creare incentivi finanziari era stato molto criticato e non era poi decollato. Ha quindi cambiato strada.

GRETA e ALEXANDRIA. <A questo punto entrano in scena gli attivisti del clima, la 16enne svedese Greta Thunberg e la 29enne Alexandria Ocasio-Cortez che lancia il Green New Deal. Per quanto possano entrambe essere sincere, dietro a loro c’è una ben oliata macchina finanziaria e mediatica che le promuove>, afferma Engdahl.

E’ il “fenomeno Greta”, andata a parlare al recente Summit sul Clima dell’ONU dopo che le mobilitazioni globali suscitate dal suo Friday for Future hanno riempito le piazze di milioni – letteralmente – di giovani e giovanissimi in ogni angolo del pianeta. Cronologia delle proteste, eventi, numeri, adesioni nel puntuale School Strike for the Climate di Wikipedia.

Engdahl però non ne accenna. Racconta invece come la giovane svedese faccia parte di un network ben strutturato collegato all’organizzazione di Al Gore – il candidato Dem alla presidenza Usa nel 2000, sconfitto da Bush – da anni attivo finanziariamente in campo ambientale, presidente del Generation Investment Group LLC. Il suo partner David Blood, ex Goldman anche lui, è un membro della Task Force TCFD di cui sopra creata dalla Banca Internazionale dei Regolamenti . <Greta e il suo amico del clima, il 17enne Jaime Margolin, sono entrambi “giovani consiglieri speciali e membri del consiglio di amministrazione “della Ong Svedese We don’t have time fondata dal suo direttore esecutivo Ingmar Rentzhog.  Il quale è membro del Climate Reality Organization Leaders di Al Gore e fa parte dell’European Climate Policy Task Force. Venne addestrato da Al Gore nel marzo 2017 e a Berlino nel giugno 2018. We don’t have time è partner del Climate Reality Project di Al Gore> (con tutte queste organizzazioni c’è da perdersi).

Il nostro autore ricorda questi legami di Greta, rimandando ai post della canadese Cory Morningstar, citati a lungo dal blog italiano Valigia Blu ma per criticarli purendendosela col Messaggero, raro foglio italiano non di destra  (come la Verità, ripreso da Dagospia, molto più fazioso, e Libero, anche recentemente) ad aver dato spazio ai dubbi sulla ‘spontaneità’ del fenomeno Greta davanti al clamore mediatico suscitato. “Quelle connessionipur reali, ammetteValigia Blu – sarebbero la prova che dietro il fenomeno Greta ci sarebbe una campagna orchestrata da grandi società e organizzazioni che cercano di spostare fondi nell’industria del clima grazie a una narrazione catastrofista secondo la quale ‘non abbiamo tempo’, la catastrofe umanitaria è imminente. Ma è vermente così?” Si chiede. E risponde di no, bollando i critici di complottismo.

Aggiungiamo che altri post come quello di Tony Cartalucci, sul controverso NEO (vedi sopra) ma solitamente attendibile, punta il dito sui sostenitori e finanziatori di Fridays for Future : oltre ad Amnesty, Greenpeace,WWF – ovvii – vi sarebbe 350.org, a sua volta supportata da 200 diverse fondazioni fra le quali spicca la Oak Foundation dietro la quale si muoverebbero l’immancabile George Soros con la sua Open Society Foundation e soprattutto la NED, la National Endowment for Democracy, organismo americano di soft power nato nel 1983 per promuovere la democrazia all’estero, in effetti implicata nelle varie ‘rivoluzioni colorate’ made by US.

Il post racconta anche come il Climate Resistance Handbook , manuale volto a consigliare agli attivisti climatici come organizzarsi, prefazione di Greta, pubblicato da 350.org citi esplicitamente come esempio a cui rifarsi la Serbia, dove protagonista delle rivolte fu il movimento Otpor, ampiamente finanziato dagli USA), come ha riconosciuto lo stesso New York Times (linkato).

Complottismi? Engdahl passa ora alla Ocasio-Cortez che, <appena entrata al Congresso – è la più giovane parlamentare – ha subito fatto scalpore rivelando il progetto di un Green New Deal per riorganizzare completamente l’economia degli US al costo forse di $100 trilioni. Lei stessa ha ammesso in un’intervista che deve tutto a due organizzazioni Dem, Justice Democrats e Brand New Congress che le hanno chiesto di candidarsi. Ora tra i suoi consiglieri c’è il co-fondatore di Justice Democrats, Zack Exley, già membro della Open Society Fondation (Soros) che insieme alla Ford Fundation ha assicurato i fondi per l’organismo volto a reclutare nuovi parlamentari.

LA VERA AGENDA E’ECONOMICA, secondo Engdahl, che aggiunge altri retroscena. <Nel Febbraio 2019, dopo il discorso di Greta alla Commissione Europea a Bruxelles, l’allora presidente Jean Claude Junker dopo aver galantemente baciato la mano alla giovane attivista, ha detto in conferenza stampa che l’UE dovrebbe spendere centinaia di miliardi di euro per combattere il cambiamento climatico nei prossimi dieci anni. Tra il 2021 e il 2027, ha proposto, “ogni 4 euro spesi nel budget UE devono mitigare il climate change. Quel che Junker non ha detto è che la decisione non ha niente a che vedere con la causa di Greta.. E’ stata presa insieme alla Banca Mondiale un anno prima, nel settembre 2018, al One Planet Summit, insieme a World Economic Forum, Bloomberg Foundations, e altri. Junker ha solo sfruttato l’attenzione mediatica verso la giovane Svedese per promuovere l’agenda climatica>.

<Il 17 Ottobre 2018, pochi giorni dopo l’adesione UE al One Planet Summit, Junker ha firmato un Memorandum of Understanding con Breakthrough Energy-Europe i cui membri avranno accesso preferenziale a ogni finanziamento. Tali membri comprendono Richard Branson di Virgin, Jack Ma di Alibaba, Marck Zuckerberg di Facebook, il Principe Al-Waleed bin Talal, imprenditore multimiliardario della famiglia reale saudita, il fondatore del Carlyle Group David Rubenstein, Bill Gates, George Soros, qui in veste di finanziere, presidente del Soros Fund Management LLC, Masayoshi Son, fondatore della Softbank giapponese>.

Gates il 17 ottobre scorso ha incontrato l’alta rappresentante europea Federica Mogherini per discutere piani comuni di sviluppo umano – e digitale – in Africa. L’UE e Gates hanno anche firmato un impegno congiunto per investire $100 milioni in società europee che si dedicano a contrastare il cambiamento climatico, vedi qui.

UE. Aggiungiamo recenti notizie dall’UE.

BEI. “La Banca Europea degli Investimenti diventa la prima Banca Climatica”, raccontava il Financial Times il 15 novembre scorso. Dopo 11 ore di discussione, ha deciso di cancellare ogni investimento in combustibili fossili, compreso il gas, entro il 2021 (Germania a favore, Ungheria e Polonia contrari). La BEI diventa così il primo prestatore multilaterale al mondo a limitare investimenti in base a preoccupazioni climatiche.

Budget. Sul tavolo la proposta di €168.3 miliardi per il 2020, +1.3%. Alcuni Stati membri vogliono tagliare €1.5 miliardi, tagliando anche i salari. Europarlamentari chiedono invece di aumentare il budget di €2.7 miliardi da spendere per il clima e la ricerca.

BCE. La nuova presidente Christine Lagarde rispondendo all’Europarlamento ha fatto capire il suo orientamento (qui l’articolo di Business Insider e qui il Rapporto collegato) sulla “transizione ecologica”. Ne emerge un gran cautela ma una volontà precisa.

“La discussione sul se come le banche centrali e i supervisori possano contribuire a mitigare il cambiamento climatico è ai primi passi, ma deve essere considerata una priorità”, afferma Lagarde. La BCE – aggiunge – “si è concentrata sul sostegno dei partecipanti al mercato, dei legislatori e di coloro che definiscono gli standard per identificare i rischi del climate change e fornire uno schema per riorientare i flussi finanziari”.

Finora nel suo programma di acquisti di asset la Banca si è rifatta al principio di neutralità del mercato, senza penalizzare o favorire assets specifici. Tuttavia la Commissione si sta muovendo per arrivare a una definizione e cassificazione di Assets Green, la cosiddetta Tassonomia. La BCE sostiene queste iniziative (…). Appena tale tassonomia verrà concordata dovrà decidere se e come applicarla al suo programma di acquisti di assets.

Per quanto riguarda i green bonds, la cautela aumenta. <Questo segmento costituisce per ora una piccola porzione dell’universo degli assets finanziari>. Inoltre – come si è detto- <la classificazione degli assets green è a uno stadio preliminare>. I bonds verdi detenuti dalla Bce <sono oggi una piccola quantità>.

La BCE partecipa al Network di Banche Centrali e Supervisori (NGFS) volto a rendere più verde il sistema finanziario – l’unico forum del genere al mondo mirante a <capire e governare rischi finanziari e opportunità del climate change, e mobilitare la finanza mainstream per sostenere la transizione verso un’economia sostenibile>. Interessante la provenienza dei presidenti dei tre gruppi che lavorano su tre aspetti: Supervisione, presieduto da Bank of China; Macrofinanza, presieduto da Bank of England; Finanza Green Mainstream, presieduto dalla tedesca Bundesbank.

COSA DEDURRE? Engdahl non ha dubbi. <I legami fra i maggiori gruppi finanziari del mondo, le banche centrali e le corporations globali e l’attuale spinta verso una radicale strategia climatica volta ad abbandonare i combustibili fossili in favore di una vaga e non spiegata Economia Verde, a quanto sembra, ha poco a che vedere con una preoccupazione genuina di rendere il pianeta pulito e l’ambiente salutare e vivibile. Appare piuttosto un’agenda intimamente collegata all’Agenda ONU 2030 per un’economia ‘sostenibile’, e per sviluppare letteralmente trilioni di dollari in nuova ricchezza per le banche globali e i giganti finanziari che costituiscono i reali poteri di oggi>.

<Non sbagliate – insiste più avanti – Quando le più influenti corporations multinazionali, i maggiori investitori istituzionali come BlackRock e Goldman Sachs, l’ONU, la Banca Mondiale, la Bank of England e altre banche centrali della Banca dei Regolamenti Internazionali si allineano dietro il finanziamento di una tale Agenda Verde, la chiamino Green New Deal o in altro modo, è tempo di guardare dietro la superficie delle campagne di attivisti e osservare la ‘vera agenda’. Il quadro che emerge è il tentativo di riorganizzazione finanziaria dell’economia mondiale, usando il clima – una cosa con cui il sole e la sua energia hanno ordini di grandezza più attinenti con l’umanità da sempre – per convincere noi, popolo qualunque a fare sacrifici non specificati per ‘salvare il nostro pianeta’>.

GLI OPPOSITORI. E’proprio così? Hanno ragione allora i grandi oppositori , i think tank libertari anti-stato, i mega industriali dell’energia fossile come Charles Koch e l ‘American Fuel e Petrochemical Manufactures, sostenitori di Trump, che fanno lobby per indebolire gli standard dei carburanti delle auto, una delle politiche climatiche di Obama, e per contrastare gli scienzati del clima, come raccontava il New York Times?

Ben altro e ben di più sostengono in realtà i pensatori della destra trumpiana. Come la Heritage Foundation, che arriva a parlare di Climate Change Industrial Complex – in analogia con il Military Industrial Complex – per irridere il catastrofismo del cambiamento climatico (che non si spinge al punto di negare) alimentato da scienziati (migliaia nel mondo, in realtà) che sarebbero pagati per alimentare un’imminene Apocalisse – andrebbero licenziati – e per denunciare la quantità di denaro pubblico speso in ricerca e in interventi pubblici che starebbero già costando ogni anno ai contribuenti americani il doppio del progetto Apollo, il tutto all’unico scopo di eliminare i combustibili fossili – mentre il clima peggiora. Da notare che la Heritage si guarda bene dal citare banche e finanza. Colpevole è lo Stato.

Posizioni riscontrabili fra i nostri “negazionisti“, commentatori italiani della destra leghista e non solo, che prendono in giro Greta e i giovani nelle piazze, mettendo talvolta in dubbio persino il cambiamento climatico.

Engdahl non sta certo da quella parte, per quanto lo si accusi di cospirazionismo. Sembra voler solo aprirci gli occhi.

Ma azzardiamo un’altra ipotesi, un po’ diversa: che cavalcando l’onda di reali preoccupazioni dei cittadini per il clima che muta, l’obiettivo di finanza e corporations sia rilanciare il sistema economico globale, che tanti economisti vedono languire e sull’orlo di nuove crisi (la stessa OCSE prevede una non-crescita globale nel 2020, con un arretramento di Cina e anche di USA e UE, poco meglio nel 2021). Rilanciarlo, ma perpetuando e anzi rafforzando e dilatando il proprio dominio sul mondo, anziché riformare il sistema rendendolo sia ecologicamente che socialmente sostenibile, diminuendo le disuguaglianze: obiettivo raggiungibile soltanto sottoponendo a nuove regole la finanza, come suggeriscono economisti liberal, poco ascoltati, come James K. Galbraith in The Unsustainability of Inequality, l’Ineguaglianza insostenibile (vedi anche Underblog).

Una proposta molto simile la avanza in Europa la Commissione Indipendente per l’Uguaglianza Sostenibile di cui sono copresidenti il danese P.Rasmussen e la greca L.Katseli, in un documento presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018, redatto da una trentina di esperti europei di cui fanno parte Fabrizio Barca e Enrico Giovannini. Un’iniziativa promossa dall’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo.

IL TRATTATO SUL CLIMA NON FUNZIONA. Lo denunciano intanto vari osservatori e ricercatori, in un articolo riportato dal sito inglese Truepublica.org.uk : <Tre nazioni su quattro che hanno firmato l’Accordo di Parigi nel 2015 per contenere il riscaldamento globale “ben sotto i 2° entro la fine del secolo hanno fallito nel promuovere impegni che dovrebbero ridurre le emissioni [di CO2] almeno del 40% entro il 2030>.

A Parigi nel 2015 un totale di 195 paesi hanno convenuto che quell’azione era vitale (link). Da allora solo 36 paesi hanno fatto qualche passo per raggiungere gli obiettivi sui quali concordavano, secondo un nuovo studio dell’Universal Ecological Fund (link). E una nazione ha annunciato che si ritirerà del tutto da quell’accordo (gli USA). “Finora gli impegni si sono rivelati troppo piccoli e troppo tardivi” sostiene uno degli esperti citati.

Il report Proceedings of the National Academy of Sciences (link) esamina l’impatto futuro nell’ipotesi che tutte le nazioni onorino gli impegni. Le conclusioni non sono confortanti. I ricercatori concordano che <le emissioni globali di gas serra da Parigi al 2030 sarebbero sufficienti per vedere innalzato il livello del mare di 20 cm>. Ma aggiungono un allarme peggiore a lungo termine.  Scrivono: <20 cm sono tanti, corrispondono all’aumento del livello del mare osservato nell’intero XX secolo. Provocarlo in soli 15 anni è sbalorditivo>. Non solo. Quello che si verifica oggi ha conseguenze che si prolungano nel tempo. <Secondo un nuovo studio americano-tedesco, se pure le nazioni onorassero i loro impegni entro il 2030, i livelli del mare del globo continuerebbero a salire e a restare più alti per migliaia di anni>. Consolante.

<Che l’Accordo di Parigi fosse sostenuto da impegni insufficienti a contenere un aumento della temperatura globale di 1.5° del resto era chiaro fin dall’inizio, gli scienziati avevano avvisato che se non fossero aumentati il riscaldamento sarebbe salito a lungo termine di 3°sopra la media>.

NUOVI ALLARMI. E la situazione peggiora. Con nuovi allarmi che derivano dallo scioglimento del Permafrost (lo strato di ghiaccio che ricopre le terre artiche, e non solo) finora sottostimato. L’articolo ne spiega le conseguenze. Poi prosegue:

<Cina e India si erano impegnate a ridurre le loro emissioni relativamente al loro PIL, ma poiché le loro economie continuano a crescere, anche le emissioni crescono>.

<La Cina è responsabile di oltre il 26% delle emissioni globali di gas serra, l’India del 7%, gli USA, che contribuiscono per il 13%, si ritireranno dall’Accordo di Parigi nel 2020 e hanno già annullato molte leggi sul clima. La Russia, responsabile per il 4.6% di tutto il CO2 non ha sottoscritto impegni. Le 28 nazioni UE e altre 7 – le più virtuose – hanno promesso riduzioni del 40% entro il 2040.

<Dei restanti 152 paesi, responsabili di oltre il 36%, 127 hanno sottoscritto piani ma hanno bisogno di assistenza tecnica e finanziamenti dalle nazioni ricche per metterli in pratica. Ma USA e Australia hanno stoppato ogni fondo>.

Circa il 70% delle emissioni derivano dai combustibili fossili, in particolare il carbone – che produce il doppio di CO2 del gas: un’azione di successo richiederebbe la chiusura di 2400 centrali elettriche che utilizzano il carbone. Nella realtà 250 nuove centrali a carbone sono oggi in costruzione, molte delle quali in Cina, dove il carbone è la prima fonte energetica – come in India e in misura minore in Polonia, Rep Ceca e persino in Germania. Quelle centrali andrebbero riconvertite, ma i costi sono alti. Solo gli USA lo hanno fatto, ma per puntare sullo shale gas e lo shale oil, altrettanto nocivi all’ambiente per il metano emesso e per altri motivi.

<Il messaggio è che i governi stanno facendo troppo poco, e troppo lentamente, innescando orribili future conseguenze>, conclude l’articolo.

E tuttavia, se l’attivismo interessato di banche, corporations e stati, al di là dei loro poco altruistici fini, portasse comunque a migliorare la situazione innescando una svolta, non sarebbe in ogni caso un passo avanti? Il condizionale è d’obbligo.

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Pompeo ad Atene: la Grecia sarà una Piccola Potenza Nato in funzione anti-Russia?

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L’Italia è stata solo un antipasto, per Mike Pompeo. Il piatto forte del suo viaggio oltre Atlantico è la Grecia, buona ultima dopo le tappe balcaniche in Montenegro e Nord Macedonia dove il tema era la Nato: il primo vi è appena entrato, la seconda vi si accinge . Ma è ad Atene che lo attendeva la trattativa più delicata e cruciale, peraltro già avviata.

Secondo un report esclusivo pubblicato sul sito Rizospastis.gr la settimana scorsa, nell’ambito di un Accordo di Mutua Cooperazione di Difesa Grecia USA- Greece-USA Mutual Defense Cooperation Agreement – i due paesi hanno concordato di espandere ed aumentare le installazioni militari americane nel Mediterraneo. Un progetto che segue il recente annuncio da parte dell’ambasciatore americano in Grecia Geoffrey Pyatt dell’intenzione degli US di “privatizzare” Alessandropoli, piccolo porto collocato in una posizione strategica, nella Macedonia greca al confine con la Turchia e in prossimità dello stretto di Dardanelli. Facendone in pratica una base Usa, primo passo verso una escalation geopolitica volta a creare un corridoio Nato greco-centrico.

Tutto questo viene raccontato da Paul Antonopoulos, direttore del Multipolarity Research Center, in due interessanti post di settembre sul non meno interessante infobrics.org, sito di analisi e notizie sui cinque paesi BRICS.

Gli Usa mirano insomma a tirare la Grecia, tradizionale rivale della Turchia, più decisamente dalla loro parte in una fase in cui Ankara continua a sfidare la Nato rafforzando i suoi rapporti con la Russia – vedi il recente acquisto degli S-400 – e ponendosi nel novero dei molti paesi della regione non ostili per non dire vicini all’Iran, a partire da Qatar e Pakistan, con cui la Turchia ha un accordo di cooperazione militare.

“Una nuova alleanza fra Qatar,Turchia e Iran con il potenziale appoggio di Russia e Cina rappresenta la maggior preoccupazione di USA, Israele e Arabia Saudita” scriveva il sito russo RT, ma sulla scorta di post di Middle East Eye e di AsiaTimes. Sulla stessa lunghezza d’onda l’americanissimo Antlantic Council : vedi Underblog del 19 luglio scorso.

Le relazioni fra Turchia e Stati Uniti per molti anni ottime negli ultimi anni si sono infatti sempre più deteriorate a causa della questione curda, come ammette un recente articolo di Foreign Affairs citato da Underblog. Ovvero a causa del supporto americano dato all’YPG, estensione siriana del PKK del Curdistan che Ankara, e ipocritamente gli Stessi US, considerano un’organizzazione terroristica. Ciò ha spinto la Turchia verso la Russia, il maggior avversario della Nato di cui pure Ankara continua a far parte. Per ora.

Al contrario la Grecia nei confronti della Nato è stata spesso poco obbediente, in particolare durante la guerra nella ex Jugoslavia . Antonopoulos entra nel merito e cita tutti i casi, che qui tralasciamo.

Non solo. La Grecia è l’unico paese europeo dove la Russia è ben vista dalla grande maggioranza della popolazione: il 63% secondo un sondaggio Pew. Al contrario della Turchia. Mosca negli anni scorsi non ha approfittato di tale favore da parte dei cittadini e degli apparati politici, militari e di intelligence, mediando per esempio nei crescenti contrasti fra Atene e Ankara. Come Antonopoulos nel primo post supponeva potesse fare di fronte alle profferte americane verso la Grecia. Un’occasione perduta.

La Turchia d’altra parte viola quotidianamente lo spazio aereo e marittimo greco; minaccia continuamente di invadere la metà di Cipro; Erdogan si è scagliato recentemente contro isole greche; ha rimosso dalla mappa online della regione l’isoletta di Kastellorizo per reclamare la sovranità della Turchia sulle riserve di petrolio e gas dell’area; e minaccia spesso di inondare la Grecia di profughi e migranti illegali.

Nei confronti della Turchia la Grecia può insomma dire di avere un problema di sicurezza, ignorato sia da Washington sia da Mosca. Ed è a questo problema che farà appello il governo di Kyriakos Mitsotakis, esponente della destra uscita vincitrice nelle ultime elezioni, disponibile ad aprire alle proposte di Washington alle quali il precedente governo Syriza aveva resistito.

Il Segretario alla Difesa americano Mark Esper ha da poco presentato al Congresso una lista di 127 progetti per espandere, rinnovare e costruire nuove infrastrutture militarie basi Usa all’estero, molte delle quali in Grecia.

Questo suggerisce che gli Stati Uniti stanno rafforzando la Grecia come mezzo per bloccare la Russia nel Mar Nero, dove Mosca possiede il suo unico porto libero da ghiacci – Sebastopoli, in Crimea – che non ha nessunissima intenzione di lasciare . Con il peggioramento dei rapporti fra US e Turchia, che controlla lo stretto che collega il Mar Nero al Mar Egeo/Mediterraneo, gli US ora puntano a coinvolgere la Grecia nel Piano B di contenimento della Russia nel Mar Nero, ce ne fosse mai bisogno.

La Grecia, oltre a una storica esperienza nella navigazione fra le miriadi di isole e isolette è seconda tra i paesi Nato nella spesa militare in rapporto al Pil, il che la rende già una Piccola Potenza nel Mediterraneo dell’Est e nella regione Balcanica. Ha infatti una forza aerea e navale formidabile, superiore a quella della Turchia e forse sufficiente a bloccare la Russia con l’assistenza Usa in una ipotetica situazione di necessità.

Malgrado la sua opinione pubblica favorevole nei confronti della Russia il governo greco non solo tollera i piani americani ma li incoraggia – scrive Antonopoulos. E nel suo storico sforzo di assicurarsi una sicurezza nei confronti delle minacce turche sta diventando anche una Piccola Potenza che può essere armata contro la Russia.

Tuttavia al momento non ci sono prove che il nuovo governo Greco sia anti-Russo, o che sarebbe disposto ad appoggiare una aggressione americana nei confronti di Mosca malgrado una maggiore presenza militare Usa in Grecia, che Atene vede in primo luogo in funzione anti Turchia. Mentre Washington guarda ovviamente anche alla Russia.

Di tutto ciò è presumibile che Pompeo abbia anche discusso, magari cautamente per ora, ad Atene.

http://infobrics.org/post/29373/ Will the US use Greece to block Russia in the Black Sea? 18/9

http://infobrics.org/post/29394/ Is Greece Becoming A Weaponized Anti-Russian Small Power? 27/9

https://www.state.gov/u-s-relations-with-greece/ Dipartimento di Stato sulle relazioni US-Grecia

https://www.reuters.com/article/us-usa-greece-pompeo-mitsotakis/greek-pm-asks-pompeo-for-us-help-to-calm-turkish-offshore-tensions-idUSKCN1WK04I

https://www.facebook.com/notes/underblog/perch%C3%A9-contro-liran-una-guerra-convenzionale-trump-non-la-pu%C3%B2-lanciare/2286277178108324/ Underblog citato, 19/7

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Le guerre economiche di Trump colpiscono l’UE insieme a Cuba, Iran Venezuela… Gli Europei meditano reazioni

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Il caso dell’Iran è solo l’ultimo salito alla ribalta della cronaca, con le nuove ulteriori sanzioni su ferro acciaio alluminio e rame varate dal presidente Trump. Poche ore prima il presidente della Repubblica Islamica Hassan Rouhani aveva annunciato che l’Iran ricomincerà ad arricchire l’uranio per fini militari se entro 60 giorni le diplomazie internazionali non interverranno per salvare l’accordo sul nucleare, o JCPOA-Joint Comprehensive Plan of Action, del 2015, dal quale gli Usa di Trump si sono ritirati giusto un anno fa. Un accordo raggiunto con i paesi del gruppo “5+1”, i cinque che hanno potere di veto nel Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Russia Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania. E l’Unione Europea. Formalmente riconosciuto anche dall’ONU.
Commenti preoccupati, immediati sul Financial Times, poi a ruota su vari media e siti, l’escalation americana potrebbe portare a un incidente in grado di scatenare una guerra regionale, che nessuno in realtà vorrebbe a parte i falchi Usa come Mike Pompeo e soprattutto John Bolton, il consigliere per la Sicurezza.
Il problema va oltre l’Iran e riguarda le guerre economiche di Trump che – insieme ai dazi e alle tariffe con cui colpisce a destra e a manca in un crescendo tale da farlo definire “dangerously addicted”(1), pericolosamente dipendente, da un commentatore non nemico come Ambrose Evans Pritchard – utilizza l’arma delle sanzioni in un gran numero di paesi compresi Cuba, Venezuela e Siria, Sudan, Nord Corea, più naturalmente Russia, eccetera. Sanzioni la cui legittimità è discussa, sicuramente illegali quando hanno una portata extraterritoriale, quando cioè l’effetto di leggi americane viene esteso a paesi terzi. Primi gli alleati europei.
Del resto “La logica dell’amministrazione americana è proprio quella di utilizzare il diritto per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti ed eliminare i concorrenti”, si osserva in vari post dell’IRIS, think tank francese molto impegnato su questo fronte (2). Utilizzare il diritto, forzarlo o scavalcarlo? Dipende.
L’Unione Europea scalpita e minaccia rappresaglie. Ma cosa può fare in concreto? Poco, come vedremo, stretta com’è tra la Nato, i Trattati e la supremazia del dollaro. Poco, soprattutto, se divisa al suo interno, con ogni paese preoccupato a difendere il suo orticello, e i paesi al confine est satelliti degli US. Il tema dei rapporti interni all’impero americano è attualissimo, Limes vi ha dedicato l’ultimo numero, vol4/2019 : Antieuropa, l’impero europeo dell’America(3)
Intanto diamo uno sguardo ai luoghi più caldi di questa guerra economica combattuta da Trump in nome dell’America First, dove “il Tesoro è ormai uno strumento di politica estera più potente del Pentagono, con tutte le sue portaerei e droni” (Patrick Cockburn, Counterpunch). Tesoro, il cui ‘comandante in capo’ en passant è Steven Mnuchin, ex Goldman Sachs.
CUBA. Dal 2 maggio scorso l’amministrazione americana può citare in giudizio le società straniere presenti a Cuba, applicando il titolo III di una legge del 1996 i cui effetti erano stati fino a oggi sospesi. La legge bipartisan Helms-Burton, di portata extraterritoriale promulgata sotto Bill Clinton consente infatti di perseguire imprese o persone che hanno investimenti, interessi legali o affari in corso di vario genere che si sospetta abbiano a che fare con beni nazionalizzati da Fidel Castro nel lontano 1959 (4)
In pratica le molte società canadesi ed europee –in primo luogo francesi e spagnole – impegnate a Cuba, saranno costrette ad andarsene per non essere sanzionate negli Usa. In ballo asset per un paio di miliardi di dollari, capitali di cui Cuba ha grande bisogno per ricostruirsi e rilanciarsi.
Francesi furibondi, Spagnoli a seguire. Trump “ha lanciato la più grande guerra economica contro l’Europa utilizzando Cuba come pretesto”, ha dichiarato un parlamentare transalpino.
La Francia ha già avuto occasione di assaggiare il carissimo prezzo delle ritorsioni americane nel 2014, quando BNP Paribas, una delle due maggiori banche francesi, fu multata per ben $9 miliardi per aver operato transazioni per conto di entità Cubane, Iraniane e Sudanesi nella lista nera degli US. La banca perse anche il diritto a cambiare valuta straniera in dollari per un intero anno. Lo racconta un post didascalico curato dal Council of Foreign Relationsvolto a dare qualche informazione nell’intricata materia sanzionatoria (5).
Come vedremo la dimensione extraterritoriale delle sanzioni americane va oltre il caso Cuba, che però resta un simbolo, nella strategia d Trump mirante ad annientare i residui paesi “socialisti” per riconquistare il predominio assoluto nell’America latina.
Nello stesso giorno in cui il Segretario di Stato Mike Pompeo annunciava la riattivazione del Titolo III venivano varate nuove misure restrittive nei confronti di Nicaragua e Venezuela, gli altri due componenti della “troika della tirannia. Prese di mira le banche centrali dei due paesi, oltre a interdizioni a varie personalità, e altro.
VENEZUELA. Forse memore del caso di BNP Paribas, Macron ha fatto recentemente marcia indietro sulle sanzioni al Venezuela. Nell’agosto 2018, aveva infatti annunciato che il successivo novembre non avrebbe aderito al prolungamento di un altro anno delle misure restrittive prese dall’UE nel 2017 su richiesta Usa. Un gesto di insubordinazione significativo, quello francese, molto apprezzato in quella parte del sud America che ancora resiste (6).
Se ne compiaceva un sito sudamericano citando BBC World: “I paesi hanno deciso le sanzioni al Venezuela per compiacere gli Usa”. La Francia in un primo tempo avrebbe tentato di proporsi come ‘facilitatore’ per stabilire un dialogo. Secondo ADN Radio dal Cile anche la Spagna si sarebbe detta contraria.
Era stato del resto lo stesso presidente Trump a chiedere all’UE di sanzionare il governo Maduro nel settembre 2017. In quanto parte di un piano su larga scala, ha spiegato il Segretario di Stato Mike Pompeo, ex direttore CIA, a una conferenza dell’American Enterprise Institute .
Le sanzioni comprendono un ampio ventaglio di divieti, il congelamento di beni di funzionari, a partire dal presidente, nonché la proibizione di fornire sostegno tecnico o finanziario al Venezuela. Secondo Maduro le misure adottate da US e UE impedirebbero al paese persino di approvvigionarsi di cibo e di medicine.
I boicottaggi sono arrivati al punto che Bank of England ha rifiutato di rimpatriare 14 tonnellate, valutate $570 milioni, delle riserve venezuelane che la banca centrale britannica detiene per un valore pari a $1.2 miliardi, su richiesta del presidente. Per evitare il riciclaggio, hanno spiegato dalla banca centrale inglese. Ma secondo il Timesil motivo vero era il timore di Maduro di nuove ulteriori misure. Solo negli ultimi giorni la tranche richiesta è stata sbloccata.
Fatto sta che Macron ha fatto marcia indietro. In cambio di qualcosa da parte di Trump probabilmente, magari in Libia. Ma a scapito della sua immagine di paese relativamente “indipendente”, secondo il sito latinoamericano.
IRAN. E’ ancora il Trump – chi altri sennò? – l’autore di nuove mosse aggressive che colpiscono anchel’Europa. Non solo ha aggiunto nuove sanzioni su ferro, acciaio, alluminio, rame ma ha anche cancellato le deroghe concesse ad otto paesi importatori di petrolio iraniano – tra i quali l’Italia e Grecia – che li esentavano temporaneamente dalle durissime sanzioni decise lo scorso novembre che avevano colpito società di navigazione ma soprattutto banche e petrolio. Deroghe dettate dal timore di destabilizzare il prezzo dell’oil, venuto meno dopo i recenti accordi con i Sauditi.
E’ l’ultimo atto – peraltro ormai ininfluente, di una aggressione che mira ad annientare ogni ripresa del paese ilquale, sotto sanzioni Usa dal 1979 , contava di risorgere dopo l’accordo del 2015. Quello dal quale Trump ha fatto carta straccia nel 2018, con grande soddisfazione di Israele, sodale dell’America di Trump, e dell’alleata Arabia Saudita. The Donald lo aveva promesso in campagna elettorale, attaccando a testa bassa Obama.
Da allora è stato un crescendo di ostilità: la Guardia Repubblicana di Teheran, un corpo di Stato, è stata dichiarata organizzazione terroristica e lo scorso 19 agosto, in occasione dell’anniversario del rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq da parte della CIA, il segretario di Stato Pompeo, che della CIA è stato capo tra il 2017 e il 2018, ha dato vita all’ Action Group for Regime Change in Iran (7)
Nel frattempo imprese europee e multinazionali (Daimler, Total, British Airways, Air France, banche varie ecc) sospendevano le loro relazioni commerciali col paese sottostando silenziosamente alle sanzioni nel timore di ritorsioni sul mercato americano, e non si capiva più che fine avrebbe fatto l’accordo.
Fino all’annuncio di Rouhani che ha di colpo alzato il livello dello scontro. E ha passato la palla passa agli altri firmatari. Compresa la UE.
Da Bruxelles nell’anno trascorso dal ritiro di Trump i segnali sono stati misti (8). Dure le parole. La Commissione è arrivata a invocare lo” statuto di blocco” una misura europea del 1996, mai utilizzata, che proteggerebbe le società dell’Unione dalle sanzioni extraterritoriali americane (lo vedremo).
Nessuna azione concreta però è stata intrapresa, tra rimandi ed equivoci. L’alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini si è limitata a fare pressioni su Trump per assicurare esenzioni che consentissero ai paesi UE relazioni con l’Iran. Richieste ignorate da Washington. Né hanno ottenuto risultati gli umilianti viaggi alla Casa Bianca di Merkel e Macron, rimasti infatti su posizioni ambigue dopo il recente annuncio di Rouhani.
“Insieme confermiamo il nostro impegno all’JCPOA, un accordo importante per la nostra comune sicurezza” hanno dichiarato con la May qualche giorno fa. Chiedendo a tutte le parti in gioco di continuare a rispettare gli impegni sottoscritti. Ma guardandosi dal deprecare le mosse di Trump al di là di un vago ‘rincrescimento e preoccupazione’; e senza accennare alla ripresa di una normale attività diplomatica, economica, finanziaria e commerciale in Iran. Come se questa parte non fosse compresa negli accordi sottoscritti: come possono continuare ad essere validi se a rispettarli sono solo alcuni dei contraenti?
SANZIONI UE e USA. L’ESCALATON DI TRUMP. Le sanzioni non sono una novità. Ma fino al 1980 erano state adottate solo verso la Rodesia (1965), il Sud Africa dell’apartheid (1977), poi all’Iran (1979). In passato però si trattava per lo più di sanzioni dell’ONU, legittime, legali e globali in sé.
UE. Dagli anni 1990, con la fine della guerra fredda, le sanzioni sono diventate uno strumento di politica estera sempre più utilizzato (9). Da 6 sanzioni nel 1991 la UE è arrivata ad applicarne oggi circa 30, con varie motivazioni, persino a “sostegno della democrazia”.
Del resto la maggior parte sono adottate in tandem con gli USA, sebbene quelle europee siano solitamente più blande (verso la Siria e l’Ucraina per es colpiscono un numero minore di beni/organizzazioni, verso la Russia consentono di continuare i vecchi progetti, come in Nord Stream). Segno della scarsissima indipendenza dell’Unione in materia di politica estera, come vedremo .
USA. A d utilizzare l’arma delle sanzioni in modo sempre più massiccio dal crollo dell’URSS in poi sono gli Stati Uniti, che hanno via via trasformato questo strumento politico poco costoso e poco rischioso rispetto, a metà strada fra la diplomazia e la guerra economica. Non solo il numero delle sanzioni è infatti molto cresciuto ma è profondamente cambiata la loro ‘qualità’. Due le novità: le sanzioni finanziarie e quelle extraterritoriali. Spiega il post del Council of Foreign Relations citato sopra:
Immediatamente dopo l’11/9 – “di concerto con gli alleati – gli USA “hanno dato vita a una campagna concentrata sull’accesso al sistema finanziario globale – le banche internazionali. Il 23 settembre G.W. Bush con un ordine esecutivo assegna al Tesoro l’autorità di congelare beni e transazioni finanziarie di individui e altre entità sospettate di sostenere il terrorismo. Poco più tardi in base al Patriot Act lo stesso Bush Jr amplia i poteri del Tesoro che può indicare anche istituzioni o paesi come dediti al riciclaggio in base a semplici sospetti – non servono prove.
Nasce così l’OFAC- Office of Foreign Assets Control, dipartimento speciale del Tesoro che oggi amministra la maggior parte dei 26 programmi americani di sanzioni. Il Segretario di Stato può indicare un gruppo come ‘organizzazione terroristica’ o etichettare un paese come ‘sponsor del terrorismo’, e le misure scattano. L’OFAC di routine aggiorna la sua lista nera che conta oltre 6000 individui, società e gruppi i cui asset vengono bloccati e con le quali a persone e imprese americane, comprese le filiali straniere, è vietato fare transazioni.
Nel 2017 gli USA hanno deciso regimi di sanzioni onnicomprensive (verso paesi in quanto tali, anche questa è una relativa novità) nei confronti di Cuba, Iran, Sudan, Siria. Mentre il Congresso ha deciso e il presidente ha firmato – pur riluttante –precisa stranamente il CFR – sanzioni a Russia e Nord Corea e di nuovo all’Iran.
Una vera e propria escalation dell’amministrazione Trump, che sfrutta alla grande l’impostazione economica dell’arma sanzionatoria.
Una svolta che si era rivelata profonda. “Con questo approccio, che al contrario delle classiche misure del passato prende di mira il comportamento di istituzioni finanziarie, le decisioni politiche del governo non sono così persuasive quanto il calcolo basato sul rischio delle banche”, spiega nel suo libro l’alto funzionario dell’amministrazione Bush architetto di quel sistema (Juan Zarate, Treasury’s War, 2013).
“Gli esperti sostengono che queste misure hanno ridisegnato completamente l’ambiente normativo finanziario, alzando grandemente i rischi per le banche e altre istituzioni impegnate in attività sospette, anche senza volerlo. La centralità di New York e del dollaro per il sistema finanziario globale comporta che queste politiche Usa abbiano ripercussioni globali”. A sottolinearlo è lo stesso CFR.
Le penalità per violazioni possono essere gravi in termini di multe, perdita di affari, danni alla reputazione, aggiunge, ammettendo che “negli ultimi anni le autorità federali sono state particolarmente rigorose”. E a riprova inserisce nel post una tabella con tutte le banche penalizzate (francesi, tedesche, britanniche, svizzere, olandesi, lussemburghesi, giapponesi) e i milioni pagati dal 2010 al 2015. In testa BNP Paribas di cui sopra, la maggior multa -miliardaria – mai elargita.
Il caso di BNP e gli altri simili mettono in luce la seconda fondamentale novità: le sanzioni extraterritoriali, o secondarie, che non si limitano a vietare a cittadini e imprese del proprio paese che di fare affari con entità presenti in una lista nera, come nelle sanzioni tradizionali. Ma sono disegnate per limitare l’attività economica di governi, affaristi e cittadini di paesi terzi. “Così che molti governi le considerano una violazione della loro sovranità e del diritto internazionale”, osserva il CFR.
Vedi le sanzioni all’Iran e a Cuba, volte a isolare quei paesi e insieme a colpire gli Stati che commerciano con loro. “Gli Usa possono punire banche ovunque, perfino nei paesi dove l’Iran è forte come il Libano o l’Iraq” scrive Patrick Coburn(10). Convinto che in un’escalation del conflitto iraniano gli europei saranno spettatori.
Sanzioni e imposizione di dazi e tariffe si sovrappongono e si intrecciano nelle guerre economiche ingaggiate da Trump per rilanciare la centralità di un’America sempre meno influente in un mondo ormai multipolare. Esemplare il caso Huawei. Meng Wanzhou, figlia del fondatore e manager dell’azienda, è bloccata da sei mesi Canada, dove è stata arrestata per presunta violazione delle sanzioni (americane!) all’Iran.
REAZIONI E MINACCE UE. In questo scenario paesi UE appaiono sempre più insoddisfatti e riottosi. La riattivazione del Titolo III della legge del 1996 su Cuba ha suscitato numerose reazioni in ambito UE e segnatamente in Francia. I 28 secondo l’IRIS minaccerebbero rappresaglie.
L’Unione sarebbe intenzionata a usare tutti i mezzi a disposizione. Si vagheggiano misure apparentemente fantasiose come trasferimenti in denaro elettronico capaci di sfuggire al sistema finanziario ufficiale (blockchain?) o deleghe alle banche centrali nazionali della funzione di intermediazione nel trading.(11)
Più concreto il ricorso all’WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, dal momento che le sanzioni americane sarebbero illegali e contrarie al suo regolamento, rappresentando elementi di distorsione del commercio mondiale. Opinioni discordi. Secondo alcuni potrebbe portare a ripercussioni a catena, con pignoramenti in reciprocità di beni statunitensi nell’Unione, e addirittura aprire un varco a rivendicazioni da parte di società danneggiate dal blocco americano verso paesi terzi (12).
Altri (l’IRIS)obiettano che sarebbe probabilmente un’arma spuntata: gli americani potrebbero tranquillamente decidere di uscire da quell’istituzione ormai superata: dazi e tariffe minacciati e messi in atto dall’amministrazione Trump in modo sempre più aggressivo – c’è chi li considera alla pari di vere e proprie sanzioni – hanno ormai modificato il panorama di una globalizzazione governata da regole condivise.
Ritorsioni europee potrebbero arrivare al blocco di asset americani nel continente. Ma” si tratta di pura teoria”, convengono i ricercatori dell’IRIS. Le sanzioni americane hanno un effetto estremamente dissuasivo nella misura in cui nemmeno una impresa può infischiarsene di perdere il mercato americano. Tra un (piccolo) mercato cubano potenziale e l’immenso mercato Usa, la scelta è presto fatta. Se non cooperate è <no deal>. Il caso dell’Iran insegna.
A disposizione dell’UE vi sarebbe il cosiddetto “Statuto di blocco” nei confronti degli Usa previsto dal sistema sanzionatorio comunitario (13). Una normativa creata nel 1996 in parallelo alla legge americana Helms -Burton varata in occasione delle sanzioni a Cuba, che “spunterebbe ogni arma a Washington”, secondo l’IRIS. Una misura mai invocata finora, ma aggiornata proprio nel 2018. Per applicare questa come del resto le altre sanzioni- serve tuttavia una decisione del Consiglio europeo all’unanimità.
Lo prescrivono le regole del TFEU – trattato che applica il TEU, Trattato dell’Unione Europea che ha aggiornato quello di Maastricht – che prevedono una doppia procedura: un voto a maggioranza per la parte economica delle sanzioni, e uno unanime per quel che riguarda la politica estera. Come nei desiderata dell’alleato di Oltreatlantico.
I VINCOLI DELLA POLITICA ESTERA UE – Un articolo recente di Thierry Meyssan (14) su Voltairenet intitolato “L’Unione Europea costretta a prendere parte alle guerre Usa” – che ho linkato su Twitter suscitando reazioni perplesse o indignate – sosteneva che i membri dell’UE, compresi i paesi neutrali, non possono fare a meno di uniformarsi alle sanzioni decise da Pentagono e Tesoro In quanto Washington già 25 anni fa si è cautelata dalla possibilità che l’allora a nascente Unione europea potesse avere una politica estera e di difesa indipendente dalla Nato. Imponendo di fatto una ‘clausola ad hoc’ nel trattato di Maastricht. Tanto da far intendere che l’unica via per uscirne è liberarsi dai Trattati e del comando integrato Nato. E’ così?
Che la politica estera e di difesa dell’UE debba rispettare gli obblighi derivanti dall’adesione alla Nato è una realtà, così come è indubbio che tali vincoli sono sanciti nei Trattati costitutivi dell’Unione.
La “clausola” in questione si riferisce evidentemente al Titolo V, Cap 2 del Trattato dell’Unione Europea -TEU – che ha aggiornato quello Maastricht dopo Lisbona, dedicato alla Politica estera e di sicurezza (15).
In particolare l’articolo 42 comma 2 vincola esplicitamente tale politica comune al rispetto degli impegni con la Nato presi dai suoi membri, mentre l’art 24 prescrive fra l’altro votazioni del Consiglio all’unanimità in politica estera, comprese eventuali decisioni in tema di difesa comune. (16)
Anche il fatto che gli Stati Uniti in quei medesimi anni post crollo dell’URSS in cui definivano la loro geopolitica di superpotenza unica abbiano premuto sulla nascente Unione appare ben più che una supposizione.
“Dobbiamo prevenire l’emergere di accordi di sicurezza esclusivamente europei che possano minacciare la NATO”, si leggeva nel Defense Planning Guidance, il documento del Pentagono poi noto come “Dottrina Wolfowitz”, da Paul Wolfowitz, il neocon vice di Dick New York alla Difesa con George W:H.Bush (citazione dal New York Times marzo 1992, che Meyssan linka col Washington Post (17). Praticamente in contemporanea con il Trattato di Maastricht che gettava le basi nell’UE.
Era la definizione della strategia degli Usa superpotenza unica dopo il crollo dell’URSS, che tra l’altro già prevedeva l’intervento in Iraq. Gli US si impegnavano a difendere dalla Russia le nazioni europee dell’ex Patto di Varsavia. E chiedevano alla comunità europea di fare diventare membri dell’Unione i paesi dell’Est “il prima possibile”. Richiesta esaudita. Così come, contravvenendo alle assicurazioni date a Gorbaciov in occasione dell’unificazione della Germania, la Nato si è poi allargata a Est, dalle Repubbliche Baltiche alla Polonia, dove saranno presto installate otto batterie di missili Patriot puntati sulla Russia e stanno per arrivare gli F-35.
I paesi europei devono liberarsi dei Trattati e del comando integrato della Nato, dove non contano nulla (18), suggerisce Meyssan indicando l’esempio della Gran Bretagna che ha optato per la Brexit. Ma dimenticando che l’UK non solo resta ben salda nella Nato ma ne è la punta più forte e avanzata.
I paesi europei avrebbero più peso nei confronti dello strapotere americano isolati che uniti? Sembra una pia illusione. Tanto più se in aggiunta ai vincoli imposti da Nato e UE si aggiunge l’appartenenza al sistema economico-finanziario egemonizzato dagli Stati Uniti e ormai governato dal network delle banche centrali occidentali, in testa la Federal Reserve.
IL SISTEMA DOLLAROCENTRICO E IL TACITO RICATTO. A legare le mani ai paesi europei nei confronti di sanzioni che nuocciono loro direttamente non sono (sol)tanto i Trattati o i vincoli Nato quanto la supremazia economico-finanziaria degli USA prima potenza mondiale sia pure in declino, col dollaro moneta internazionale negli scambi commerciali, oltre che di riserva. Ad ammetterlo, come abbiamo visto, è lo stesso Council of Foreign Relations, organismo informale che dal dopoguerra ha sempre indirizzato la politica estera dell’impero.
“Gli US si autorizzano ad imporre le loro decisioni a tutto il mondo e a minacciare di fatto tutte le imprese e gli individui che hanno in un modo o nell’altro interessi negli USA. Un concetto di legalità quanto meno discutibile”. Ma essendo il dollaro moneta internazionale più utilizzata e l’economia americana al centro di quella mondiale il loro potere è immenso. Dal momento che si commercia in dollari si è legati e si dipende da quel paese”.
“Oggi è indispensabile rettificare il tiro sviluppando meccanismi e modelli ad hoc e orientando la globalizzazione in un senso più multipolare così da limitare il potere assoluto americano” arriva a proporre Francois Perrin, Direttore di Ricerca di quel think tank francese (19).
Obiettivo molto ambizioso, che a personaggi indubbiamente minori come Muhammar Gheddafi e Saddam Hussein ha portato malissimo. L’UE ha i mezzi per rispondere?
“L’UE è la seconda potenza economica del mondo, davanti alla Cina, dietro gli Usa, certo. E’un partner di primo piano per il US. Quando, dopo la legge Helms-Burton del 1996, gli europei hanno subito votato il “regolamento di blocco, gli americani non hanno poi dato seguito alle loro minacce. Il che prova che l’UE ha una forza economica e ha un peso politico quando lo desidera. Ma per opporsi e avere una strategia comune bisogna essere uniti e condividere la stessa diagnosi e la stessa volontà politica”.
“Europa, perla dell’Impero Americano” titola Dario Fabbri nell’ultimo Limes citato. Gli europei se ne rendono conto?
DISACCORDI CRESCONO IN SENO ALLA NATO. Dalla Turchia, Paese chiave dell’alleanza, che acquista i missili Russi S-400, al primo ministro italiano Conte che si è detto contrario alle sanzioni alla Russia imposte nel 2014 per i fatti dell’Ucraina, in quanto danneggiano l’economia italiana; argomenti ripresi anche dal primo ministro dell’Ungheria Orban, e da Belgio, Repubblica Ceca , Bulgaria, Grecia , sempre più critici nei confronti della strategia americana basata sulle sanzioni.
Lo segnalava un post di un esperto del Cato Institute, think tank liberista-libertario inizialmente vicino a Trump. (Il presidente si è dimostrato tepido verso l’UE ma anche verso la Nato che secondo i più estremi – es George Friedman su Limes – non servirebbe nemmeno più agli Usa che possono contare sui Five Eyes, i cinque paesi del mondo di lingua inglese uniti da vincoli speciali)
Gli alleati Nato sarebbero ancor meno entusiasti delle misure militari verso Mosca. Il vicepresidente americano Mike Pence lo ha toccato con mano quando Frau Merkel in febbraio ha rifiutato di spedire navi tedesche nello stretto di Kerch, tra mar Nero e mar d’Azov, nel braccio di ferro tra Mosca e Kiev.
Del resto Germania e Francia avevano resistito fermamente quando Bush a suo tempo aveva spinto per portare Georgia e Ucraina nella Nato. Più recentemente gli alleati si sono rifiutati di subentrare in Siria alle forze americane che Trump voleva ritirare o almeno ridurre a 200 uomini.
“Gli interessi americani ed europei si sovrappongono fino a un certo punto, su Russia e Iran hanno interessi incompatibili” scrive uno studioso del Cato Institute – think tank liberista-libertario, a suo tempo(1974) fondato da Charles Koch (il miliardario dell’energia già sostenitore di Trump). Sul suo sito molti articoli critici sulla Nato.
UNA NUOVA COMUNE POLITICA ESTERA e DI SICUREZZA. “La politica estera dell’UE non funziona. Questo è quel che pensano nove membri dell’Unione, a partire da Francia e Germania. Non lo dicono ad alta voce ma il messaggio è chiaro, da quel che si legge in un paper in circolazione, proprio per discuterne nelle conversazioni che i ministri degli Esteri avranno in giugno”. Così un recentissimo articolo del Financial Times che ha potuto vedere lo scarno ma significativo documento. I suoi autori, che comprendono anche Danimarca, Svezia e Finlandia, ritengono che l’UE deve ancora dare concretezza al suo potenziale ruolo di attore globale.
La sua unità è sempre più messa alla prova da dinamiche interne ed esterne all’UE, osservano, pur insistendo sull’unità e la forza dell’Europa sul palcoscenico globale. Le preoccupazioni sarebbero accresciute dalle “relazioni sempre più complesse” (eufemismo diplomatico dei paesi o del FT?) dell’UE con Cina Russia e Stati Uniti.
Tre le ansie principali della diplomazia europea: i muscoli finanziari del blocco europeo non si traducono in influenza nelle crisi globali – con l’eccezione dell’accordo del 2015 con l’Iran, oggi in crisi; la solidarietà europea è stata messa alla prova in varie aree, dalle sanzioni alla Russia alle ambizioni territoriali di Pechino nel mare a Sud della Cina; il servizio diplomatico europeo (leggi: Federica Mogherini) non ha legato come sperato col lavoro dei ministri europei.
Punto chiave nel cambiare la politica estera e di sicurezza UE è superare le votazioni all’unanimità, procedura prevista dal Trattato Europeo su richiesta degli Stati Uniti. Perfino Manfred Weber, candidato del Ppe alla presidente della prossima Commissione UE, nel recentissimo confronto tv fra gli Spitzenkandidatsha espressamente detto che all’unanimità va sostituita la maggioranza qualificata. Sarebbe un primo importante passo. Una condizione non sufficiente, ma sicuramente necessaria.
Un tema caldissimo, quello della politica estera UE, che incrocia quello della comune Difesa europea – reso ancora più urgente dalle richieste di Trump di aumentare i contributi dei paesi europei alla Nato, subito al 2% del Pil, percentuale raggiunta solo da cinque paesi su 29 (Italia all’1.1% nel 2017), in prospettiva al 4%.(20) E di far pagare agli Stati che le ospitano i costi delle forze americane ivi stanziate “per proteggerli”, secondo il Piano di Trump ‘Cost Plus 50’ ben analizzato sul Manifesto (21).
Un argomento che si sovrappone a quello dei rapporti interni alla Nato, del suo funzionamento o addirittura della sua radicale rimessa in discussione. Come chiede il Comitato No Guerra No Nato (ne fanno parte storici come Franco Cardini accanto a Gino Strada, padre Zanotelli, il generale Mini ecc ecc), che in occasione del 70° anniversario l’aprile scorso ha organizzato un convegno a Firenze, con partecipanti italiani e stranieri .
  1. https://www.telegraph.co.uk/business/2019/05/16/trump-becoming-dangerously-addicted-tariffs-permanent-trade/
  2. http://www.iris-france.org/136209-politique-de-sanctions-americaines-vers-une-nouvelle-guerre-commerciale/
  3. https://www.ibs.it/limes-rivista-italiana-di-geopolitica-libro-vari/e/9788883717505?lgw_code=1122-B9788883717505&gclid=Cj0KCQjwrJ7nBRD5ARIsAATMxssuy96OUFOIMpdGVGdsmH5ruTdkYzk5vrKU-pNWiACf9-Qs1i5KO0MaArT3EALw_wcB
  4. http://www.iris-france.org/136037-loi-helms-burton-contre-cuba-lextraterritorialite-du-droit-americain/
16. In particolare l’articolo 42 comma 2 prescrive esplicitamente che la politica di sicurezza e difesa dell’UE – che è parte integrante della politica estera comune, campo nel quale ogni decisione va presa all’unanimità – “non deve pregiudicare” la politica di certi Membri e “deve rispettare gli impegni” di certi Membri che vedono la loro difesa realizzata nella NATO, sotto il trattato Nord Atlantico ed “essere compatibile con la politica di sicurezza e difesa comuni stabiliti in quella cornice”.

18. https://www.globalresearch.ca/exiting-war-system-nato/5677546

“The North-Atlantic Council has established the NATO rules in which “there is no vote or majority decision”.Decisions are taken unanimously and by mutual agreement”, meaning in agreement with the United States of America…”

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Dietro la #Brexit che non quaglia, la battaglia sui derivati, lo scenario ‘Singapore sul Tamigi’ e le pressioni Transatlantiche

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Nell’estenuante saga della Brexit ormai quasi alla fine, ci sono cose di cui si parla poco o niente. Eppure si tratta di temi cruciali per il futuro del Regno Unito e dell’Europa e, oseremmo dire, del sistema economico-finanziario globale. Temi e scenari che forse gettano anche luce sulle contorsioni della Brexit a cui si è assistito nei trentatrè mesi dal referendum. Col dubbio che il no deal verso cui si corre, fosse in realtà il Piano A. Di una parte, almeno.

Al cuore della faccenda c’è infatti la City e il suo ruolo centrale nella gestione dei flussi finanziari globali, leciti e illeciti. Un ruolo che in un dopo Brexit soft potrebbe venir limitato da accordi con le autorità europee, come quello con l’ESMA (Autorità Europea degli Strumenti Finanziari e dei Mercati) sottoscritto poco più di un mese fa. Oppure, nel caso di una Brexit dura, senza accordo, potrebbe invece venir “rilanciato” o piuttosto “spinto” verso una deriva di deregolamentazione totale, trasformando Londra in un centro off hore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie UE e di New York: lo scenario della Singapore sul Tamigi auspicato dai conservatori più radicali sulle due sponde dell’Atlantico – eppure quasi temuto da esponenti della stessa City che paventano ritorsioni UE e fuga di molti business .

LA BATTAGLIA SUI DERIVATI. Uno di questi temi lo ha tirato fuori un recente breve articolo del Financial Times (1) e riguarda <lo stato del gigantesco mercato Londinese dei derivati dopo l’uscita dall’UE> – un argomento di cui < (quasi) nessun politico britannico si preoccupa di discutere>, osserva l’autrice. < Un tema arcano – prosegue – eppure importante non solo perché i derivati hanno implicazioni sulla stabilità finanziaria ma anche perché la questione getta luce su eclatanti battaglie dietro le quinte, ora con conseguenze transatlantiche>.

Dietro le quinte appunto. E che vedono di mezzo gli Usa. Per quanto cauto, il FT non si esime.

<La posta in gioco gira intorno alle compensazioni nelle transazioni di derivati [mediazioni che avvengono in ‘stanze di compensazione’ virtuali chiamate Clearing Houses]. Negli anni recenti la London Clearing House ha dominato il settore degli swaps e dei futures [i derivati più comuni], intermediando regolarmente più di $3 trilioni di transazioni ogni giorno, un quarto dei quali denominati in euro, e quasi la metà in dollari>. Fra questi, la maggior parte dei ‘contratti ‘ (swaps) sui tassi di interesse [con i quale si gestisce il rischio ma si fanno anche lucrose scommesse, quelli sull’Italia e il rischio sovrano sono tra i più trattati].

<I politici europei del continente hanno sempre detestato il fatto che così tanti affari in euro si facessero a Londra. Ma l’hanno sempre tollerato perché il Regno Unito era nell’UE. Mentre i regolatori Americani, anch’essi a disagio per il fatto che un pezzo tanto grande del mercato si svolgeva fuori dal loro territorio, accettavano il dato di fatto perché le autorità britanniche concedevano una sufficiente supervisione su quel business alla Commodities Futures Trading Commission (CFTC), la loro autorità in materia>.

<Ora non più. I politici europei hanno dichiarato che se la London Clearing House vuole intermediare gli euro quando (o se) ci sarà la Brexit, quel business dovrà trasferirsi nell’Europa continentale oppure essere regolato dall’Autorità Europea competente, l’ ESMA basata a Parigi>.

Il FT ricorda come, con sollievo della City – e delle banche – l’ESMA un mese fa abbia dichiarato che lascerà che sia Londra a gestire questi scambi, anche dopo una hard Brexit [senza accordo], finché verranno accettate le regole dell’ESMA. <Il che non è senza peso – nota FT: scindere il business delle compensazioni sarebbe molto costoso per gli attori di quelle partite, come il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha puntualizzato, accettando l’accordo con gli Europei>.

Ne ha dato conto Bloomberg a gennaio (2) , compiacendosi sia pure con cautela per <il passo fatto verso la creazione di una rete di sicurezza post-Brexit per il mercato globale dei derivati da $400 trilioni che è stato a lungo a rischio di sconvolgimenti in caso di Brexit senza accordo (…) E’ vero che agli elettori poco importa come multinazionali, banche e assicurazioni gestiscono il rischio finanziario – aggiungeva Bloomberg – ma i regolatori sanno bene che la natura interconnessa della finanza globale può ritorcersi sui cittadini quando le cose si mettono male, vedi Lehman Brothers>.

La visione a lungo termine dell’UE sui modi in cui limitare i rischi per la stabilità finanziaria dopo la Brexit comporta definire regole più stringenti e affidare maggiori poteri all’ESMA. Come ultima ratio costringere le clearing houses a trasferirsi sul territorio europeo. E però una UE così assertiva su quel che accade fuori dal suo territorio rischia di urtare gli Usa, anticipava Bloomberg. Ed è quel che è accaduto.

<C’è un ostacolo da un trilione di dollari che è completamente fuori dal controllo del parlamento britannico: gli Usa>, osserva FT. E racconta che la CFTC americana ha fatto sapere all’Europa che non accetterà che l’ESMA controlli il business londinese degli swaps fintanto che invade i mercati in dollari e le banche Usa>.<Di mezzo c’è l’orgoglio nazionale ma anche una diversità ideologica – spiega. I regolatori britannici e americani tendono a confidare nella forza del mercato e ritengono che nel settore privato i partecipanti debbano essere lasciati liberi di decidere quanto collaterale mettere nelle transazioni per cautelarsi dai rischi di default>.

<Ma che sia soltanto il mercato a decidere quanto collaterale chiedere, specie durante una crisi finanziaria, non piace affatto ai regolatori europei. Memori di quanto accadde nella crisi del 2011 quando la London Clear House (e altri) imposero certe margin calls [avvisi di rischio] sugli asset di Spagna e Italia – ricorda l’articolo del FT, pur difendendo quelle scelte [caute o speculative?]. Quelle vicende – che hanno visto messa in mezzo anche la BCE – bruciano ancora in Europa. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, aggiungiamo notando che FT ignora il caso della Grecia.

Il risultato è quello previsto da Bloomberg. Regolatori e politici europei vogliono imporre controlli più stringenti “ Dobbiamo poter avere una gestione legale chiara” ha detto recentemente Benoit Coeuré, membro della BCE. Ma gli americani si oppongono con forza, e minacciano rappresaglie. <In un discorso insolitamente duro il commissario della CFTC Christopher Giancarlo ha fatto sapere che se l’ESMA interferirà troppo con il business in dollari di Londra, gli americani “faranno i passi disponibili per proteggere in mercati Usa e i loro partecipanti. Per esempio, cacciare i partecipanti europei dal Chicago Mercantile Exchange [la piattaforma più grande e importante al mondo nel trading di materie prime e derivati, che opera anche nel mercato Over The Counter -OTC- non regolamentato, che ha dimensioni addirittura maggiori di quello regolamentato].

<Roba allarmante>, commenta FT.

Rinvio al 2021? <La soluzione non è ovvia. Dipende dalla cornice politica per gestire le compensazioni europee che emergerà dalle nuove regole che la UE ha promesso per il 2021. Usa e Bruxelles hanno annunciato che la CFTC parteciperà a questi preparativi. La vera battaglia è probabilmente rinviata – conclude FT aggiungendo le due lezioni da trarre da questa saga: 1. Mostra in quale grado la Brexit non è soltanto un affare fra le due sponde della Manica; 2. Rivela la debolezza politica di Londra che non è in grado di gettare il suo peso nella controversia, che verrà decisa nello scontro ideologico e territoriale fra Washington e Bruxelles>.

UNA SINGAPORE SUL TAMIGI? Le regole europee, di una UE che tenta di svincolarsi da subordinazioni troppo a lungo subite, sono più che mai in ballo nel cosiddetto Singapore on Thames Scenario <volto a trasformare la City in una sorta di Eldorado finanziario basato su scambi commerciali e finanziari deregolamentati e una tassazione soft per le società. Londra diventerebbe [ancor più di quanto non lo sia già, e da un pezzo] un paradiso fiscale al pari delle Cayman, delle Bermuda, delle Virgin, delle Isole del Canale della Manica. Un centro offshore dalle dimensioni gigantesche, collegamento fra le piazze finanziarie dell’Unione Europea e quella di New York. Una “pazza idea” che si fa largo negli ambienti politici ed accademici conservatori della Gran Bretagna>, raccontava a luglio 2018 Angelo Mincuzzi nel suo blog del Sole24Ore (3).

Mincuzzi aggiunge come di questa ipotesi si discutesse nel maggio 2017 in un report del Cityperc (City political economy research center) della City University of London. Mentre a tornare un anno dopo sull’argomento è il fondatore del Tax Justice Network John Christensen in un paper del think tank britannico Ippr (The Progressive Policy). Nonché in un articolo recente su Truepublica.org (4).

In quest’ultimo Christensen non esita a collegare questa strategia estrema alla nuova regolamentazione europea contro evasione, elusione e dumping fiscale che contrastano con il funzionamento del mercato, frutto di una direttiva UE (la 2016/1164) che, messa a punto fra il 2015 e il 2016, è stata presentata dalla Commissione il 28/1, adottata dal Consiglio il 20/6 ed è entrata in vigore dal 1 gennaio 2019. Stranamente se ne parla poco: in attesa degli esiti elettorali?

Le nuove norme mirano ad incidere sui trattamenti fiscali di favore che certi paesi, Olanda Irlanda e Lussemburgo in testa, riservano alle multinazionali e alle banche, consentendo loro di eludere una massa di tasse pari a 160/190 miliardi di euro l’anno,secondo la stima di lavoceinfo.com ripreso dal Sole24Ore. Con pesanti effetti economici e su concorrenza e investimenti nei diversi paesi UE.

<Nel libro Brexit – A Corporate Coup d’Etat, un intero capitolo è dedicato alla minaccia della regolamentazione UE, che sarà rinforzata nel 2019 e distruggerebbe il dominio della GB come leader globale nel business dei paradisi fiscali e del riciclaggio>, esordisce Christensen su Truepublica.<Londra è già un paradiso fiscale… conosciuta a Mosca come Londongrad, ha molto da offrire a oligarchi e riciclatori di denaro. La pura verità è che la città è considerata la capitale del riciclaggio di denaro del mondo> afferma ancora Christensen, citato anche dal blog del Sole24Ore.

Su Truepublica va più a fondo. E racconta l’antica preoccupazione dei governi britannici, dei Tories in particolare e l’atteggiamento in questa materia, che ha fatto da freno in Europa. <Negli anni l’UK ha sempre votato contro la creazione di un corpo inter-governi in grado di definire regole che rafforzino la cooperazione internazionale in materia fiscale. Ed ha resistito con successo alle pressioni internazionali per contrastare i paradisi fiscali, come quelli nelle Dipendenze della Corona (es le isole del Canale) e nei Territori d’Oltremare (Cayman, Bermuda ecc.) che insieme alla City controllano il 23% del mercato globale dei servizi finanziari offshore. <Le giurisdizioni segrete britanniche formano una ragnatela progettata per facilitare un flusso finanziario illecito verso la City, dove ogni anno verrebbero riciclati 90 miliardi di sterline>.

<Le nuove misure UE anti-abuso che entrano in vigore nel 2019 rafforzerebbero le restrizioni sugli intermediari basati in GB (City of London e al) che prendono parte all’off-shore e all’evasione/elusione fiscale di cui la GB è leader globale – nel caso che la GB resti membro dell’UE>, afferma Christensen. E’ una storia vecchia, quella delle preoccupazioni britanniche, intensificata negli ultimi anni. Vale la pena di accennarne perché illuminante anche sull’origine del referendum Brexit.

<Nel 2015 i Tories hanno rigettato i piani annunciati da Bruxelles per combattere “l’evasione fiscale su scala industriale delle maggiori multinazionali”. La GB aveva già creato una sorta di paradiso fiscale per loro abbassando la tassazione dal 28% al 19% per le corporations con consociate finanziarie offshore (con la previsione di scendere al 17%). Col risultato che un certo numero di esse ha già dato vita a quartier generali (virtuali) in UK.(…) . Sempre nel 2015 europarlamentari conservatori, di UKIP e DUP hanno votato contro i piani UE per combattere l’elusione (…) Mentre i Conservatori hanno bloccato la legislazione, Laburisti, Liberaldemocratici, Verdi e altri hanno votato a favore>.

<Cameron si era appellato già nel 2103 al presidente della Commissione UE Van Rompuy per evitare che i trust offshore fossero trascinati in una ampia repressione dell’evasione fiscale. La questione dei paradisi fiscali britannici e degli accordi con multinazionali e industria bancaria era diventata così seria che Cameron si rivolse persino a OCSE e G20 perché si accordassero su una cornice globale in materia di trasparenza>. <Falliti i suoi sforzi, Cameron si accorse che l’UE andava avanti e che l’offshoring e l’evasione fiscale massiccia nei territori di Sua Maestà erano davvero in pericolo. Trilioni vengono riciclati, nascosti e mascherati attraverso la rete di facilitatori tra la City di Londra le Dipendenze della Corona>.

Anche per questo, premuto dall’UKIP il cui fondatore Nigel Farage, secondo Steve Bannon, “ha più influenza con Trump di Theresa May sulla Brexit (6), Cameron ha inopinatamente lanciato il referendum? Christensen non lo dice esplicitamente.

Di Brexit e del futuro dei paradisi fiscali ha invece ha recentemente parlato davanti all’Europarlamento. Tre le tematiche proposte da altrettante slides. UNO. Riguarda il trading nei servizi finanziari e le relazioni reciproche in questo campo con i 27 paesi UE dopo una Brexit effettiva. Si discute di riconoscimento di standard regolatori in base al principio di equivalenza, di standard minimi di trasparenza, di impegni ad accettare controlli regolari, anche per evitare che la GB si impegni in guerre fiscali e competizioni normative. Temi che secondo Christensen acquistano senso in relazione ai due successivi.

DUE. <La strategia della Singapore sul Tamigi è stata indicata da ministri del governo britannico nel 2017, quando la premier May e il Cancelliere Hammond l’hanno fatta diventare la bandiera di una strada potenziale da intraprendere. Da allora altri ministri, compresi il Segretario agli Esteri Jeremy Hunt e quello agli Interni Sajid Javid hanno indicato questo come il modello da seguire nel dopo-Brexit>.TRE. Il contesto: Singapore in dieci anni ha rapidamente esteso il suo ruolo di centro finanziario offshore ed è diventato 5°nel Financial Secrecy Index con un punteggio di 67 che riflette la debolezza del regime di trasparenza corporate e il basso livello di impegno nel contrastare l’evasione fiscale. Tanto per capire a cosa mirano i politici londinesi.

< Il signor Javid- un serio candidato a sostituire Theresa May come leader dei Conservatori, già banchiere a Singapore [nonché direttore di Deutsche Bank, aggiungiamo] -ha parlato di tagli fiscali e deregolamentazione come armi in una strategia di ‘shock and awe’ [colpisci e terrorizza, di ‘Bushana’ memoria, strategia peraltro fallita in Iraq e altrove ].Segue elenco di provvedimenti prevedibili, fra i quali tagli di tasse per corporations e i ‘mobile rich’ [espressione che sembra definire i ricchi transnazionali], misure varie per attrarre investimenti in UK, deregulation per rimuovere le protezioni sociali e ambientali, scarsa o nulla obbedienza alle norme antiriciclaggio, golden visa a garanzia di cittadini di diversa nazionalità da quella britannica, purché ricchi.

Tanto da indurre Christensen a concludere ironizzando sulla contraddizione fra <il mondo dominato da programmi di rigenerazione industriale auspicato dai milioni di cittadini ‘lasciati indietro’ che secondo molti commentatori hanno appoggiato il referendum; e un mondo semplicemente trasformato in un paradiso fiscale per ricchi e potenti>.

Già. Scrive Mercuzzi: <È ampiamente riconosciuto che i paradisi fiscali contribuiscono all’impoverimento di paesi ricchi e poveri, consentendo il riciclaggio di denaro, la cleptocrazia, l’evasione fiscale e l’elusione. L’entità delle perdite derivanti da questi diversi tipi di furti, illegali e legalizzati, è difficile da calcolare; la miglior stima delle perdite di entrate globali dovute esclusivamente allo spostamento degli utili aziendali ammonta a 500 miliardi di dollari all’anno>. Due economisti [citati], stimano lo stock accumulato di capitali fuoriusciti dall’Africa subsahariana pari a $944 miliardi circa cinque volte più del debito estero di quella regione. Secondo altri studi le ricchezze personali conservate nei centri offshore sarebbero pari a $21 trilioni>. Cifre pazzesche che palesano l’ipocrisia di tante dichiarazioni e programmi di aiuti all’Africa.

CITY & C ,PERPLESSI. Eppure non è certo per il bene dei cittadini del mondo che esponenti dell’industria dei servizi finanziari, banche d’affari e la stessa City si mostrino più perplesse e caute della politica davanti a uno scenario di deregolamentazione spinta in chiave nazionale Singapore style caldeggiato da alcuni politici. Temono di perdere fette di business e di rendere più complesse e costose le operazioni per i clienti. La City nel 2016 avrebbe addirittura votato per il Remain.

Una divergenza emersa già in un importante meeting nel settembre 2017, dopo le elezioni che hanno visto sconfitta Theresa May e i Tories costretti ad allearsi col DUP nordirlandese dopo aver perso la maggioranza. Presenti all’incontro la premier May, il cancelliere Hammond, il segretario alla Brexit Davis col suo consigliere Lord Hill, quello agli Esteri Hunt e quello agli Interni Javid; insieme al presidente di Royal Bank of Scotland, al capo di Morgan Stanley Europe, al direttore della Borsa Londinese e al ministro della City. <Al meeting i ministri hanno dato l’impressione di essersi impegnati a garantire un periodo di transizione di due o tre anni in cui continuino a valere le regole attuali. “Avete bisogno dello status quo” ha detto un banchiere>.

Così il solito ben informato FT (7). Che notava come <Dal referendum nella City molti ritengono che mantenere una qualche forma di equivalenza con Bruxelles sarebbe un modo per fare restare a Londra una serie di servizi finanziari che altrimenti migrerebbero nel continente>.<Il Regno Unito deve restare allineato a regole globali, ma sarebbe sbagliato se si legasse irrevocabilmente a una cornice legislativa europea sulla quale non avesse alcun controllo>, ha insistito Lord Hill.

Ma le banche d’affari non sembrano convinte. <Le banche sono coscienti delle conseguenze globali e non vogliono vedere l’UK in una corsa ad abbandonare gli standard dell’equivalenza regolamentale. Per banche di investimento e assicurazioni mantenere un livello minimo di base è cruciale perché assicura un mutuo accesso ai mercati e rende più facile la gestione che con regimi diversi>.

<Prima delle elezioni del 2017 May e Hammond assicuravano che se non si fosse ottenuto un buon accordo con l’UE, il Regno Unito avrebbe avuto un’altra opzione: fare marcia indietro e competere con l’UE con una regolamentazione minima e basse tasse Singapore Style. Ma dopo le elezioni May ha abbandonato questa strada. Mentre Hammond ha continuato a ribadire che l’UK in futuro non è costretta a soggiacere a norme che non controlla>. E’ un caso che il meeting in questione fosse ospitato nella magione di campagna di Boris Johnson, il Tory ultra-falco leader dei conservatori più estremi, che Bannon ha detto di considerare ‘un modello’, un primo ministro ideale quanto il nostro Salvini?

PRESSIONI TRANSATLANTICHE. No, non è stato un caso. Nella lunga saga della Brexit in gioco non ci sono solo GB e UE, ma un “fronte transatlantico, come lo definisce eufemisticamente FT, che va ben oltre il tema dei derivati. “Economic Regime Change – US Groups Continue Raise Millions For Hard Brexit”, titola un articolo di Robert Woodward, di febbraio ma postato da Truepublica soltanto in questi ultimissimi giorni (8). In parallelo con un altro post dal titolo ugualmente significativo (9): Was a hard Brexit always a plan A? che fra l’altro parla della segretezza intorno alle misure e ai piani accurati che il governo sta predisponendo per una Brexit senza accordo.

Dagli Stati Uniti arriverebbero insomma, e non da oggi, forti pressioni, e finanziamenti, per una Brexit “dura” senza accordi con l’Unione Europea. Quel no deal Brexit che sarebbe stato fin dall’inizio il Piano A delle correnti economiche e politiche che hanno sostenuto Trump e da anni spingono per una vasta deregulation a tutti livelli nel Regno Unito ( e non solo) – compresa la sanità e le norme a difesa di ambiente e consumatori – e oggi non si rassegnano a veder sfumare i loro piani.

Il famoso giornalista del caso Watergate parte dal recente Collins Report, del deputato Tory Damen Collins, che attribuisce alla Russia interferenze nella politica britannica e nel referendum. <In realtà – scrive – dietro quelle intromissioni c’erano miliardari e organismi Americani. Questo oggi è un fatto come è un fatto che media mainstream e politici lo abbiano taciuto>. Da un’inchiesta del Guardian Woodward cita con dovizia i numerosi think tank di destra, fondazioni, front charities e organismi di fund raising dei due lati dell’Atlantico, tra i più forti sostenitori di accordi di libero scambio e regolamentazioni ridotte – che beneficiano i business Americani – e si oppongono a norme europee più strette fin dal 2008. Con nomi e cognomi.

Centinaia di milioni spesi in quella che dovrebbe essere definita <una campagna per un regime change economico – conclude Woodward con una espressione efficace – da parte di una potenza straniera. Una potenza che si chiama America>. Alla fine ricorda una pièce satirica della CNN che invitava a chiamare il referendum Brexit per quello che è: “Un’opportunità per diventare il 51° Stato Americano. La perdita dell’UE è il nostro guadagno. Chiamiamolo Brentrance>, gioco di parole fra Britain e entrance.

1) https://www.ft.com/content/ab751f8a-499c-11e9-bbc9-6917dce3dc62 2) https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2019-02-06/brexit-an-uneasy-truce-in-400-trillion-derivatives-fight

3) https://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/2018/07/18/londra-come-singapore-la-pazza-idea-che-contagia-i-duri-della-brexit/

4) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/brexit-britain-government-negotiating-singapore-on-thames-right-now/

5) https://ec.europa.eu/taxation_customs/business/company-tax/anti-tax-avoidance-package/anti-tax-avoidance-directive_en e https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2019-01-18/quanto-ci-costa-l-elusione-fiscale-multinazionali-155259.shtml?uuid=AED7k0HH (spiegazione)

6) https://www.theneweuropean.co.uk/top-stories/steve-bannon-on-donald-trump-nigel-farage-theresa-may-and-boris-johnson-1-5943606 7) https://www.ft.com/content/582ca822-9e06-11e7-8cd4-932067fbf946 8) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/economic-regime-change-us-groups-continue-raise-millions-for-hard-brexit/

9) https://truepublica.org.uk/united-kingdom/was-a-hard-brexit-always-plan-a/

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BCE. “La banca che ha quasi mandato in recessione l’Europa, e ha in mano il suo destino”.

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Ad affermarlo non è un qualsiasi sovranista nostrano ma Adam Tooze, storico dell’economia già a Cambridge, oggi alla Columbia University, in un articolo di pochi mesi fa segnalato dal Financial Times (1). <Considerato da molti senza speranza, fallato, un fallimento, una tragedia per l’Europa, dopo vent’anni l’euro è sempre lì, con la Banca Centrale Europea che lo governa. Senza alternative. Il progetto della moneta unica è tutt’altro che perfetto. Ma quel che l’ha davvero intralciato nei suoi primi vent’anni sono le decisioni prese da uomini di Francoforte>. <Uomini affamati di potere>, arriva a scrivere il professore, che da britannico si concede uno sguardo disincantato e critico eppure non euroscettico sulle azioni intraprese dalla BCE durante la crisi iniziata nel 2007.

Azioni contraddittorie, inazioni ed errori che hanno prodotto prima una decrescita e poi una crescita anemica dell’UE, con effetti pesanti sulla disoccupazione e sull’affermarsi del nazionalismo. <Un’aggressione che ha prodotto il maggior deragliamento della politica economica nell’era moderna>, arriverà a concludere. Probabilmente esagerando.

Sarà la fase pre-elettorale, sarà il prossimo rinnovo della presidenza in vista della scadenza di Draghi, fatto sta che ci si imbatte spesso in critiche alla BCE, in testa l’imbarazzante faccenda degli stress test alle banche europee appaltati a privati a costi esorbitanti o persino, nel 2015, affidati a BlackRock, il più grande asset manager del mondo e il più importante investitore internazionale nel settore bancario, in palese conflitto di interessi. Una scelta contestata non a caso da Germania, Spagna, Cipro, Irlanda e dalla Grecia che ha rifiutato di far entrare nelle sue banche quegli esaminatori. (2).

O gli acquisti di bond di grandi imprese multinazionali da parte della BCE nell’ambito del QE, che hanno assicurato loro ulteriori vantaggi rispetto alle PMI. O ancora le recentissime, perentorie richieste alle banche italiane di liberarsi di tutti i cosiddetti Npl o crediti deteriorati e la parallela minore attenzione alla gran quantità di derivati tossici in pancia ad altre banche europee (in testa Deutsche Bank e Credit Agricole), come ha denunciato anche l’economista Alberto Bagnai (3).

Un clima quasi ostile che risente del sovranismo diffuso e ha indotto il governatore ormai uscente Mario Draghi a intervenire a più riprese, ricordando quanto poco sovrani fossero i paesi costretti continuamente a svalutare e sottolineando la differenza concettuale fra “indipendenza” e “sovranità”. Per riconquistare la quale porsi fuori da UE o dall’euro sarebbe controproducente. Né serve indebolire le strutture politiche europee, che invece occorre adeguare ai mutamenti intervenuti nella società, movimenti migratori e disuguaglianze in testa (4).

Ma torniamo a Tooze. Il cui giudizio negativo sulla BCE durante la crisi, e oltre, non è affatto isolato fra gli studiosi. Critiche simili arrivano da vari economisti. Per esempio da Ashoka Modi (2019), visiting professor a Princeton, pur con un approccio non storico politico come quello di Tooze ma più tecnico e orientato agli effetti sui mercati (5). Fino ad economisti greci come Kostantinos Gravas e al. citato da Modi (6)

Neppure sono nuovissimi tanti rilievi. Ma interessante e utile ci sembra la prospettiva di Tooze che ricostruisce origine e comportamenti della Banca Centrale Europea, banca politica come lo sono tutte le banche centrali nonché <l’istituzione che ha più influenza sul futuro dell’UE>, non solo dell’eurozona. E alla BCE – in particolare a Jean Claude Trichet che l’ha governata dal 2003 al 2011, addossa la responsabilità di aver spinto in recessione l’UE dopo la crisi del 2007-8 con sottovalutazioni, interventi tardivi, aumenti dei tassi inopportuni e politiche fiscali controproducenti – con la conseguenza di intrecciare strettamente la crisi delle banche ai debiti sovrani e poi limitare le politiche dei governi.

Non elude la domanda chiave sul ruolo della Germania: “Non era indispensabile seguire le sue pressioni”, scrive, riconoscendo il cambiamento con Draghi, ma solo dal 2015 col QE. Anche se non sottovaluta il peso del “whatever it takes” del pronunciato da Draghi a Londra nel luglio 2012: il famoso discorso che Modi giudica importante solo in quanto seguito poco dopo dall’annuncio del bazooka, quell’OMT (Outright Monetary Transactions) pur mai utilizzato finora. Ma Modi come vedremo condanna comunque le azioni della BCE <estemporanee, carenti di chiarezza e strategia, a incapaci di guardare avanti>.

Le responsabilità che Tooze sembra addossare esclusivamente ai governatori si spiegano in parte con la storia di come si è arrivati all’euro. Ma acquistano un significato un po’diverso nel contesto della “Storia segreta della crisi” da lui stesso raccontata in un precedente articolo del 2017, dove emerge una Fed diventata prestatore di ultima istanza del sistema bancario globale, in particolare europeo. E dell’intreccio fra sistema bancario americano ed europeo, diventato sempre più inestricabile.

E’ un fatto che Trichet dal sistema complessivamente inteso è stato ampiamente ricompensato. Nel 2011 è diventato presidente del gruppo europeo della Commissione Trilaterale in sostituzione di Mario Monti, assurto allora a premier italiano. E dall’aprile 2012 è anche presidente del prestigioso think tank di Buxelles Bruegel nonché del Gruppo dei Trenta o G30.

Tooze la prende alla lontana, ma forse non è inutile mettere in fila anche fatti già noti.

BCE CRUCIALE. <Nessuna altra istituzione ha più influenza sul futuro dell’Europa>. <Nel bene e nel male ha dettato la storia della moneta unica dalla sua creazione> (…) <Non si può valutare l’euro senza guardare ai banchieri centrali che hanno governato la banca. Ed è su quei banchieri, specialmente su Trichet che grava la responsabilità della stentata ripresa economica in Europa e del sorgere del nazionalismo >.

LE BANCHE CENTRALI SONO POLITICHE. <Capitalismo e democrazia possono non aver vita facile e le banche centrali vengono prese in mezzo>(…)<Di solito le banche centrali sono prestatori di ultima istanza sia per le banche sia, normalmente, per i governi. Ci si aspetta che non maneggino solo denaro ma anche, e in modo efficace, tassi di cambio, debito pubblico, la stabilità del sistema bancario e l’inflazione. E siccome questa è legata all’occupazione, devono monitorare l’aspetto del mercato del lavoro”. Ogni azione o inazione produce vincitori e perdenti: loro possono anche dichiararsi indipendenti dai governi eletti ma le banche centrali sono inevitabilmente politiche>.

<Nel caso dell’eurozona poi, che ha le dimensioni di un continente e comprende regioni diverse come Belgio, Bavaria e Basilicata, senza un apparato amministrativo e uno stato nazionale alle spalle, le difficoltà aumentano>. Tanto più che la BCE è anomala e tra suoi compiti ha solo il controllo dell’inflazione. Del resto lo si sapeva.

IL PROGETTO. <Ma questa è solo metà della storia(…) L’euro venne progettato inizialmente per contenere l’influenza dominante della banca centrale della Germania. Per mantenere il loro cambio fissato contro il marco tedesco le altre banche centrali erano costrette a far oscillare i tassi di interesse in linea con la Bundesbank (…). Ai tedeschi d’altra parte <un sistema monetario comune prometteva di ridurre le pressioni sulla loro moneta che avrebbero potuto minacciare i surplus commerciali di cui vanno fieri>. (Aggiungiamo l’interesse, geopolitico e finanziario, degli Stati Uniti che dopo il crollo del Muro avevano premuto per l’unificazione della Germania e guardavano all’estensione a Est di UE – e Nato). Nel post di Tooze un’utile cronologia della moneta comune.

<L’euro nasceva come compromesso fra Francia e Germania, con Kohl che voleva legare irrevocabilmente insieme l’Europa mentre Mitterand voleva solo diluire il ruolo dominante tedesco nella politica monetaria oltre a creare un’economia di scala tale da consentire una politica sociale domestica in un’era di capitalismo globalizzato. Dunque la BCE avrebbe avuto sede a Francoforte ma dopo l’olandese Duisenberg avrebbe avuto un presidente francese>. E così fu.

LE DIFFICOLTA’. La BCE apre i battenti il 1 giugno 1998, 7 mesi prima dell’unione delle monete, e fin dall’inizio si trova al centro di conflitti. Molti economisti avevano avvisato gli Stati membri che avrebbero dovuto abbandonare la possibilità, spesso utile, di svalutare. L’alternativa è aggiustare l’economia alle pressioni competitive, il che significa tipicamente riduzione dei salari. Cosa difficile da gestire per una banca centrale>.

Ma secondo Tooze quel che ha davvero azzoppato l’Europa non è stata la cronica mancanza di competitività, specie in Grecia e in Italia, ma la crisi del 2008. Anzi, la sua mala gestione.

ILLUSIONI E INAZIONI. <Nell’agosto 2007, quando si avvertono i primi shock, la BCE offre alle banche europee una forte iniezione di liquidità – ma subito comincia a puntare le dita contro Federal Reserve (Fed) e Bank of England (BoE) che si erano prese in carico i mercati dove c’erano presi i peggiori rischi>. Trichet sottovaluta la situazione .<Il burocrate conservatore francese a capo della politica monetaria europea non credeva che gli americani avrebbero lasciato fallire Lehman. Ma le banche europee non erano meno sovradimensionate e i loro bilanci comportavano rischi anche maggiori. Sottoposta alle regole di Basilea II, l’Europa indulge nell’assurda fiducia in un’auto-assicurazione e capacità di governare il rischio insito nelle sue banche private>.

Nel 2008 tocca ai governi salvare le proprie banche. <Ma la liquidità di sostegno pompata dalla BCE non è meno cruciale. Il cash che Trichet fornisce fluisce nelle casse dei governi nazionali in quanto le banche lo usano per comprare titoli di Stato supposti sicuri>. (…) Il modo di combattere la crisi da parte di Trichet negli anni 2008-2009 finisce quindi per legare insieme più strettamente banche e governi, pur preservando l’apparenza di normalità.

LA SVOLTA NEL 2010. <E’ quando nel 2010 i debiti sovrani stessi minacciano di andare male che il gioco cambia. Di fronte alla crisi fiscale prima in Grecia, poi in Irlanda e in Portogallo, con Spagna e Italia che incombono, la BCE entra in azione. E diventa un attore aggressivo e assertivo nel conflitto sulla questione politicamente pesante della futura costituzione finanziaria dell’Europa>. Ma come?

<Si è parlato di rischio contagio per Grecia e Irlanda, ma è una metafora fuorviante. Nel mercato dei bond il contagio si ha solo se la banca centrale rifiuta di fare quel che Fed, BoE e BoJ hanno sempre fatto, cioè star dietro ai debiti sovrani. In realtà invece la BCE rifiuta di assumere l’essenziale ruolo di stabilizzatore>.

<Avrebbe dovuto governare il gigantesco mercato dei bond invece di oscillare a seconda delle politiche fiscali dei governi, premiando solo quelle rigorose. Il mandato BCE è limitato, ma Trichet è andato ben oltre>, sostiene Tooze.

OBIETTIVO REGIME CHANGE? <Il suo obiettivo non è stato altro che un regime change: usare la crisi per forzare il completamento dell’ancora incompleta costituzione dell’eurozona in termini conservatori. Voleva che i politici europei fossero d’accordo nello stringere le regole fiscali e nel mettere in piedi un fondo di stabilizzazione del mercato dei bond indipendente dalla BCE, che avrebbe tenuto per sempre la banca centrale europea fuori da ogni obbligo di farsi carico dei debiti pubblici>

<Giocando col fuoco, la BCE innesca una conflagrazione. Quando nella primavera 2011 il governo Pasok, centrosinistra, suggerisce che avrebbe potuto essere più sicuro svalutare o ristrutturare una parte del debito, Trichet non solo fa muro ma silenzia il dibattito minacciando Atene di tagliare la linea di credito alle sue banche. Con la scusa di proteggere la reputazione dei prestatori sovrani Trichet si pone come difensore intransigente degli interessi dei creditori>. Non solo.

BCE ISTRUISCE I GOVERNI, NON LE BANCHE. <Trichet non esita ad attraversare il confine nozionale che separa la banca centrale dai governi nazionali: fornisce istruzioni ai governi di Irlanda, Spagna e Italia, chiedendo tagli di spesa, aumenti di tasse e modifiche nelle leggi sul lavoro che entrano profondamente nel merito degli affari interni dei paesi. Trichet usa l’ ”indipendenza” della BCE e la minaccia del mercato dei bond per dettare condizioni ai governi eletti>.

<Nessuna di tali amare medicine viene tuttavia servita alle banche europee che, come le controparti americane, avrebbero dovuto essere costrette a ricapitalizzarsi nel 2008-2009, anche se ciò avrebbe comportato la sofferenza degli azionisti>. (Fra gli azionisti istituzionali delle maggiori banche – segnaliamo – ci sono fondi e gestori di gran peso, come Blackrock).

TRICHET SPINTO DALLA GERMANIA? <Ci vorrà tempo prima che gli archivi vengano aperti. L’evidenza suggerisce che fu spinto dai membri tedeschi del suo board. Jurgen Stark, il suo capo economista, è biasimato da molte parti per la straordinaria decisione di alzare i tassi di interesse nel 2008 e poi ancora nel 2011. E ogni volta che Trichet entra nel mercato dei bond riceve proteste dalla Bundesbank, istituto che continua ad avere un certo potere anche dopo che le banche centrali nazionali sono diventate cinghie di trasmissione della BCE>.

<Ma quella dei tedeschi è solo una voce: come il governatore successivo Mario Draghi avrebbe poi dimostrato, la BCE non era obbligata a genuflettersi. Merkel aveva bisogno della BCE quanto la BCE aveva bisogno di Berlino, l’opposizione tedesca poteva essere aggirata. Invece anziché controbilanciare il conservatorismo tedesco Trichet lo amplifica>.

<Sulla ristrutturazione del debito Merkel e il suo ministro Schauble chiedevano disciplina per tutti, banchieri, investitori irresponsabili, contribuenti. Private Sector Involvment era la parola d’ordine, vale a dire haircut . Trichet al contrario fu soft con banchieri e creditori, mentre incoraggiava i mercati a disciplinare i governi e i cittadini. Una mistura poco appetibile che non è stata un errore ma una scelta deliberata da parte di un gruppo di tecnocrati conservatori che hanno lasciato l’Europa ferita>.

<Dopo un autunno di crisi che ha reclamato gli scalpi dei primi ministri eletti di Spagna, Italia e Grecia, nel dicembre 2011 il Fiscal Pact Europeo assegna ai conservatori la vittoria istituzionale che cercavano. Trichet aveva aiutato Berlino a introdurre l’austerity nel circuito principale dell’UE.

<E’stata una vittoria politica che ha limitato la portata della politica fiscale come strumento attivo di governance politica dei governi. E ha contribuito all’agonizzante lenta ripresa dell’Europa e ai bassi livelli di investimenti pubblici>, scrive Tooze.

SI SPACCA IL FRONTE TEDESCO. Facciamo un passo indietro. Tra i 2010 e il 2011 la crisi dei debiti sovrani europei è al culmine. L’euro in caduta nei confronti del dollaro. Cosa sia veramente successo nella BCE e dintorni non sembra ancora chiarissimo. Chiara e netta è invece la rottura nel fronte tedesco.

Nel settembre 2011 inaspettatamente si dimette dalla BCE il capo economista, il falco Jurgen Stark. Senza spiegazioni, ma al giornale economico Handelsblatt ribadisce che l’unica soluzione alla crisi del debito per i governi è tagliare le spese. Sulla BCE già aleggia Mario Draghi che succederà a Trichet a novembre.

Stark si opponeva al piano di acquisto di titoli di Stato da parte di BCE, un’azione che considerava fuori dal mandato della banca centrale. Le sue dimissioni segnalano disaccordi profondi nella BCE nella maggior crisi debitoria dell’Europa, scrisse il NYT .

Di più. Per dissensi sulla politica BCE lascia la presidenza della Bundesbank Axel Weber, che in quanto governatore sedeva nel Direttivo BCE e aspirava al posto che sarà di Draghi, ma deve ripiegare sull’UBS. Il suo successore alla Banca Centrale tedesca è Jens Weidman, un altro falco, anti-Draghi. In compenso alla BCE l’importante posto di capo economista va per la prima volta a un non tedesco, il belga Peter Praet. Un segnale della nuova era Draghi.

<La rottura avvenne nel 2010, racconterà Stark al Telegraph un anno dopo, settembre 2012 (7). Allora la BCE ha cominciato a cadere nel panico sulla crisi dell’eurozona e ad assumere un nuovo ruolo, fuori dal suo mandato. Ha dato retta a pressioni esterne…esterne all’Europa …>, accenna misteriosamente. Quali, non lo dice né lo fa capire esattamente. Pressioni d’oltre Atlantico, di sicuro. Ma dalla Fed, dai ‘mercati’ ovvero banche e/o investitori che contano? Possibile, o addirittura probabile, come si vede anche esaminando le inopinate decisioni BCE di alzare i tassi nel 2008 e poi nel 2011, su cui Tooze sorvola.

PARENTESI SUI TASSI. <Diminuire i tassi, spiega Ashoka Modi, è una delle misure attive a disposizione delle banche centrali per fronteggiare crisi (insieme all’acquisto di asset), mentre le misure passive consistono nell’immettere liquidità nel sistema>. La Fed infatti riduce i tassi dal settembre 2008 fino a zero a dicembre.

La BCE invece è riluttante. E poi fa il contrario. Sebbene, come segnala Ambrose Evans Pritchard sull’(euroscettico) Telegraph già ai primi di agosto 2008 (8) siano chiari i segnali di contrazione delle economie dell’eurozona ormai in crescita negativa, (-0,5% la stessa Germania), Trichet i tassi a luglio li alza a fino al 4,25%. E tornerà ad abbassarli soltanto in seguito e gradualmente fino all’1,25 in aprile 2009.

Una decisione contraddittoria e apparentemente incomprensibile, anche più del rialzo che la banca europea deciderà di nuovo nel 2011 in due riprese prima di un nuovo round di tagli e stimoli in novembre <dopo evidenti segni di deterioramento delle economie>.

Per Modi sono tutti segni della contraddittorietà ed estemporaneità delle misure adottate da BCE, che infatti non tranquillizzano i mercati, e della riluttanza della BCE a stimolare davvero l’economia dell’eurozona.

BCE SOSTENEVA IL DOLLARO? Sulla scia di Evans Pritcherd e altri così Maurizio Blondet non esitava a titolare, senza punto di domanda, nell’agosto 2008 (9). Con qualche ragione. In quell’anno in difficoltà è il dollaro. E la scelta di mantenere un euro fortissimo aiuta il dollaro impedendogli di precipitare. Così come aiutano il dollaro gli acquisti di bond americani da parte delle varie banche centrali. Lo fa anche la BCE? <Se lo facesse anche la BCE, mentre lesina gli acquisti di bond in Europa, sarebbe grave>, scriveva Blondet non avendo precisi riscontri in proposito ma segnalando i trucchi con i quali veniva aiutata la Spagna (nel cui mercato immobiliare in crisi c’erano grandi interessi tedeschi).

INTRECCI INESTRICABILI. Modi : <Più di altre banche centrali la BCE nel 2008 adotta una politica meramente passiva provvedendo liquidità in dollari al settore bancario. In buona parte attraverso le swap lines della Fed – quelle che Tooze ha segnalato nel suo precedente articolo del 2017 sulla storia segreta della crisi (10).

Modi, la cui analisi tiene conto in primis degli effetti sui mercati, critica la BCE ma appoggia la Fed. <Fornire liquidità era necessario, la Fed dà un contributo importante alla stabilizzazione dell’area euro, creando aspettative positive nei mercati. Gli spread nei paesi periferici calano, il valore delle azioni cresce, anche quello delle banche. Al contrario il fatto che la BCE fornisca la liquidità alle banche dell’area euro non riesce a dare fiducia ai mercati nelle prospettive economiche>.

Tooze è più esplicito, e più severo anche nei confronti della Fed. Forse solo più obiettivo. Sottolinea infatti come la Fed abbia iniettato sì dollari nelle banche centrali globali (dal 2007 $10 trilioni forniti a BCE, BoE, BoJ più altre, ma non tutte: escluse Est Europa, Russia Cina) ma nell’interesse americano. Li ha forniti infatti non ai sistemi economici bensì, tramite le banche centrali, al sistema bancario. Anzi, a determinate banche. Per prevenire un contraccolpo delle banche europee “di fatto americanizzate” come Deutsche Bank e Credit Suisse e altre (in sostanza quelle “sistemiche”), e cioè <per evitare un rovinoso falò di asset americani da molti trilioni di dollari>.

FED PRESTATORE DI ULTIMA ISTANZA GLOBALE DEL SISTEMA <Questa operazioni e in particolare le swap lines legano ulteriormente la FED alle altre banche centrali che ormai governano le economie, in particolare alla BCE, in un intreccio diventato inestricabile>. In questo senso parlare di “pressioni” dall’estero e di “salvataggio del dollaro” non è esatto ma neppure del tutto fuori luogo.

<Preservare lo status del dollaro è stato per le banche centrali l’incentivo a cooperare> scrive Kostantinos Gravas, citato da Modi in un altro articolo. <La Fed ha agito come il prestatore di ultima istanza internazionale >, aggiunge, concordando con Tooze. <Dopo la grande recessione del 2007-2009 la cooperazione internazionale ha condotto a una nuova ‘pace monetaria’: l’azione coordinata fra Usa, Germania e Cina (sic) per mantenere lo status quo del dollaro come moneta di riserva globale…>. (Trump e le sue guerre economiche erano di là da venire, aggiungiamo).

L’ERA DRAGHI. Pur <istintivamente conservatore – del resto co-firma con Trichet la (famigerata) lettera a Berlusconi nell’agosto 2011 – se Draghi si è potuto permettere di adottare un atteggiamento più interventista è stato in parte perché il lavoro sporco di mettere i governi europei in riga l’aveva fatto Trichet>.

“Whatever I said”. <Quando Draghi nel luglio 2012 promette che avrebbe fatto “whatever it takes”, tutto quel che serve, la BCE appare come la salvatrice dell’euro. Draghi parla contrastando lo scenario di una rinnovata crisi in Spagna e delle paure su Italia e Grecia. E lo fa a Londra di fronte a investitori di fondi hedge non tanto disperati quanto esasperati. Come poi riferirà a un amico, “l’incurabile ossessione dell’Anglosfera per la fine dell’euro venne assorbita”>.

E’ Il “sentimento dei mercati” migliorato da Draghi di cui parla Modi, che assegna però un’importanza preminente all’ OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà sia pure a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato dalla BCE poco dopo.

Spiega Tooze: <Gli scettici nella City non avevano capito quanto lontano l’Europa si era spinta. Non solo aveva aderito a un’unione bancaria ma – per quanto conflittuali i negoziati e per quanto deflazionario il risultato – aveva anche stabilito una struttura fiscale. L’Europa stava evolvendo e l’impegno dei suoi governi era ormai di gran lunga troppo grande per tornare indietro, anche di fronte a un lungo periodo di intransigenza della BCE.>

<Ovviamente il prezzo pagato per la vittoria della BCE è stato alto: lo shock del 2010-11, seguito da una severa dose di austerity hanno gettato l’economia europea in una prolungata seconda recessione. Nessuno dubita che ci siano molti business improduttivi in Italia e Grecia assillati da cronici insufficienti investimenti ma la loro attuale sofferenza e senso di impotenza devono molto al modo in cui le economie sono state condotte con una domanda anemica>. Anche Modi qui concorda.

Tooze come Modi fa un paragone con gli USA e i vari QE della Fed (…). <La BCE ha lasciato che il suo bilancio collassasse. Crediti e investimenti si sono contratti. I debiti cattivi si sono moltiplicati. Una generazione di studenti e laureati si è trovata tagliata fuori dal mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile nei paesi più colpiti dell’eurozona è salita fin quasi al 50%. La scena politica è stata stravolta, con i critici dell’euro e della BCE in crescita, da destra e da sinistra>.

<E’ stato solo nel 2015, quando si è materializzato il rischio di una deflazione in stile Giapponese che la BCE finalmente schiaccia l’acceleratore. In marzo di quell’anno si imbarca in un QE su scala massiccia, raddoppiando il suo bilancio (=stampando moneta in quantità) fino al 2018.

<Quasi subito l’aumentata liquidità ha offerto un sia pur modesto sostegno alla ripresa europea. Ma le conseguenze politiche, attraverso il mercato dei bond, sono state più drammatiche. Il QE ha isolato l’eurozona da ogni contagio dalla rinnovata crisi greca del debito greca nel 2015 (…) Non c’è rischio di contagio quando la BCE drena i mercati di bond disponibili da comprare. <E’ la prova che l’intera crisi dei debiti sovrani avrebbe potuto essere evitata se Trichet non avesse scelto, deliberatamente, di portare l’’Europa alla rovina>.

I VENTRILOQUI. Anche con Draghi, la protezione da parte della BCE avviene a determinate condizioni sottolinea Tooze. <Per giustificare gli acquisti di bond da parte della banca centrale un debito sovrano deve avere un certo rating di investimento. Anche se domina il mercato dei bond, la BCE lascia che i ventriloqui del suo atteggiamento conservatore siano le agenzie di rating. In Portogallo il governo di coalizione di sinistra è appeso al filo di un solitario rating. L’Italia dovrà subire pressioni se il nuovo governo devierà dal sentiero del rispetto delle regole>. Come infatti è avvenuto, sia pure con compromessi finali. E la partita è più che mai aperta oggi, febbraio 2019.

CONSIDERAZIONI. 1. MODI.<Ideologia e limitazioni sono incorporate nel contratto dal quale è nato l’euro>, osserva Modi. <Per di più la mancanza di accountability isola la BCE da meccanismi e incentivi a cambiare>. Dove il termine inglese poco traducibile si riferisce al fatto che la BCE non rende conto a nessuno. E’ un punto chiave. Un limite che emerge sempre più spesso. Dalla Corte dei Conti Europea, che lamenta il diniego all’accesso di documenti indispensabili alla sua funzione di controllo – come ha sottolineato anche l’economista “sovranista” Alberto Bagnai (cit)- a transparency.eu che contesta la mancanza di trasparenza dell’Eurogruppo, il consesso – per di più del tutto informale – dei ministri economici dell’eurozona (11).

Sebbene consideri l’OMT (acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà ma a condizioni precise e restrittive concordate con la banca centrale) annunciato ma mai attuato da Draghi, l’unica misura attiva forte, Modi non salva neppure la gestione post-Trichet della BCE. Fino a oggi. E denuncia i limiti politici agli stimoli: l’aver negato la minaccia di una inflazione troppo bassa; l’aver ritardato il QE (fino al 2015); e, alla fine del 2018, il negare la recessione in atto e un prolungamento del QE>. Solo per riflessi lenti della banca?

2. TOOZE. <Perché la Bce può esercitare tale influenza sul destino dell’Europa?> si chiede. <La risposta è che per qualsiasi intento o obiettivo unirsi all’eurozona è irrinunciabile. L’UK sta lentamente scoprendo a sue spese che cosa comporta “riprendersi il controllo”>. E <un’uscita dall’euro sarebbe molto più dirompente per la vita quotidiana persino di quanto sarebbe per l’UK la Brexit più estrema>. <Molti economisti continuano a far congetture sulla sopravvivenza dell’euro ma pochi politici europei ne discutono seriamente>, aggiunge. Anzi.

<Dal 2006 sette nuovi paesi hanno cercato la protezione della seconda moneta più importante. Con l’UK sulla via di lasciare l’UE, Bruxelles non fa mistero del suo obiettivo di rendere l’euro la moneta comune dell’intera Unione>. E in un’Europa che tende progressivamente a coincidere con l’eurozona governata dalla BCE, tra le righe di Tooze si intuisce come il Regno Unito sia praticamente costretto a staccarsi.

Altro che mistero. <In applicazione dello Statuto, il Consiglio Generale BCE verrà sciolto quando tutti i membri UE avranno adottato l’euro>, informa la stessa banca sul suo sito. Ed è interessante osservare che in tale Consiglio, che affianca Comitato Esecutivo e Consiglio direttivo e ha fra i suoi compiti la redazione del rapporto annuale della BCE, oltre a presidente e vicepresidente, siedono i governatori dei 19 paesi dell’area ma anche i 9 che non ne fanno parte. Tra questi c’è il governatore della Bank of England, banca che in teoria è il secondo maggior ‘azionista’ BCE (col 14,3% del capitale sottoscritto, dopo di che ai paesi non euro sono stati via via applicati sconti fino a farli versare solo il 3,75%). “L’appartenenza all’UE vincola le banche non-euro?” Era del resto il titolo di un dibattito organizzato da Bruegel a gennaio 2016 (ante-Brexit) intorno a un report di Bank of England, purtroppo non più online (12). Segno che un problema c’è.

<Intanto – continua Tooze – la disoccupazione cronica continua, soprattutto fra i giovani della “periferia meridionale” i cui voti hanno fatto sorgere partiti di protesta. Ma quelli poi andati al governo sono finora indietreggiati davanti a un confronto definitivo> – scrive con un occhio all’Italia. <Semplicemente in gioco c’è troppo>. Sarà per questo che l’euro piace al 75% degli europei, come ha ricordato recentemente Draghi.

BCE E EUROPA. <Sebbene (all’euro )non vi siano alternative e la sola uscita non sia contemplabile… non significa che non esistano scelte. I 20 anni di vita dell’euro mostrano che le scelte contano molto. Il fatto è che la maggior parte di tali scelte sono concentrate nelle mani della banca centrale. La crisi del 2008 è stata il risultato di fallimenti ed errori dell’insieme del capitalismo occidentale. Ma la disastrosa reazione europea è stata una questione di scelta> (…) <Con Draghi le cose sono diventate più tollerabili, ha offerto un sostanziale sollievo monetario e, sia pure a certe condizioni, ha protetto i governi dal mercato dei bond. Ma l’approccio fondamentalmente conservatore della BCE rimane inalterato>.

<Le istituzioni contano ma a fare le politiche sono le persone>, conclude Tooze. E <se dopo Draghi arriverà il superfalco Jens Weidman, si tornerà a Trichet>. (Oggi però le chances del presidente della Bundesbank appaiano calanti).

E poi <perché gli europei accettano una BCE che ha solo il mandato del controllo dell’inflazione, a differenza della banca centrale americana? Se persino il regime della Cina capisce il legame fra crescita, lavoro e legittimazione e agisce politicamente di conseguenza, perché l’Europa persiste nel negare l’ovvio?>.

<Non è la sola questione per l’Europa. Con una politica americana sempre più nella scia nazionalista, sembra sensato chiedersi se la Fed sarebbe di nuovo in grado di servire da ancora stabilizzatrice del sistema globale, come ha fatto>. Vari analisti, come Nouriel Roubini, ritengono di no. <A un certo punto il mondo può aver bisogno che l’Europa agisca come una forza più assertiva anche nella politica monetaria globale>. Già, ma ne sarebbe è in grado?

DUBBI E DOMANDE. <A fare le politiche sono le persone>, afferma Tooze. Ma è davvero così? Se le economie dipendono dalle banche centrali e queste sono ormai inestricabilmente intrecciate fra loro; se la Fed ha un ruolo dominante, col dollaro moneta di riserva globale; e se il ventriloquo della BCE sono le agenzie di rating, i cui azionisti istituzionali sono poi gli stessi che si ritrovano nelle principali megabanche, cosa possono fare i governatori BCE? Hanno una qualche autonomia? Oppure vengono scelti – in modo certo non trasparente – proprio in funzione di politiche previste “dall’esterno”?

Trichet era un ex governatore della Banca di Francia, Draghi oltre che ex Bankitalia è anche un “alunno” di Goldman Sachs (come Jeorg Kukies, il viceministro dell’economia dell’attuale governo della Germania con delega per Europa e politiche dei mercati finanziari) banca che, tra le più potenti, è anche la più “politica”. E Draghi nel 2018 ha rifiutato la richiesta formale inoltrata dal Controllore Europeo (Ombudsman) Emiliy O’Reilly di non partecipare più al G30, come segno di indipendenza della BCE e per i possibili conflitti di interessi denunciati dal Corporate Europe Observatory (13). Un forum consultivo informale e affatto trasparente, il G30, dove siedono alcuni dei principali attori pubblici e privati del sistema bancario internazionale – come JP Morgan (chairman), Goldman Sachs, UBS, Blackrock, Bank of England ecc. persino Bank of China, con vari ex come Volker, Trichet, King, Noyer, Geithner, Summers, più qualche accademico e analista (14).

E a proposito di Germania: è sembrata per anni – fino a oggi – non solo il dominus europeo ma anche una sorta di referente o trait d’union con gli US. Tanto più da quando col crollo dell’Urss l’attenzione della finanza angloamericana si è concentrata sull’Europa (vedi Gravas).Underblog ne scrisse a proposito dell’evoluzione di Deutsche Bank, la più americanizzata delle banche europee, in un post dedicato a Blackrock (15), sulla scia di un articolo di Limes che ipotizzava un ruolo della Roccia Nera, azionista di peso di Deutsche Bank, nei tracolli del 2011 che travolsero anche l’Italia. Utile rileggerlo, per allargare lo sguardo agli intrecci azionari che coinvolgono anche agenzie di rating e megabanche. Le stesse banche che partecipano al G30 e ritroviamo azioniste di primo piano della Fed, che al contrario di quel che si crede non è un istituto pubblico ma è posseduta al 100% da privati.

Infine: quanto conviene agli US un euro e una UE relativamente deboli? <L’euro potrebbe accrescere il suo ruolo di moneta globale solo rallentando il relativo declino dell’economia dell’Eurozona attraverso una rapida crescita> conclude Daniel Gros, direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles, in” The Mirage of a Global Euro”. Un ruolo che Gros non sembra auspicare e una crescita che non si è verificata. Anzi, l’UE sta rallentando.

Se ne rallegreranno i trump-nazionalisti, che non nascondono la loro ostilità all’Europa, in primis alla Germania, la concorrente più fastidiosa dell’America First. I sovranisti europei sembrano voler loro dare una mano. Ma non è detto che la grande finanza che nell’UE ha investito tanto sia dello stesso avviso. La figura del nuovo governatore darà un primo segnale. Poi starà ai governi europei – posto che ne siano in grado – apportare alle istituzioni UE dei cambiamenti, ma quali? Quelli ai quali accennava Draghi?

  1. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/adam-tooze-european-central-bank A. Tooze, The bank that nearly broke Europe, 2018
  2. https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-19/bce-grande-affare-stress-test-schauble-apre-caso-bce–071039.shtml?uuid=AEy2Uz1G e https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-22/stress-test-blackrock-no-grecia-bce—092111.shtml?uuid=AEXEwu3G
  3. https://www.startmag.it/economia/vi-spiego-che-cosa-non-va-nella-bce-parla-bagnai-lega
  4. https://www.corriere.it/economia/19_febbraio_22/draghi-difende-l-europa-uscire-ue-non-da-maggiore-sovranita-ef749550-36c1-11e9-a77e-854ef271b7f8.shtml , uno dei tanti articoli. Il più esteso su Il Foglio.
  5. https://voxeu.org/article/ecb-s-performance-during-crisis e https://www.cesifo-group.de/DocDL/cesifo1_wp7400.pdf
  6. https://www.palgrave.com/us/business-insights/the-role-of-central-banks-and-the-monetary-peace
  7. https://www.telegraph.co.uk/business/2016/10/01/its-not-just-deutsche-european-banking-is-utterly-broken/
  8. https://www.telegraph.co.uk/finance/2794845/ECB-slammed-as-Europe-crumbles.html 2008
  9. http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=4168&Itemid=179
  10. https://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/the-secret-history-of-the-banking-crisis
  11. https://transparency.eu/event-does-the-eurogroup-exist-informal-governance-fragmented-accountability/ e https://www.startmag.it/mondo/la-bce-non-e-trasparente-parola-della-corte-dei-conti-europea/
  12. http://bruegel.org/events/the-bank-of-england-in-europe-does-eu-membership-constrain-non-euro-central-banks/)
  13. https://it.businessinsider.com/la-bce-e-i-legami-pericolosi-con-le-grandi-banche-nel-gruppo-dei-30-draghi-risponde-picche-alla-denuncia-del-mediatore-europeo/ e https://www.agi.it/estero/ue_ombudsman_o_reilly_draghi-3382078/news/2018-01-18/
  14. http://group30.org/members
  15. https://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html
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Salvini, Di Maio e Bannon, un filo che viene da lontano

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Nella sua ultima intervista da premier, a tre giorni dal voto, Paolo Gentiloni aveva lanciato una sorta di allarme:“Mi sembra che si stia andando tra il disinteresse e il cinismo alle elezioni più importanti degli ultimi 25 anni, come se il voto fosse una gara di nuoto sincronizzato da guardare con distacco, tanto poi i giochi veri si fanno dopo. Non è così. Qui si sta decidendo se proseguire su una strada di economia di mercato, società aperta, welfare sostenibile, o se andare fuori strada” . Il giorno dopo, era arrivato in Italia Steve Bannon per seguire da vicino le elezioni italiane, “molto importanti e indicative per l’Europa e per gli stessi Stati Uniti…” . “Il 4 marzo aprirà la strada a tutti i movimenti che si ribellano a Merkel e Macron, ….”l’attenzione si focalizzerà sul capitalismo elitario e su nuovi temi come l’immigrazione anche a livello globale”… “Siete parte di un movimento internazionale, più grande della Francia, dell’Italia, dell’Ungheria, più grande di tutti i singoli movimenti”.

Intervistato da Tgcom24, ripreso da Huffpost (1) , dalla Stampa (2) con info aggiuntive sui suoi rapporti con Matteo Salvini, Bannon viene subito dimenticato. Tranne che dal giornale diretto da Maurizio Molinari che dopo il voto ha con lui una conversazione a Milano. Titolo: “Cinquestelle e Lega, è in Italia il cuore della nostra rivoluzione (3). Il mio sogno è vederli governare assieme. Sarà Salvini la forza trainante”. Sulla scia di un pezzo del NYT: ” Dopo aver rottamato l’establishment americano Bannon si accinge a demolire quello europeo” (4). Dopo l’affair Cambridge Analytica sarà Riccardo Luna a ricostruire l’incontro milanese fra Bannon e Salvini, con altri a lui vicini fra cui Marcello Foa (4-A).

I “DUE FRONTI” QUALI SONO? Eppure si è dovuti arrivare alla crisi Siriana e alla decisa contrarietà della Lega ai missili di US-UK-Francia, il M5S molto più sfumato rispetto al no alle bombe di un anno fa , perché cominciasse a venir fuori quel che, per più di un mese di distacco sportivo su governi possibili impossibili, probabili o improbabili, era rimasto sotto traccia, sottinteso, non detto: le eventuali preoccupazioni Atlantiche e di Bruxelles per un governo più vicino alla Russia di Putin che all’America, Russofilo e magari anche antieuropeo e anti euro . Contrapposizioni semplici, binarie, quelle proposte dai commentatori. Atlantisti vs Russofili; America vs Russia, “partito occidentale” vs “partito di Putin”, pro UE vs euroscettici, globalisti vs protezionisti, liberal democratici vs autoritari.

Angelo Panebianco che un anno fa aveva paragonato il 2018 elettorale al 1948, rinnovava i timori. Poi tornati sotto traccia, salvo allusioni intermittenti a vaghi “pericoli” e “minacce” che cominciano ad esplodere oggi, dopo che il governo M5S/Lega sembra lo si faccia davvero.Atlantisti chi? Quale America? Negli Usa è in atto una feroce guerra di potere e il fronte anti-Russia, nonché globalista e filo UE, non comprende affatto il suo presidente. Fa capo invece ai Democratici che vedono in Putin il nemico n 1, “novello Hitler” (copyright Hillary Clinton), supportati dai media mainstream a loro legati da sempre e seguiti a ruota dai nostri, ma anche a una parte di Repubblicani, in particolare i neocon .

Antlantisti-europeisti per i quali la Nato è un pilastro incrollabile nei rapporti fra Usa e Europa, mentre Trump la considera un costo elevato per l’America ed è arrivato a minacciare di abbandonare l’alleanza e mollare gli europei al loro destino se non si decidono a investire di più nella loro difesa.The Donald è stato eletto dalla destra nazionalista (o nazional-populista) dei Repubblicani, per niente anti-Russa. Anti-Iran piuttosto, legata com’è alla destra israeliana di Benjamin Netanyahu, che con Obama non andava affatto d’accordo.

Nazionalista ovvero incline agli interessi economici americani, molto meno al ruolo ‘imperiale‘ degli USA, sul piano economico della globalizzazione come su quello geopolitico- militare . Sebbene poi il presidente, tenuto sotto scacco attraverso l’infinita, inconcludente inchiesta del Russiagate, sia costretto a lasciare la geo-politica americana in mano al sempre più pervasivo e potente deep-state, quegli ‘apparati federali ‘- Dipartimento di Stato, Pentagono, CIA, NSA ecc – che Trump, non avendo una sua fazione interna, cerca di blandire assoldando generali nell’amministrazione (5).

Anche in Europa del resto nei confronti della Russia si registrano sfumature diverse perfino fra atlantisti-europeisti come Germania e Francia macroniana, per non parlare del gruppo Visegrad, con la Polonia decisamente anti-russa per esempio, al contrario dell’Ungheria di Orban, nazionalista russofilo come Le Pen e Salvini, ostili piuttosto a UE e euro. E’ una destra nazionalista che negli USA, ma anche in Europa, precede Trump e la Brexit ed è l’esito di un progetto strutturato, affatto nuovo e tutt’altro che obsoleto . Val la pena di esaminarlo, a partire proprio dal personaggio Steve Bannon.

BANNON UOMO CHIAVE. Bannon infatti non è soltanto l’abile stratega della campagna elettorale di Trump, l’ex chief stategist della Casa Bianca, il Rasputin che il presidente a un certo punto è stato costretto ad allontanare premuto dall’opposizione interna e soprattutto esterna proprio a causa delle posizioni radicali del suo ex sodale. Bannon è l’uomo chiave della strategia della nuova, spregiudicata destra americana che prende corpo negli anni 2008-2009 della prima presidenza Obama, promuovendo e cavalcando la rivolta del Tea Party, il movimento che, nato dall’ostilità al salvataggio pubblico delle megabanche, finisce presto per dar voce ai timori dei conservatori bianchi che si sentono minacciati dal primo presidente nero.

Fino a far cambiar pelle al partito Repubblicano, che nel 2010 riesce a conquistare la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, poi nel 2014 al Senato, azzoppando del tutto Obama. Una nuova destra che grazie ad appoggi e cospicui finanziamenti – li vedremo – comincia ad espandersi anche in Europa, sostenendo, consigliando e probabilmente anche finanziando la nascita e/o la trasformazione di partiti destrorsi preesistenti, finalizzate alla sua strategia nazionalista, identitaria, anti globalista e anti-UE.

La prima grande vittoria europea sarà la Brexit, seguita dalla sconfitta di Le Pen e da altre vittorie in Austria e Ungheria. E’ il progetto rilanciato da Bannon nel suo tour di marzo scorso tra le destre nazionaliste europee, dall’amica Marine a Lille (dove accennerà al “Brother Salvini”) , da Orban acclamato come eroe, dal leader di AFG incontrato a Zurigo, e in Italia “suo quartier generale”. Così il NYT l’11/3, dalle cui colonne Bannon annuncia la prossima mossa: una proliferazione in Europa di siti Breitbart News o simili in diverse lingue, infrastruttura comunicativa “per diffondere sotto la sua guida le idee nazionaliste e addestrare armate di soldati populisti al linguaggio e agli strumenti dei social”, scrive il NYTimes.

BREITBART NEWS. Figlio di operai Dem di Norfolk, Virginia, ufficiale di Marina, banchiere da Goldman Sachs fino a diventarne vice presidente, fondatore con colleghi di GS di una società di investimento specializzata in media e lui stesso produttore, il nome di Bannon è soprattutto legato a Breitbart News che è tornato a dirigere dopo aver lasciato la Casa Bianca. A fondarlo era stato nel 2007 Andrew Breitbart, collaboratore del conservatore Drudge Report, meno di Huffington Post, sito liberal in ascesa. Durante una cena a Gerusalemme, riesce a convincere Larry Solov, come lui ebreo, a lasciare la sua carriera di avvocato per lanciarsi con lui in una guerra al “Democratic media complex” e al progressismo, contrastando le narrazioni dominanti (così Vox) .

Un “HuffPost di destra”, sintetizzerà Bannon, dal 2010 con loro nel board in cerca di investitori – pur continuando a fare il produttore, tanto che un documentario su Sarah Palin, apprezzatissimo, lo proietta da eroe nel mondo del Tea Party, del quale è già un fervente supporter Andrew Breitbart. Se al fondatore interessa una battaglia culturale che smascheri le ‘falsità’ dei media mainstream, Bannon ha mire più politiche e trasforma Breitbart News da aggregatore di links in un sito vero e proprio con un’impronta di destra ancor più marcata.

Nazionalista, anti-Stato e anti-establishment, xenofobo, anti-immigrati e anti-islam, persino misogino, insomma sempre più “piattaforma dell’ alt-right”, dirà Bannon, riferendosi alla destra alternativa in che non esita a pescare ovunque consensi “contro le élites globaliste e le loro lobby, difensori del sistema di economie interconnesse creato dalla seconda Guerra Mondiale in poi, a favore dei ‘lasciati indietro’, del ceto medio privato del lavoro e del benessere da due fattori convergenti, il libero commercio e i migranti.

“Pretese ridicole, dal momento che dietro di loro ci sono fior di miliardari”, sfotte David Axelrod a lungo consigliere di Obama. Già. Ma sono miliardari diversi da quelli di riferimento dei liberals.Un sito noto per le teorie cospirazioniste, la negazione del climate change, le campagne fake, a partire dalla storia di Obama nato in Kenia e musulmano . Temi che rimbalzano su blog ad hoc e social, grazie a professionisti esperti in movimenti dal basso che, stato per stato, istruiscono gli attivisti. E il Tea Party cresce e si afferma, sempre più dirottato verso tematiche care ai finanziatori o comunque più capaci di attirare consensi.

“L’IMPORTANTE E’ VINCERE”. “Se vuoi riprenderti il paese devi mettere da parte le differenze in nome del nazionalismo economico: si tratta di vincere, nient’altro conta”, ha spiegato Bannon qualche mese fa a una convention Rep in California (7) . Flessibile e senza scrupoli nel rivolgersi a destra e a manca. Ogni somiglianza ai ‘populisti’ nostrani è puramente casuale.“Abbiamo vinto grazie a un lavoro di squadra: abbiamo messo insieme populisti nazionalisti, cristiani evangelici, conservatori e repubblicani per far vincere Trump” che per quanto non particolarmente apprezzato (Bannon e i finanziatori preferivano Ted Cruz) “era il solo in grado di battere la Clinton”.Alt-right antisemita? “Disprezzano gli ebrei liberal quanto la destra israeliana detesta gli ebrei di sinistra” ha scritto Haaretz. Bannon ritiene Breitbat News il sito oggi più vicino a Israele. Rigetta anche le accuse di razzismo.

E boccia il liberismo internazionalista in nome del primato della politica sull’economia: “Non siamo un’economia, siamo un Paese”.“Il nazionalismo economico non ha a che fare con la razza, il genere, la religione, l’etnia o le preferenze sessuali. E non si tratta di redistribuire la ricchezza ma di non dover competere con la concorrenza sleale della Cina” . Bush è “ il presidente più distruttivo della storia americana per aver permesso alla Cina di crescere e entrare nel WTO: un errore strategico dalle conseguenze incalcolabili” .

Una posizione, quella illustrata da Bannon, che comporta un progetto geopolitico diverso da quello Atlantista-Russofobo proposto dai media, quasi tutti di imporonta Democratica.“La Russia appartiene al nostro mondo euroamericano che deve invece guardarsi dai veri avversari ovvero Cina, Iran e Turchia”: tre nazioni, frutto di civiltà antiche e combattive, tutte estranee alla cultura giudeo-cristana”, ribadisce a Molinari. Il NYT ipotizza che Bannon prossimamente potrebbe dirottare l’attenzione delle destre nazionaliste europee su questo tema strategico, dal momento che dell’immigrazione si stanno occupando i governi. Ma è un tema popolare?

SOSTENITORI & FINANZIATORI: gli anti Bilderberg? La conquista repubblicana della Camera nel 2010 convince della bontà della strategia. E’ qui che Bannon entra in scena, porta a Breitbart News nuovi finanziatori e dal 2012, con la morte di Andrew, diventa presidente della società. Dal quartier generale di Los Angeles il sito si espande, moltiplica le sezioni per coprire a tutto campo le news trascurate/distorte dai media classici (Hollywood, sicurezza nazionale, governo, esteri, media, terrorismo, e sport, tech, radio). E sezioni regionali: edizioni specifiche per California, Florida, Texas, Londra dove collabora Nigel Farage, dal 2014 Gerusalemme e il Cairo. Diventerà popolarissimo, più del Washington Post. Nel 2011, anno della svolta, nella proprietà entra la famiglia Mercer con una dote di $11 milioni. Parliamo di Robert Mercer lo schivo miliardario la cui notorietà è legata a Cambridge Analytica, la società che ha fatto scandalo per aver utilizzato i dati Facebook di 50 milioni di utenti, 230 con quelli degli amici. Mercer l’ha fondata negli Usa nel 2013 insieme a Bannon – che ne ha inventato il nome – per profilare elettori – grazie a dati raccolti nel web, sofisticati algoritmi e metodi psicografici messi a punto all’Università di Cambridge – così da influenzarne il voto con messaggi mirati. Metodi che faranno buona prova nelle elezioni presidenziali americane del 2016 ma a quanto pare già nelle votazioni sulla Brexit . CA nega, un’inchiesta è in corso in UK. Del resto la casa madre di CA è l’inglese SCL Group che tra i finanziatori ha due ex ministri Tory, si occupa comunicazione, strategie e modifiche del comportamento – aka propaganda e psy-op – per conto di governi, partiti e militari, ha fra i suoi clienti la Difesa Britannica e sostiene di aver seguito le campagna elettorali in molti paesi del mondo. Sempre da destra.

I MERCER. Il 71 enne Mercer non è soltanto un miliardario, è un matematico. PhD in Computer science, a lungo all’IBM dove lavorava a un progetto di intelligenza artificiale per il riconoscimento del linguaggio, ha ideato un modello probabilistico che aprirà la strada al deep learning oggi tanto in voga e gli varrà nel 2014 il massimo riconoscimento da parte dell’ ACL- Association of Computational Linguistic. Nel ’93 lascia IBM per entrare in Renaissance Technologies, non un hedge fund qualunque, tra i primi a credere nella matematica applicata alla finanza, diventato la più formidabile macchina per far soldi del mondo. E’ così che Mercer, dal 2009 Co-CEO, diventa miliardario. Miliardario anomalo anche per la sua passione per la politica.

Di fede repubblicana, grande donatore del GOP ($34.9 milioni dal 2006), il maggiore nel 2016, l’anno prima il WaPo lo aveva indicato fra i 10 personaggi più influenti. Mercer però la pensa a modo suo, disdegna il lato establishment del GOP, troppo vicino a Big Business e a Wall Street, scrive Bloomberg (8). Per esempio critica il sistema bancario basato sulla riserva frazionale, lo preoccupano le ingerenze governative nel sistema monetario, crede nel gold standard. Considera il climate change una bufala della scienza corrotta, pensa altrettanto male della medicina ufficiale.

I KOCH. Idee non molto diverse da quelle da Charles e David alla cui rete di donatori, fondamentale nel successo del Tea Party, Mercer inizialmente si unisce, racconta uno studio del Brookings Institute, finché non si fa una Foundation di famiglia. Valutati da Forbes $82 miliardi, anche i fratelli Koch amano l’ombra, sebbene siano da tempo tra i grandi finanziatori Rep riuscendo pian piano a selezionare candidati vicini alle loro idee: in origine libertarie, comunque ultraliberiste, a favore di uno stato leggero, poche regole a cominciare da ambiente e clima (vedi Underblog. 9) .

Un’agenda che corrisponde ai loro interessi. Industriali dell’energia fossile con raffinerie e oleodotti, più società di ogni genere ma con solida base negli Usa, i Koch fanno parte della lobby dei petrolieri (Oil &Gas), alleata alla lobby chimico-farmaceutica contraria alle regole quanto loro, hanno a cuore le manifatture e le infrastrutture americane, e poco da spartire con megabanche e finanza, ben più vicine ai liberal come lo sono telecomunicazioni e mass media, hi-tech e web economy : i ‘lord della tecnologia della Silicon Valley”, come li chiama Bannon. Tutti “feudi”, questi, dei Dem, non a caso fautori delle energie rinnovabili e del globalismo, mentre i Koch &C. sono nazionalisti, freddi verso l’Europa che minaccia gli interessi nazionali americani – un’Europa che non controllano e a cui sono sostanzialmente estranei. Tranne la Russia che, con le sue riserve di gas e petrolio, è un’alleata ‘naturale’.

Gli ‘anti-Bilderberg’ che mirano a scalzare la centenaria egemonia dei Rockefeller, Rothschild & C? Forse, e non sarebbe cosa da poco. L’unico settore comune è la Difesa, sebbene il Financial Times che con l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca disegnava i settori tendenzialmente up and down, lo considerasse in ascesa . Infatti Trump ne aumenta subito il budget, così come dà il via libera a un oleodotto bloccato da Obama, si ritira dagli accordi di Parigi. E taglia massicciamente le tasse alle imprese.

La rete dei Koch conta una quantità di fondazioni caritatevoli e organizzazioni ad hoc, think tank come Heritage Foundation, classico pensatoio Rep, o fondati da loro come Cato Institute, Mercatus Center, Freedom Works e American for Prosperity, fondamentali nel lancio del Tea Party, sia negli US sia in Europa. “Loro” uomini sono finiti dritti nell’amministrazione di Trump: l’ultraconseratore Mike Pence diventato vicepresidente; Mike Pompeo, il politico più finanziato dai Koch da quando era attivo nel Tea Party, nominato capo della CIA e Segretario di Stato dopo l’uscita di scena di Rex Tillerson, già AD di Exxon Mobil. Nell’orbita Koch è anche Paul Ryan, dal 2015 speaker della House grazie al suo decisivo ruolo di unificatore delle varie anime repubblicane (Underblog sulle diverse anime nell’amministrazione Trump. (10).

ALTRI SUPPORTERS. Multinazionali europee della chimica/farmaceutica come le tedesche BASF, Bayer e la belga Solvay già nel 2010 hanno dato più dei Koch a senatori ‘amici’ per sabotare regolamenti ambientali globale (11) Guardian).Taxpayer Alliance, inflluente gruppo di pressione contro tasse e spesa pubblica, è stata aiutata da Freedom Works nel destabilizzare Obama attraverso la mobilitazione dei suoi 800.000 aderenti. AIPAC. La potente lobby israelita americana è tra i supporters della destra nazionalista? Vari i segnali. Favori e finanziamenti della lobby secondo Opensecrets si sono via via spostati dai Dem ai Repubblicani, specie nel 2016. E alla freddezza di Obama verso Netanyahu e la sua politica fa seguito l’indubbia vicinanza di Trump che lo segue sulla capitale a Gerusalemme e sulle critiche all’accordo sul nucleare Iraniano staccandone gli US contro gli alleati europei.

Del resto i temi anti-islam e anti-immigrazione e diventano centrali già nel Tea Party dove proliferano gruppi anti-Islamisti, come l’International Civil Liberties Alliance contro la Sharia, Atlas Shrugs guidato da Pamela Geller alla testa della protesta contro la presunta moschea a Ground Zero (in realtà un centro culturale) e siti come Jihad Watch. Anti–islam anche gruppi Cristiano Evangelici ai quali si rivolgerà Bannon . Tutti citati dal Guardian nella sua inchiesta del 2010 sul Tea Party in Europa, ripresa a suo tempo da Underblog (12).

IL TEA PARTY SBARCA IN EUROPA. In quell’inchiesta e in altri articoli il giornale britannico segnalava i legami fra il Tea Party americano e i movimenti di destra, nazionalisti e contrari a immigrazione e islam che spuntavano in Europa, dalla Germania alla Svezia, all’Olanda dove il PVV(Partito della Libertà) di Geert Wilders era già al 15%, all’Austria, al Belgio Fiammingo. In Gran Bretagna si punta inizialmente sull’EDL, l’English Defense League che cerca di allargarsi in Europa. (All’ EDL si era avvicinato Anders Breivik, autore del massacro del luglio 2011 dove morirono 77 persone. Un caso che in Norvegia in maggio fosse arrivato il presidente di American for Prosperity per insegnare a mettere in piedi in quattro e quattr’otto un movimento destrorso dal basso, come raccontava Voxeurop.eu ? ) .

Nel 2014 i sostenitori di EDL confluiranno poi nell’Ukip di Nigel Farage, nato proprio nel 2010, meno destrorso ma apertamente euroscettico, protagonista della Brexit. Farage l’avevamo incontrato come collaboratore del sito di Bannon. E proprio nel 2014 Beppe Grillo tenterà di legare il M5S all’Ukip a Strasburgo, suscitando reazioni negative interne e da parte del Fattoquotidiano. Il Guardian sottolinea i legami diretti e i finanziamenti da parte di think tank e organismi conservatori: in sostanza quelli della rete Koch di cui sopra (l’elenco è poi stato espunto dal post aggiornato, è rimasto in quello di Underblog).

E giunti attraverso la Chambre of Commerce, vicina al GOP: lo aveva già denunciato Obama criticando multinazionali e privati che per quella via finanziavano senatori del Tea Party. La ritroveremo parlando del M5S.Il giornale liberal britannico enfatizza anche il ruolo della potente World Taxpayers Alliance, presente in 60 stati del mondo, molti in Europa fra cui l’Italia. E il suo attivismo europeo sui temi cari: stato leggero, poche regole, ampie privatizzazioni dei servizi pubblici, no tasse, ecc . Sono gli anni in cui Marine Le Pen diventa presidente del Front National (2011) dopo averlo reso meno estremo ma più apertamente anti-islam. Raccogliendo per la prima volta il favore della comunità ebraica francese desiderosa di “far fronte contro un nemico comune”, scriveva Le Point (13).

E raccontava come Le Pen, volata negli Usa, si fosse recata in Florida per incontrare William Diamond, responsabile della sinagoga di Palm Beach e soprattutto membro dell’AIPAC. L’incontro era stato combinato grazie a tal Guido Lombardi, “un italo-americano francofono esponente della Lega Nord ben introdotto nella comunità ebraica americana”. Nonché direttore della North Atlantic League: “un’ associazione no profit che promuove la cultura italiana negli Usa e le relazioni fra Italia, Usa e Israele”, dirà lui stesso al Sole 24Ore che lo intervista (14) dopo averlo ritrovato attivista nella campagna di Trump. Con Le Pen dice di essere amico da molti anni “me la presentò Francesco Speroni”.

Il nuovo Front di Le Pen è vicino al PVV di Wilders, al tedesco AFD e ai partiti nazionalisti anti-immigrazione e critici verso l’UE che si affermano in Austria, Slovacchia, Ungheria, nonché alla nostrana Lega di Matteo Salvini (2013), all’Ukip di Farage, il primo politico europeo che sarà ricevuto dal neo-eletto Trump. Farage e Speroni avevano dato vita nel 2009 a Strasburgo al gruppo EFD- Europa per la Libertà e la Democrazia, nel 2014 Farage incontra Grillo e malgrado le polemiche M5S e Ukip fanno parte insieme dell’EFD diventato EFDD: Europa per la Libertà e la Democrazia Diretta. Mentre la Lega fuoriesce e dà vita col Front National a Europa delle Nazioni e della Libertà, gruppo più destrorso, e per un’uscita dall’euro, presieduto da Matteo Salvini.

LEGA e M5S PARI SONO? Per gli Atlantisti russofobi lo sono, o almeno lo erano fino a poco tempo fa. “Salvini e Di Maio spingono l’Italia verso la Russia?” titolava ancora l’11 marzo un editoriale sul NYT esplicitando i “timori per uno spostamento dell’asse di riferimento dell’Italia verso Putin (E’ proprio così? Mette in dubbio Formiche.net (15).

Qualche mese prima l’ex vice di Obama Joe Biden e John Carpenter avevano firmato un articolo accusatorio su Foreign Affairs rilanciato in Italia (qui Underblog) dalla solita Stampa, che è poi andata avanti sulle relazioni (viaggi, interviste ecc) sia di Salvini sia di Grillo (tra il 2014 e il 2015) con esponenti russi. La Lega dal 2013-14 avrebbe pure rapporti con l’associazione Lombardia-Russia e perfino firmato un accordo di cooperazione con‘Russia Unita’, il partito di Putin.

Le colpe di entrambi i partiti sarebbero l’avversare le sanzioni contro Mosca e aver detto che in Ucraina “ci fu un colpo di stato” (Di Maio). Oltre a un atteggiamento ‘sovranista’ verso l’UE, attribuito anche questo a un’influenza russa destabilizzatrice piuttosto che a relazioni con la destra nazionalista americana, di cui poco o nulla si dice o si scrive. Siti Web vicini e in contatto. Il Report sulla Disinformazione n 1 del PD (16) basandosi sull’inchiesta di un blogger citava un sito – Adessobasta.org – con una molto frequentata pagina FB e link diretti con account FB e TW vicini alla Lega e/o al M5S che si scambiano condivisioni e hanno amministratori comuni o con nomi fasulli.

Il sito fa parte di una rete di siti internazionali anti Brexit, anti islam. Legati a Putin? Affatto. I tre citati, dai portali quasi identici, fanno capo a una società di propaganda di estrema destra basata in Texas (Conservative Post LLC, Dallas). Legata alla rete Breitbart?

Cambridge Analytica. Sul sito della società c’è una scheda sull’Italia: “Nel 2012”, si legge, “CA ha realizzato un progetto per un partito italiano che stava rinascendo e che aveva avuto successo per l’ultima volta negli anni ‘80”. Usando l’Analisi dell’ Audience Target, CA ha rimesso gli attuali e i passati membri del partito assieme con i potenziali simpatizzanti per sviluppare una riorganizzazione della strategia che soddisfacesse i bisogni di entrambi i gruppi. La struttura organizzativa moderna e flessibile emersa dal lavoro ha suggerito riforme che hanno consentito al partito di ottenere risultati molto superiori alle aspettative in un momento di grande turbolenza politica in Italia”.

Sembra la fotografia della Lega, dal 2013 a guida Salvini che la rivoluziona con successo. E’ vero che CA è stata costituita nel 2013. Ma nella scheda si nota una certa sovrapposizione fra CA e SCL Group, casa-madre inglese di SCL Elections che di CA è co-proprietaria. Sia Maroni sia Salvini negano qualsiasi rapporto con entrambe le società, secondo il post AGI di Riccardo Luna citato sopra.

L’ENDORSEMENT DI BANNON. Mentre era in Italia Bannon non avrebbe incontrato l’impegnatissimo Salvini. Ma ha parlato con i giornalisti. Il nostro paese a suo dire è “il cuore della rivoluzione” perché di partiti espressione della “rivolta dei disagiati” stritolati dalla tenaglia convergente di libero commercio e immigrazione, in Europa e Usa, ve ne sono ben due: Cinquestelle e Lega. <Il mio sogno è vederli governare assieme” in quanto <sono espressioni diverse dello stesso fenomeno e superano la metà dei votanti”. Ma preferisce Matteo Salvini “perché il leader leghista rappresenta il Nord, ovvero tre quarti del Pil nazionale, mentre Di Maio propone il reddito di cittadinanza, una versione dell’economia sussidiata che manderà in fallimento le casse pubbliche in meno di due anni>.

Secondo La Stampa sarebbero stati i collaboratori di Salvini a far conoscere meglio a Bannon la realtà politica ed economica italiana. Lui godeva già di buoni rapporti in Vaticano, avendo sempre avuto stretti contatti con Raymond Burke, il cardinale Usa intransigente punto di riferimento del mondo tradizionalista, oppositore di Papa Francesco con un seguito nel clero statunitense. Un mondo al quale si è molto avvicinato Salvini, che contesta le posizioni di apertura nei confronti degli immigrati di Papa Francesco e fa ormai parte di questa sorta di internazionale nazional-populista. Così la Stampa che sembra saperla lunga.

E LA SVOLTA DEL M5S Appare più ambiguo della Lega fin dalle origini, in un certo modo pionieristiche. Dall’incontro di Beppe Grillo con Casaleggio Sr, che il comico presenta subito ad Antonio Di Pietro, l’ex PM di Mani Pulite che ha posto fine alla prima Repubblica azzerandone i partiti. Teorie complottiste hanno ipotizzato relazioni poco chiare con gli Usa. La Casaleggio Associati nel 2005 ne diventa consulente e cura il sito di Italia dei Valori, insieme al blog di Grillo.

Solo nel 2009, dopo il successo dei Vaffa Day e del blog (9° tra i più influenti al mondo nel 2008 secondo l’Observer) Grillo si mette in proprio dando vita con Casaleggio al M5S. Aiutati (e magari finanziati) dall’esterno? Chissà. Si è scritto dei rapporti con l’American Chambre of Commerce, sorta di lobby delle corporations legata alla destra Repubblicana, che negli Usa era stata accusata da Obama di finanziare candidati del Tea Party (Guardian). In Italia trait d’union con il M5S ne è stato a lungo Enrico Sassoon, che siede ancora nel folto board of directors pur avendo lasciato il M5S. Partner strategico della Casaleggio Ass è da subito la Enamics, società americana leader in Business Technology Management con una rete di relazioni aziendali di alto livello (Vedi Underblog nel 2012 (17) .

La svolta.Per anni il Vaffa è a 360°, dalla Nato all’UE, dalle banche all’euro, dalla casta alle istituzioni “da aprire come scatolette di tonno”. Fino alla “svolta atlantista “inaugurata a novembre 2017 dal candidato premier del M5S a Washington e proseguita alla Link University a Roma. Titoli: <Di Maio vola a Washington, “Fedeli agli Usa, non a Mosca>, <Torna istituzionale e tranquillizza gli Usa>, <Vuol far l’Americano>. <La svolta di Di Maio: ‘Noi al centro, Garanti per la Lega’>. L’ aspirante premier è anche a favore di un’UE “più bilanciata ed inclusiva”.

Una giravolta il cui punto di riferimento, secondo la solita Stampa sarebbe stato Paolo Gentiloni, “custode dell’alleanza con gli Usa” (18).“Dobbiamo essere i garanti per i nostri alleati e per l’UE, sia della permanenza nella Nato sia dell’euro, soprattutto se ci alleeremo con la Lega”, ragiona Di Maio in margine al convegno di Ivrea della Casaleggio (7 aprile) e secondo fonti dell’ambasciata Usa a Roma. Dove il candidato del M5S ha incontrato l’ambasciatore Lew Eisenberg (amico personale di Trump ma Rep moderato nonché ex tesoriere del GOP), al quale ha fatto “un’ottima impressione”. Migliore di quella di Salvini, che a colloquio al Quirinale aveva difeso le ragioni di Putin. Di Maio ne aveva preso le distanze.

Dopo che la partecipazione a un governo si allontana Grillo rispolvera l’idea di un referendum sull’euro . Un nuovo dietro front? “Grillo è un libero pensatore”, replica l’ineffabile candidato premier a Lucia Annunziata riferendosi al Garante del suo Movimento. E aggiunge: “Se i vincenti verranno lasciati fuori dal governo sarà nostro diritto consultare gli italiani”. L’UE deve preoccuparsi? <L’UE è molto ‘elastica e tollerante>, risponde Mario Monti intervistato a ruota. <Orban da anni partecipa alle riunioni del Consiglio Europeo, e fa capo al PPE come la CDU di Angela Merkel e Forza Italia>.

CONCLUSIONI. 1. Rapporti, influenze e ‘donazioni’ da parte di partiti/istituzioni straniere sono da sempre all’ordine del giorno. L’importante sarebbe saperlo. Il fatto che il M5S sia un partito ‘privato’, proprietà della Casaleggio Associati non aiuta. Tanto più dopo che la demagogica battaglia pseudo anti-casta dei pentastellati ha spinto all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Senza che sia stata neppure varata una legge sui partiti come enti giuridici responsabili, primo passo verso norme che impongano la trasparenza ed eventuali conflitti di interesse. Strano che il Fatto Quotidiano così attento alla legalità non se ne sia fatto promotore. 2. Contrapposizioni nette fra Atlantisti e Russofili hanno poco senso. Lo scenario è ben più variegato, complesso e contraddittorio. 3. Come stanno i nazionalisti? “La presa di Goldman Sachs sulla Casa Bianca questa volta è fallita”, titolava il NYT a fine gennaio.

Dei 5 alumni Goldman nell’amministrazione ne è rimasto solo uno, Steve Mnuchin al Tesoro. “Ci si chiedeva in che misura i liberals di New York avrebbero cambiato Trump … Chi avrebbe dominato la Casa Bianca, se sarebbe stato Bannon o la mafia di Manhattan ” diceva il destrorso Newt Gingrich al NYT. Un anno dopo è chiaro che è Trump”, conclude il NYT. Per ora, e non è detto sia un vantaggio.

Bannon, di nuovo vicino a Trump , è ottimista. “Se ci manterremo uniti vinceremo per altri 50 anni”. Ma un altro colpo ai nazionalisti è stato il recente polverone su Cambridge Analytica. Facebook, la vittima apparente, ne è uscito indenne mentre la società di Bannon e Mercer, sotto inchiesta in UK e abbandonata dai clienti, ha chiuso. Resta da vedere che fine faranno i dati e i profili dei milioni di elettori. Intanto Bannon si è buttato sull’Europa. E sicuramente festeggerà se a palazzo Chigi ci sarà un emissario di Lega e M5S. Il primo governo integralmente nazional-populista, ha scritto qualcuno. Sarà davvero così?

LINKS(1) http://www.huffingtonpost.it/2018/02/28/in-italia-un-selezionato-gruppo-delite-gestisce-leconomia-a-discapito-della-gente-ritorno-del-neofascismo-fake-news_a_23373357/ (2) http://www.lastampa.it/2018/03/01/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/lex-stratega-di-trump-arriva-a-roma-sedotto-dalle-scelte-sovraniste-della-lega-pOR5KWZZCUuY893MZYfsxM/pagina.html (3) http://www.lastampa.it/2018/03/11/esteri/steve-bannon-cinquestelle-e-lega-in-italia-il-cuore-della-nostra-rivoluzione-8wHGjOtueiNykKRXWNgIPJ/pagina.html (4) https://www.nytimes.com/2018/03/09/world/europe/horowitz-europe-populism.html (4-A) https://www.agi.it/politica/salvini_bannon_cambridge_analytica_facebook-3676464/news/2018-03-24/(5) Limes, Lo Stato del Mondo, 4/2018, pag 37 e pag 51(6) https://www.vox.com/2018/1/14/16875288/bannon-breitbart-conservative-media (7) https://rivoluzioneromantica.com/2017/10/21/bannon-leuropa-e-un-protettorato-americano-neanche-ci-prova-a-difendersi-da-sola-video/ (8) https://www.bloomberg.com/news/features/2016-01-20/what-kind-of-man-spends-millions-to-elect-ted-cruz- Vedi anche : https://www.theguardian.com/politics/2017/feb/26/robert-mercer-breitbart-war-on-media-steve-bannon-donald-trump-nigel-farage ; e anche https://www.agi.it/estero/cambridge_analytica_facebook_trump_partito_italiano-3639342/news/2018-03-18/ che riassume il caso Cambridge Analytica(9)http://www.lastampa.it/2016/11/27/blogs/underblog/trump-erede-del-tea-party-miliardari-e-lobbies-allorigine-dei-neopopulismi-usa-e-ue-i-koch-i-mercer-ecc-WSixTUxkiLEwnxEjMgJVjK/pagina.html (10) https://www.facebook.com/notes/underblog/chi-governa-lamerica-dopo-che-trump-%C3%A8-stato-sopraffatto-dal-partito-della-guerra/1455817147821002/(11) https://www.theguardian.com/world/2010/oct/24/tea-party-climate-change-deniers (12) http://www.lastampa.it/2010/11/01/blogs/underblog/i-tea-party-sbarcano-in-europa-d11SDXItjbufoPQfZt6wPN/pagina.html (13) http://www.lepoint.fr/politique/marine-le-pen-fait-la-cour-aux-juifs-03-12-2011-1403435_20.php (14) http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-01-31/io-donald-e-destra-europea-225513.shtml?uuid=AEzYLRL (15) http://formiche.net/2018/03/salvini-di-maio-italia-russia-new-york-times/ (16) https://www.democratica.com/focus/report-pd-fake-news-1/ . Il post del blogger citato é https://www.davidpuente.it/blog/2017/12/04/il-sito-adessobasta-org-la-mano-della-propaganda-di-estrema-destra-americana/ (17) nel 2012http://www.lastampa.it/2012/09/10/blogs/underblog/grillo-casaleggio-e-le-illusioni-di-democrazia-diretta-zTCHPooVOmVif1zlL9qwUN/pagina.html(18) http://www.lastampa.it/2018/04/08/italia/la-svolta-atlantista-di-di-maio-noi-al-centro-garanti-per-la-lega-u8j6rFuQZ2dvnzwJqQBPQP/premium.html

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Di chi sono le banche dell’eurozona e chi le governa. Bruegel, e oltre. Italia terra di conquista.

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In tutto il gran parlare che si è fatto sulle banche durante le audizioni della Commissione di Inchiesta parlamentare poco si è sottolineato il peso di regole, vincoli e imposizioni a livello europeo, per quanto Bankitalia e Consob ne abbiano fatto cenno. Tanto meno si è colta l’occasione per allargare lo sguardo esaminando le tendenze in atto nel settore delle banche, in generale in Europa, e in Italia. Tendenze non proprio neutrali forse.

Prendiamo lo studio di Bruegel (1), think tank di economia e politica internazionale basato a Bruxelles. Il titolo è asettico: “Di chi sono le banche dell’eurozona e chi le governa”. Ma sotto le classificazioni che propone, basate su dati BCE e non solo, l’orientamento sotteso è chiaro: La struttura bancaria dell’eurozona è insostenibile. Le banche dell’eurozona sono ancora troppo dipendenti da interferenze governative e politiche e da quello che viene definito il circolo vizioso fra banche e soggetti sovrani. Andrebbero ricondotte al mercato generalizzando il modello di public company a proprietà dispersa delle consorelle anglosassoni. Sebbene i ricercatori in fondo esplicitino un rischio – non di poco conto – in questo modello. Lo vedremo alla fine.

“Si sottovaluta la peculiare proprietà e struttura di governance delle banche europee . Si assume che siano ‘public companies’ con una proprietà dispersa ‘ come le banche di USA, UK, Australia e Canada. Ma non è così. Le banche con una proprietà dispersa [fra azionisti con piccole quote ] sono un’eccezione fra le Banche Significative, specie al di là dei maggiori gruppi bancari . In maggioranza sono possedute dal governo o da cooperative o sono influenzate da uno o più grandi azionisti e comunque sono prone all’influenza politica.” Le conseguenze secondo Bruegel sono: bassa trasparenza in molte banche; bassa disciplina di mercato; pochi incentivi a privilegiare il profitto; abilità nel puntellare i bilanci; insufficiente flessibilità del capitale ; tendenza ad assumere rischi non necessari per via di influenze politiche.

I legami col governo perpetuano il circolo vizioso fra banche e soggetti sovrani .Ciò premesso si espone la classificazione delle banche dell’eurozona secondo la BCE.

In base al Meccanismo di Supervisione deciso nel 2014 l’area euro può essere considerata una singola giurisdizione per le politiche del settore bancario. Intanto, le banche nell’eurozona secondo Bruegel sono in tutto 3290 (dati riferiti al 2015) e hanno €27,699 miliardi di assets. Ma tra loro ci sono profonde differenze.

La BCE distingue infatti fra banche Significative a livello Sistemico le SIs – e altre meno significative, ovvero Less Significative – le LSIs – che hanno un peso locale. Appartengono alla prima categoria –SIs – i gruppi bancari con quartier generali nell’area euro + le filiali/consociate di gruppi acquartierati altrove, che hanno almeno €30 miliardi di assets.La BCE supervisiona direttamente solo le SIs, mentre le LSIs sono supervisionate dalle autorità nazionali, con una ‘supervisory oversight’ della banca centrale europea.

LSis sono 3,168, la grandissima maggioranza, ma hanno in tutto solo €4,695 miliardi di assets, il 17% del totale. Sono banche piccole o piccolissime con ruoli locali che possono essere importanti per l’economia del paese.

Le SIs sono soltanto 122– eliminando i doppioni [oggi sono salite a 125 secondo la stessa BCE, vedi lista] – ma hanno assets per €23. 004 miliardi, l’83% del totale. Sono le banche di livello nazionale, ma con differenze importanti.

Tra queste banche sistemiche il Financial Stability Board distingue le “Globalmente Sistemiche” – GSIs – che sono solo 9 ma gestiscono ben €10.895 miliardi (39,2%) di assets, quasi quanto le restanti 89 SIs (€11.253 miliardi, il 40,6%). Sono le banche le cui attività attraversano vari paesi.

A queste si aggiungono 29 SIs filiali o branche possedute da gruppi dell’eurozona o di altri paesi (9 SW, 6 UK, 4 USA, 2 Russia, 1 ciascuna possedute da gruppi DK, CH, Venezuela) per complessivi €965 miliardi.

Ciò detto Bruegel entra nel merito dei diversi tipi di proprietà e di governance distinguendo sei tipologie:

1)’Proprietà ‘diffusa’ o dispersa, public companies in cui [in teoria] “non c’è un azionista capace di alterare unilateralmente direzione e strategie. E’ il modello anglosassone che piace di più ai ricercatori. Questa categoria comprende anche le Banche Popolari italiane che sono fra le euro SIs, precisano, con l’eccezione della BP di Sondrio.

2) Influenza di minoranza, nessun azionista ha una maggioranza di controllo ma un azionista – privato, non statale o no profit – ha un peso significativo.

3) Controllo privato: un azionista privato (individui, famiglie, fondazioni, fondi di investimento, assicurazioni, gruppi industriali) ha più del 50% e il controllo. 4) Cooperative: il capitale o la maggioranza è detenuto tecnicamente dai clienti, con diversi schemi. A differenza degli Usa, in Europa sono cooperative anche banche grandi, persino due GSIs , banche sistemiche globali, entrambe francesi: Credit Agricole e BCPE.

5)Banche nazionalizzate, sotto il controllo statale dopo essere state salvate, ma il governo conta di privatizzarle, es Dexia.

6) Settore pubblico: banche create da governi nazionali o locali che curano interessi pubblici di vario genere: finanziano attività pubbliche locali ma anche sviluppo internazionale, innovazione . Si citano banche francesi, fra cui la Banque Postale, e “l’elaborata rete delle banche di risparmio tedesche”, le Sparkasse e le Landesbank regionali, o la Caixa Geral in Portogallo.

BANCHE EUROPEE FRA PUBBLICO E PRIVATO. Scorrendo il lunghissimo elenco di tutte le banche dell’eurozona fornito dalla BCE (2), si possono vedere quali banche di quali paesi appartengono alle 125 SIs, e alle LSIs, con le banche di loro appartenenza. Ma è andando oltre Bruegel e guardando meglio il Settore Pubblico che Bruegel contesta che si notano differenze significative, forse non notissime ai non esperti.

GERMANIA. Ha 20 Banche Sistemiche. Ma ha soltanto una banca Globalmente Sistemica, Deutsche Bank, capitale di oltre 1000 miliardi ($1676, in dollari secondo Business Insider). Le altre hanno capitali relativamente modesti, e persino Commerz Bank e DZ Bank viaggiano tra i 500 e i 1000 euro di capitale. In compenso colpisce la quantità enorme di banche pubbliche, di proprietà statale e municipale, le Sparkasse e le Landesbank. In un’Eurozona in cui pure, a differenza che in Usa e UK, le banche di proprietà pubblica esistono e contano, il sistema bancario della Germania rappresenta un’anomalia ed è considerato un modello da parte dei fautori del pubblico. Come Ellen Brown, alla quale dobbiamo l’analisi e i dati seguenti, per quanto del 2011 (3). Brown attribuisce anche a questo sistema bancario la capacità della Germania di risollevarsi dopo la II Guerra Mondiale diventando leader mondiale nella produzione e nel commercio.

Alla base del sistema produttivo tedesco c’è il suo Mittelstand, sistema di medie e piccole imprese supportato da un forte sistema bancario regionale che concede prestiti anche per finanziare ricerca e sviluppo. Le Landesbanken svolgono una funzione di banche universali, che operano in tutti i settori del mercato dei servizi finanziari. Sono tutte controllate da governi statali e operano come amministratori centrali di migliaia di Casse di risparmio di proprietà municipale, le Sparkassen (e non solo, vedi elenco BCE delle LSIs). Comprendendo anche gli istituti di credito immobiliare la META’ del sistema bancario tedesco, secondo Brown, appartiene al settore pubblico. Mentre la quota di mercato delle banche private tedesche – dominato da Deutsche Bank – è solo il 28,4% (era addirittura il 20% nel 199, contro il 40% delle banche fin Francia, Spagna, paesi nordici, Benelux).

Non sorprende che il sistema tedesco sia malvisto da FMI e Commissione UE, e che le banche pubbliche tedesche siano state oggetto di attacchi da parte di gruppi privati e della stessa Commissione UE, che vi vede una violazione della concorrenza e a un certo punto ha imposto l’eliminazione delle garanzie statali. Poste sotto pressione, le Landesbanken si sono anche aperte ai derivati e CDO – terreno privilegiato di Deutsche Bank – perdendo miliardi in Goldman Sachs, Deutsche Bank e Lehman Brothers. Ma già nel 2010 la Germania è cresciuta del 3,6% grazie anche al suo sistema bancario .

FRANCIA. Una vasta rete di Casse e banche popolari la troviamo anche in Francia, ma organizzate in modo diverso, come cooperative. Come abbiamo visto lo stesso Groupe BCPE, una delle GSIs globali con un capitale di oltre 1000 miliardi ($1302) è una cooperativa con sotto di sé un lungo elenco di Casse locali . Idem Credit Agricole (colosso da $1817 miliardi) ma anche Confederation Nationale de Credit Mutuel, molto più piccola . La Francia, con 12 Banche Sistemiche, ha il maggior numero di banche GSIs, e con grandi capitali: oltre alle due citate, Societé Générale ($1454 di asset, comprende oltre 1000 SFIL- Caisses Francaise de financement Local) e BNP Paribas ($2.190 miliardi, la seconda in Europa per grandezza secondo la classifica di BS che include banche svizzere e britanniche). Ha anche alcune banche statali, Banque Postale, Caisse de depots, Credit Municipale de Paris, Agence Francaise de Developement, banca solidale impegnata in investimenti in paesi emergenti, Caisse de Refinacement de l’Habitat.

SPAGNA. 13 SIs, fra le quali svetta Banco Santander ($1413 miliardi) potente istituto fondato da Emilio Botin e oggi in mano ai suoi eredi, banca Globalmente Sistemica – con forti legami con banche britanniche (dietro l’acquisto deleterio di Antonveneta da parte di MPS c’era Botin). Seguono Banco di Bilbao e Caixa Bank, importante banca della Catalogna da poco traslocata da Barcellona a Valencia. Un certo numero di Casse locali fanno capo al Banco de Credito Social Cooperativo. Molte altre sono classificate tra le LSIs, le meno sistemiche. OLANDA. 6 SIs, una sola GISs ING, che è anche la maggiore (€500-1000mld). Ma la seconda Rabobank (500-1000) è una cooperativa. Terza è ABN AMRO (300-500). Tra le SIs anche una banca minore VolksholdingBV che raggruppa le banche Popolari Volksbank.

ITALIA. Ha 13 Banche Sistemiche (sicuramente due in meno, dopo i recenti rivolgimenti che hanno visto sparire Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, acquisite da Banca Intesa; Monte dei Paschi di Siena, finita sotto il controllo pubblico non sappiamo se è ancora una SIs). Le maggiori per capitalizzazione sono due, Intesa San Paolo ($764 miliardi) e Unicredit (da 500 a 1000 miliardi per BCE, $863 miliardi per Business Insider – 4 ) che è anche l’unica Banca Sistemica Globale italiana.

Le altre SIs italiane sono banche medie o piccole, quanto a capitale almeno. La maggiore era MPS (€150-300 mld secondo BCE) e a scendere: BPM (125-300), UBI (100-125), BPER, già Banco Popolare dell’Emilia Romagna (50-75); Mediobanca (50-75, ma è una banca d’affari, con partecipazioni in molte società); le altre hanno assets da 30 a 50 miliardi. Fra queste citiamo ICCREA – Istituto centrale del Credito Cooperativo (30-50) a cui fanno capo 154 banche di credito cooperativo, ma è una Spa. Tra le LSIs – le meno sistemiche – troviamo ancora un certo numero di Casse di Risparmio locali e Casse Rurali .

Tutte private, riteniamo, dal momento che la legge Amato del 1990 aveva sancito sia la costituzione delle Fondazioni, sia la privatizzazione delle Casse, appunto. Anziché aggregarle come banche di Credito Cooperativo come auspicavano molti fra cui la CISL che lo scorso dicembre denunciava l’acquisizione di due storiche banche romagnole da parte di Credit Agricole e Intesa – che possiede già diverse Casse.

L’Italia sembra aver seguito un modello opposto a quello tedesco, ma anche francese, verso una progressiva concentrazione e privatizzazione che va avanti tutt’oggi. Senza un vero piano di accorpamenti e riorganizzazione, a quanto sembra. E senza una gran fortuna (bassi capitali, poco credito a imprese, molti NPL, banche in risoluzione,31 miliardi il costo dei salvataggi di sette banche). Ma non entriamo nel merito. Nel 2007 da Bankitalia Anna Maria Tarantola – “Dalla proprietà pubblica a quella privata, concorrenza ed efficienza” (5) – ne tracciava con orgoglio la storia cominciata a fine anni ’80 e proseguita nei ‘90 col recepimento di direttive comunitarie e la trasformazione in Spa di banche di enti pubblici e fondazioni, passate da 186 nel ’92 a 41 nel 2006 (il 9% del mercato).

Dal 1990 le 650 operazioni concentrazione hanno lasciato 87 gruppi bancari a cui fanno capo 227 banche che rappresentano il 90% degli attivi totali (ma i primi 5 pesano per il 53%) . Accanto ai 2 grandi gruppi, ai 4 medio-grandi e a 45 gruppi e banche minori, restavano 596 piccoli istituti specializzati in intermediazioni con le economie locali ma lasciati a loro stessi. Dalle odierne liste BCE delle LSIs sembrano diminuiti molto sia questi piccolissimi istituti sia le LSIs in generale, con la risoluzione di B.Marche, Carichieti, Carife, B. Etruria. Col decreto del governo Renzi sulle Banche Popolari, tutte quelle con attivi sopra gli € 8mld dovranno trasformarsi in Spa.

PROPRIETA’ DISPERSA E OPACHI INTRECCI CON LE MEGABANCHE AMERICANE. E’ Bruegel a segnalare correttamente il dibattito in corso sui rischi del modello di banca ‘public company’ la cui proprietà è ripartita in molte piccole quote, il modello anglosassone preferito da Bruegel – e dagli organismi internazionali. “Banche di questa categoria possono essere soggette a più sottili forme di controllo”, scrive, alludendo ai fondi ‘passivi’ che detengono quote significative di proprietà in diverse società nello stesso settore e possono minarne la concorrenza”.

“Investitori come BlackRock, Capital Group, Norges Bank Investment Menagement , State Street Global Adviser, Vanguard hanno quote ciascuna di poche percentuali in molte società a proprietà dispersa sia nell’area euro sia negli Usa – come in parte documentato nelle appendici A e B”, aggiunge Bruegel che non vuole però pronunciarsi nel merito. Precisiamo che in società a proprietà dispersa quote che ai non addetti sembrano irrisorie hanno invece un peso, specie quando sono le quote maggiori.

Non possiamo che rinviare a un post di Underblog del 2015 (6) su BlackRock e gli opachi intrecci fra mega-fondi e mega-banche, che si stanno comprando tutto. Colosso degli investimenti, gestisce oltre $5000 miliardi, ha centri di formazione e di strategie anche politiche. En passant è nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, Moody e S&P, e spende in lobbying $1 milione l’anno. Ma questi sono dettagli. La sua quota del 5,1% in Deutsche Bank , poi 6,62%, ha fatto ipotizzare la sua longa manus nei fatti del 2011( dismissione dei titoli italiani da parte di DB che provocarono la crisi italiana, con caduta del governo Berlusconi) , come ha avanzato Germano Dottori in un articolo su Limes da cui Underblog aveva preso le mosse. Ancora più interessante sottolineare quel che Underblog aveva riscontrato andando a indagare sulla proprietà di BlackRock e allargando lo sguardo.

Quel che emergeva – sintetizziamo – è che proprio i mega fondi citati da Bruegel – in particolare State Street, Vanguard, Norges Bank , più FMR Fidelity non solo li ritroviamo nell’azionariato di Blackrock ma, attraverso scatole cinesi compaiono, insieme alla Roccia Nera, tra gli azionisti di maggior rilievo delle prime quattro megabanche americane, le cosiddette Big Four: JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo. La quinta è Goldman Sachs. Megabanche che si stanno comprando quote di banche e aziende di ogni genere, negli Stati Uniti come in Europa, come rilevava già nel 2014 il blogger Matt Taibbi su RollingStone (7). Acquisti probabilmente favoriti, per quanto riguarda le banche, dagli improvvisi crolli delle Borse (speculativi?) come quello del Venerdì Nero post Brexit del giugno 2016, che ha fatto precipitare le quotazioni azionarie di tutte le banche europee, in primis le italiane (8).

Un processo che si somma ai nuovi equilibri di potere nel capitale finanziario determinati dalla crisi, con le banche americane che ormai dominano nel ruolo di banche di investimento globali, mentre le banche europee arretrano e giocano un ruolo sempre più modesto (9).

ITALIA TERRA DI CONQUISTA.Intesa e Unicredit sono le azioniste di gran lunga maggiori di Bankitalia, che pure è un istituto di diritto pubblico. Anche per questo colpiscono le trasformazioni in atto (10).Unicredit, la principale banca del paese, è ormai una banca straniera, anzi, americana. Aabar, il fondo sovrano di AbuDhabi ha il 5,038% del capitale e fondi sovrani di Norvegia e Libia hanno in mano il 10,52% della banca. Non solo.

Il 62% dei soci sono fondi di investimento e banche d’affari straniere. Per il 49% provengono dagli Usa – con una quota sopra il 5% c’è Capital Group – per il 17% dal Regno Unito, per il 22% dall’Europa. Gli italiani sono solo il 2%. Intesa San Paolo ha azionisti più tradizionali e italiani (Ass Generali, Compagnia San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondaz Cassa Risparmio Padova e Rovigo – dati Consob di aprile scorso. Quel che resta, il 78% è in mano al mercato “ma la banca non ha specificato provenienza e tipologia”.

Dal 21 aprile Goldman Sachs ha il 5,176%, risulta da un altro articolo. E già nel 2010 State Street – gigante da $18.000 miliardi – ne aveva comprato l’attività di banca depositaria. BPM, diventata la terza banca italiana per asset tra i suoi azionisti rilevanti ha Norges Bank, il fondo sovrano di Norvegia. UBI Banca è controllata da due fondazioni, ma con una quota oltre il 5% spicca un fondo di investimento britannico, Silchester International Investors. MPS, dopo la Stato, il secondo azionista è AXA, assicurazioni francesi. BNL e Cariparma sono francesi da vari anni. Norges Bank e con BlackRock sono tra i conquistatori più attivi negli ultimi tempi – e ci limitiamo qui alle banche.

La Roccia Nera è secondo azionista nelle prime 5 banche italiane (Unicredit, Intesa, MPS, B Popolare, UBI) e ha quote in Generali e Mediobanca (dati 2014). Norges Bank ha quote superiori al 2 o al 5% in molti settori , compresi i servizi finanziari Fineco e Azimut, e partecipazioni sopra il 2% in Banco BPM; BPER, Anima Holding, Banca Ifis). Molto attivo è anche Fidelity, che tra l’altro gestisce un maxi fondo da un miliardo specializzato negli investimenti azionari in Borsa Italiana.Come si vede i nomi che ricorrono sono sempre gli stessi, quelli citati da Bruegel – e da Underblog 2015.

La conquista va ben oltre le banche e si estende in molti alti comparti, per lo più strategici. Vedi questo articolo dell’aprile 2017. Che si concludeva citando la Consob, “che di recente ha mostrato come dalla crisi sia aumentato a vista d’occhio il peso degli investitori stranieri in Italia”. E lo scorso dicembre Unimpresa denunciava che il 50% della Borsa italiana è in mani straniere (11). Un trend che non riguarda solo l’Italia ma qui appare particolarmente vistoso, favorito da indebitamento, debolezza del settore produttivo causa austerità , mancanza di credito, privatizzazioni. Eppure la politica non sembra preoccuparsene, anzi, va ripetendo il mantra degli ‘investitori esteri’ da attrarre nel paese.

(1) http://bruegel.org/wp-content/uploads/2017/05/PC-15-2017-290517.pdf (2)https://www.bankingsupervision.europa.eu/ecb/pub/pdf/list_of_supervised_entities_201701.en.pdf?fa67031bce20d0ce07da37a4c0685435 (3) https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40704 (4) http://uk.businessinsider.com/sp-global-biggest-banks-in-europe-2017-4?IR=T/#2-bnp-paribas-france-2190-trillion-21 (5) https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2007/Tarantola_200707.pdf (6) http://www.lastampa.it/2015/04/13/blogs/underblog/fu-davvero-blackrock-a-ispirare-il-cambio-di-scena-del-in-italia-ej5SJuX0LL9ZyFoWYPOmbL/pagina.html (7) http://www.rollingstone.com/politics/news/the-vampire-squid-strikes-again-the-mega-banks-most-devious-scam-yet-20140212 (8) https://wolfstreet.com/2016/06/25/brexit-blowback-hits-italian-spanish-banks/ (9) http://fromtone.com/2008-changed-the-the-concentration-of-global-finance-capital/ (10) https://www.panorama.it/economia/aziende/le-banche-italia-quante-quali-la-situazione/ ; https://www.panorama.it/economia/soldi/banche-italiane-ecco-ora-chi-controlla/ ; https://www.panorama.it/economia/aziende/ecco-dove-investono-i-grandi-fondi-stranieri-in-italia/ (11) https://www.unimpresa.it/borsa-unimpresa-oltre-50-spa-quotate-in-mano-a-fondi-esteri/16182

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